lunedì 14 dicembre 2009

Figlia d'arte di Guido Davico Bonino


"All'inizio della Montagna incantata di Thomas Mann un'infermiera dice al protagonista, Hans Castorp, che si è recato a trovare il cugino malato e comincia a sentire la seduzione del sanatorio, di misurarsi la temperatura. Sorpreso, egli risponde di essere abituato a misurarsi solo quando ha la febbre, al che lei replica che ci si misura per sapere se si ha o no la febbre. Entrambi i comportamenti hanno una loro logica. Quella di Castorp è la logica del pre-giudizio; come nel caso della febbre proclamata prima di essere accertata, spesso si decide a priori in quale categoria rientra un fenomeno, per poi valutarlo secondo le regole di quella categoria. Un giorno di molti anni fa, ad esempio, nella famosa galleria d'arte di Leo Castelli a New York, culla di tante grandi avanguardie contemporanee, tutti i quadri erano parati a lutto, coperti da drappi neri, per protesta contro la condanna inflitta a un artista. La galleria era vuota ma, come ho già raccontato, ad un tratto è entrata una giovane donna che, ignara di quella protesta e credendo si trattasse di una mostra di una nuova corrente o di un nuovo artista, si è soffermata a lungo dinnanzi a ogni quadro coperto, prendendo pure appunti. Non so se quei quadri invisibili le piacessero o no; comunque lei valutava quei panni secondo criteri estetici mentre, se avesse saputo che si trattava di una protesta, i suoi metri di giudizio e dunque i suoi giudizi sarebbero stati diversi. Questa consapevole o inconsapevole decisione preliminare di come porsi dinnanzi a un fenomeno è un pre-giudizio che condiziona la valutazione. Ineliminabile, spesso pericoloso e fuorviante, il pregiudizio è anche necessario perché, offrendo inquadrature e orizzonti, ancorché discutibili, in cui collocare le cose, difende dalla vertigine che ci coglie quando le cose ci arrivano addosso senza etichetta e senza cornice, in un vortice caotico perché ci manca un angolo prospettico da cui guardarlo e ordinarlo. L'arte e la letteratura, che pure dovrebbero infrangere ogni gerarchia e ogni classificazione prestabilita, soggiacciono spesso a tale preconcetto, oggi in modo particolare. Si decide a priori - o viene suggerito e imposto a priori dal meccanismo editoriale e mediatico - quali libri sono importanti, prima che siano stati letti; quali sono i libri che si devono leggere. Non è l'opera che, letta, giustifica il suo autore; bensì è l'autore, se famoso, a giustificare una sua opera anche eventualmente priva di qualità o estranea alla letteratura. Come nel Pendolo di Foucault di Umberto Eco, una banale lista viene scambiata per un pericoloso documento segreto perché la si ritiene a priori tale, così la più banale frase di Kafka che annoti, poniamo, il ritardo di un treno può venir letta come una parabola metafisica, grazie alla grandezza di ben altri testi di Kafka. Talvolta lo stesso successo in un campo preclude il riconoscimento di risultati che si conseguono in un altro settore, perché tutto viene valutato secondo i criteri che si è abituati ad applicare a quell'autore. Anni fa notavo come il giusto successo di Michele Serra quale giornalista e autore delle acute, godibili - talora fatalmente pure stantie - amache satiriche avesse ostacolato la consapevolezza dell'originale, alta qualità narrativa di un suo libro come Cerimonie, perché il suo autore era già etichettato quale stimato esponente di un altro ramo. O, per fare un altro esempio, il ruolo così rilevante di Alberto Asor Rosa nella critica letteraria e nel dibattito ideologico ha frenato il riconoscimento della forza poetica delle sue Storie di animali e altri viventi, che valgono più di molti testi di autori da lui studiati e magari celebrati. Così dubito che ora un breve racconto di Guido Davico Bonino, Figlia d'arte (Manni) - un racconto perfetto che tocca con evidenza poetica e possente concisione alcune corde essenziali del vivere - venga considerato, come merita, uno dei testi narrativi più incisivi di questo momento. Davico Bonino è universalmente riconosciuto nel suo valore di editore che ha contribuito per anni a dare il tono, con Bollati e Pochiroli, alla casa editrice Einaudi, di studioso di letteratura italiana e di critico teatrale, accademico e militante. Paradossalmente, temo che tutto ciò possa rendere più difficile accorgersi che questo testo non è l'elegante capriccio di un letterato, ma un racconto che parla della vecchiaia, del rapporto fra la genialità e la violenta sopraffazione della seduzione e della colpa della vitalità. Si potrebbero fare altri esempi. Michelstaedter aveva colto anche tutto questo, quando parlava della retorica, dell'organizzazione del sapere che classifica, ordina, schematizza la vita. La retorica è un farmaco e ogni farmaco, come dicono le istruzioni che la pubblicità è obbligata a invitare a leggere, è ambivalente; aiuta a sopportare la vita altrimenti spesso insostenibile ma la ottunde, la imbalsama come, in un museo di storia naturale, un animale da preda che non può più mordere." (da Claudio Magris, Lettura e pregiudizio. Gli schemi mentali impediscono di riconoscere i valori autentici, "Corriere della Sera", 12/12/'09)

venerdì 11 dicembre 2009

Grandi classici letti da grandi attori, viaggio letterario per la penisola


"Nel Paese dei reality show e dei cinepanettoni, la cultura non ha nessuna intenzione di sparire. Anzi, scende in campo con alcuni tra gli attori più rappresentativi del cinema e del teatro italiano, da Toni Servillo a Anna Bonaiuto, per recitare i classici della nostra letteratura. L'idea è di Francesco De Sanctis jr, pronipote dell'omonimo critico, che sul finire dell'Ottocento scrisse la Storia della letteratura italiana e ricostruì lo sfondo storico e culturale di questi capolavori.
'Vogliamo ridare vitalità alle opere che si studiano a scuola, come ha fatto Benigni recitando Dante', spiega il giovane De Sanctis. L'eredità del suo avo è un viaggio letterario e nei grandi teatri della penisola: partita oggi al Carignano di Torino con Laura Morante e i versi di Eugenio Montale, si concluderà il 3 maggio al Teatro Massimo di Palermo, con Luigi Lo Cascio che legge Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
In mezzo, altri grandi interpreti: Fabrizio Bentivoglio che dà voce alle Lezioni americane di Italo Calvino (Roma, Teatro dell'Opera, 2 marzo), Alessandro Preziosi con Il Principe di Macchiavelli (Napoli, Teatro San Carlo, 12 aprile), Toni Servillo che fa rivivere Il Saggio sul costume degli italiani di Giacomo Leopardi (Venezia, Teatro la Fenice, 21 dicembre). E poi Pierfrancesco Favino che legge Carlo Emilio Gadda (Bologna, Teatro comunale, 11 gennaio), Massimiliano Finazzer Flory con I promessi sposi (Milano, Teatro alla Scala, 25 gennaio), mentre Anna Bonaiuto recita La Gerusalemme liberata (Bari, Teatro Petruzzelli, 22 aprile). Otto reading in tutto, otto autori a cui il De Sanctis diede rilievo, ma anche scrittori a lui successivi che ne hanno portato avanti l'eredità. "Sono passi famosi che si studiano nelle antologie, ma che danno altre sensazioni quando li si sente recitare da grandi attori", assicura De Sanctis jr.
A introdurre ogni serata, ci sono critici ed esponenti della cultura, come Giorgio Ficara, Massimo Cacciari, Sergio Romano e altri ancora. Il progetto è alla seconda edizione, dopo il successo della primavera scorsa quando alcune sedi istituzionali romane hanno aperto al pubblico per ospitare i reading, ed è "figlio" della Fondazione De Sanctis, creata due anni fa dal De Sanctis jr che ha ereditato la biblioteca e l'archivio personale del suo trisavolo. Destinario è il grande pubblico (l'ingresso è gratuito, su prenotazione), però la manifestazione strizza l'occhio ai ragazzi dei licei e delle università, che magari questi autori li hanno un po' subiti. Ma impareranno ad amarli perché, come sostiene l'ideatore, 'la lettura ad alta voce amplifica la bellezza dei classici'." (da Chiara Brusa Gallina, Grandi classici letti da grandi attori, viaggio letterario per la penisola, "La Repubblica", 10/12/'09)

giovedì 10 dicembre 2009

Is Poetry still Possible?


"Il pubblico della poesia e della critica, in Italia, è scomparso. Poeti e critici vagano nel nostro Paese come sonnambuli che la gente scansa, incredula. A che serve la poesia? Come potrebbe sopravvivere nel mondo dell’informazione? Le stesse domande che Montale poneva urbi et orbi nel discorso del Nobel (1975) trovano oggi una risposta chiara nei «niente» e «in nessun modo» che echeggiano da un ministero a un’aula di scuola a un programma tv. Il sogno di De Sanctis - una società progredita o progressiva in un grande racconto di sé - che è stato, pur traumaticamente, lo stesso sogno di Montale, è oggi infranto. E la poesia, anche quella dei poeti laureati, si è nascosta nelle catacombe, in attesa che qualcosa cambi.
Ma che cosa è accaduto? Perché la poesia è diventata un gesto che non ci riguarda? Montale, già all’epoca degli Ossi, in uno dei suoi Sarcofaghi ci dice che il fuoco nel caminetto «verdeggia» in «un’aria oscura»: cioè l’umanità si raffredda, l’«uomo umano» patisce e intristisce nel mondo «meccanico» dell’informazione. Difensore ironico, ma anche intransigente, della continuità umanistica di fronte alla disumanizzazione dell’arte e al male sociale che ne consegue, Montale oppone i suoi no all’ingranaggio globale.
L’individuo pensante e poetante è per lui la sola alternativa all’indecisione, poi allo spegnimento di quel focherello nel camino e in definitiva alla tenebra. Il poeta «soleil couchant» di Baudelaire è per lui l’artefice che umanamente, con il suo calore residuo e insufficiente, disegna figure angeliche «sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione»: l’irrequieta Clizia della Bufera, la cui fronte «si confonde con l’alba». Oppure è il dandy-utopista che protesta contro la disarmonia storica e il cui gesto «implica sfiducia e insieme ottimismo, disperazione e fede nel destino individuale».
Ma soprattutto, poeta è per Montale chi, pur attratto verso l’oscurità e l’aria che «grava», presta le sue cure al mondo: il viandante che aggiunge all’esigua e indecisa fiamma di quel focolare un ramo o una pigna, e riprende poi il suo cammino. La poesia stessa è essenzialmente pietà e comprensione: lo sanno il giovanissimo Montale spiritualista e contingentista del Quaderno genovese e degli Ossi di seppia (lettore di Boutroux, di Sestov) e il vecchio Montale scettico del Quaderno dei quattro anni.
Se la vita umana è stupida come il «sonno dell’abbandonato», priva di segni, segreti, miracoli, fini ultimi, smagliature nella rete che ci stringe, se è esattamente l’idiozia di cui parla l’amato Flaubert, la poesia è il paradosso che rende intelligente la vita. Nonostante il suo leggendario understatement, Montale parla chiaro: la vita da sola, da sé, senza i poeti (e il loro antico ruolo sociale) è simile a quella del vecchio «abbandonato» accanto al focolare freddo: un doloroso, sordo non senso. E quando, nel discorso del Nobel, si chiede: «è ancora possibile la poesia?», la risposta, dalla logica stringente, è affermativa: «Inutile chiedersi quale sarà il suo destino. È come chiedersi se l’uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte dal primo giorno della Creazione». Come dire: la poesia durerà finché durerà la pena degli uomini. (D’altra parte, se la pena non ci fosse, non sarebbe possibile la poesia).
Questa cosa che non ci riguarda più, in quanto collettività e nazione, per Montale è inscindibilmente legata al concetto stesso di umanità. Nell’Epigramma dedicato a Camillo Sbarbaro, vediamo una barchetta di carta che un bambino «affida alla fanghiglia mobile d’un rigagno»: il bambino è il poeta che scrive i suoi versi-barchette e li consegna al mondo-ruscello: il bastone di un «galantuomo che passa» deve poi guidarli al sicuro, a un «porticello di sassi». La poesia, dunque, è un bene di tutti, cui tutti contribuiscono. È una nota che deve centuplicarsi in noi con reti di risonanze ed echi «che rappresentano la sostanza dell’arte stessa». È il principio di qualcosa che si compie nella lettura, e non si compie mai del tutto in una sola lettura. Noi stessi siamo o dovremmo essere la sua dimora, il suo «porticello di sassi». Il punto è indovinare se ci siano o ci saranno, magari tra i nostri governanti, ancora galantuomini come quello che passa, o passava, nell’Epigramma di Montale." (da Giorgio Ficara, Se il poeta finisce nella catacomba, "La Stampa", 10/12/'09)

Montale nel catalogo Mondadori

mercoledì 9 dicembre 2009

Javier Marias: "Quei ragazzi convinti che il sapere è irrilevante"


"Una reginetta di bellezza ha detto che Colombo ha scoperto l´America nel 1780
Avrà saputo che cos´è un secolo? Se avesse detto «1789» avremmo potuto pensare che avesse confuso una data famosa con un´altra. Ma il 1780? Un mistero veramente. La notizia aggiungeva qualcos´altro, forse ancora più rivelatore e sintomatico: in un programma della televisione Tve avevano provato a svergognarla per la sua gaffe, ma lei si è difesa con disinvoltura, affermando che «è irrilevante sapere questa cosa».
È facile giudicarlo un evento trascurabile e consolarsi con la fondata idea che tutte le miss e aspiranti tali sono ignoranti per definizione e irrimediabilmente sceme. I loro gridolini, i loro pianti e le loro ovvietà sono stati parodiati fino allo sfinimento in film e programmi umoristici. Che ci si può aspettare da una miss? La cosa è nota. Però la giovane in questione probabilmente fino a quattro giorni fa era una ragazza normale. Sarà andata al liceo come tutte, e chissà, forse sarà arrivata anche a prendersi il diploma. Sarà arrivata ai diciotto-vent´anni con una qualche istruzione, e ne è prova il fatto che le sia venuta in mente la parola «irrilevante», che ai tempi nostri non è alla portata di tutti. Ho paura che le sue due risposte, quella del 1780 e quella dell´irrilevanza, le avrebbero potute dare parecchi giovani che non hanno mai avuto nulla a che fare con i concorsi di bellezza, e un numero non trascurabile di adulti, fra i quali, senza dubbio, alcuni di quei giornalisti televisivi che hanno voluto metterla alla berlina, solo che a loro non fanno queste domande difficili con le telecamere davanti.
«È irrilevante sapere questa cosa». Da un certo punto di vista la candidata al titolo di "Reina" non ha tutti i torti, perché la stessa cosa devono aver pensato certamente tutti i professori che ha avuto in vita sua, e i responsabili della Pubblica istruzione - nazionali e regionali - degli ultimi due o tre decenni, che hanno fatto tutto il possibile per trasformare la Spagna in una società di illetterati, di ignoranti fieri della loro ignoranza, di primitivi esperti in tecnologia; e come loro un buon numero di genitori, che si sono affannati a pretendere dai docenti che insegnassero ai loro virgulti «cose pratiche», che possano servire per guadagnarsi da vivere in futuro, senza perdere tempo con l´«irrilevante». Serve a qualcosa il latino, una lingua cadavere? A che serve la matematica, quando abbiamo le calcolatrici che ci forniscono il risultato di qualsiasi operazione lì, sul momento? A che servono la grammatica, la sintassi e l´ortografia se come si parla e come si scrive è lo stesso? A che serve conoscere la storia se basta cercare su Internet per appurare istantaneamente chi fu il tale personaggio e che cosa successe il tale anno? A che serve la geografia, se prendiamo aerei che ci portano in qualunque posto nel giro di poche ore e non ci importa nulla del tragitto? C´è qualcosa che serve a qualcosa? E che cosa sono, poi, le cose «pratiche»? Forse solo imparare a maneggiare il computer e la calcolatrice. In fin dei conti, perché è necessario andare a scuola? Per avere un´idea del mondo, del passato dell´umanità, della storia dell´arte e delle religioni, dell´evoluzione delle scienze, della nostra anatomia, dei testi che sono stati scritti, della moltiplicazione, della divisione, della somma e della sottrazione, del cerchio e del triangolo? Niente di tutto questo è «pratico» né aiuta a guadagnarsi da vivere, tanto meno a diventare Reina Hispanomericana. Eppure ...
L´istruzione non è solo conoscenza e dati. È un elemento essenziale di quella che un tempo si chiamava «formazione», cioè la trasformazione degli individui in persone, non esseri animaleschi che cadono nel mondo senza avere nozione alcuna di quello che c´è stato prima di loro, incapaci di associare due fatti, di distinguere fra causa ed effetto, di articolare due frasi intelligibili, di pensare e ragionare, di comprendere un testo semplice. Questo è il genere di esseri che abbonda ogni giorno di più nella nostra società intellettualmente rudimentale. Il problema è che, per qualche mistero, alla fine questi esseri non escono fuori né «pratici» né in grado di guadagnarsi da vivere, la vecchia aspirazione dei loro già abbrutiti genitori. Non è raro vedere in televisione giovani e non tanto giovani che dicono, in questi tempi di crisi: «Io non voglio studiare, quello che voglio è che mi diano un lavoro per guadagnare soldi». Spesso hanno un´aria talmente da scemi che mi scopro a pensare con pena: «Ma santo cielo, come può qualcuno darti un lavoro se è evidente che non ti hanno insegnato nulla e che non servi neppure per appiccicare un francobollo? Se io fossi un imprenditore, non ti assumerei». Temo che gli imprenditori veri pensino la stessa cosa: «Non ho bisogno di un animale tecnologico, che sa battere i tasti come gli viene ordinato ma senza avere la minima idea di quello che sta facendo. Non ho bisogno di una persona incompleta. Portatemi qualcuno civilizzato, con conoscenze irrilevanti, di quelle che ti permettono di cavartela nel mondo»." (da Javier Marias, Quei ragazzi convinti che il sapere è irrilevante,
"La Repubblica", 08/12/'09)

Javier Marias nel catalogo Einaudi

mercoledì 2 dicembre 2009

A cuore aperto di Raffaele La Capria


"Circondati come siamo da scrittori irreali, o falsi (e probabilmente incolpevoli: la realtà è più irreale di loro), quando ne leggiamo uno vero abbiamo l'impressione che un errore si commetta sotto i nostri occhi. Che la sua stessa «verità» sia un errore: la letteratura, dicono e hanno detto in molti (da Praz a Steiner ad Arbasino) si è fermata come un'automobile in panne e noi oggi non possiamo che girarle attorno. Praz addirittura estendeva la clausola a un'intera porzione di modernità ... Eppure no: l'errore di dire la verità - nel nostro stesso mondo, perfino in Italia - si commette ancora. Ecco ciò che pensavo leggendo A cuore aperto di La Capria (Mondadori). Vero scrittore in ogni suo libro, dal capolavoro Ferito a morte ai saggi di Letteratura e salti mortali a quelli dell'Armonia perduta, La Capria ha sempre teso l'orecchio al «suono della verità»: da uomo innamorato dell'umano e della vita, della «noncuranza della natura» - il mare e il fondo del mare di Capri, gli alberi, i cani, gli asini, le «belle giornate» - ha invariabilmente cercato nella vita stessa quella sottile musica essenziale.
Una musica di sottofondo cui si accompagna «un'idea profonda e una percezione radicata di ciò che è umano e di ciò che non lo è, di ciò che è vero e di ciò che è falso». S'intende, per raggiungere questo fine non è necessario scrivere romanzi. La Capria racconta della sua famosa spigola, «ombra grigia profilata nell'azzurro», nella prima pagina del suo romanzo Ferito a morte e qui, a distanza di quarantotto anni, nelle pagine eccentriche insieme saggistiche, diaristiche, narrative - di A cuore aperto. Inavvertito, come se nulla fosse, lo stesso pesce guizza da un genere all'altro, dal romanzo-romanzo alla prosa flessuosa e aperta del saggio: «Ora quando penso a quel pesce intelligente e al mio affannare dietro di lui, a quell'ostinato desiderio, io penso al Dio Irraggiungibile». Per La Capria tutto sommato i generi non esistono oppure sono mari contigui in cui nuotano gli stessi pesci: l'ambigua chimera del romanzo italiano novecentesco, che ha prodotto capolavori d'incompiutezza - la Cognizione di Gadda, ad esempio - o sublimi e sottili frammenti di prosa d'arte, non lo ha indotto mai alla stretta osservanza del precetto narrativo.
La Capria è uno scrittore vero in un Paese di romanzieri irreali: indifferenti alla sua religione dell'arte, alla sua pazienza e ironia, e ai suoi stessi fini civili: «ogni volta che riesco a comporre una frase ben concepita, ben calibrata e precisa in ogni sua parte - ha scritto - una frase salda e tranquilla nella bella lingua che abito, e che è la mia patria, mi sembra di rifare l'Unità d'Italia». Il libro che La Capria continua a scrivere non è né un romanzo, né un racconto, né un saggio critico e probabilmente delude i cultori dell'entertainment a tutti i costi. Ma è «letteratura», nel senso lato e adorniano di resistenza all'informazione (e alla falsa letteratura), anzi, secondo il suo aggiornamento più morbido, «distrazione» dall'informazione. «Posso chiedere il permesso di non registrare un discorso di D'Alema o di Berlusconi? Di cancellarlo subito come una gomma che non ne lascia traccia?» Civile in quanto distratta, la scrittura di La Capria qui e altrove interroga la realtà anche più degradata del nostro Paese. E' essenzialmente estranea ai sofismi che la rappresentano. Ritrova il fuoco dell'immagine. Napoli, ad esempio, è un luogo «irrisolvibile» che si trasforma
definitivamente in tristezza o «sentimento di continua frustrazione», senza altri o diversi velami nostalgici: il cantore del mito della «bella giornata» - dai primi romanzi alla trascrizione della remota fiaba di Colapesce alle prose anche minime e quotidiane - è qui alle prese con il peggio della civilizzazione, una mutazione urbanistica divenuta «mutazione morale», un degrado politico non reversibile, come quello che De Sanctis vedeva nell'Italia del Machiavelli: il Paese «meno serio del mondo».
Questo dandy, dunque, che abbiamo incontrato con il cane Guappo per le stradicciole di Capri, come ogni vero scrittore (e ogni vero dandy, da Baudelaire a Montale) è innanzitutto un critico del suo tempo. Ma in questo libro, come già con chiari avvertimenti ne L'estro quotidiano (2005), è un inquieto scrittore metafisico. A cuore aperto è una specie di catalogo di ciò che si lascerà nel mondo: un albero fiorito «bianco come dopo una nevicata»; una terrazza sul mare immersa nel mistero - il suo «piccolo Tibet» - a un passo dall'eternità; il mare che «incurva le spiagge» e, come in Ferito a morte, non lascia in pace la Storia, sgretola le pietre dei palazzi, finché un giorno «i pesci nuoteranno nelle stanze irriconoscibili»; e poi i fili d'erba, il rumore lontano d'una barca, la musica di Mozart: «Non sentirò mai più la musica di Mozart? Com'è possibile?» Visto dall'eternità, il mondo, si sa, è appena «un punto di luce nebulosa», è quasi nulla. Ma che altro può fare, che altro ha uno scrittore? Parlare d'angeli, o del confine fra visibile e invisibile, come fanno i poeti (anche il vecchio Montale del Quaderno), non può. Parlare di ciò che non si sa e non si vede, non può. Gli basta lo spicchio di Terra che conosce, sempre lo stesso, il «quasi nulla» amato come se fosse un «quasi tutto».
La metafisica di A cuore aperto non si spinge oltre: è il risultato di un eccesso di amore che rende il mondo più visibile e intelligibile. (Rimane il sospetto che, privo d'un tale «eccesso» d'interpretazione o letteratura, il mondo stesso esisterebbe un po' meno)." (da Giorgio Ficara, Un dandy orfano della bella giornata, "TuttoLibri", "La Stampa", 28/11/'09)

sabato 28 novembre 2009

Diario di lettura: Antonella Agnoli


"Quando nel 1999 l'ex manager dei Sex Pistols Malcolm McLaren si candidò per scherzo ma non troppo a sindaco di Londra, dichiarò che se mai fosse stato eletto avrebbe aperto bordelli per deputati e nuove biblioteche provviste di bar: «E' bello poter bere una Guinness mentre stai leggendo Dickens». Antonella Agnoli, storica bibliotecaria di Pesaro da poco passata alla libera professione, si occupa della seconda parte del programma elettorale del vecchio provocatore punk. E ha da poco pubblicato un libro assai interessante, Le piazze del sapere (Laterza), in cui propone di ripensare gli spazi urbani proprio a partire dalle nuove biblioteche, viste come luoghi della possibile rinascita di un Paese sempre più ignorante, alle prese ormai da anni con l'analfabetismo di ritorno, e in cui le università organizzano corsi di sostegno di italiano non per gli studenti stranieri ma per i nostri diciottenni, «incapaci di scrivere due paragrafi senza strafalcioni».
Signora Agnoli, in Italia come è noto si legge poco: quanto a lettori, siamo agli ultimi posti in Europa. E ci si rincuora se per caso il numero di chi compra almeno un libro all'anno cresce anche solo dello 0,1%. Eppure dal suo Le piazze del sapere traspare non solo un progetto, ma addirittura una speranza. Non le sembra di esagerare? «Il libro nasce da riflessioni che sto facendo da tempo: in biblioteca ho lavorato 33 anni. Di recente mi sono dedicata alla progettazione di luoghi e servizi con l'idea di ripensare la biblioteca. E volevo scrivere un libro che facesse capire che cosa è una biblioteca per una città anche da un punto di vista politico. In quella di Pesaro c'è questo mix di scelte architettoniche / orari / accoglienza. E' un luogo facile. E funziona. Direi che è un libro che i bibliotecari possono usare per dialogare con gli amministratori, che in genere non capiscono perché mai dovrebbero investire in una biblioteca.
Io non metto in discussione le biblioteche storiche, di conservazione. Oltre al fatto che in Italia si legge poco, dobbiamo tener presente che oggi la gente vuole tutto e subito: perché andare in biblioteca al tempo di Internet? Inoltre ci sono i tascabili, e almeno al Centro-Nord da noi le librerie non mancano. Tuttavia in un Paese come la Danimarca si è riscontrato un calo nel numero di prestiti ma un aumento di presenze: la biblioteca vissuta come piazza, alternativa al modello commerciale. Ecco perché la biblioteca può inserirsi in un progetto urbanistico. Il libro diventa un oggetto economico a causa dell’intrecciarsi di cose come la tecnologia, l’ignoranza e l’invivibilità delle nostre città. Io sono convinta che agganciare i giovani e invertire la tendenza sia possibile. Occorre dare loro luoghi e oggetti che abbiano attinenza con la loro vita, e dunque anche musica, cinema, fumetti. In realtà questo Paese ha deciso di non investire nell’istruzione: ma la biblioteca è un servizio trasversale a tutti i servizi della città. Fa da doposcuola al tempo dei tagli e da ritrovo per gli anziani sprovvisti di computer, e serve anche all'integrazione di chi arriva da fuori».
Dopo la sua esperienza a Pesaro è stata chiamata a Londra per collaborare al restyling degli Idea Store. Ci racconta qual è stato il suo percorso? «Ho iniziato a lavorare in biblioteca nel 1976, a Spinea, in provincia di Venezia. Non avevo studiato biblioteconomia e non avevo esperienze precedenti. La biblioteca era in una bella villa veneta con un grande parco. Mi sono detta che dovevo cominciare dai bambini. Ho scelto quelli della Emme, all’epoca all'avanguardia, e alcuni titoli di Munari. Sono stati i bambini a portarmi le mamme. Loro entravano ingobbite, timide. Ho capito che dovevamo tenere anche la narrativa rosa, compresi gli Harmony. In poco tempo un terzo della popolazione era iscritta alla biblioteca. Se avessi puntato sulla Treccani quelle mamme non le avrei più riviste. Dai bambini ho imparato tanto. Non puoi dirgli che non si possono prendere in prestito più di tre libri. La quantità è proporzionale al tempo che uno dedica alla lettura. Vale lo stesso per i film o per la musica».
Questo però è un Paese che i lettori bambini li perde per strada: se ne dolgono spesso anche i librai. «Io sono un'ottimista, o se vuole una militante. Bisogna
lottare, non arrendersi mai. Certo è faticoso perché abbiamo tutto contro: il tempo che manca, i tagli di ogni governo, la tivù, la mancanza di visione da parte della politica. Di recente hanno aperto una biblioteca a Bogotà, decidendo di investire in quella struttura per il recupero della città. Pare che funzioni, voglio andare a vederla. Per tornare ai bambini, spesso per quelli degli immigrati la cultura è ancora un valore. Per loro andare bene a scuola significa come per noi negli Anni Sessanta cercare un riscatto sociale».
Come è nato in lei l'amore per i libri? «Non so se amo i libri. Amo le persone, e certo mi piace che le persone leggano». Da ex commesso di libreria che se l'è sentita fare spesso, mi permetta una domanda ingenua: leggeva molto quando lavorava in biblioteca? «Non sono una grande lettrice. Oddio, non vorrei entrare nello stereotipo dei bibliotecari che non leggono. Ma vede, faccio tante cose, non posseggo una tivù e ascolto molta musica classica. Bach, Sciostakovic, i Quartetti di Beethoven, i Lieder».
Quali sono stati i suoi maestri? «Premesso che sono un'autodidatta, Luigi Crocetti è stato per me un grande bibliotecario. Lui non ci dava mai la soluzione di un problema, ci invitava a ragionare. A Venezia, quando lavoravo per la Biennale Cile, ho conosciuto tra gli altri Franco Basaglia e Luigi Nono. Si andava a cena fuori ed era facile conoscere persone così. Sono stati anni formativi. Prima, a Belluno, frequentavo le osterie e ascoltavo i racconti degli anziani».
E i suoi autori di riferimento? «Ogni periodo ha i suoi. Da ragazza, Mann, La montagna incantata. Ma ora? Le persone cambiano, si trasformano. Oggi leggo molti polar. Certi autori, penso per esempio a Jean-Claude Izzo, hanno saputo anticipare i fenomeni urbani, raccontandoci le periferie prima dei giornali».
Che cosa vuol fare da grande? «Vorrei mettere su un servizio, SOS Biblioteche, a cui ci si possa rivolgere per trasformare i luoghi: rendere accogliente e attraente una biblioteca costa meno che farne una nuova. La biblioteca si porta dietro un sacco di pregiudizi. Come scardinarli? Occorre pensarci»." (da Giuseppe Culicchia, In ogni città ci vuole una piazza del sapere, "TuttoLibri", "La Stampa", 28/11/'09)

mercoledì 25 novembre 2009

I Tir dei libri lungo l'Italia per conquistare lettori


"Libri con le ruote. Per inseguire il lettore che fugge, le autostrade reali sono più utili di quelle informatiche. 'Da gennaio saremo la prima casa editrice on the road', annuncia Fiorenza Mursia tra gli scaffali della sua (ancora sedentaria) libreria milanese. Tutto il catalogo della cinquantenne e prestigiosa sigla dell'editoria italiana sarà caricato su quattro Tir: 3.800 titoli, 9 mila volumi per camion. Freccia a sinistra e via per lo Stivale, ventiquattro le 'piazze' già prenotate per la prima tournée, nomadi come un circo, a vender libri nei piccoli centri dove le librerie muoiono come le farfalle d'inverno.
Papà Ugo, che fondò il marchio, sarebbe contento: era un appassionato di Salgari e di Verne, cioè di viaggi e di avventure. E questa è un'avventura viaggiante che sa di moderno e di antico assieme. 'Cercavamo idee per uscire dalla morsa di un mercato editoriale sempre più rigido - spiega Fiorenza - ci aspettavamo proposte di negozi online e cose così'. Invece i guru del marketing hanno soppesato tutte le possibilità offerte dalla tecnologia e hanno concluso che il futuro sta nell'antico. In strada. Come i colporteur, venditori ambulanti di Bibbie e fogli volanti nella Francia dell'Ottocento: andare nelle piazze, con i libri veri, da far vedere e toccare.
Certo, Internet funziona, eccome. Le vendite di libri in rete sono aumentate quest'anno del 22%, più del prevedibile. Ma cosa compra il lettore in rete? Solo i titoli che già cerca. Non è lì che si farà sedurre da un libro sconosciuto. Ma ormai neanche nelle librerie di catena, dove spadroneggiano le novità (il tempo di permanenza in scaffale è sceso a tre mesi). E le librerie tradizionali, quelle col libraio che dà consigli? Perdono clienti (meno 7%). L'insieme è letale per editori che, come Mursia, vivono di un enorme catalogo di long-seller. Come proporlo al lettore-massa? Sbarcare negli ipermercati? Anche lì, a sorpresa, le vendite calano nonostante i supersconti (meno 2,5%). In queste condizioni, l'incontro tra i libri non-da-classifica e il lettore si fa difficile. Bisogna sparigliare. Inventare. Copiare da altri settori, per esempio la moda, che con i temporary shop approfitta dei negozi provvisoriamente sfitti. Anche Mursia aveva carezzato l'idea: ma l'ha scartata. "Siamo una casa editrice con una tradizione, non ci piace dare l'idea del mordi-e-fuggi". Più suggestivo il modello alimentare: sbarchi, apri, cucini e servi ben caldo. Non c'è solo la porchetta: raffinati ristoranti sushi su ruote spopolano negli Usa. Ed è questo che farà Passapartù, il progetto Mursia.
Per ora i camion sono due, ma la flotta dovrebbe raddoppiare entro il 2010. Ciascuno porta un container lungo nove metri, che una volta posato a terra si apre da solo come un carillon e in pochi minuti diventa uno stand di cento metri quadri, design firmato da due giovani architette milanesi, Valeria Manzini e Yuri Mastromattei, scaffali colmi di novemila volumi, saletta conferenze da 30 posti, computer, video e angolo cocktail. Tre settimane stanziali e una di viaggio ogni mese. Piazze scelte con cura per setacciare la provincia italiana. Sindaci entusiasti di ospitare un'animazione culturale a costo zero: 'Nessuna difficoltà a ottenere i permessi'.
Come ogni buona idea, ha precursori. Un altro grande editore italiano, Valentino Bompiani, ci pensò nel 1955. Il suo 'Librimobile', furgoncino-libreria-salotto con grandi finestre-vetrine, lo fece carrozzare da un designer prestigioso, Enzo Mari (che apparteneva, non a caso, al movimento dell'"arte cinetica"). Anche gli editori di opere a fascicoli, come Fratelli Fabbri, disponevano di un proprio parco-mezzi motorizzato. E sempre negli anni Cinquanta i servizi di pubblica lettura di alcune province raggiungevano con camioncini i paesi più sperduti per prestare e ritirare libri, tradizione rifiorita qua e là con i 'bibliobus'. Albe Steiner propose perfino scompartimenti-libreria sui treni. Ma allora non c'era Internet. La sfida era far arrivare il libro dove altrimenti non sarebbe arrivato. Oggi la gara è fra libreria reale e libreria virtuale? 'Non sono mercati in competizione' per Giovanni Peresson dell'ufficio studi dell'Associazione italiana editori. 'Il lettore di oggi - spiega - è multi-canale, compra in rete ma ama anche frugare sulle bancarelle'. Ma è proprio la stessa cosa? 'Internet è velocità - ammette Fiorenza Mursia - ma il libro è pensiero lento, cioè ascolto, maturazione, scambio: il lettore ha bisogno di tempo e spazio per innamorarsi, noi proviamo a regalarglieli'." (da Michele Smargiassi, I Tir dei libri lungo l'Italia per conquistare lettori, "La Repubblica", 24/11/'09)

Il boom italiano dei libri per ragazzi


"Per fortuna che i più giovani continuano a leggere. E che l'editoria italiana per bambini e ragazzi sta viaggiando a gonfie vele: in una situazione di generale contrazione del mercato del libro , questo è infatti l'unico settore in crescita regolare. I dati sono eloquenti: in Italia, nel 2008, il fatturato è aumentato del 9,1%, raggiungendo 150 milioni di euro, con un aproduzione di 31 milioni copie (vale a dire circa il 9% della produzione totale di varia). La crescita è costante, come dimostra anche l'aumento regolare delle novità destinate ai lettori più giovani: nel 1987 erano 951, un decennio dopo erano diventate 1740, mentre oggi sono ormai più di 2700. La vitalità del settore è confermata anche dal volume delle traduzioni dei nostri autori, il quale aumneta di anno in anno: oggi un titolo italiano su tre venduto a un editore straniero è un titolo per ragazzi. Il crescente interesse all'estero per la nostra editoria destinata a bambini e ragazzi verrà confermato a Montreuil, alle porte di Parigi, dove, da domani al 30 novembre si terrà la venticinquesima edizione del Salon du livre et de la presse jeunesse, un appuntamento molto importante, dove l'Italia sarà quest'anno l'ospite d'onore. La Francia è sempre stata molto attenta alla nostra produzione, ma se in passato era soprattutto la creatività degli illustratori italiani a suscitare l'ammirazione degli editori francesi, da qualche anno anche gli scrittori sono riusciti a conquistarsi l'attenzione dei lettori d'Oltralpe. Autori come Silvana De Mari o Licia Troisi, ma anche Silvana Gandolfi o Roberto Piumini, hanno ottenuto lusinghieri riconoscimenti di pubblico e critica. [...]" (da Fabio Gambaro, Il boom italiano dei libri per ragazzi, "La Repubblica", 24/11/'09)

lunedì 23 novembre 2009

Diario di lettura: Andrea Zanzotto


"Andrea Zanzotto è un poeta e un uomo coltissimo, che legge e ha letto di tutto, sempre. Un intellettuale che parlava di Jacques Lacan quando in Italia era ancora sconosciuto, un poeta che nei suoi versi, fin dagli esordi di Dietro il paesaggio (1951) poteva passare da Virgilio e Petrarca a Hölderlin con estrema disinvoltura. Ora è tornato a sorprenderci con un nuovo libro di poesia, Conglomerati, che per la sua straordinaria vivacità intellettuale non sembra certo opera di un autore di ottantotto anni che ha già al suo attivo testi chiave per la nostra poesia contemporanea. D'atra parte la grande reattività di fronte ai mutamenti d'epoca, la capacità di antivedere i percorsi del suo tempo, e non solo quelli della letteratura e della poesia, insieme a un'acutezza mentale finissima sono sempre stati caratteri forti della sua personalità. Ti immagino seduto a rileggere Petrarca, ma forse hai tra le mani il romanzo di un giovane scrittore veneto ... Magari Federica Manzon ... «Leggo quello che capita, leggo un po' a caso. Però seguo regolarmente, per esempio, e da decenni, un mensile come "Le Scienze", che è l'ideale per chi, senza essere o poter essere neanche lontanamente uno specialista, voglia capire di più, entrare per quanto possibile nella realtà di un'altra cultura. Oltre tutto gli scienziati, i fisici e gli astrofisici in particolare, hanno spesso straordinarie invenzioni linguistiche, sanno a loro modo muovere il linguaggio, creare linguaggio. Hanno in questo senso risorse di fantasia che spesso ignoriamo, o sottovalutiamo. Poi ci sono parole misteriose e affascinanti. Per esempio, nel mio nuovo libro ci sono questi due versi: "Se su quel ghiaccio scivoli entri in un passaggio / da un mondo a un antimondo dalle nere scinbell", con nota a pie' di pagina, a proposito di "scinbell": nome dato a una “particella” ignota».
D'accordo, ma restiamo nel mondo dei libri, dei libri o del libro che stai leggendo o hai appena letto: «Di solito evito libri troppo grossi, però questa volta ho fatto un'eccezione e ne sono rimasto contento. Parlo di Santità e potere di Giancarlo Zizola, edito da Sperling & Kupfer, un libro di oltre 500 pagine sulla vita vaticana, sulle varie correnti interne, per niente conformista, che ho apprezzato molto e dal quale c'è molto da imparare. L'ho anche presentato in pubblico».
Sono certo che ai tuoi lettori interessa capire se ti tieni al corrente di ciò che accade in poesia, se segui le novità, o almeno le nuove uscite dei suoi coetanei. «Dei giovani, sinceramente, non saprei cosa dire. Anche in questo caso, le mie, sono letture un po' occasionali, non sistematiche. Ci tengo molto, invece, a non perdere i contatti, non solo personali, con chi era amico mio già venti o trent'anni fa, o ancora di più. Mi sento più vicino a queste persone che ad altre. Vedo che tutti continuano con opere valide, persuasive, autentiche. Penso a Luciano Erba, per esempio. E ho trovato notevole l'ultima uscita di Nelo Risi, Né il giorno né l'ora. Un libro di grande fermezza e di energia intatta. E pensare che Nelo è del '20, ha addirittura un anno più me ... Di recente ci siamo anche visti. E' venuto qui con una troupe, lui che è un ottimo regista, e ha fatto un documentario divertente. Siamo andati in giro per questi posti, compatibilmente con le nostre residue forze ... O meglio: con le mie, visto che lui è più in gamba, è molto in gamba. Siamo andati a visitare i luoghi della prima guerra ... A un certo punto gli ho detto: fatico a camminare, vedi. Lui, che va spedito, è stato molto carino e mi ha detto di appoggiarmi tranquillamente a lui ... Fatto sta che a un certo punto siamo caduti tutti e due davanti alle telecamere ...».
Vedo nei tuoi interventi a favore dell'ambiente un coinvolgimento sempre maggiore nella realtà d'oggi. In fin dei conti è una conferma ulteriore di quanto il vero poeta sia ben presente nelle cose del mondo, al contrario di ciò che il luogo comune vorrebbe far credere. A proposito dei cambiamenti d'epoca, della nuova realtà, c'è qualcosa che stai leggendo? «Sì, sto leggendo La Chinafrique, di autori vari, uscito in Francia. E' un libro che mostra certe straordinarie, diaboliche sottigliezze. Per esempio dice che i cinesi stanno cercando di cinesizzare tutti gli ex territori coloniali soprattutto francesi. La loro tecnica colonizzatrice inedita è in una libera offerta di aiuto. Loro dicono, per esempio: “Sappiamo che avete bisogno di strade. Bene. Vi mandiamo i nostri tecnici”. Un'infiltrazione capillare che mi fa impressione».
Nel nuovo libro citi Pascal, ancora Hölderlin ... Credo che per te siano state letture importanti, formative. Poi citi Celan, un tuo quasi coetaneo scomparso presto e tragicamente ... «C'è uno strano incrociarsi, che mi sembra di vivere, tra passato remoto e futuro prossimo. Così, le grandi letture di ieri, formative, appunto, riaffiorano con naturalezza alla mia memoria. Anche senza bisogno di vere e proprio riletture. Hölderlin, sempre, tra i primi. Ma ormai non ho più l'energia per rincorrere il mio passato, e Celan è in una dimensione intermedia».
Quali sono i grandi, magari della narrativa, magari della narrativa del Novecento, che prediligi? Proust, Kafka, Musil, Joyce, Faulkner, Nabokov, altri ancora? «E' una materia cangiante, varia e altissima. Penso a un'immensa montagna che ha sulla cima, in posizioni diverse e sporgenti, varie figure enormi. E per quanto mi riguarda posso dire che non ho le idee sempre chiare. Anzi, per me il primato cambia da un giorno all'altro».
Ma, infine, quali sono i libri ai quali, in ogni caso, non vorresti rinunciare o che vorresti consigliare? «Innanzi tutto il primato a Giacomo Leopardi. E soprattutto allo Zibaldone, specie se riusciamo a guardare alle sue trasparenze misteriose. Non è un libro, naturalmente, da leggere come altri, dall'inizio alla fine come un romanzo. Ci si tuffa, e se ne esce sempre con una preda nuova, con impressioni e scoperte nuove. Ma non dimentichiamo Alessandro Manzoni. Un personaggio formidabile, una personalità complessa e nevrotica che era tutto il contrario di quel che lui voleva apparire. Quando insegnavo dicevo agli studenti: guardate che non racconta di promessi sposi, ma racconta di peste, di fame e di guerra».
Consigli solo letterari? «Ribadisco la necessità di un valido aggiornamento scientifico. Le Scienze può essere ottimo strumento. Trattando di scienze, invito alla rilettura di Darwin, magari anche del suo Viaggio di un naturalista intorno al mondo, collegato all'idea totale di avventura, che passa dall'avventura intellettuale dello scopritore all'avventura concreta di chi viaggia nel mondo, sulla terra e nei mari, ancora scoprendo»." (da Maurizio Cucchi, Da Leopardi alle scinbell, che vertigini, "TuttoLibri", "La Stampa", 21/11/'09)

sabato 21 novembre 2009

I neuroni della lettura di Stanislas Dehaene


"Grazie perché state leggendo questo articolo. Il lavoro che affrontate è impegnativo. I vostri occhi esplorano il testo con rapidi movimenti a zig-zag in apparenza casuali. Quattro o cinque volte al secondo lo sguardo si ferma su una parola. A gran velocità la scompone in parti significative – eventuale prefisso, fonemi centrali, desinenza – poi il cervello la ricompone e interpreta.
Come e perché riusciamo a compiere con facilità operazioni così complesse è il tema che Stanislas Dehaene, psicologo cognitivo sperimentale al Collège de France, affronta nel saggio I neuroni della lettura (Raffaello Cortina), con l’autorevole viatico di Jean-Pierre Changeux.
Scrittura e lettura sono forse ciò che distingue più nettamente l’uomo dagli altri animali perché richiedono funzioni incredibilmente raffinate. Eppure la scrittura nasce soltanto 5400 anni fa, l’alfabeto fonetico ha 3800 anni. Tempi brevissimi rispetto a quelli dell’evoluzione biologica. Non è sorprendente che stiate scorrendo queste righe?
Il segreto sta nella plasticità cerebrale, spiega Dehaene, una proprietà studiata da pochi decenni. Il bambino che impara a leggere adatta i neuroni per riconoscere i volti e ogni altra forma, gli stessi degli altri animali, a cogliere significati astratti in quelle forme artificiali che sono le lettere dell’alfabeto. In pratica, è una riconversione di funzioni cerebrali preesistenti e molto più generali. Questo però è solo l’inizio della storia. Facciamo un esperimento. Pane, cielo, steca, voce, canto. Avete avvertito un lieve disagio leggendo la parola steca? Qualcosa come un inceppamento del pensiero? Il motivo è semplice. Steca non esiste, pur essendo una parola formata secondo un modello compatibile con la lingua italiana.
Dunque si può già distinguere la lettura in due fasi: nella prima l’occhio legge la parola, nella seconda il risultato della lettura viene confrontato con un vocabolario noto, nascosto da qualche parte del cervello. Se la parola non si trova nel deposito, parte un meccanismo di verifica: rilettura, tentativo di interpretazione attraverso il contesto, associazione con parole simili caso mai si trattasse di un errore di stampa.
Andando più in profondità, come avviene la lettura di una singola parola? Dehaene usa come esempio la parola «sbottonare». Occhio e cervello ne colgono subito inizio e fine: la «s» perché dà un senso privativo (togliere) e «are» perché rivela che si tratta di un verbo. Poi l’attenzione si concentra sulle sillabe centrali e afferra la parola sommersa «bottone». Infine tutto viene ricomposto: stiamo leggendo un termine che indica l’azione di togliere la chiusura data da bottoni. Il processo ha una struttura ad albero che parte dall’intero e si ramifica fino a separare le singole lettere.
Zone specifiche del cervello sono chiamate in causa, inclusi i nervi motori della fonazione: anche da adulti e lettori consumati, è come se interiormente pronunciassimo le parole che leggiamo. Ci si imbatte qui in un dualismo fndamentale: «tutti i sistemi di scrittura oscillano tra la scrittura del significato e quella dei suoni», così si può imboccare la «via fonologica che
decifra le lettere, ne deriva una pronuncia possibile e tenta di accedere al significato», oppure «una via diretta che prima recupera la parola e il significato, poi usa queste informazioni per recuperare la pronuncia».
Una grande sfida è scoprire a che cosa corrispondano questi processi nel cervello. Il primo lume si accese quando nell’ottobre 1887 il signor C., un commerciante di tessuti francese, si mise in poltrona per leggere il giornale e di colpo si accorse che per lui le lettere dell’alfabeto avevano perso ogni significato. Eppure riconosceva bene i visi e sapeva ancora scrivere, salvo poi non poter rileggere ciò che aveva scritto. Quando nel 1892 morì per un ictus peggiore di quello che aveva già subito, il neurologo Joseph-Jules Déjerine trovò nell’emisfero posteriore sinistro del suo cervello la lesione che gli impediva di leggere: fu la prima localizzazione di questa fondamentale funzione umana. La risonanza magnetica funzionale, un moderno sistema diagnostico che mostra quali parti del cervello «si accendono» durante la sua attività, ha aggiunto molte informazioni sui meccanismi della lettura e Dehaene ce li racconta: il processo si svolge in tre strati cerebrali di 8 millimetri, in prevalenza nell’emisfero sinistro.
Ma qui non possiamo entrare nei particolari, conviene saltare alle conclusioni. La prima è che la dislessia, pur avendo radice in 4 geni, è oggi più facilmente curabile grazie alle conoscenze acquisite sui neuroni della lettura. La seconda è che sta nascendo una pedagogia della lettura basata sulle neuroscienze dell’apprendimento. Il «metodo globale», che invita i bambini a guardare alla parola nel suo insieme come se fosse un disegno, molto di moda negli Anni '50-'60, è sconfessato perché il cervello non funziona «globalmente» ma analizza lo scritto suddividendolo in componenti fino alle singole lettere. Terza e ultima conclusione: più una lingua fa coincidere segni e suoni, più l’apprendimento è facile. E’ il caso dell’italiano e del tedesco. I nostri bambini dopo un anno di scuola leggono in modo sbagliato il 5 per cento delle parole, i francesi il 28 e gli inglesi il 67. Insomma: partiamo avvantaggiati. Peccato che poi molti da adulti smettano di leggere ..." (da Piero Bianucci, Che gran bella fatica è leggere, "TuttoLibri", "La Stampa", 21/11/'09)

venerdì 20 novembre 2009

Le notti insonni degli amanuensi del web. 'Copiamo libri per renderli eterni'


"I nuovi amanuensi sono un popolo variegato: studenti, pensionati, professori universitari. Paolo, operaio stagionale, lavora sui tetti. Quando piove deve restare a casa, quindi può dedicarsi alla sua vera passione: digitalizza libri, passandoli in uno scanner. Ornella, studentessa di Lettere, ha un libro nel cassetto che sta limando da molti anni, forse troppi. In attesa di completare la sua opera, copia quelle degli altri. Mentre Riccardo, pensionato dalle lenti spesse, è lo specialista nella messa a fuoco delle copertine a colori.
Il frutto del loro lavoro e di qualche notte insonne finisce nella collezione delle biblioteche online che - legalmente - rendono poi i libri accessibili a tutti, gratis. Come "Liber Liber", tra i primissimi progetti italiani (dal 1993) di biblioteche digitali, voluto da Marco Calvo. Il fenomeno è arrivato adesso al suo apice nel mondo, grazie al forte impegno di colossi come Google e di istituzioni come l'Unione Europea nel creare biblioteche di libri sulla Rete. Crescono anche i lettori, mezzo milione al mese sui testi di Liber Liber.
Dietro, c'è il lavoro di un piccolo esercito di volontari, circa 2 mila in Italia, che si coordina via telefono o e-mail. Lavorano nel tempo libero, circa due ore al giorno, per dare una vita eterna, in forma digitale, ai libri che amano. "Liber Liber" ha una sede fisica a Roma e una piccola redazione che supervisiona il lavoro, con una collezione di 2mila testi, di cui sono scaduti i diritti d'autore. "Ci sono chicche come l'audiolibro del Pinocchio con un accompagnamento musicale donatoci dal musicologo francese Eric Montbel. La nostra edizione della Bibbia ha richiesto un lavoro di quattro anni di dieci persone. Abbiamo una delle edizioni migliori del Corano", dice Calvo. L'amore per i libri poi può portare a sorprese: "Volete sapere chi ci ha donato l'edizione digitale del Manifesto del Partito Comunista, rinunciando a far valere i diritti d'autore? La Silvio Berlusconi Editore", aggiunge. Duemila opere possono sembrare poca cosa, al confronto con il monumentale progetto di Google, che ha già messo online 10 milioni di libri (anche coperti da diritto d'autore, in accordo con biblioteche o editori). Ma tra questi non è facile trovare testi in italiano, su cui invece si concentra il lavoro di progetti come Liber Liber, dove i volontari peraltro impaginano con cura certosina e rispetto filologico il testo originale. A volte lo arricchiscono con musiche e interpretazioni di attori.
Altre biblioteche digitali italiane sono il progetto Manuzio (associazione no profit), con centinaia di testi; e la Biblioteca Italiana (BibIt), gestita presso l'Università della Sapienza (1.700 testi). Gli archivi di libri italiani cresceranno nei prossimi anni, grazie a progetti come Arrow (dell'Associazione italiana editori), che aprirà al pubblico a maggio; e Europeana (dell'Unione Europea), che mira a 10 milioni di opere entro il 2010 (libri, foto, film e altro). Ora ne ha 4,6 milioni, di cui però solo 100 mila italiane (quasi tutte immagini).
Intanto, mentre maturano i progetti internazionali, i volontari italiani continuano a lavorare. Con pazienza e precisione, perché "se ci vogliono 10 ore per digitalizzare un libro, poi la fase di verifica e di impaginazione per pubblicarlo online prende molto più tempo. Da 2 mesi a 2 anni in media per un libro", dice Calvo." (da Alessandro Longo, Le notti insonni degli amanuensi del web. 'Copiamo libri per renderli eterni', "La Repubblica", 20/11/'09)

Anna Frank. Quell'ultimo bacio e poi l'orrore della tragedia finale


"Circa sessant´anni fa, quando apparvero I Diari di Anne Frank (Einaudi 1954, con una bella prefazione di Natalia Ginzburg), risvegliarono un´emozione profondissima: sembrò che il massacro degli ebrei trovasse per la prima volta una voce - la lieve, spiritosa, spensierata voce di una ragazza olandese. Ci furono edizioni successive, nelle quali fu ripristinato il complesso testo originale: la monumentale edizione critica a cura di David Barnouw, Harry Pape e Gerrold van der Stroom, tradotta in Italia nel 2002, sempre da Einaudi (euro 67). Ed ora Frediano Sessi ne cura una forma ridotta (traduzione di Laura Pignatti, con una intelligente introduzione di Eraldo Affinati, Einaudi), che riporterà i Diari originali a contatto con un pubblico vastissimo. Di solito, una testimonianza biografica - diario, o lettere, o vita - patisce il peso degli anni: la polvere e l´alone della storia. Ma i Diari di Anne Frank hanno attraversato questi sessant´anni, senza che noi ce ne accorgessimo: conservano l´immediatezza, la naturalezza, la grazia del cuore, che ci colpì allora; come se proprio in questo momento una ragazza di 13 anni stia attraversando le strade di Amsterdam, colla stella gialla sul braccio, per raggiungere lietamente la scuola ebraica.
Anne Frank ricevette in dono il diario - ricoperto da una stoffa scozzese - il 12 giugno 1942, il giorno del suo tredicesimo compleanno. Gli diede un nome, Kitty; e lo teneva nascosto, come se contenesse il tesoro della sua vita, insieme alla grande penna stilografica d´oro, che le aveva regalato la nonna. Kitty era un´amica, alla quale Anne voleva confidare tutti i suoi segreti, e le lettere non inviate alle sue amiche reali. Non era un semplice quaderno. Qualcosa di più: una vera e propria persona, un organismo vivente, con un corpo, un´anima, un cuore, nel quale si rispecchiava profondamente il suo cuore. Stava lì, di fronte a lei, e la consolava, la mitigava, dava consigli, alludeva, la educava. Possedeva una saggezza misteriosa che veniva da molto lontano; e a lei non spettava che ascoltare e obbedire a quelle parole. Sapeva che vi avrebbe scritto sempre - finché, forse, un giorno remoto, anche lei sarebbe diventata una scrittrice saggia come il suo diario.
Tutti conosciamo le sue fotografie. Lei le commentava vanitosamente: le piacevano le fossette sulle guance e quelle sul mento, mentre deplorava la bocca troppo grande - quella bocca ridente, che a noi pare l´incarnazione della sua inebriata felicità. Era civettuola: le piaceva che tutta la classe fosse innamorata di lei; ma avrebbe voluto ricevere anche dichiarazioni d´amore scritte nella più bella calligrafia. Apparteneva ad una famiglia ricca e privilegiata, e se ne rendeva conto. Disprezzava le ragazze povere che venivano dalle periferie. Era dura, crudele. Giudicava spietatamente i compagni: «J., vanitosa, spiona, odiosa, piena d´aria, falsa ed ipocrita»; R., «è un ragazzo falso, bugiardo, sventato e noioso». Nel diario parla delle sue gatte, del padre, che leggeva Dickens, della madre, di una pianta di rose, di una camicetta azzurra, del gioco di Monopoli, di un vasetto di crema, di una torta di fragole, di una moltitudine di regali che le giungevano da tutte le parti. Appena si guardava attorno, con i suoi occhi limpidi e lucidissimi, tutto si agitava, brillava, scintillava, entrava in quel movimento ininterrotto, che era il cuore della sua esistenza.
Nel luglio 1942, il padre di Anne, Otto Frank, decise di chiudersi insieme ad alcuni amici in un Alloggio segreto, a Prinsengracht 263. Vi rimasero più di due anni. In quel periodo l´ottica di Anne cambiò completamente. Non più le strade, la scuola, gli alberi, le amicizie, i giochi. Ma l´esperienza della più estrema concentrazione: ora Anne possedeva una specie di microscopio, con cui fissava i particolari più minuziosi della vita segregata, come un topo avrebbe scrutato un piccolo gruppo di topi in una soffitta o in una cantina. Tutto diventò minimo e romanzesco, come in una prigione del Seicento. Con questo crudele occhio d´adolescente, Anne guardava la vita dei genitori e degli amici; e tutto quello che una volta le sembrava normale, ora appariva meschino, miserabile, infimo: un orrore, che eccitava il suo disprezzo. Solo ogni quarto d´ora, il rintocco di una campana vicina dava un ritmo quieto al suo tempo interiore. Ma Anne era troppo vivace per lasciarsi opprimere. Mentre gli altri erano prigionieri e vittime del loro carcere, lei guardava, notava, si affacciava segretamente alla finestra, vedeva gli alberi, le nuvole, il cielo e si sentiva una creatura libera in una Natura liberissima e vasta. Nessuno avrebbe potuto rinchiuderla.
La persecuzione antiebraica le era sembrata, fino ad allora, una specie di gioco insensato e ridicolo. «Gli ebrei devono consegnare le biciclette; gli ebrei non devono prendere il tram: gli ebrei non devono salire su nessuna automobile, nemmeno privata; gli ebrei possono fare la spesa dalle tre alle cinque; gli ebrei possono andare solo da parrucchieri ebrei; gli ebrei non devono uscire per la strada dalle otto di sera alle sei di mattina; gli ebrei non possono trattenersi nei teatri, nei cinema e nei luoghi di svago; gli ebrei non possono andare in piscina, né nei campi di tennis, hockey o altri sport; gli ebrei non possono vogare; gli ebrei non possono praticare nessun genere di sport in pubblico?» Ma lassù, racchiusa nell´Alloggio segreto, la verità sui massacri cominciò lentamente a trapelare. Anne rimase sconvolta: «Non si salva nessuno, vecchi, bambini, neonati, donne incinte, malati, tutti, tutte camminano insieme verso la morte». Pensava che tutto sarebbe finito, che la loro isoletta protetta sarebbe stata trascinata via, che per loro non ci sarebbe stato nessun mondo normale, nessun futuro, nessuna salvezza. Presto cominciò a maturare in lei una limpida coscienza ebraica, e credette nella missione simbolica del suo popolo. «Chi ci ha costretti a servire così? È stato Dio a farci così e a risollevarci. Se sopporteremo questo dolore e alla fine resteremo ancora ebrei, allora gli ebrei da comandati che erano, saranno d´esempio». Sognava la redenzione; e, ciò che è più grandioso, la redenzione del mondo attraverso gli ebrei.
Mentre gli anni passavano, Anne cresceva, e sentiva che qualcosa si muoveva e si trasformava nel suo corpo: qualcosa che non capiva completamente. Entrava nell´adolescenza: ora gioiva della trasformazione che avvertiva in sé stessa, ora rimpiangeva dolorosamente l´ilare, frenetica infanzia, che la stava abbandonando. In apparenza, continuava la sua vita di sempre. Giocava con la gatta: cercava di conservare nel rifugio le abitudini della famiglia: ascoltava le notizie della radio inglese: rappresentava festosamente il teatro della vita segreta: leggeva i suoi libri di mitologia classica; attaccava al muro le fotografie delle sue dive; disegnava le tavole genealogiche delle famiglie reali. Ma qualcosa cambiò. Odiò, odiò violentemente, con un rancore che non si placava mai, le miserie, i litigi, le meschinità degli adulti, che vivevano, parlavano, mangiavano accanto a lei. Non perdonava niente. «Gli adulti sono soltanto invidiosi perché noi siamo giovani». «Quegli stupidi adulti, che comincino un po´ a imparare loro, prima di criticare tanto i figli». Il suo furore la portò a una specie di nichilismo.
Spesso odiava la madre. «Voglio molto più bene a papà». E l´odio per la madre cresceva: diventava meticoloso e feroce. Non ne sopportava il carattere né le prediche: diceva che aveva idee esattamente opposte alle sue; avrebbe voluto darle uno schiaffo, tanto era intensa la sua antipatia. La madre era fredda, gelida; Anne non tollerava il modo sarcastico con cui trattava i suoi affetti più cari. Poi, la riprendeva un´ondata di affetto infantile; e di nuovo questo calore scompariva, e accusava duramente la madre di non essere una vera madre, ma un´amica astiosa e irritata. Era gelosa della sorella maggiore, Margot, che trovava ingiustamente preferita e accarezzata. Per il padre, che chiamava affettuosamente Pim, aveva una tenerezza dolorosa e materna. Infine, spazzava dall´orizzonte tutta la famiglia. Nemmeno il padre la capiva, e usava con lei le parole che si usano con una bambina dall´infanzia capricciosa e difficile. Nessuno la comprendeva. Nella confusione e nel litigio dell´alloggio segreto, minacciata dalla deportazione e dalla morte, lei si sentiva «terribilmente sola, esclusa, trascurata». Le fossette delle guance si impietrivano, gli occhi si incupivano o balenavano luci fosche.
Sognava molto, e i sogni la consolavano e le aprivano il cuore gualcito e intirizzito. Nell´Alloggio segreto viveva un ragazzo, Peter, di due anni più grande di lei, per il quale non sentiva attrazione. Ma, una notte, Peter le apparve in sogno: lei guardava a lungo quei begli occhi marrone vellutato. Peter le diceva: «Se l´avessi saputo, sarei venuto molto prima», e accostava la propria guancia paffuta alla sua guancia magra. Aveva un sentimento di infinita dolcezza e freschezza. «Tutto era così bello, così bello». Quella notte, come in un racconto di Nerval, si innamorò in sogno. L´amore continuò, sempre più intenso, durante le ore del giorno. Malgrado il pudore, cominciò ad andare a trovare Peter al piano di sopra, dove il ragazzo dormiva. Parlavano di tutto, anche di cose intimissime. Peter era timido e un po´ goffo, e le sue parole erano incerte. Anne non capiva se avesse simpatia, o affetto o amore per lei. Ora Peter non la vedeva: il suo sguardo le passava sopra i capelli, e si perdeva sulle pareti della stanza. Ora, invece, le lanciava un´occhiata così calda e tenera, che anche lei si sentiva calda e tenera in cuore; ed era a lungo felice ripensando allo sguardo che aveva indugiato sui suoi occhi e sulle sue fossette.
A volte, era confusa. Non sapeva se era veramente innamorata di Peter, o se desiderava soltanto un´amicizia adolescente. Ma non poteva negare di essere innamorata: dalla mattina presto alla sera tardi non faceva che pensare a lui; si addormentava con la sua immagine davanti agli occhi, e si risvegliava mentre lui la stava ancora guardando. E, nel giorno, era difficile immaginare che non fossero veri i discorsi e i gesti del sogno. «Oh Peter, scriveva sul diario - di´ finalmente qualcosa, non lasciarmi più sospesa tra la speranza e la sconfitta. Dammi un bacio, o mandami via dalla stanza... Tutti pensano che io sia sfacciata, sicura di me e spiritosa, mentre non desidero altro che essere Anne per una sola persona. Per una persona sola vorrei essere sensibile». Un giorno, finalmente, lei gli diede il primo bacio: tra i capelli, sulla guancia sinistra, sull´orecchio. E il secondo. Anne gli buttò le braccia al collo: gli diede un bacio sulla guancia sinistra, e voleva spostarsi sulla destra, quando la sua bocca incontrò quella di Peter, ed entrambi premettero le labbra le une sulle altre.
Fu l´ultimo bacio. Proprio quando Anne sembrava avere aperto il suo cuore, si rinchiuse in sé stessa: si sentì superiore a Peter: lo disprezzava perché non aveva un obbiettivo davanti agli occhi, perché si sentiva insignificante, e non aveva mai conosciuto la sensazione di rendere felice qualcuno. «Non ha fede», scriveva. In quel momento, la sua anima si stravolse. Abbandonò tutto: il padre, la madre, Peter, gli abitanti dell´Alloggio segreto. Si sentì completamente sola, senza voce, senza parola, senza adolescenza e giovinezza. Capì che poteva fare a meno di tutto, perfino del padre, e concentrarsi nelle profondità conosciute e sconosciute del suo io. Guardò fuori dalla finestra, verso gli alberi primaverili, e sentì che il suo io sconosciuto era lì nel sole, sotto le nuvole, nel verde che rinasceva, nella Natura, o in una Natura-Dio, che riusciva a intravedere.
Notizie sempre più terribili giungevano dalla Germania: carri-bestiame, deportazioni, prigionie, mostruosi campi di concentramento, mitragliatrici, gas. Non c´era che Male e Male e Male, come non si era mai visto. «Vedo come il mondo pian piano viene trasformato sempre più in un deserto, sento sempre più forte il rombo che si avvicina e ucciderà anche noi». Proprio lei - una ragazza quindicenne che aveva appena intravisto sé stessa - ebbe la forza di scrivere che la sua vita era «migliorata, molto migliorata». Dio non l´aveva lasciata sola. Esaltava il cielo, gli alberi, le nuvole, la Natura, e ribadiva che Dio si rispecchiava in tutte le cose. Cos´era la morte, la sua morte, la morte dei suoi fratelli, un popolo spazzato via? «Tutto era come doveva essere e Dio voleva vedere gli uomini felici nella Natura semplice ma bella». Tutto si sarebbe volto al bene; e nel mondo sarebbero tornati la calma e la pace. Sono parole sconvolgenti: parole, sembra, che possono dire soltanto i santi. Con le sue civetterie e i suoi scherzi irrispettosi, Anne Frank a tutto somigliava meno che a una santa. Eppure proprio lei, come una santa, esaltò il trionfo finale del bene.
Il 4 agosto 1944, la polizia nazista arrestò tutti gli abitanti dell´Alloggio segreto. I Diari di Anne Frank rimasero a terra, confusi tra un mucchio di vecchi libri e riviste. Nell´autunno, qualcuno la vide, con gli "occhi radiosi" insieme a Peter. Nel marzo 1945 morì di fame e di tifo - certo non più radiosa - nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Non sembra che, secondo la sua profezia, il Bene sia ritornato vittorioso sulla terra." (da Pietro Citati, Anna Frank. Quell'ultimo bacio e poi l'orrore della tragedia finale, "La Repubblica", 19/11/'09)

lunedì 16 novembre 2009

Cinquant'anni di Polifilo


"Prima di tutto munirsi e (ri)leggere un libro delizioso: La febbre dei libri di Alberto Vigevani (lo pubblica Sellerio, qualche libreria seria magari ancora lo tiene a scaffale). Lì troverete - con un garbo, un'eleganza e una solidità di mestiere tutte d'altri tempi - una sequenza di ricordi, divagazioni, episodi che danno un ritratto fedele di cosa volesse dire un tempo, e in una città come Milano, voler fare dell'amore per i libri una missione di vita. Ecco: le edizioni Il Polifilo, che festeggiano i cinquant'anni di vita (Alberto Vigevani le fondò con il fratello Enrico, poi affiancandosi il figlio Paolo che, oggi, ne continua con serietà e qualità l'opera - ne sia prova la riedizione di Carlo Linati, recensita qui a fianco) sono il prodotto di un'editoria concepita come servizio al libro, nel suo complesso. Il nome stesso della casa editrice, per dire, riprendeva quello della libreria antiquaria ed era omaggio al libro più bello ed enigmatico del rinascimento italiano. Non solo, dunque, la qualità dei testi - spesso veri 'ritrovamenti' da bibliofilo - e delle curatele (scorrendo il catalogo storico, ripubblicato per l'occasione, si incontrano nomi di curatori di collane come quelli di Dionisotti, Benevolo, De Seta, De Robertis, Portoghesi), ha contraddistinto le edizioni Il Polifilo. Ma una costante attenzione agli aspetti materiali del libro: carta, qualità della stampa con autori come Maestri e Mardersteig, caratteri: insomma 'armonia' (è parola di Vigevani) dell'edizione. C'è uno scritto illuminante di Vigevani, ora ripubblicato anche nel sito della casa editrice, dal titolo Qualità nelle edizioni limitate e non nel quale è spiegata con amore e sapienza la sua concezione. Un'edizione non industriale, certo, ma nemmeno per snob o feticisti del libro. Lo sforzo del Polifilo è sempre stato di fare libri di qualità superiore dedicati a un pubblico di amatori, ma non solo. Tra le varie collane spicca una, oggi ferma, sulle Arti del libro. Se questa è il vertice di quei titoli pensati per innamorati dei libri in quanto oggetti, altre, come la più recente Biblioteca perduta, portata avanti da Paolo (anche ottimo fotografo e amante dell'immagine) con i consigli del fratello Marco, apprezzato agente letterario, continua nella tradizione di proposta di testi di qualità per un pubblico più vasto. Provate a cercarli: c'è sempre molto da scoprire a varcare le soglie di una libreria. E a far scelte magari non banali." (da Stefano Salis, 50 anni di Polifilo, "Il Sole 24 Ore Domenica", 15/11/'09)

sabato 14 novembre 2009

Politica pop di G. Mazzoleni e A. Sfardini


"Fra luglio e ottobre di quest'anno, un video scandalo su di un presidente di regione girava fra redazioni di testate e uomini politici accompagnato da un interrogativo: come lo si può usare politicamente? Potere delle immagini attraverso cui si conduce ormai la lotta politica. Nei Paesi anglosassoni è entrata in uso l'espressione «politica pop» per indicare fenomeni di volgarizzazione dell'informazione e della comunicazione politica, a cui soprattutto la televisione presta il fianco con impareggiabile efficacia. La «popolarizzazione della politica» - come la chiamano gli addetti ai lavori - offre una rappresentazione del sistema politico, e dei sui protagonisti, schiacciata sulle logiche delle produzioni televisive - spettacolarizzazione, sensazionalismo, personalizzazione, etc. ... - di cui «i media sono i motorimadi cui i politici sono entusiasti attori» come si legge nell’ottimo libro Politica pop (Il mulino)di Mazzoleni e Sfardini. E' paradossale: da sempre si sa che il «media più forte» impone i suoi format a tutto il sistema; e naturalmente è ancora la televisione a trovarsi in questa posizione. Di fatto sta accadendo però che la televisione colonizzi la comunicazione politica proprio nel momento in cui la sua egemonia comincia ad entrare in discussione (per fare solo un esempio, non è un mistero che dietro alla vittoria di Obama ci sia stato anche uno straordinario utilizzo di internet durante la campagna elettorale). Concretamente l'industria dell'intrattenimento risucchia la politica, definendo format specifici.
Gli studiosi parlano soprattutto di tre generi televisivi: infotainment, soft news, politainment. Il primo caso si ha quando l'informazione vuole anche intrattenere ed essere piacevole oppure, specularmente, quando i programmi di intrattenimento si interessano di fatti e personaggi della politica. Naturalmente questo format risponde a un criterio di «notiziabilità» classico: sensazionalismo a piene mani, perché bad news is good news! Il soft news tratta il lato umano, dando molto spazio a gossip e retroscena (mentre nell'hard news tradizionale sono i fatti a fornire la notizia). E' quasi inutile aggiungere che le soft news sono uno dei cibi preferirti dell'infotainment. Infine il politainment unisce - come nel neologismo che lo indica - politica e intrattenimento, nel contempo, volendo rendere la politica divertente e, attraverso di essa, qualificare l'intrattenimento.
Qualche esempio? Il Costanzo show è l'archetipo del talk show della nostra televisione, a cui sono seguiti i vari Annozero, Ballarò, etc. ... con la differenza sostanziale che quest'ultimi ospitano solo politici e sono politicamente orientati. Il talk show politico è il fratello maggiore dell'infotainment. La Domenica in degli ultimi anni ha spesso proposto dei «siparietti» con dei politici ospiti, a cui veniva chiesto di dialogare con il conduttore secondo le logiche semplificate dello show televisivo: è un esempio di politainment. E lo è in termini ancora più caratteristici Rockpolitik di Celentano. Lo stile informativo di ReteQuattro, di Studio aperto, di ItaliaUno e del TG di RaiDue rappresentano certamente degli esempi di infotainment legati alla cronaca. Il fenomeno televisivo degli ultimi anni, Porta a porta, è un meticcio di info e politainment, con profilo flessibile a seconda dei temi oggetto della puntata.
E il pubblico? Anzi, dovremmo dire i «cittadini» visto che parliamo di politica; gli intellettuali sono unanimi nel diffidare della «politica pop», sottolineando come non alimenti il tessuto civile, ma semplicemente dia la politica in pasto alla televisione, che la rumina secondo le proprie logiche. Come dare loro torto?" (da Davide Gianluca Bianchi, Il talk show fa piccola la politica, "Tuttolibri", "La Stampa", 14/11/'09)

