venerdì 29 febbraio 2008

Raccontami un altro mattino di Zdena Berger


"All'amico Oskar Pollak, compagno di scuola al ginnasio, il 27 gennaio di più di un secolo fa, Kafka scrive press'a poco così: bisogna leggere soltanto i libri che 'mordono e pungono'. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un 'pugno sul cranio', a che serve? Oskar non sarà così ingenuo da leggere un libro 'perché ci renda felici'? Quanto a sé, Franz non ha dubbi: va in cerca di libri che agiscano 'come una disgrazia che fa molto male, come la morte, come un suicidio'. E in modo perentorio conclude: 'Un libro deve essere come la scure per il male gelato dentro di noi. Questo credo'. Siamo nel 1904. Kafka non poteva leggere questo romanzo di Zdena Berger che ho sotto gli occhi - Raccontami un altro mattino (Baldini Castoldi Dalai), uscito in America nel 1961. Ma sono certa che gli avrebbe procurato quell'emozione. A me tremava il cuore leggendo e più volte ho smesso, sono uscita per strada per respirare. Ma allora accadeva una cosa strana; non smettevo di leggere. O meglio, il romanzo mi abitava la mente, mi frugava nel cuore. Per un coinvolgimento morboso nella vicenda? Per una identificazione smodata? Fatto sta che ero lì con Tania e Ilse e Eva. E con Zdena Berger, la quale semplicemente racconta, non accusa nessuno. E proprio per questo, tanto più irreparabile e profonda si mostra l'offesa; a chi chiedere il conto? A quale potere presentare reclamo? Quale giustizia risponderà di tale scandalo? [...] Tiene a dirci che, scampata ai campi di Terezin, Auschwitz e Bergen-Belsen, dove si trovava nell'aprile 1945, quando l'esercito britannico arrivò a liberare quanti restavano, in quello stesso aprile tornò a Praga dopo quattro anni di prigionia. Aveva compiuto nel campo vent'anni. E ora tornando alla città dov'era nata, scoprì un'estraneità sradicante, che la spinse altrove. Prima a Parigi, poi in California. In quella distanza il libro cominciò a crescere dentro di lei: aveva bisogno di raccontare. Noi sappiamo bene che cosa significa. Ce l'ha spiegato un nostro grande scrittore, Primo Levi. Il superstite giustifica, diciamo così, il peccato di essere sopravvissuto trasformandosi in testimone. Allo stesso modo Zdena si trasforma in Tania, racconta di sé attraverso quella ragazza che è in lei e non è lei. Zdena ha bisogno di essere e non essere quello che è stata. E' la grande prova alchemica della letteratura. Se l'operazione negromantica riesce, se si riesce a scrivere un romanzo con la materia nuda e cruda di un'esperienza così tremenda, non che si guarisca ma si diventa scrittori. Altrimenti si depositano nelle pagine di un libro le spoglie inerti dei propri ricordi. Forse ci si solleva di un peso, ma non si raggiunge nessuno. Nel suo bel saggio su Primo Levi, Le virtù dell'uomo normale (Carocci, 2003), Roberto Gordon, studioso inglese di letteratura italiana, indaga sul profondo legame tra letteratura ed etica. Un rapporto c'è, non potrei essere più d'accordo. Per questo leggo, vi confesso, perhcé ho smepre più bisogno di una parola dove convivano verità e rettitudine. Ho sempre più bisogno di riconoscere in chi parla il senso della propria responsabilità alla lingua. Ritrovo questo tono in Raccontami un altro mattino: nella sua semplicità e potenza, un piccolo capolavoro, come tale accolto quando uscì. Ma non salì in vetta a nessuna classifica. Non diventò un bestseller. Venne dimenticato. Dopo mezzo secolo, eccolo risorgere in America; e ora ricomparire in italiano per la traduzione di Marina Premoli. E' bene che sia così, è giusto che non si dimentichi questo romanzo, che porta inscritto nel suo cuore la virtù della memoria, e nella sua stessa trama la forza, non certo trionfante, ma dolente, della sopravvivenza.

Tania, Ilse e Eva sono tre ragazze poco più che adolescenti che nei campi tedeschi dove si fabbricano cadaveri, affrontano il viaggio nel cuore delle tenebra. Lì non muoiono. Sopravvivono, anche se nel loro caso il termine è impreciso; perché fanno di più, durano a vivere nelle condizioni più estreme. E se questo accade è perché mai si spegne in loro l'energia degli affetti. Non la speranza dell'evasione - troppo immateriale, troppo astratta; ma il legame di affetto concreto, quotidiano, le salva. [...] 'Raccontami un altro mattino', chiede il bambino febbricitante a Tania. E' la domanda di immaginazione che dà il titolo al libro: perché l'estro della fantasia trasporti il povero bimbo fuori dal campo, e gli permetta di sopportare un attimo ancora, un istante di più. [...] Ma una domanda tremenda, ingiusta, a cui nessuno dovrebbe mai più rispondere, rimbomba fragorosa nel libro e ci assorda: davvero l'immaginazione serve? O meglio: si può, si deve continuare a immaginare nel campo? Non è vero piuttosto che riuscirà a sopravvivere proprio chi ha scarsa immaginazione, chi spende l'intelligenza nella quotidiana furbizia di procurarsi un pezzo di pane in più? Ma chi si adatta e nel farlo rende la possibilità di vivere nel campo reale, non si allea così facendo con il proprio torturatore? [...] Alla fine del romanzo, viene voglia di contraddire Levi, quando dice che nei campi 'i migliori sono morti tutti'. So che cosa intende. E' giusto che ci educhi a pensare che non furono gli eletti, né i predestinati a sopravvivere. E' giusto che ci insegni la sconcertante casualità del bene, accanto alla banalità del male. E' giusto che ricordi la vergogna del sopravvissuto; perché coloro che non ce l'hanno fatta non sono certo i colpevoli, sono semplicemente coloro le cui virtù li rendevano i meno adatti. E proprio perciò paradossalmente i più 'umani'. Ma mai per un momento dobbiamo dimenticare - e questo romanzo non ce lo permette - che i veri non umani sono gli altri: gli impiegati solerti della fabbrica nazista. Che l'uomo porti in sé le stimmate dell'inumano lo testimoniano coloro che non provarono vergogna. I torturatori sono apparsi incapaci di testimoniare, osserva Giorgio Agamben in Quel che resta di Auschwitz (Bollati Boringhieri, 1998). E' straziante, fa male, ma è accaduto: c'è stato un momento della nostra recente storia in cui l'azione di vivere e morire furono sottoposti a tale prova. E' in effetti tremendo perfino pensarlo. Eppure, è accaduto (ma non si sentì, mi pare, la voce di nessun papa alta e chiara a difendere la vita). E a ben guardare accade ora, mentre scrivo. Nei campi profughi, nelle prigioni, nella foresta della Colombia, c'è chi toglie senso e significato alla vita (ma le urla di chi difende la vita a colpi di moratorie assordano le orecchie di chi vorrebbe ascoltare le vittime)." (da Nadia Fusini, La virtù della memoria, "La Repubblica", 29/02/'08)

giovedì 28 febbraio 2008

Ali di babbo di Milena Agus


"Un due tre. Dopo Mentre dorme il pescecane e Mal di pietre (finalista allo Strega, vittorioso a Fahrenheit come libro dell'anno), ecco questo Ali di babbo (Nottetempo), che mette subito in gioco due ingredienti primi della narrativa di Milena Agus: la leggerezza del tratto e il richiamo ad un mondo familiare in cui le storie respirano di un loro incanto un po' fantasticoe ragazzino. Ingredienti fondamentali che si mescolano ad altri (un po' di ecologia, un po' di magia, un po' di fiaba, un po' di follia) per formare un impasto di appetibilità narrativa. Non manca nemmeno l'occhio strizzato al côté francese (la trasparenza, il gioco, l'umorismo, la finesse), che ha garantito a Mal di pietre un successo di attenzione e di vendite di tutto rispetto. Ma questa volta la confezione sa di confettura. Lo stesso finale, che in Mal di pietre costituiva l'imprevedibile e riuscito scatto del romanzo, il punto di svolta capace di redimere sparsi languori sentimentali e stilistici, diventa qui un finale facile - più che felice - di registro consolatorio. È sempre la Sardegna a fare da sfondo alle storie e ai destini. Una Sardegna di costa con la vista del mare più narciso e degli scogli più argentati che spuntano dalle cale più incantate. Un pezzo di paradisiaca asprezza su cui i soliti costruttori di nefandezze turistiche pongono il loro occhiuto interesse imprenditoriale, se non trovassero sulla loro strada una donna che nel romanzo si chiama 'madame' (il nome anagrafico sarà svelato solo più avanti in una sorta di doppio straniante). Lei a impedire ogni speculazione, lei a gestire un piccolo luogo di accoglienza, lei a coltivare frutta e ortaggi, lei a rendersi benemerita e benamata, lei a vivere una vita libera, a darsi a ospiti e amanti, ad attendere la rivelazione dell'amore, a gestire equivoci nominali, a rappresentare il perno di ogni altro umano movimento, che viene da due famiglie di vicini. Una è la famiglia a cui appartiene la quattordicenne narrante, che con occhi ignari e intuitivi osserva lo spettacolo degli adulti, ognuno vittima di una sua stortura o in preda a una sua ossessione. Un mondo gremito, in cui si stagliano le figure di un padre disperso, di una madre prigioniera, di un Nonno filosofo e umorista, di una zia leibniziana che cita Benjamin per definire il poeta come un ricercatore del senso perduto. Oppure Hegel per parlare di 'eterogenesi dei fini' e di astuzia della ragione. L'altra è una famiglia cattolicissima e numerosa, organizzata come un esercito, che inalbera la fiducia in Dio come arma vincente
di ogni avversità; una famiglia che nonostante la certezza dell'assetto è costretta a subire deroghe provvidenziali: un figlio maggiore che invece di onorare gli studi di ingegneria si dedica alla passione della tromba jazz e se ne va a Parigi a far vita randagia, un figlio minore che vive in modo estroso, vedendo le cose che gli altri non riescono a vedere e rispondendo a domande banali ('Perché non bevi il latte?') con parole sapienziali ('È troppo profondo') che gli altri non riuscirebbero a dire. Cui va aggiunta una nonna colpita da improvvisa giravolta sulla via di Damasco. Donne che non esitano a cercare i loro amanti chattando nel cyber spazio, uomini incerti e aridi che non corrispondono alle attese, uomini e donne in cerca di qualcosa che si nasconde (ma che alla fine si può anche trovare).
Comparse fuggitive (come quel ramingo Abdou che impartisce lezioni di francese en plein air trasformando i luoghi in una favola di parole sonanti). E persino fantasmi e 'ali di babbo', che sarebbero poi presenze impalpabili e indefinibili, mosse dal respiro dell'enigma e del segreto che aleggia qua e là significando la misteriosa costanza della vita resistente e, nonostante tutto, candidamente imperitura. Certo c'è la gioia, c'è la felicità, c'è il piacere di vivere e c'è 'il grande spavento', ci sono i tic, ci sono le cattiverie, ci sono le abrasioni, le contusioni, le ferite, le delusioni. Ci sono personaggi colti in un loro virtù, in una loro malizia, in una loro attitudine o in una loro ostinazione. Ma tutto sempre avvolto in un'aura che redime ogni stortura. Tanto è facile finire nella 'maniera' e restare impigliati al proprio laccio." (da Giovanni Tesio, Impalpabili fantasmi nell'isola, "TuttoLibri", "La Stampa", 23/02/'08)

mercoledì 27 febbraio 2008

Yehoshua a Pavia


Sabato 1° marzo Abraham Yehoshua presenterà il nuovo romanzo Fuoco amico (Einaudi) a Pavia:
- libreria Il Delfino, alle ore 16.30
- Collegio Ghislieri (aula magna), alle ore 18.
"[...] Fra le numerose interviste che hanno accompagnato l'uscita di Fuoco amico in Israele, se ne trova una rilasciata al quotidiano "Haaretz" nella quale Yehoshua si dichiara esausto del conflitto israeliano-palestinese come il suo protagonista, e non riesce a capacitarsi del perché i palestinesi scelgono la via delle armi, dei razzi sulle città israeliane del sud, anziché costruire la Striscia di Gaza. Fuoco amico è un romanzo accattivante, facile da leggere nonostante le quasi 400 pagine. Nella scorrevolezza della narrazione lo scrittore nasconde tutta la sua delusione, la paura per il futuro del suo Stato. Davvero significativa è la scena - a mio avviso la più bella - di una delle visite di Irmiau all'abitazione dove il figlio è stato ucciso. In una di queste egli incontra una giovane palestinese, abitante nella casa occupata dai soldati israeliani di cui il figlio faceva parte. Quest'ultimo venne colpito dal 'fuoco amico' perché, dopo aver fatto i bisogni in un secchio, voleva a tutti i costi sciacquarlo per non umiliare i padroni di casa. Ma questo gesto nobile non muove alcuna compassione nella giovane palestinese, che all'addolorato Irmiau parla in un ebraico dolce (come lo definisce Yehoshua stesso): 'Che è venuto a fare ancora qui? - mi domandava. - Cosa cerca un uomo, di notte, da chi lo odia? Perché importuna e spaventa mio padre? Che mostri pietà per suo figlio? Perché dovrei mostrare pietà per un soldato che si introduce a forza in un luogo che non gli appartiene, che non gliene importa niente di noi, chi siamo e cosa siamo, occupa il tetto di una famiglia per tendere un agguato a uno di noi e pensa che se ci farà un favore, se lascerà un secchio pulito e cancellerà i segni della sua paura, noi gli perdoneremo l'offesa, l'umiliazione?' (p. 342). In queste parole, che compaiono verso la fine del romanzo, sono racchiuse la complessità e l'intimità anche feroce che tormenta israeliani e palestinesi da decenni. Pasolini scrisse: 'L'Africa è la mia unica speranza', un concetto che Yehoshua, disilluso più che mai, ribadisce in questo romanzo afro-israeliano." (da Alon Altaras, Abraham Yehoshua afro-israeliano, "La Repubblica", 26/02/'08)

Madame de Stael, l'Italia e l'Europa, i 200 anni di Corinna ossia l'Italia


"Coppet, il ridente borgo sul lago di Ginevra, pullulava di spie. A Natale del '93, un agente di polizia del Terrore rivoluzionario denunciava: 'Ecco le notizie scoperte su Stael. Ha affittato una casa tra Coppet e Nyon', dove si incontra con pericolosi antirivoluzionari: 'vi si tengono riunioni di aristocratici'; 'tutte queste manovre finiranno, spero, per portare alla ghigliottina i principali attori'. Il piacere è l'amore, o Parigi, o il potere, scriveva al padre nel 1803 Germaine de Stael; ma tutti i governi che si succedettero in Francia dal 1792 al 1814 badarono a tenerla lontana da Parigi. Viaggiare scrive la Stael in Corinna o l'Italia - il romanzo, in italiano, ha ora duecento anni - 'è uno dei più tristi piaceri della vita'. Vedere volti umani senza relazione col proprio passato e il proprio avvenire, è solitudine; se si comincia a star bene in una città straniera, è perché 'cominciamo a farcene una patria'. L'Italia lo diventò presto. Eppure la Stael lasciava nel dicembre del 1804 l'esilio di Coppet per una fuga ulteriore: per stordirsi dalla morte del padre. [...] Corinne inizia appunto con il viaggio in Italia di lord Nevil, pari di Scozia, in fuga dalla morte del padre. Tutta a lampi di massime, l'apertura di Corinne è una delle più alte meditazioni sul lutto della storia della letteratura. La perdita causa a lord Nevil, più che rimpianti, rimorsi - 'quando si soffre, ci si persuade facilmente di essere in colpa'. Il dolore è così insopportabile, che ha paura di 'approfondirlo'. Parte perciò, senza sospettare quante radici lo leghino 'ai luoghi che gli facevano più male, alla casa di suo padre': da lontano, non è più padrone di versare lacrime quando soffre, non può più far nascere quelle piccole cause 'locali' che inteneriscono. Minacciata come il suo personaggio dall''aridità' del cuore, madame de Stael parte per l'Italia, perché, dice Stendhal, 'il fascino dell'Italia è come un innamoramento'. Il diario più emozionante del viaggio in Italia della Donna del Secolo (come la chiama il Monti) è nelle lettere che, insieme a ritratti e manoscritti, sono prestate dal castello di Coppet e ora esposte a Roma nella preziosa mostra "Madame de Stael e l'Italia": lettere studiate e trascritte dalle brillanti équipes di Angela Cipriani e Ambrosi de Magistris dell'Accademia di S. Luca e di Antonio Casu della Biblioteca della Camera. Torino, Milano, Parma, Ancona, Roma, Napoli, Pomepi, Pozzuoli, Cuma, il Capo Miseno, tappe del viaggio e del futuro romanzo; e Sismondi, Monti, Canova, Pindemonte, Verri, Cesarotti: e Angelika Kauffmann, l'angelica pittrice, e l'incantevole salonnière di Venezia Isabella Teotochi, autrice, nei Ritratti, del discreto serraglio dei suoi amanti. Germaine ha trentanove anni, e sta per cambiare il mondo, creando il Romanticismo (De l'Allemagne), la nuova donna (Delphine) e l'Europa ('in questi tempi moderni bisogna avere lo spirito europeo'). Ma l'esprit della de Stael non oscura il suo décolleté opimo: 'L'atmosfera che circonda un corpo non guasta la sua perfezione', le scrive infatti la Teotochi; 'non so che ne è del molto infiammabile conte O'Donnel, a cui avete fatto girare la testa forse senza accorgervene' (Germaine si accorgerà definitivamente dell'ufficiale austriaco a Vienna nel 1808). Nelle missive del Monti, 'le nostre scaramucce' sono alti dibattiti sull'arte e le Lettere; ma 'vous me disiez que j'étais tutto core', mi dicevate che era 'tutto core', ricorderà la Stael. La passione illuministica per la libertà - condivisa tra gli altri con Gorani, il girondino milanese studiato dalla Vitali-Volant - prevale nelle lettere esposte alla Biblioteca della Camera. All'annuncio di Corinne, Monti si preoccupa per l'immagine dell'Italia: 'Se per la sua moral corruzione vi avrà creato dei dispiaceri, vi avrà per le sue arti, e il paradiso del suo clima, e per la viva indole dei suoi abitanti ricompensato ogni molesta sensazione'. Speriamo che tratti gli italiani 'un po' più generosamente' che nel passato, auspica il Monti. In realtà con La Corinna, ossia l'Italia, madame de Stael ci faceva entrare nell'Europa unita del Romanticismo." (da Daria Galateria, Il viaggio in Italia di madame de Stael, "La Repubblica", 27/02/'08)

I gemelli di Fleur Jaeggy


"Talento riservato e quasi scontroso, Giorgio Marini si è formato negli anni '60 nel teatro sperimentale romano e ha poi coltivato un percorso personale aperto alla contaminazione tra scena e letteratura. Sono nati così i suoi spettacoli più felici, dall'Angelo custode di Fleur Jaeggy nel '72 a Doppio Sogno di Schnitzler negli anni '80. Ora il regista dopo vent'anni in cui si è dedicato quasi esclusivamente alla lirica, torna al teatro con una trilogia - Ombre - in cui scandaglia la letteratura femminile contemporanea. Dopo Occhi felici di Ingeborg Bachmann, presentato a Roma l'anno scorso, Marini debutta in prima nazionale al Crt martedì con I gemelli, seconda tappa della trilogia (che si concluderà con un testo di Louise de Vilmorin) e ritorno alla scrittura essenziale e affilata di Fleur Jaeggy e a un suo racconto tratto dalla raccolta La paura del cielo (Adelphi, 1994). Giorgio Marini, perché tornare a Fleur Jaeggy dopo tanti anni? 'La mia frequentazione con Fleur Jaeggy è lunga, risale agli anni '70, e da allora non ci siamo mai persi. Il mio è un ritorno anche sentimentale al passato, dopo tante regie musicali. La sua scrittura mescola senso di lontananza e rarefazione a ironia e sentimentalità. 'Sentimentale è sentire con la mente', scriveva anni fa, e credo che questa sia la chiave per intendere lo spettacolo'. Che cosa accade in scena? 'I due gemelli del titolo vivono insieme in un piccolissimo villaggio svizzero senza nome, dove non c'è più nessuno, nemmeno i vecchi. Sono autosufficienti, bastano a loro stessi, vivono così dai quindici anni alla morte, novantenni, in una vita immobile. Il tema è il doppio, l'inconscio, l'alter ego: forse i due sono la stessa persona.' Come ha costruito lo spettacolo? Ho lavorato per sottrazione, la scena è scarna, rarefatta. Un non luogo: un tappeto di neve bianca, con grandi sedie-albero, un deserto d'inverno che fa pensare al cinema di Herzog o Bergman. Nel ruolo dei gemelli ci sono due attrici, Elisabetta Piccolomini e Anna Paola Vellaccio, ho giocato su un travestimento che dà un distacco quasi metafisico, senza provocazione'. La trilogia si basa sui testi di tre scrittrici. Perché questa sua predilezione per la letteratura femminile? 'Lavoro sulla letteratura femminile da quarant'anni. Il perché? Credo che le donne siano più vicine alle cose, trovo il loro mondo più sensibile, più acuto e intelligente'." (da Simona Spaventa, Due gemelli nella neve raccontati da Fleur Jaeggy, "La Repubblica", 26/02/'08)

martedì 26 febbraio 2008

Alain Robbe-Grillet


"La scomparsa di Alain Robbe-Grillet lo scorso 18 febbraio rende ancora più acuta una domanda che già venne posta alla morte di Claude Simon (1913-2005, premio Nobel per la letteratura nel 1985): che cosa resta, oggi del 'nouveau roman', dell''école du regard'? Bisogna intanto circoscrivere, da eccessive dilatazioni, l'ambito stesso del 'nouveau roman': secondo un ritratto che ne fece uno dei protagonisti Jean Ricardou (Le nouveau roman, Paris, 1978), il movimento riconosceva se stesso in Michel Butor, Claude Ollier, Robert Pinget, Alain Robbe-Grillet, Nathalie Sarraute, Claude Simon. Nel definirsi, il gruppo identifica una data di nascita: il luglio 1971, a Cerisy-la-Salle, nel Colloquio dedicato appunto al Nouveau Roman. I percorsi sono tuttavia, visti ora a distanza, dopo quel decennio di solidarietà, assai diversi e si polarizzano almeno in due visioni distinte del far prosa narrativa, quella dell''antiromanzo' e quella della 'scuola dello sguardo'. Alla prima, per ragioni anche di formazione e di biografia, appartiene certo Nathalie Sarraute (1900-1999), che inizia a pubblicare nel 1939 Tropismes e nel 1948 Portrait d'un inconnu, libri che si affermano solo nella ristampa prefata e autorizzata da Jean-Paul Sartre (1956). Giova a richiamare quella pagina liminare di Sartre: 'Uno dei tratti più singolari della nostra epoca letteraria è costituito dall'apparizione, qua e là, d'opere vivaci e assolutamente negative che potebbero venir definite antiromanzi. Gli antiromanzi conservano l'apparenza e la cornice del romanzo; sono opere d'immaginazione che ci presentano personaggi fittizi e ce ne narrano la storia. Ma solo e proprio per provocare una maggiore delusione: si tratta di contestare il romanzo servendosi del romanzo stesso, di distruggerlo, sotto i nostri occhi, mentre si finge d'edificarlo, di scrivere il romanzo d'un romanzo che non si concreta, che non può concretarsi'. Gli 'antiromanzi' sono riusciti nel primo intento (distruggere il romanzo, che oggi vive di stentato minimalismo), molto meno nel secondo: per riuscire a 'creare nella negazione' occorre avere la potenza di rendere assoluta la cancellazione, la tabula rasa, che solo alcuni grandi metafisici del nulla hanno avuto: Beckett o Tadeus Kantor. La 'scuola dello sguardo' ha avuto in Robbe-Grillet e in Butor i più fecondi interpreti, l'uno alleando la scrittura al cinema (siamo tutti debitori, nella nostra formazione, dell'Année dernière à Marienbad di Alain Resnais e Robbe-Grillet, Leone d'oro a Venezia, 1961), l'altro alla musica (con le opere scritte in collaborazione con Henri Pousseur). Butor farà spesso riferimento nei suoi saggi alla necessità di una descrizione puntigliosa dell'oggetto, solo garante di uno spazio di cui il soggetto è ormai spossessato:

'Il solo modo di dire la verità, di andare alla ricerca della verità, è quello di confrontare instancabilmente, metodicamente, ciò che noi siamo usi raccontare con ciò che noi vediamo' (Ricerche sulla tecnica del romanzo). Alain Robbe-Grillet ci ha lasciato pagine perfette di questo programma nel suo romanzo Le voyeur, in quel suo descrivere con ossessiva precisione il volo dei gabbiani e il movimento delle onde. Ma non inizierà proprio così il 'voyeur' italiano, il signor Palomar di Calvino, che si apre appunto con la Lettura di un'onda? Forse si potrebbe dire che l'eredità più bella del 'nouveau roman' è l'opera di Italo Calvino dopo il 1970: come Butor, interprete delle geometrie utopiche perfette di Charles Fourier; come Robbe-Grillet, osservatore instancabile del quotidiano, del suo impercepito, della sua folta, eppur invisibile presenza di forme. E, più in profondo, tormentati tutti dalla tentacolare presa sull'umano della 'città a a venire': che si tratti del Projet pour une révolution à New York (1970) di Robbe-Grillet o delle Città invisibili di Calvino (1972), possiamo constatare che noi viviamo oggi ciò che allora essi profetarono. Siamo nella modification irreversibile di uno spazio che non è più a misura d'uomo, e che la 'vera mappa dell'universo sia la città d'Eudossia così com'è, una macchia che dilaga senza forma, con vie tutte a zig zag, case che franano una sull'altra nel polverone, incendi, urla nel buio' (Le città e il cielo. I)." (da Carlo Ossola, La scuola cui guardò Calvino, "Il Sole 24 ore Domenica", 24/02/'08)

Sui diritti delle donne di Mary Wollstonecraft


"Nell'immaginario collettivo intellettuale e popolare, le cause nobili sono molto spesso associate al carattere irreprensibile di visionari eroici, guide spirituali che sacrificano la vita e gli affetti. Nel XIX secolo si usavano espressioni religiose per denotare gli eroi moderni e le loro battaglie: John Stuart Mill fu chiamato il 'Santo del razionalismo'; Giuseppe Mazzini santificò la causa dell'indipendenza nazionale chiamandola apostolato, e i suoi leader apostoli; verso al fine del secolo lo stesso fece il movimento socialista. Santi ed eroi del progresso e della libertà, della giustizia e della fratellanza. Mary Wollstonecraft, la madre indiscussa del femminismo moderno, rovescia questa vulgata. La sua vita contraddittoria e umana fu il banco di prova sul quale sperimentò la durezza della condizione femminile in una società concepita affinché una parte dell'umanità dominasse l'altra. Mary Wollstonecraft non scalfì soltanto l'ideologia inegualitaria. Molto più radicalmente, rovesciò con la sua vita il catechismo morale del tempo, e non solo suo. La sua biografia parla di lei come di una donna che vuole tenere insieme logos ed eros, che è trascinata dalla passione erotica con la stessa lucidità con cui confuta il repubblicanesimo di Jean-Jacuqes Rousseua e la teoria dei diritti di Thomas Paine, o con cui sfida il conservatore Edmund Burke. Come spiega Barbara Antoniucci nell'introduzione a questa benvenuta edizione italiana di Vindication of the Rights of Women (1792) 'visionaria e lucida, vittima e carnefice, indulgente e severa, Mary Wollstonecraft è ricordata oggi come un personaggio per certi versi contraddittorio', amante di uomini sposati, sposata e separata, convivente e madre di due figlie avute da padri diversi. Mary Wollstonecraft nacque nei pressi di Londra nel 1759. L'imprudenza finanziaria del padre costrinse la famiglia in ristrettezze economiche e Mary ancora adolescente si guadagnò da vivere fondando uan scuola insieme alle due sorelle e a un'amica. Fu in questi anni che cominciò a frequentare la comunità non conformista del filosofo radicale e pacifista Richard Price. Poi la Rivoluzione l'attira a Parigi dove frequenta i circoli degli emigrati e dei giacobini, e dove conosce il futuro marito, l'americano Gilbert Imlay, il quale l'abbandonò poco dopo la nascita della figlia Fanny. Commenta Barbara Antoniucci: 'La Wollstonecraft non esce indenne da questa relazione: rimane vittima inconsolabile di quell'amore-schiavitù che un anno prima lei stessa aveva condannato con toni aspri. Vedendosi però respinta, la scrittrice reagisce 'ricattandolo' con il suo amore, con la figlia, con la sua stessa vita: tenta il suicidio due volte, prima con il laudano e poi gettandosi nel Tamigi'. Tornata a Londra, frequenta i circoli radicali nei quali conosce William Blake, Thomas Paine, Henry Fuseli e William Godwin. [...] Sposò Godwin quando era al quarto mese di gravidanza della figlia Mary (futura moglie del poeta Shelley e autrice di Frankenstein). Morì in seguito alle complicazioni del parto nel 1797. Mary Wollstonecraft condivise con Godwin (l'autore di An Inquiry Concerning Political Justice) l'ideale e la pratica di unione erotico-amicale tra liberi, non istituzionalizzata; pensavano entrambi che il matrimonio fosse una forma legalizzata di prostituzione e di schiavitù. Wollstonecraft fondò su questo argomento la sua critica a Rousseau sostenendo - come Mill dopo di lei - che, rendendo le donne dei paria, i liberi cittadini maschi condannavano se stessi a vivere la maggior parte della loro vita in compagnia di subumani.

L'eguaglianza era condizione per la dignità dell'uomo, non solo della donna, perché l'assoggetamento delle donne precludeva agli uomini la possibilità di ricevere riconoscimento dai loro simili, da esseri dotati delle qualità umane per eccellenza, come la virtù e la ragione. Queste idee fanno da sfondo a quello che è forse l'aspetto più rivoluzioanrio dell'opera teorica di Mary: l'estensione del modello di amicizia alle relazioni di coppia e più in generale ai rapporti tra uomo e donna. Da Aristotele e Cicerone fino a Montaigne, la teoria politica e quella morale hanno rappresentato l'amicizia come la forma perfetta di associazione volontaria perché retta sulla cooperazione di diversi in vocazione ed eguali in dignità. Su di essa è stato tradizionalmente modellato il vivere politico libero, l'idea di cittadinanza come amore degli amici. La donna non è mai stata reputata capace (e degna) di amicizia essenzialmente perché la necessità della riproduzione l'avrebbe resa incapace di giudizi e sentimenti disinteressati come sono quelli della giustizia e della fratellanza (idem sentire de republica). La cura della specie (ovvero la natura) vuole che la donna non sia imparziale e metta il bene della famiglia prima e sopra tutto. Ma la cittadinanza (che è superamento della natura o artificio) presume la trascendenza del particolare per inferenza razionale o per virtù. In questo senso, Rousseau aveva rappresentato la donna come l'immagine rovesciata del cittadino. E' questa filosofia della diseguaglianza che Mary Wollstonecraft attacca frontalmente. Lo fa nella maniera più conseguente: rivendicando la cittadinanza repubblicana alle donne, in quanto esseri umani, e quindi capaci di virtù e giustizia (di amicizia civica) esattamente come gli uomini. Per questa ragione inveisce contro il sistema educativo finalizzato a formare fidanzate, mogli e madri, non pesone autonome; senza risparmiare critiche alle donne stesse quando si fanno loro malgrado complici del serraglio nel quale vivono, 'oggetto di attenzioni triviali da parte di uomini che considerano tali attenzioni un tributo virile da pagare al gentil sesso, quando in realtà essi lo insultano affermando la propria superiorità'." (da Nadia Urbinati, Tutte pazze per Mary, "Il Sole 24 ore Domenica", 24/02/'08)

lunedì 25 febbraio 2008

La città dei ragazzi di Eraldo Affinati

"Leggere il racconto di Eraldo Affinati, La città dei ragazzi, è un'esperienza di vita.

Più del piacere della narrazione, della conoscenza delle persone (vere, vive) che incontri, più del cammino a ritroso nella memoria alla ricerca delle proprie e delle altrui origini, resta addosso, a libro chiuso, la sensazione fisica di esserci stati in un posto, di averlo vissuto e di averci passato gli anni, di aver fatto un viaggio in un luogo sottocasa, sconosciuto, di averci lasciato qualcosa e di essere tornati a casa più ricchi, anche, con un piccolo tesoro di cimeli in valigia. Affinati racconta le sue lezioni e gli incontri, a scuola nella Città dei Ragazzi, la storica comunità alle porte di Roma, fondata nel dopoguerra dal sacerdote irlandese Carroll-Abbing. Allora raccoglieva gli orfani di guerra e gli sciuscià. Oggi anche, solo che si chiamano Lazar, Khuda, Karmal, Said e sono arrivati nascosti sotto i camion nelle stive dei traghetti dalle loro remote macerie. 'Specialisti della lontananza. Tecnici del distacco. Esperti dell'assenza. Conoscitori del lutto'. Questi sono i suoi studenti. 'Mi toccavo le labbra e scrivevo bocca, mi toccavo la faccia e scrivevo fronte, mento, naso. Consegnavo il libro degli esercizi a Shumon e lui, bengalese, mi sorrideva in modo meraviglioso come se io fossi il capitano dei romanzi di Conrad'. Ragazzi senza padre. E' da qui che comincia il cammino del maestro alla ricerca della sua propria storia: anche suo padre, figlio illegittimo mai riconosciuto, era rimasto solo al mondo a dodici anni. Una storia opaca, mai davvero raccontata e sommersa nella seconda parte della vita (dal matrimonio, dalla nascita dei figli) da un'apparenza di normalità domestica. 'Riconosco al primo colpo d'occhio senza ragionarci su l'angustia sottile di Karim, lo sguardo stupefatto di Rauf, la gentilezza di Aziz, l'ombra scura che si addensa su Fazil. Solo oggi che mio padre è morto posso dire che era uguale a voi ma lo aveva nascosto, a se stesso in primo luogo. Aveva sepolto la sua orfanità. Io da ragazzo elaboravo il lutto dell'abbandono al posto suo, quella era la matrice della mia tristezza'. Ecco: è questo l'intreccio e l'incanto del racconto. La ricerca del proprio padre nello sguardo di cento ragazzi senza padre. Il bisogno di dare, unico modo per trovare. 'Se mio padre fosse nato oggi sarebbe entrato nella Città dei Ragazzi'. 'Insegnare agli orfani per me significa eseguire il compito che omise di svolgere. Deve essere per questo che non ho avuto figli. Se ne avessi generato anche soltanto uno non avrei avuto le mani libere per riparare il danno'. Il viaggio alla ricerca della propria storia si nutre di cento altre storie diverse, tutte irripetibili e distinte eppure uguali: la violenza, la morte, l'assenza, il lutto in origine. Siccome siamo a scuola sono i temi a spiegare le storie: il libro comincia con il racconto di Hafiz, afghano, finisce con quello di Khaliq, africano. Nel loro italiano sbrecciato e prodigioso spiegano in una pagina le loro vite. 'Un giuono mi tornato scola visto che tutto casa strutto mama papa morto'. Non importa se sei moldavo o nigeriano, se ti chiami Ivan o Giggetto, Manuele. Se vieni da Capo Verde 'dove i bambini di cui nessuno sa chi sia il padre stanno tutti insieme a giocare sulla spiaggia'. Anche di suo padre Affinati non sa chi fosse il padre: ne conserva forse il lembo di una giacca in una foto tagliata. Va a cercarlo in Marocco riportando Omar e Faris, due studenti della Città, alle loro famiglie. Lo trova nelle loro case costruite in cima a colline brulle, sterpi e nulla attorno per chilometri. Un viaggio vero per risalire alle origini di ogni congedo. 'Le persone a cui siamo legati cominciano a dirci addio quando sono ancora in vita: noi ce ne accorgiamo ma non possiamo farci niente'." (da Concita De Gregorio, Trovare un padre tra gli orfani, "Almanacco dei libri", "La Repubblica", 23/02/'08)
"Squarci di verità: intervista a Eraldo Affinati" (da Rai Libro)

domenica 24 febbraio 2008

In due di Antonio Debenedetti

"Antonio Debenedetti tiene fede alla sua familiarità con il 'genere' racconto - la sua essenzialità, l’aggirarsi intorno al grumo o al lampo che condensa una vita - pubblicando una nuova, coinvolgente raccolta.

In due, questo il titolo (Rizzoli), allude a un dato comune ai vari testi, il confronto cioè tra due esseri, che non sono necessariamente persone, o legate da un rapporto amoroso. Certo, in quanto sottile analista dei sentimenti, Debenedetti non manca di indugiare sui legami di coppia e in particolare sulle vicissitudini matrimoniali. Saranno le lettere menzognere che marito e moglie (gente di successo) si scambiano in quella che vorrebbe essere una prova di verità; o la rassegnazione di chi rammenta con la consorte gli sprechi dell’esistenza: 'Non è difficile, dopotutto, arrivare alla vecchiaia insieme. Tutto sta ad avere un po’ di comprensiva pietà della vita, non solo della propria'. Teniamo presente questa nota di turbata partecipazione in un contesto dove prevalgono l’ironia e la beffa. In altri racconti 'i due' sono soltanto virtuali. Il protagonista di Cara signora Wilma scrive alla 'posta del cuore' di un giornale per confessare la sua solitudine ('Sa, per me è la prima volta') dopo la morte della moglie. E nella deserta città di Ferragosto, il patetico strazio del vecchio sembra suppurare in rancore nei confronti della sorte e del mondo. In Totò e il colonnello un militare in pensione, che si sente esiliato al Nord, si rifugia in un cinema per 'parlare' con il grande comico, per inserirsi nella sue battute confidandogli, insieme alle frustrazioni, un peccato abominevole. Spera di essere assolto dal suo conterraneo nonché 'eterno perdente', ma Totò, che si esibisce nella famosa pantomima, burattinesca e scheletrica, sembra condannarlo inesorabilmente. Una burla da quindicimila euro traccia il ritratto miserabile di un uomo ossessionato dal denaro. 'In che altro credere senza mentirsi e senza mentire?', è la massima che guida la sua esistenza. Accade che una zia defunta, da lui detestata per averlo a suo tempo diseredato, gli appaia in sogno e gli detti i numeri vincenti dell’Enalotto. Ma quello che sembrava essere un benevolo risarcimento si rivela una impietosa presa in giro. Il mondo rappresentato da Debenedetti non è amabile, è lui per primo a dispiacersene, infilzando con la crudeltà dell’entomologo vizi ed errori, mortificazioni e sconfitte. Tanto più quando il suo sguardo si appunta su personaggi della ricca borghesia, della mondanità e del circo mediatico. Ne fa eccezione Fischio, il protagonista di Cuccioli. E’ un ragazzo scappato da casa, privo di affetti e risorse. Una sera si aggira senza meta in una strada della periferia romana, mormorandosi una canzone di Lucio Battisti: 'Conosci me, la mia lealtà ...'. Quando sente l’uggiolare di un cane abbandonato, si arrampica su un antico rudere per salvarlo. Ma il gesto di 'lealtà' gli costa caro, perché precipita e muore. Senza avere realizzato il sogno di trovare un amico. Restano a vegliare su di lui, e a redimere con inusitata tenerezza i racconti di Debenedetti, due mansueti occhi canini." (da Lorenzo Mondo, Ironia e beffa, la borghese commedia in due, "TuttoLibri", "La Stampa", 23/02/'08)

sabato 23 febbraio 2008

"L'Enfer de la Bibliothèque": l'inferno della biblioteca, i libri proibiti


"'Mostra proibita ai minori' è l'inusuale postilla che figura sul manifesto di "L'Enfer de la bibliothèque. Eros au secret", l'esposizione che da settimane attira a Tolbiac, nella Grande Bibliothèque voluta da Francois Mitterand, migliaia di visitatori. Nel mostrare per la prima volta al pubblico la collezione dei suoi libri proibiti, la Biblioteca Nazionale di Francia non può infatti esimersi, nonostante il permissivismo culturale oggi imperante, dal perseverare nella censura e tutelare il pubblico più giovane dall'aggressività e crudezza delle immagini erotiche che vi figurano.

Aperta fino al 2 marzo, la mostra ha inoltre dato luogo alla pubblicazione di un importante catalogo a cura di Marie-Francoise Quignard e Raymond-Josueè Seckel (BnF, diffusione Seuil), destinato a imporsi come libro di referenza. La decisione di mettere sotto chiave, con l'indicazione di 'Inferno', i libri così detti 'contrari ai buoni costumi' era stata una iniziativa presa dai funzionari della Biblioteca nel 1830, al tempo della monarchia liberale di Luigi Filippo, nel momento stesso in cui la lettura incominciava a diffondersi nelle classi popolari. Si trattava di un nucleo iniziale di 150 titoli, entrati nella Biblioteca prima del 1789, e il cui numero sarebbe andato aumentando con il tempo grazie alla catalogazione dei volumi confiscati durante la Rivoluzione, ai sequestri operati dalla polizia ai danni dell'editoria clandestina nel corso dell'Ottocento e ai lasciti di collezionsiti privati. Quando nel 1913, con una iniziativa che sfuggiva interamente al controllo dei bibliotecari, Guillaume Apollinaire, in collaborazione con Ferdinand Fleuret e Louis Perceau, dava alle stampe il suo celebre catalogo de L'Inferno della Biblioteca Nazionale, iniziando i lettori ai misteri del fondo segreto, il numero dei titoli aveva superato il migliaio. Da allora, fino al 1969, quando la parola d'ordine del movimento studentesco, 'proibito proibire', ne favoriva la chiusura l''Inferno' si era accresciuto grazie al deposito legale di 850 nuovi titoli. [...] Quello che si snoda davanti agli occhi dei visitatori, tra libri illustrati, disegni, incisioni, litografie, fotografie, è dunque un percorso plurisecolare all'insegna del sesso, che si apre con la splendida serie di acqueforti sulle posizioni erotiche degli dei dell'Olimpo, eseguite da Agostino Carracci per l'Aretino, e si conclude assai meno gioiosamente con l'acquaforte di Salvador Dalì che figura nel poema Onan dello scrittore surrealista Georges Hugnet. [...] Il momento più interessante di questo viaggio è senza dubbio quello dedicato al secolo dei Lumi, l'epoca d'oro dell'editoria libertina, di cui i curatori della mostra hanno preso Thérèse philosophe ad emblema. Apparso anonimo nel 1748, in dodicesimo (il piccolo formato tipico dei libri proibiti, perché facile da occultare), con sedici illustrazioni, e attribuito al marchese d'Argens, il volume conobbe una vasta corcolazione clandestina e numerose ristampe. [...] E' lo stesso desiderio di conoscenza e di libertà che caratterizzerà, una quarantina d'anni dopo, la marchesa di Merteuil, la protagonista del più bel romanzo libertino del Settecento, Le relazioni pericolose di Laclos: 'Come tutte le ragazze giovani', confiderà la marchesa al suo complice Valmont, 'cercavo di indovinare l'amore e i suoi piaceri. Nutrivo solo delle idee vaghe che non riuscivo a mettere a fuoco, ma solo la mia testa era in ebollizione. Volevo sapere'. Un sapere di cui l''Inferno' della Biblioteca Nazionale di Francia ci svela oggi la storia segreta." (da Benedetta Craveri, Libri proibiti, "La Repubblica", 23/02/'08)
Le dossier de presse
La bibliographie complète

La rilegatrice di libri proibiti di Belinda Starling (Neri Pozza, 2008)

I giorni dell'amore e della guerra di Tahmina Anam

"L'inseguimento dell'armonia del mondo. I cicli della natura e delle generazioni, la minuziosa cognizione del dolore. Pace e guerra in Bangladesh: le spezie della cucina, la grana della luce, l'aria umida del monsone; le brutalità dei soldati occupanti, gli abusi, le torture, la sofferenza dei civili, l'angoscia dei rifugiati. Cose raccolte con scrittura nitida e diretta. La vita così, semplicemente.

Un po' come nel best-seller Il cacciatore di aquiloni. Ma in più, nell'ambizioso romanzo familiare I giorni dell'amore e della guerra della scrittrice Tahmina Anam (Garzanti), pulsa un respiro epico, un turbinare da Via col vento, un intreccio di battaglie, fughe, rivendicazioni e passioni estreme. Insieme a un senso forte dei confini, a una consapevolezza della propria terra. Lei, Tahmina, nata a Dacca nel 1975 e cresciuta tra Parigi, New York e Bangkok, laureata a Harvard in antropologia sociale e commentatrice politica per alcune grandi testate inglesi, è una donna di dolce e vellutata bellezza che vive a Londra e ha un fidanzato americano. Il successo l'ha colta di sorpresa: la critica anglosassone ha acclamato come un debutto prodigioso questa sua fluida ballata in veste di romanzo che descrive, attraverso il racconto della vita della nonna, uno dei più tremendi genocidi del Novecento, quello perpetrato nel 1971 dall'esercito di occupazione pakistano durante la guerra di indipendenza del Bangladesh. 'Un libro sconvolgente e memorabile' ('The Observer". 'Sancisce la nascita di una scrittrice unica' ("Times Literary Supplement"). 'Un romanzo straordinario, pervaso da una stridente nostalgia e dotato di una forza narrativa senza pari' ("The Independent"). Per una volta non si esagera nell'avvertire le dimensioni di un 'caso' letterario. Tahmina Anam, è vero che il romanzo nasce dalla storia vera della sua famiglia? 'Sì. Mia nonna, che è il modello di Rehana, la protagonista, era una vedova con tre figli che rifiutò di risposarsi, e durante la guerra la sua casa divenne uno dei maggiori centri della resistenza in Bangladesh. Per me è stato molto strano scoprire da adulta, attraverso le ricerche fatte per il libro, l'incredibile coraggio e la capacità di eroismo di questa donna semplice e tenera alla quale da piccola sono stata molto vicina. Lei in realtà aveva ospitato combattenti, organizzato collette per i profughi, cucito coperte in nome della rivoluzione. Casalinga, eroica e rivoluzionaria. Questo può capitare in guerra alle persone normali. Mi è piaciuto scrivere di conflitti sanguinosi a partire dalla sua prospettiva intima, domestica'.

La guerra guardata dalle donne? Questo può definirsi il suo tema? 'Il lettore vede tutto con gli occhi di Rehana; non gli vengono mai mostrAte scene di guerra. Del mondo esterno apprende solo quanto sa lei stessa. Il cuore del romanzo è il viaggio emotivo e psicologico di Rehana, il suo passaggio progressivo da madre a rivoluzionaria. La sua preoccupazione fondamentale sono i figli, e tutto ciò che compie è una conseguenza del suo amore per loro: un punto di vista assai diverso da quello di un soldato che lotta per politica o patriottismo'. E' spaventoso ciò che descrive sugli orrori compiuti dall'esercito di occupazione pakistano. Fu davvero tutto così efferato? 'Mi sono basata solo su documenti autentici. E sono innumerevoli le testimonianze fotografiche. In realtà non ci fu uno scontro tra soldati. I militari pakistani combatterono la loro guerra ingiusta contro una popolazione di civili deboli e inermi. Troppo facile'. Nonostante tutto il dolore che vi è raccontato, il libro esprime un solare ottimismo. 'Facendo le mie ricerche per il romanzo ho parlato della guerra con persone che, insieme a vicende personali atroci, mi riferivano i loro sogni, le passioni, la voglia di libertà coltivata durante la guerra, cose belle da cui trarre forza per lottare. Il titolo del libro è A Golden Age, l'età dell'oro, proprio perché parla di gente capace di grandi speranze'. Nel romanzo c'è una scena d'amore narrata in modo assolutamente esplicito. Non le ha creato problemi in Bangladesh? 'Nessuno finora si è lamentato. Il romanzo è stato accolto bene ovunque, e in Bangladesh i sopravvissuti alla guerra si sono detti molto colpiti dal fatto che una persona dell'età dei loro figli scrivesse una storia sulla generazione precedente. Molti hanno pianto riconoscendosi nel libro'. Rehana, la sua protagonista, ha avuto un matrimonio combinato. Non è un'usanza folle e arcaica, da deprecare? 'Mi è difficile rispondere. le cose sono sempe più complesse di come appaiono. Personalmente non lo farei mai, però posso capire. Ho amici che vivono felicemente matrimoni combinati. Molti giovani emigrati che vivono fuori dal Bangladesh vogliono sposare una connazionale, e a tale scopo utilizzano contatti con la terra d'origine. E' un po' come il problema dell'uso del velo per le donne: ce ne sono di colte e moderne che decidono di portarlo senza essere mai state obbligate a farlo. Il velo può essere non solo simbolo di una tardizione religiosa, ma una scelta individuale e culturale'. E' vitalissima la letteratura in lingua inglese dell'Oriente. Ha avuto punti di riferimento tra gli autori orientali che scrivono in inglese? 'Molti abitanti del sub-continente indiano sono cresciuti parlando e scrivendo in inglese, perciò non sorprende che tanta buona letteratura nasca in India e in Pakistan. Mi ha ispirato, nella struttura più che nello stile, I figli della Mezzanotte di Salman Rushdie, letto da adolescente. Un libro decisivo, che rappresentò un approccio nuovo non solo alla letteratura, ma alla storia, facendo capire che si può nararre il percorso storico di un Paese dipingendolo coem una fiction. Credo sia stato il romanzo che più di ogni altro ha stimolato in modo innovativo chiunque scriva sull'India o sul sub-continente'. Il Bangladesh è il terzo paese musulmano del mondo, dopo Pakistan e Indonesia, e non è immune dall'estremsimo islamico. Come vede il futuro? 'C'è stata, sì, un'ascesa dell'estremismo, ma sono convinta che la maggior parte dei bangladesi siano musulmani moderati: abbiamo una forte tradizione di pluralismo e laicità. Per questo sono fiduciosa. D'altra parte non mancano segnali di progresso, come la Grameen Bank di Muhammad Yunus, il progetto di microcredito che l'hanno scorso ha ricevuto il Nobel per la pace." (da Leonetta Bentivoglio, Tahmina Anam, "Almanacco dei Libri", "La Repubblica", 23/02/'08)

Persepolis di Marjane Satrapi


"In Iran, Persepolis non lo vedranno. Non ora, non ufficialmente. L'annuncio che andava a Cannes 2007, poi la nomination all'Oscar, hanno suscitato le ire del governo del Paese da cui Marjane Satrapi è lontana da quattordici anni. 'Purtroppo non credo che potrò mai tornarci, tengo troppo alla mia libertà'. E' normale che nell'attuale Iran oscurantista sia sgradita una donna che a tredici anni già contestava le regole integraliste della 'rivoluzione islamica', rifiutandosi di portare il velo. Da lì inizia la sua storia, raccontata in quattro volumi di fumetti tra il 2000 e il 2003, divenuti best seller internazionali e ora film a disegni animati. Lei ne firma la regia con Vincent Paronnaud. Parla di un'adolescente cresciuta in una famiglia colta, impegnata politicamente, senza pregiudizi religiosi, di colpo privata delle più piccole libertà: non può ascoltare la musica preferita, il rock, né vestirsi come vuole o dire ciò che pensa. Lei è impetuosa e i genitori la mandano all'estero a studiare, a Vienna. Il suo primo esilio è pieno di solitudine, rimpianti, ricordi, esperienze sentimentali dolorose. Rientra in patria diciott'anni ma le sembra di 'camminar in un cimitero, circondata da vittime d'una guerra da cui ero fuggita'. Si sposa, divorzia, riparte, si trasferisce in Francia dove troverà una strada professionale e privata. Chiaro racconto autobiografico, con notazioni sui vari Paesi: 'Non c'è solo l'Iran, ci sono le mie esperienze negative austriache ad esempio. Volevo mostrare che gli esseri umani sono uguali dappertutto. Non amo l'idea di essere una portaparola politica, di una generazione, non si può identificarsi in un popolo, solo in una persona. La vera divisione non è tra Asia e Occidente, è fra idioti e non idioti, e idioti ce ne sono da ogni lato. Quando, come acacde oggi, si attaccano i musulmani, li si riduce a qualcosa di astratto e diventa più facile bombardarli'. Passare dai libri ai film è stata un'avventura inaspettata: 'Non ci avevo mai pensato, era un sogno. Mi è stato proposto, ho colto l'occasione: un po' tutta la mia vita funziona così, senza piani. Anche il fumetto è stato un caso: volevo raccontare delle storie ma non sapevo con quale mezzo. Sono arrivata in uno studio di disegnatori e, forse per farmi star zitta, mi hanno chiesto di inventarmi un fumetto'. In quello stesso atelier lavorava Paronnaud: Marjane gli chiese aiuto: 'Subito abbiamo scelto l'animazione tradizionale piuttosto del digitale, tagliando molte parti, creando scene ex novo. Ci siamo ispirati agli amori comuni: l'espressionismo tedesco e la commedia italiana." (da Liana Messina, L'Iran a fumetti di Satrapi, "DLa Repubblica delle donne" 23/02/'08)
"Illustrator Marjane Satrapi" (da Npr.org)

Passaporto all'iraniana di Nahal Tajadod


"Tra le pagine di Passaporto all'iraniana (Passeport à l'iranienne) di Nahal Tajadod si intravede un Iran che conserva le tracce di quando, prima degli ayatollah e del fondamentalismo, era un Paese libero e illuminato, all'avanguardia nel mondo arabo. L'Iran di famiglie come quella raccontata con struggente nostalgia da Persepolis, la saga a fumetti di Marjane Satrapi. Sposata con un intellettuale francese con il quale ha una figlia che ha portato in viaggio con sé a Teheran, l'autrice è alle prese con un'impresa difficile: il rinnovo del passaporto. In città, tutti tentano di aiutare tutti - il portinaio, i fotografi che garantiscono la foto adatta alle esigenze del regime, un anatomopatologo che velocizza pratiche burocratiche - ma le cose inspiegabilmente si complicano fino all'esasperazione. poi, in casa di un teatrante, lo scenario di un Iran colto e aperto squarcia l'ironia della narrazione. Il Paese che lei descrive è culturalmente curiosissimo. 'In questo momento, l'arte contemporanea è in pieno boom: gli artisti non ce la fanno a tenere il passo con le commissioni. Il 2006 ha segnato un record assoluto per il cinema, con la produzione di 105 lungometraggi e duemila corti. L'editoria traduce a pieno ritmo letteratura straniera. L'alfabetizzazione tra i giovani ha raggiunto il 95% e il 65% degli iscritti alle università sono donne'. Come mai l'immagine che riceviamo dell'Iran in Occidente è così diversa? 'E' evidente che in Iran la classe dirigente non rispecchia la socità, per questo il mondo dovrebbe guaradre più da vicino. Più si parlerà della vitalità del popolo iraniano, più si impedirà all'amministrazione Bush di distruggere il Paese'. La famiglia del marionettista sembra un concentrato di cultura. Esiste davvero? 'Sì. Il padre è marionettista e attore, la madre isnegnante di Corano, le figlie calligrafe, miniaturiste e musiciste, i figli cineasti. E' come se tutti i membri della famiglia si sentissero investiti della missione di salvaguardare la cultura persiana'. Nel suo libro tutti sembrano sempre voler aiutare tutti ... 'In Iran non ci si sente mai soli. Tutti sono pronti ad aiutare uno sconosciuto. A volte quando uno scende da un taxi sembra stia dicendo addio a una persona di famiglia. Perché spesso - gli ingorghi a Teheran son leggendari - il passeggero ha fatto in tempo a racconatre all'autista la propria vita". (da Monica Capuani, Passaporto da Teheran, "DLa Repubblica delle donne", 23/02/'08)

venerdì 22 febbraio 2008

Ingrid Betancourt, Lettera dall'inferno a mia madre e ai miei figli

Lettera dall'inferno a mia madre e ai miei figli (Lettres à maman, Par-delà l'enfer) di Ingrid Betancourt (Garzanti, 2008)

"Qui tutti viviamo come morti: vivo o sopravvivo su un'amaca tesa fra due pali. [...] Sto male fisicamente. Non ho più mangiato. L'appetito mi si è bloccato. I capelli mi cadono in grande quantità. Non ho voglia di niente, perché qui in questa foresta l'unica risposta a tutto quello che chiediamo è no. La vita qui non è vita ma una lugubre perdita di tempo. Vivo o sopravvivo su un'amaca tesa fra due pali, coperta da una zanzariera e con un telo sopra che fa da tetto: con tutto questo posso pensare che ho una casa. Tutti questi anni sono stati terribili". Nella lettera Ingrid ringrazia anche la Francia "che amo con tutto il mio cuore perché ammiro la capacità di mobilitazione di un popolo che, come diceva Camus, sa che vivere è impegnarsi". Al presidente francese Nicolas Sarkozy "che è sul meridiano della storia", al presidente americano George W. Bush e a Chavez, la prigioniera affida le sue ultime speranze di liberazione: "Chissà che con loro e con la solidarietà di tutto un continente potremo assistere a un miracolo". (da "'La vita qui è una lugubre perdita di tempo': in una lettera il dramma della Betancourt", Repubblica.it)

"Excerpts: Letter by Ingrid Betancourt" (da WashingtonPost)
"Letter from a Famous Hostage Stirs Colombia" (da Npr.org)

Salerno Editrice

"Doppio salto mortale per la Salerno. Con rete, però. E robusta. L’editrice inaugurata 35 anni fa da Enrico Malato, studioso d’eccellenza (direttore, tra molto altro, degli ormai classici 14 volumi della Storia della letteratura italiana) e i cui 800 titoli in catalogo entrano di rigore in quella che si autodefinisce, giustamente, 'officina di cultura' lunarmente lontana tanto dal mass market quanto dalle sponsorizzazioni facili,

è infatti la rampa di lancio del nuovo marchio I Sostenibili. Libri 'per il mondo che vogliamo', giovani e di battaglia, che in questi giorni irrompono sulla nostra scena editoriale con la determinazione di Annamaria Malato, figlia del fondatore ('pur allargandoci restiamo un’impresa familiare'). Dove 'sostenibilità è la ricerca di soluzioni concrete per conciliare valori che non possono più essere divergenti: sviluppo economico e benessere sociale, tecnologia e ambiente, sicurezza e solidarietà'.
IL FUTURO VIENE DAL PASSATO. Iniziativa strutturale a un universo che cambia di ora in ora e tutt’altro che stonata accanto al patrimonio umanistico della casa madre, tra le Edizioni Nazionali di Machiavelli, Aretino, Canova e dei Commenti danteschi, la quarantina di 'serie' dedicate a letteratura, critica e filologia, saggistica e storia (in primo piano la collana di Firpo, i Profili, ora diretta da Galasso dove sta per uscire, del sociologo inglese Gezim Alpion, una Madre Teresa problematica: 'santa o celebrità?') il tutto coronato dall’acquisizione nel 2000 dell’Antenore di Padova. Sigla la cui tradizione di studi classici al massimo livello è conosciuta in tutto il mondo: tra i tesori, le riedizioni critiche del Polifilo di Francesco Colonna e del Guerrin Meschino di Andrea da Barberino (persino la carta di suprema bellezza con le pagine da tagliare...).
GRAFICA POP E BLOG. E in fondo non stonano, nelle prime due collane dei Sostenibili, neppure la grafica pop, a fronte della sobrietà che accompagna anche il 'profilo' più recente, il Masaniello di Silvana D’Alessio, né l’apertura di un blog rivolto ad un nuovo lettore che si spera premierà anche le vendite on line, poco frequentate sinora dallo zoccolo duro della Salerno.
DAI MENTORI AL MAGMA. A esordire con i Mentori ('testimonial' atipici se non addirittura trasgressivi) è Oliviero Toscani, il Creativo sovversivo, raccontato per spezzoni di interviste, immagini, riflessioni da Enzo Argante che firma anche L’Italia che c’è, ritratto di Ermete Realacci, il politico eclettico da 30 anni in prima linea: dal movimento ambientalista alla teoria della 'soft economy' sino al Pd, mentre a breve sarà 'celebrato' Marco Roveda, l’imprenditore anima di "Lifegate". Nel Magma, tutto narrativa, non affondano, anzi sembrano lottare coraggiosamente due esordienti con pedigree: Paola Musa, poetessa, in Condominio occidentale racconta di una madre e della sua bambina passati dal benessere a una vita da senzatetto; Alessandro Capponi, giornalista del Corriere, per frammenti su sfondi da noir visionario, lascia balenare in L’amore dei nudi il trauma d’un balcanico nella guerra fratricida 'dall’altra parte del mare'. Prossimo il romanzo di Daniela Rossi, già autrice del Mondo delle cose senza nome, il calvario meraviglia della sordità di un figlio (Fazi e fiction tv) e del Merlo indiano (Aragno). Questa volta saranno storie di tradimenti, nell’amicizia e negli ideali. 'Valori, pur contro ogni evidenza, ancora sostenibili, oggi'. (da Mirella Appiotti, Tra Aretino e soft economy, "TuttoLibri", "La Stampa", 09/02/'08)

Una donna di Peter Esterhazy


"Non fidatevi del titolo, in realtà di donne nel nuovo libro dell'ungherese Peter Esterhazy ce ne è un numero imprecisato, più di una e meno di novantasette, quanti sono i ritratti che l'autore dedica ai rapporti tra uomo e donna. Gli incipit sono ripetitivi: 'C'è una donna. Mi ama'. 'C'è una donna. Mi odia', con poche varianti. 'C'è una donna. Mi ama. La odio'. 'C'è una donna. Mi odia. La odio'. Difficile definire questo testo che potrebbe essere un inno alle intermittenze del cuore. Scritto da un uomo che sicuramente ama l'altro sesso. 'C'è una donna. Mi ama. Mi odia'. C'è differenza tar amore e odio? 'Queste frasi possono essere lette anche 'C'è un uomo. Mi ama. Mi odia'. A un certo punto del libro la differenza fra l'odio e l'amore non ha più nessuna importanza. Oppure, molto rapidamente un sentimento diventa l'altro. Ma questo dipende dalla volubilità del cuore che tutti noi conosciamo'. Molte delle novantasette situazioni amorose che lei descrive sembrano frutto del suo immaginario più che dell'esperienza. E' vero? 'Nella mia concezione di letteratura non c'è differenza tra fantasia e realtà. E un eroe romanzesco è sempre più vero dell'autore. Quindi l'io narrante ha vissuto in prima persona tutte le situaizoni descritte. Mentre io, personalmente, solo situazioni diverse da quelle che descrivo. Probabilmente'. Il suo libro ricorda il catalogo di Leporello: 'Fra queste contadine cameriere e cittadine, v'han contesse e baronesse, marchesine e principesse'. Amare tante donne significa essere un Don Giovanni? 'Il libro non è un catalogo, ma piuttosto il contrario: è l'amore continuo per una donna. O meglio, si tratta della totalità dell'amore. Racconto cosa significa essere tanto vicini all'altra persona, da vedere solo lei. E viceversa. Però mentre le rispondo mi accorgo che ha ragione. La totalità ricorda l'idea di catalogo'. C'è da fidarsi di un libro che parla di novantasette donne ma non è dedicato a nessuna donna? 'Solo di questi libri ci si deve fidare. Non fidatevi mai di un libro scritto da un uomo e dedicato a una donna. Tra l'altro il mio non parla veramente di donne, piuttosto dei rapporti fra i sessi. Non vuole scoprire cos'è una donna (o un uomo), ma cosa significa stare insieme. Due corpi uniti per l'eternità, che cosa terribile e meravigliosa!'." (da Brunella Schisa, Una donna? No, novantasette. Tutte nel catalogo di Esterhazy, "Il Venerdì di Repubblica", 22/02/'08)
Harmonia caelestis (Celestial Harmonies)

giovedì 21 febbraio 2008

Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb

"Dopo aver raccontato nelle pagine di Stupore e tremori (Guanda) la sua tragicomica esperienza nel mondo del lavoro giapponese, Amélie Nothomb torna a rievocare il paese del sol levante per raccontare l'avventura sentimentale vissuta quindici anni fa con un giovane di Tokyo.

Lo fa con leggerezza e ironia nel nuovo romanzo Né di Eva né di Adamo (Voland), che in Francia ha venduto 400.000 copie, conquistandosi il consenso pressoché unanime della critica. [...] 'Se oggi racconto quella storia, è perché fu per me un'esperienza fondatrice, una vera educazione sentimentale', spiega la Nothomb, che sarà in Italia nei prossimi gironi per presentare il romanzo (a Roma, a Ferrara, a Milano). 'Era la prima volta che mi sentivo veramente rispettata. Eravamo due esseri umani che si rispettavano profondamente, il che purtroppo non avviene sempre nelle storie d'amore. Imparare a rispettare l'altro e, attraverso il rispetto altrui, imparare a rispettare se stessi è un'esperienza fondamentale e molto formativa'. Nel romanzo però lei dà molto spazio ai malintesi, a cominciare da quelli sentimentali ... 'Eravamo entrambi talmente aperti alla cultura altrui che ognuno di noi due ha cercato di vivere l'amore secondo la tradizione culturale dell'altro. Io volevo vivere quello che i giapponesi chiamano il koi, vale a dire un amore più leggero e spensierato che si adattava perfettamente ai miei bisogni. Rinri invece voleva a tutti i costi perdersi nel grande amore romantico tipico della tradizione occidentale. Insomma, alla base della nostra storia c'era un malinteso sentimentale. Va detto però che tutte le storie d'amore poggiano sempre su un malinteso. Ci illudiamo di conoscere la persona che ci sta di fronte, ma poi scopriamo che è sempre uno straniero. Se non altro, con un giapponese le differenze erano date per scontate'. La scoperta dell'altro è inevitabilmente un percorso ad ostacoli pieno di malintesi? 'Penso di sì. I malintesi però sono smepre istruttivi. Io ad esempio, proprio grazie ai malintesi - che, per noi moderni, sono una manifestazione del destino - ho scoperto molti aspetti della lingua giapponese che mi erano ignoti. Detto ciò, non credo che sia mai possibile conoscere gli altri fino in fondo. Non è nemmeno auspicabile. Il fantasma molto contemporaneo della trasparenza assoluta mi sembra molto nocivo. Preferisco che l'altro sia veramente un altro, che sia relativamente opaco, con una sua parte di mistero. L'altro è seducente e affascinante proprio perché nella sua diversità c'è qualcosa che ci sfugge'. Nella sua visione delle differenze non c'è un eccesso di ottimismo? 'Io non faccio teoria, racconto solo ciò che mi è capitato. Sarò ingenua ma non riesco ad immaginare che le differenze possano essere un problema. Perché dovrebbe essere irritante scoprire che l'altro reagisce in modo diverso dal mio?' La storia d'amore si concluse con la sua fuga di fronte all'incessante richiesta di matrimonio di Rinri ... 'Non è stato un comportamento molto onorevole e non sono certo un esempio da seguire. Ma sono fatta così, fuggo davanti ai conflitti. Può sembrare strano, dato che nei miei romanzi ciò non accade mai. Ma nei romanzi sono capace di fare cose che nella vita proprio non mi riescono.[...]' Per lei che è una scrittrice, il silenzio è importante? 'Non esiste musica senza il silenzio. Avrei preferito diventare musicista invece che scrittrice, ma non ho talenti musicali. Quindi scrivo, provo a comporre una musica fatta di parole, la cui prima condizione è necessariamente il silenzio. Inoltre, come scrittrice mi sento una specie di cartografo, delimito i territori di ciò che è dicibile e di ciò che non lo è. Esistono territori dove le parole non sono ammesse. Ad esempio, nei miei libri non parlo mai di sessualità, non perché l'argomento non m'interessi, ma solo perché penso che nessuna parola possa corrispondere a tale attività. Quindi è un territorio dell'indicibile, dominato dal silenzio'. I suoi territori dell'indicibile sono sempre gli stessi o sono cambiati nel tempo? 'Ho cercato di spostare le frontiere. Ad esempio, in passato non ero mai riuscita a raccontare i due episodi di montagna che racconto nelle pagine di Né di Eva né di Adamo. Quelle due avventure hanno avuto un'importanza fondamentale nella mia vita, ma finora non ero mai stata capace di trovare le parole adatte per raccontarle'. Il suo sguardo sul Giappone oggi è cambiato? 'Dopo aver pubblicato Stupore e tremori, le mie relazioni con il Giappone si sono complicate. I giapponesi non hanno per niente apprezzato quel romanzo, il che evidentemente è un loro diritto, ma da allora non hanno smessso di chiedermi di giustificarmi. Naturalmente, non penso di dovermi giustificare. Questa situazione ha inevitabilmente modificato il mio legame con il Giappone. Resta ancora il mio paese preferito, ma è come una storia d'amore impossibile, che ormai guardo da lontano'. Nel romanzo lei sottolinea molto la rigidità della cultura giapponese. Perché? 'E' un tratto fondamentale della loro società, che ha reso particolarmente difficile la mia esperienza a Tokyo. E' anche uno dei motivi per cui oggi preferisco amare questo paese da lontano'. Lei alterna opere autobiografiche come Né di Eva né di Adamo ad altre di pura finzione. Sono due filoni che vanno considerati come complementari? 'Per me la distinzione non esiste. Tutti i miei romanzi parlano sempre dell'essere umano, delle relazioni con gli altri, dei problemi di linguaggio e comunicazione. Sono problematiche che valgono naturalmente anche per me, visto che anch'io sono un essere umano. Quindi, statisticamente, capita che ogni tanto parli di me stessa. Inoltre, certe tematiche sono sono più facili da esplorare facendo ricorso all'esperienza personale. Ad esempio le storie d'amore'. Non è più difficile scrivere di se stessi? 'Scrivere è sempre difficile. Nel caso dell'autobiografia si pone però il problema dei limiti. Chi scrive deve decidere cosa raccontare e cosa tacere della propria esperienza. Nei romanzi di immaginazione posso dire tutto ciò che non posso dire quando parlo direttamente della mia vita. Un'ultima domanda, come vive l'enorme successo dei suoi libri? 'Il successo naturalmente è meraviglioso, ma è anche fonte d'angoscia, perché fa nascere in me il terrore di deludere i lettori. Ciò non significa che io scriva in funzione di ciò che i lettori si attendono da me. Al contrario, continuo a fare le mie scelte in piena libertà. Ad esempio, sapevo che i miei due ultimi romanzi, Diario di rondine e Acido solforico, non sarebbero piaciuti a tutti. Per me però erano importanti. Insomma, la paura di deludere non è paralizzante, direi anzi che è stimolante. Vivere senza paure sarebbe una vita senza interesse." (da Fabio Gambaro, Il Giappone di Amélie, "La Repubblica", 21/02/'08)
"Nothomb claims Prix de Flore after Goncourt miss" (da GuardianUnlimitedBooks)

Il corpo e il sangue d'Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto


"Si tratta del generoso tentativo di una casa editrice di dar spazio al genere dell'inchiesta sociale, giornalistica però con forti accenti sociologici, all'interno della nostra cultura e in un momento in cui, grazie anche a Gomorra di Roberto Saviano, perfino l'inchiesta è diventata una moda mediatica tra tante, su cui molti editori si sono buttati con spavalda e televisiva disinvoltura. E davvero non se ne può più di giornalisti d'assalto, denunciatori dei mille disastri nazionali magari in funzione di una parte che, nel disastro, ha le sue belle responsabilità. Per i pochi, non pochissimi, che credono in un dovere di verità e che studiano a fondo ciò di cui intendono parlare (diciamo da Pino Corrias alla Milena Gabanelli e molti altri), quanti sono, tra gli inchiestatori, gli scandalizzati per mestiere e i moralisti per tornaconto? Questo rischio il libro di minimumfax (dal titolo sin troppo enfatico: Il corpo e il sangue d'Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto) non lo corre grazie ad alcune scelte dell'editore e del curatore: 'L'idea nasce da un'irritazione della pelle' dice Christian Raimo 'per il fastidio di vedere il mio Paese, il posto in cui vivo, raccontato, iper-raccontato, straindagato, strarappresentato, senza che mai questo mi porti un dato di conoscenza reale né sia una provocazione etica. Come se l'indagine, l'inchiesta fosse una forma di turismo della realtà'. Si contrappone a questo la scelta di insistere nella perlustrazione di un 'genere' che è continuamente da rinverdire, e non solo nel dovere e nel bisogno di sentirsi coinvolti nella realtà. Si tratta allora di compiere con l'inchiesta un 'atto squisitamente letterario e per questo profondamente politico'. Peraltro, uno degli autori presenti, Antonio Pascale, offre nel suo contributo - non un'inchiesta ma una disamina acutissima della voga attuale dell'inchiesta - un'analisi polemica e precisa dei rischi, degli alibi, delle 'maniere' dell'inchiesta, delle falsificazioni della realtà in cui incorre chi investiga senza la volontà di capire davvero e senza mettere in discussione i propri pregiudizi. 'Rappresentare significa fare esperienza di morale', scrive Pascale, e ricorda che esiste oggi anche un 'narcisismo' dell'inchiesta, un mettersi in scena che può confondere invece che aiutare a vedere. Il suo intervento meriterebbe di venir diffuso autonomamente, come un pamphlet sui nostri precisi gironi ma anche, nell'indicare certi vizi, stimolatore di più sani e necessari modi di 'fare inchiesta'. In una raccolta come questa contano però i risultati e, caso per caso, se non sempre sono all'altezza delle ambizioni che vengono dichiarate (i più interessanti sono forse le due indagini sul potere e sull'economia di Taranto, scritti da Leogrande e da Bellucci; sull'Islam a Roma di Liberti, sullo strozzinaggio di Ricuperati), sono una dimostrazione dell'utilità del guardarsi attorno in molti modi e di un serio interesse per la conoscenza del cosiddetto Paese reale, di quel Paese che sono proprio i politici e i giornalisti (coloro che in teoria dovrebbero conoscerlo meglio) a ignorare di più, stupendosi poi delle sue involuzioni e delle sue trasformazioni quando vengono clamorosamente alla luce. 'Fare inchiesta' dovrebbe implicare una qualche volontà di cambiamento della realtà analizzata e denunciata nelle sue insufficienze o storture, ma questo non è affatto facile, oggi, né esistono criteri validi sempre e ovunque per realizzarne e 'scriverne' di buono." (da Goffredo Fofi, Contro il turismo della realtà, "Il Sole 24 Ore Domenica", 17/02/'08)

mercoledì 20 febbraio 2008

La difficile disintossicazione di Gianluca Arkanoid di Simone Laudiero


"Nel suo saggio Mamma non rompere: sto imparando! (Don't Bother Me Mom-I'm Learning!) (Multiplayer.it), Marc Prensky identifica una prima generazione di 'nativi digitali' che, a differenza degli 'immigrati digitali', con i videogiochi ci sono nati. Loro, i giovani autoctoni di età non superiore ai venticinque anni, sono cresciuti nell’universo occidentale informatizzato, dove la memoria sintetica, il più delle volte condivisa, è parte integrante del ricordo e dell’esperienza. Nel bel romanzo di Simone Laudiero La difficile disintossicazione di Gianluca Arkanoid, il protagonista, deciso a farla finita dalla 'dipendenza' da PlayStation, narra il suo tormentato e a tratti surreale distacco dalla console. Così Gianluca consegna la schedina di memoria, la sua esperienza di gioco, nelle mani della sua ragazza: 'Questa è la memory card. Questo pezzo qui è fondamentale, è ancora più importante della Stazione-PlayStation stessa. Qui dentro si salvano le partite. È come mettere il segno a un libro. Senza questa cosa ogni volta che gioco devo ricominciare da capo'. Immagazzinare l'evento è di fondamentale importanza per i nativi, un bagno notturno nelle fontane romane è insensato se non ripreso da una mezza dozzina di cellulari e telecamere. È indispensabile salvare l’atto nella memoria sintetica, riversarlo e condividerlo su YouTube. Digitalizzare la realtà, smontarla e rimontarla, in un flusso continuo di dati. Gli apparecchi digitali equivalgono alla scatola del Lego, con il grosso mattoncino a forma di cellulare, contenitore di giochi sempre più complessi, di numeri, musica, foto e video, il rappresentante della joypad generation inizia l’apprendimento. L’elettronica si differenzia con la crescita, mostrando la predisposizione del natio per l’ergonomia fashion digitale. Così il cellulare diventa iPhone, o l’ultimo modello di telefonino che registra nel formato richiesto da YouTube, e la musica, la trasmissione radio preferita o l’ultima puntata del telefilm del momento si materializzano nell’iPod. L’intrattenimento, spogliato della sua componente materiale, diventa file in transito da una memoria all’altra, fissando il ricordo nel momento della fruizione; solo alcune esperienze sono destinate a restare, la maggior parte verranno cancellate alla pressione di un unico tasto. La serie televisiva "Dark Angel", ideata e prodotta da James Cameron, ambientata nel 2009, ipotizza la perdita di gran parte dei dati digitali immagazzinati nel nostro pianeta a causa di una disastrosa tempesta elettromagnetica prodotta dallo scoppio di una bomba nucleare nella ionosfera. Una tragedia di tali, immani, proporzioni porterebbe la perdita quasi completa della memoria dell’autoctono,ma a differenza dell’'immigrato digitale' avrebbe comunque più possibilità di sopravvivere. In fondo dovrebbe solo organizzarsi la sua giornata in livelli da superare, un’esperienza ampiamente vissuta video-giocando, applicare una realtà sintetica a una realtà leggermente più vera. Per questo basta l’esperienza, d’altronde il nativo non ha mai letto un manuale d’istruzioni in tutta la sua breve vita." (da Alessandra©, La generazione drogata di playstation, "TuttoLibri", "La Stampa", 16/02/'08)
Mamma non rompere: sto imparando! (presentazione da YouTube)

Diario di scuola di Daniel Pennac


"Diario di scuola, autobiografia esclusivamente tagliata sulla scuola, o meglio, sulla sofferenza della scuola: Chagrin d’école è il titolo originario. Cruccio, dolore, afflizione, dispiacere, pena: intraducibile, intollerabile chagrin! Una sofferenza che, per giunta, Pennac ha patito due volte, da studente e da professore, visto che lo strepitoso autore di Malaussène è stato per ben venticinque anni professore di francese in un liceo parigino: prima la sofferenza di essere uno studente somaro, e poi la sofferenza di essere un professore che non sempre riusciva a salvare l’allievo somaro. Sì, Pennac fu un pessimo scolaro. Perennemente ultimo o penultimo della classe, disortografico, smemorato, pigro, ripetente, fannullone, ottuso: uno che 'va male' a scuola. Un somaro, una nullità. Impiegò un anno intero per imparare a scrivere la lettera 'a'. Un caso grave di 'ebetudine scolastica', di 'inattitudine a capire', che egli ci racconta cercando di evitare il comprensibile autocompiacimento, ma di fatto cedendo in pieno alla sempre prelibata tentazione dell’uomo di successo che ricorda con malcelata fierezza i suoi esordi catastrofici. Non è dunque l’ennesimo libro sulla scuola bensì, come egli stesso scrive, un libro sul somaro. Sull’insopportabile afflizione di essere somaro, di non capire, di non essere mai all’altezza, di deludere sempre i genitori e di ricevere il disprezzo degli insegnanti. I dolori della somaraggine, insomma, 'la solitudine e il senso di vergogna del ragazzo che non capisce, perso in un mondo in cui gli altri capiscono', il dramma di non avere nessun avvenire davanti: essere un 'bambino che non diventerà'! Poi l’incredibile svolta: nel 1969 Pennac diventa. E diventa niente meno che professore. 'Come si compie la metamorfosi da somaro a professore? - egli si chiede - E, a latere, quella da analfabeta a romanziere?'. Risposta: grazie ai professori-salvatori. Quattro insegnanti mirabili lo hanno letteralmente salvato, ripescandolo dalla discarica esistenziale in cui era caduto. Il primo fu un professore di francese, che smise di chiedergli di fare i compiti o studiare le lezioni e gli commissionò un romanzo, individuando con miracolosa chiaroveggenza il narratore che era in lui. E che tipo di professore diventa Pennac? Naturalmente un professore-salvatore di somari. A immagine e somiglianza di quei magnifici quattro suoi salvatori, e per affinità elettive: chi meglio di lui poteva capire, e dunque alleviare, quel doloroso senso di paura-inettitudine-sfiducia che è, nel somaro, il mal di scuola? Indirettamente dunque, cioè solo raccontando di sé e mai facendo lezione o esposizioni saggistiche, Pennac ci parla di una meravigliosa scuola salva-somari, e arriva a delineare un chiarissimo ritratto dell’insegnante ideale: appassionato della sua materia, sa comunicare tale passione, fa lezioni memorabili, non molla mai l’allievo, soprattutto se somaro; non lo disprezza, gli dà fiducia, lo invoglia, lo eleva, lo aiuta, lo salva dal lupo cattivo travestito da nonna, cioè da quella Nonnaccia Marketing che lo plagia con i miti del consumismo, felpe firmate e sneakers di marca. Uno che sa risvegliare il desiderio di sapere e di capire, che non si spazientisce e non si offende. Profondamente convinto che spesso in un somaro si celi un genio e, soprattutto, che se quel somaro non studia sia sempre colpa della società e dell’insegnante, non abbastanza bravo a interessarlo, stimolarlo, divertirlo: in una parola (magica, e oggi molto in), motivarlo. Un insegnante esemplare, insomma. Un po’ Superman, a dire il vero. Anche un po’ biblico, modello buon samaritano, americanizzato in stile I care: uno che si prende cura, si fa carico, è responsabile di tutto (decadenza culturale, sfascio della famiglia, violenza nelle banlieues). Uno che 'tira fuori il somaro dall’abisso della sua ignoranza', che 'ripesca l’affogato': continuando la metafora marina, una specie di bagnino con inesauribile scorta di salvagenti da lanciare in mare. In questo senso, un libro perfetto per i nostri amari tempi scolastici, un libro godibile, estroso, appassionato, che ci conforta un po’, finalmente contrastando quei nostri pessimismi-catastrofismi sempre bollati come fuori luogo, inutili e dannosi. Straordinariamente in linea con l’attuale clima italiano, un libro conforme (conformista?) alla filosofia ministeriale dei nostri ultimi dieci anni, fondata sul Recupero Selvaggio: recuperare sempre e comunque l’allievo somaro, recuperarlo ogni giorno e (novità recentissima!) per dodici mesi all’anno, estate compresa (al mare, naturalmente ...). Un libro che ci invoglia a pensare che sia davvero possibile salvare tutti. A un patto, però: che tutti - allievi somari e prof. salvatori - si chiamino Pennac!" (da Paola Mastrocola, Solo un prof. Superman come Pennac salverà i somari, "TuttoLibri", "La Stampa", 16/02/'08)"