lunedì 14 giugno 2010

Libri per tutti


"Che cosa leggevano gli italiani quando non leggevano? L'interrogativo è solo apparentemente paradossale. In realtà può essere fecondo a patto di muovere il primo passo nella direzione giusta. Proprio come fanno i saggi raccolti in Libri per tutti. Generi editoriali di larga circolazione tra antico regime e età contemporanea (Utet): la scommessa non è focalizzare successi scanditi in milioni di copie e poi dimenticati, quanto, piuttosto, risalire lungo rivoli di carta meno visibili ma assai ramificati e duraturi. Tali dunque da determinare il volto vero, anche se spesso sommerso o mimetizzato, di una penisola dove strati sociali apparentemente incolti e illetterati trovano le strade più imprevedibili per andare incontro alla parola scritta. E viceversa. Certo, da prima dell'unificazione sino ai giorni nostri, sono coriacei e pervasivi i luoghi comuni sull'Italia «paese che non legge». Da Leopardi (per il quale da noi «chi legge non legge che per scrivere») a Gobetti (convinto che nel Bel Paese si «manca di autori, di editori, di librai, di pubblico») sino alle recenti campagne per la lettura, il refrain non cambia. E' un'istantanea - quella del difficile rapporto degli italiani con i libri - per molti versi veritiera ma che, spesso, si frappone a ulteriori ricerche e spegne illuminanti approfondimenti.
Libri per tutti offre invece molte piste da seguire. Dalle «voci di carta» vale a dire i diffusissimi, in epoca moderna, libri di canzoni ai manuali pratici consultati da lavoratori specializzati che non maneggiano altra carta stampata sino agli almanacchi popolari portati da una fitta rete di venditori ambulanti a un pubblico sterminato di lettori che li attende ad ogni cambio d’anno.
Proprio sugli almanacchi si ingaggia nel cuore dell'Ottocento una dura battaglia attorno a quelli curati dai protestanti e distribuiti da predicatori ambulanti che spesso, giunti in località remote, devono fare i conti con la forza pubblica che, espressamente invitata dalle autorità ecclesiastiche, li allontana.
In seguito le organizzazioni cattoliche elaborano una strategia più raffinata rispondendo all'Amico di casa, il più diffuso degli almanacchi protestanti, con una raffica di pubblicazioni - L'amico di casa smascherato, Il vero amico di casa ecc. - edite localmente ma tutte accuratamente impostate, dalla grafica alle rubriche agli stessi caratteri tipografici, esattamente come la testata che si vuole combattere.
Come spiegano i curatori di Libri per tutti, della cosiddetta letteratura di consumo, o minore, è rimasta solo una minima traccia anche sugli scaffali delle biblioteche nazionali che pure dovrebbero conservare tutto quanto si stampa. Dell'immenso iceberg cartaceo formatosi nel corso del tempo, e che giunge sino agli angoli più sperduti della Penisola attraverso iniziative editoriali minori e frammentate, resta una porzione ridottissima. Si è davanti a una straordinaria e irrimediabile dispersione di testi causata dalla fragilità stessa di queste pubblicazioni realizzate spesso in totale economia, stampate su carta poco resistente, rilegate - quando lo sono in modo sbrigativo.
E' difficile persino rintracciare esaustivamente la produzione della poderosa macchina editoriale che, nella seconda metà dell'Ottocento, fa di Milano la capitale della «lettura romanzesca». Sono i feuilletons che impongono i loro protagonisti, le loro vicende ad un pubblico sparso sui luoghi di lavoro, nei paesi, nelle osterie e nelle stalle. E' il «pubblicaccio» fatto da operai e contadini ma, soprattutto, «dalla gente che calcola e conta». E' «il bottegume e il borghesume» contro cui si scagliano gli scrittori della Scapigliatura milanese.
Ma lo sdegno degli happy few non intralcia per nulla la navigazione a colpi di «appendici romanzate» de Il Secolo, la testata milanese edita dal 1866 e che si impone tra i più diffusi quotidiani italiani.
Edoardo Sonzogno, che ne è il creatore e che diventerà uno dei ras della narrativa popolare, inserisce nel giornale non uno ma ben due feuilletons al giorno. Con tirature che superano le centomila copie.
Nessuno stupore dunque che proprio nella Milano dell'Expo 1881 si citino, accanto alle fabbriche, le «officine della letteratura» che «nella città più città d'Italia» darebbero opportunità di lavoro ai giovani letterati approdati dalle diverse regioni della penisola. Sono loro a produrre in serie, come emerge dalla pubblicità di un' agenzia letteraria che vende feuilletons ai giornali, «romanzi sanguinari, storici, di viaggio, educativi e patriottici». Ben seicento «appendici», afferma l'inserzione dell'agenzia, sono già realizzate. Pronte per far sognare i lettori dell'Italia unificata." (da Giorgio Boatti, Cosa leggevano quelli che non leggevano, "TuttoLibri", "La Stampa", 12/06/'10)

Nessun commento: