mercoledì 13 febbraio 2008

L'uomo che cade di Don DeLillo


"Don DeLillo ha sempre amato immergersi nei momenti cruciali o nelle pieghe della storia. In Libra ha raccontato cosa passava (cosa forse è passato, cosa ipoteticamente e logicamente potrebbe essere passato) nella testa di Lee Harvey Oswald mentre preparava l'assassinio di Kennedy. In Underworld percorreva cinquant'anni di storia americana, a partire da una storica partita di baseball dei Giants vista attraverso gli occhi di Jackie Gleason e di J. Edgar Hoover. E prima ancora, in Rumore bianco, ha immaginato qualcosa - un disastro, un 'toxic event' di fantasia - che assomiglia molto a un'anticipazione, o all'immaginazione, di una probabile o possibile tragedia collettiva di questo mondo perennemente a rischio di suicidio. Inevitabile che si misurasse con l'evento che ha cambiato la percezione americana della propria invulnerabilità, la tragedia delle due Torri, l'11 settembre, il '9/11', la combinazione di numeri che indica con la secchezza di una formula matematica uan svolta nella storia mondiale. Altri lo hanno fatto prima di lui. Qualcuno molto meno bene (vedi Jack McInerney, con una incosistente storia adulterina). Altri molto bene, come Jonathan Safran Foer che, portando il punto di osservazione negli occhi di un bambino rimasto orfano di padre nella tragedia, attraverso quello sguardo che cerca suo padre allarga il suo discorso a tutta un'umanità sperduta e ferita nella grande città. Don DeLillo lo fa da scrittore capace, da scrittore sensibile. Ma non ci dà il grande romanzo sull'11 settembre e non ci dà il suo romanzo migliore. Quasi che, da scrittore impegnato qual è, abbia sentito l'obbligo morale e letterario di scrivere, a sette anni di distanza, di quella tragedia, ma non abbia trovato il sentimento giusto, il tono, la voce. Da questo nasce il senso di - e la reale - frammentarietà di L'uomo che cade (Falling Man). Il libro è raccontato - come annuncia la nota di copertina - secondo due frecce nel tempo. Una che ci porta verso l'11 settembre, e fa la cronaca in soggettiva della preparazione dell'attentato da parte di Hammad e dei suoi diciotto compagni dalla Germania alla Florida dove preparano sui simulatori di volo l'attacco alle Twin Towers. L'altra seguendo le vicende della famiglia di Keith Neudecker, un sopravvissuto al crollo della prima torre. Ma in realtà la dicotomia non è così chiara. Le vicende dei dirottatori sono sbrigate molto frettolosamente e prevedibilmente, pur restando DeLillo nel territorio della ricostruzione ipotetica - e non si sente il bisogno di questo parallelo. Mentre il romanzo trova il suo senso e la sua forza nella storia di Keith che, seguendo il richiamo dell'istinto, dopo essere sfuggito al crollo, anziché andare in ospedale, si presenta ferito e devastato in casa della moglie Liane, da cui vive separato, ritrova il figlio, cerca di ricominciare a vivere in una impossibile normalità. Impossibile perché il piccolo Justin, ferito nell'immaginazione dalla tragedia come tutti i bambini, passa i pomeriggi a cercare in cielo gli aerei di Bill Lawton (così hanno capito, lui e i suoi amici, il nome di Bin Laden). Perché la valigetta che, inspiegabilmente, Keith ha raccolto sulle scale della torre mentre fuggiva nel fiume di migliaia di persone, lo conduce a un'altra sopravvissuta, quella che l'aveva abbandonata, e tra i due scampati al disastro si intreccia una storia che è la rivisitazione comune della tragedia. Perché la città è intrisa del dolore e della paura di quel giorno. Perché l'unico 'lavoro' che Keith sa ormai fare è affidato al caso, è il gioco, il poker, quasi una metafora del suo destino casuale di sopravvissuto. E intanto, senza preavviso, compare in giro per Manhattan, per poi subito sparire, uno strano personaggio, l'uomo che cade, quello del titolo, un acrobata che vestito in giacca e cravatta si butta giù, imbragato, da ogni possibile alta struttura, simulando l'immagine di quelli che si sono gettati dalle torri. Il materiale principale su cui DeLillo lavora in questo libro, più della struttura o degli eventi - che, per la parte pubblica, sono troppo visti e rivisti e di comune proprietà emotiva e psicologica per consentirgli qualcosa di nuovo - è la scrittura. Una scrittura squisitamente letteraria, frammentata, spezzettata. Una scrittura elaborata che ben racconta la buona, colta borghesia di Manhattan a cui appartiene la famiglia di Keith (possiedono dei Morandi, sono cosmopoliti, discutono di letteratura, non hanno preoccupazioni particolari, salvo, forse, qualche scheletro politico nell'armadio). Ma tutta la tonalità scelta - un elegante 'minore', con i suoi 'ralenti' letterari, la minuziosità delle descrizioni, il pudore delle affermazioni, senza acuti, senza estremi, deliberatamente senza pathos - finisce per gettare su tutto il libro un velo di emotiva freddezza." (da Irene Bignardi, Delillo, il giorno delle torri, "La Repubblica", 13/02/'08)

2 commenti:

amalteo ha detto...

complimenti per questa recensione
devo dire che speravo in un romanzo riuscito sull'11 settembre, dta simbolica del cambio di ciclo della politica mondiale.
dal tuo dire non mi sembra che sia così.

Silvana ha detto...

La recensione è di Irene Bignardi; ne ho viste anche altre il cui senso più o meno è lo stesso. Ma non ho ancora letto il libro ...
Ciao!
Silvana