venerdì 13 novembre 2009

I fantasmi delle biblioteche di Jacques Bonnet


"Camilleri ha due scaffali solo per quelli di Simenon. Falco ci lascia dentro matite, gomme, biglietti di tram. Lucarelli ha elevato una torre. Maraini combatte un fantasma che li fa sparire. Montanari compila una scheda per ognuno. pincio se li ritrova dappertutto (tranne in frigo, almeno per ora). E Rizzante impartisce un ordine da capitano di ventura: eliminate la zavorra, così si annega. I libri e gli scrittori. Prendete sette autori italiani e metteteli intorno all'ultima inchiesta in fatto di bibliomania, I fantasmi delle biblioteche (Sellerio), del francese Jacques Bonnet, editore, traduttore, scrittore. Per dirvi il personaggio, uno che, quando conobbe a Parigi Giuseppe Pontiggia, contrasse un accordo con lui per dare vita a una associazione di bibliofili. La condizione per parteciparvi? Possedere almeno ventimila volumi. Perché ventimila? Tanti, spiega, ne aveva il professor Ermanno Finzi-Contini, protagonista del romanzo di Giorgio Bassani. Un uomo, questo Bonnet, che quasi svenne quando, a Palermo, invitato a casa Sciascia, notò nella libreria dello scrittore siciliano il Journal dei fratelli Goncourt, un pezzo raro che lui (francese) non aveva mai visto. I libri oggi, spiega Bonnet, costano troppo, rivenderli non rende, occupano spazi menormi, hanno troppi nemici (polvere, topi, chi li chiede in prestito). Dividono drasticamente gli amatori in due categorie: collezionisti (gli amanti delle prime edizioni) e lettori insaziabili (che ne conservano pochi). I bibliofili avrebbero persino un santo protettore, il compositore Charles Valentin Alkan, schiacciato il 20 marzo del 1888 dal crollo della sua libreria. Le librerie, si sa, sono precarie, a furia (come disse Borges) di contenere mondi e specchiare universi. Da quella di Andrea Camilleri, per esempio, i thriller rischiano di tracimare. Gialli, polizieschi, noir: per il padre del commissario Montalbano sono un'ossessione. Ne possiede centinaia. 'Amo Hammett più di Chandler, P. D. James più della Christie, Van Dine più di Edgar Wallace. Fu Poe a dimostrare che non esistono barriere fra giallo, grande narrativa e poesia', spiega. E grazie a Gadda e Sciascia, aggiunge Camilleri, anche il giallo italiano (capostipite il suo amato Augusto De Angelis) è uscito dalle secche, legandosi ai luoghi geografici. Camilleri cita Fois per la Sardegna, Carlotto per il Nord, Lucarelli per Bologna. Anzi, esattamente Mordano. Qui Carlo lucarelli, vate dell'italian noir, ha ricoperto di libri i due piani di una piccola torre (un estro simile alla libreria a forma di libro di A rebours di Huysmans?). I volumi sono sistemati per argomenti, a loro volta suddivisi per nazione, ordine alfabetico, area tematica. 'Per mafia, terrorismo e servizi segreti ho inventato la sezione criminalia' dice. Sorride, interrogato, Giorgio Falco, autore einaudiano (L'ubicazione del bene la sua ultima fatica): 'La mia libreria invece è disordinata. Alterna un'archiviazione per autori affini a improvvise sequenze di ordine alfabetico e infine ordine casuale. Beh, non proprio casuale, ma che deriva dall'aver letto quasi contemporaneamente libri inconciliabili, tuttavia pertinenti a quel che voglio scrivere. Questo comporta incertezza, soste ansiogene davanti la libreria, con lo sguardo in aria, alla ricerca di ciò che non trovo'. Non parlate neppure di libri che non si trovano a Dacia Maraini (Il treno dell'ultima notte, Rizzoli). Rivela la scrittrice: 'Ne posseggo diecimila, divisi per categorie. Ma spariscono. Mi dimentico di metterli a posto, li presto, li perdo. E così li ricompro. Perché io vado sempre in giro con un libro, in valigia, in borsa, in tasca, nel taschino. Ne ho di piccolissimi. Sono sempre con me' (una borsa da passeggio zeppa di libri era il vizietto del sinologo Peter Kien, in Auto da fé di Elias Canetti). Organizzatissimo è al contrario Raul Montanari, scrittore e traduttore italiano di Cormac McCarty (Strane cose, domani, Baldini Castoldi). 'La narrativa è tutta in ordine alfabetico. Dei libri che leggo scrivo una scheda. Impiego anche un'ora, per farla bene. E nella mia scuola di scrittura creativa da dieci anni impongo di farlo anche ai miei allievi. Aiuta ad avere una vera forma di intimità con il libro che si è letto'. Vai a parlare di libri con gli scrittori. Finisce che ti schiudono la porta della loro officina. Come nel caso di Montanari e le sue schede. E allora gettiamo un occhio, dentro questa bottega di alchimisti delle parole. Il segreto? 'Un destino perfido' spiega Tommaso Pincio, esperto di letteratura nordamericana (Cinacittà, Einaudi). 'Volevo fare l'attore' racconta ' e ho frequentato l'Accademia di belle arti. La mia maestra in casa aveva libri ovunque. Quando una volta ho aperto il forno e li ho visti anche lì mi sono angosciato. Ho giurato a me stesso: non diventerò mai così. E invece lo sono diventato. Abito in una casa minuscola, tutta occupata dalle librerie che mi sono costruito da solo'. Massimo Rizzante ha una bella faccia da attore scespiriano. Insegna letteratura all'Università di Torino. Ha fatto rumore con il saggio letterario Non siamo gli ultimi (Effigie). Cresciuto a Parigi ('dove le case sono piccole') consiglia di far dimagrire la propria libreria. 'Alla mia età, 45 anni, si comincia a rileggere. E poi per me la critica è scegliere, non emettere giudizi. Avere il coraggio di fare delel scelte è un antidoto al mercato. Lo spirito del tempo è l'enciclopedia. L'intellettuale deve essere contro il suo tempo, andare controcorrente. Non si può vedere il lettore come un consumatore dell'oggi, cui vendere un prodotto effimero. Un libro deve restare e far crescere i cittadini del futuro'. Cittadini? Futuro? Ma dietro l'angolo non c'è l'apocalisse? Non saremo tutti, presto o tardi, volenterosi carnefici di internet? Lucarelli nega: 'Il coltello e la forchetta, ottimi modi per mangiare, non sono mai stati soppiantati. Anche il libro resta la tecnologia più comoda. Cammino davanti alla mia libreria, guardo i volumi, mi viene voglia di leggere qualcosa, mi porto il libro in bagno, lo poso sulla lavatrice'. Maraini è d'accordo: 'Un libro è materia organica, simile al corpo delle persone, non sarà mai sostituito dal metallo'. Montanari teorizza nuove forme di lettura. 'Pontiggia criticava il mito della compiutezza. Compra un libro, diceva, anche se non lo leggerai dall'inizio alla fine. Non trattarlo in mdoo sacrale. Il libro sid eve strapazzare, coem quando si fa l'amore'. Falco invita a ripensare anche le immagini. Lui adora i libri di fotografia. Sembra che le istantanee, dice, escano dai volumi per occupare i muri. 'Sono i pezzi di mondo che preferisco: la vita, quando assomiglia alla fotografia'. Per Pincio i libri sono già condannati. Ma le previsioni possono sbagliare: 'Quando l'uomo rinunciò all'avventura nello spazio, le aziende cercarono nuovi mercati. Nacquero internet e il pc. Eppure l'Ibm disse che non vedeva prospettive nell'uso domestico del pc'. E Pincio ricorda ancora un black out. 'Quando ho letto per ore a lume di candela ...'." (da Piero Melati, Biblioteche. Guida d'autore su come trovare, catalogare (e perdere) libri, "Il Venerdì di Repubblica", 13/11/'09)

Des bibliothèques pleines de fantômes (Denoel)

L'Inferno è avere oltre ventimila titoli

Saviano: "I libri pericolosi per mafie e tiranni"


"'Pagine più forti della nitroglicerina'. Libri pericolosi, autori perseguitati, volumi capaci di far tremare i governi e crollare i regimi. Di smascherare le mafie e i poteri criminali.
Da I versetti satanici di Salman Rushdie alle inchieste di Anna Politkovskaja. Dalle poesie di Federico Garcìa Lorca ai racconti del gulag di Varlam T. Salamov. Dall'inferno che sembra prevalere in certi momenti, alla bellezza della parola scritta, che dà la possibilità di esistere e di lottare. Di questo ha parlato ieri sera con Fabio Fazio a Che tempo che fa, in uno speciale emozionante, dedicato a lui, Roberto Saviano, lo scrittore italiano costretto a vivere blindato, sotto scorta, per le minacce ricevute dalla camorra.
Seduto a un tavolino rotondo, ricoperto di libri e poi in piedi, davanti alle immagini che scorrevano alle sue spalle, Saviano ha raccontato alcuni casi emblematici nei quali "la parola è diventata pericolosa e straordinariamente bella". Ha parlato di "autori delegittimati". E ha spiegato come "l'unico modo per difendersi dalla delegittimazione per chi la subisce è sperare che le sue parole vengano credute": "Salman Rushdie quando ha scritto I versetti satanici non credeva affatto di imbattersi nella fatwa, nella possibilità che l'intero mondo islamico intorno a Khomeini potesse sentirsi offeso. Ma c'è un momento preciso in cui la parola, per una specie di alchimia, diventa pericolosa. Magari se un libro fosse uscito un anno piuttosto che un altro avrebbe avuto un destino completamente diverso". Libri bomba. Saviano cita il poeta turco Nazim Hikmet, che ha avuto il coraggio di ricordare il massacro degli armeni e ha subito 28 anni di carcere. "Perché le sue poesie erano lette dai soldati turchi. Erano lette dalla società civile. E il governo non sopportava tutto questo. Non poteva permettere che le parole di quello che consideravano un sovversivo potessero arrivare alle persone. Ma la maggior parte delle sue poesie non sono poesie politiche". E poi lo scrittore cubano Reinaldo Arenas, autore di Prima che sia notte. "Il regime comunista castrista costringe Arenas al carcere per due ragioni: è omosessuale ed è uno scrittore. Questo libro riuscirà a pubblicarlo perché lo scrive sulla carta igienica. E transessuale incarcerato userà questo libro come supposta e lo porterà fuori dal carcere". Cita i Racconti siciliani di Danilo Dolci. "I suoi scritti cambiano il corso delle cose. Porta avanti al Sud un progetto di sciopero davvero unico: disoccupati che si mettevano a lavorare". E poi Federico Garcia Lorca, "fucilato e scelto tra tanti intellettuali perché aveva firmato un documento di sostegno alla Repubblica spagnola, che aveva vinto attraverso le elezioni. Vengono punite le sue parole che si identificano con la sua vita". E ancora I racconti della kolyma di Varlam T. Salamov che dai gulag siberiani è riuscito a far arrivare i suoi scritti non svendendo l'anima né la dignità. Il bisogno di libertà di Vita e destino di Vasilij Grossman. Fino ai libri di Anna Politkovskaja, uccisa per i suoi racconti sulla Cecenia. Perché non c'era altro modo di fermare la sua implacabile testimonianza sulle crudeltà commesse dal governo." (da Carlo Brambilla, I libri pericolosi per mafie e tiranni, "La Republica", 12/11/'09)

mercoledì 11 novembre 2009

Poesie e incantesimi


"'Dolce corrida di uccelli / nello spazio di una sera azzurra / dolce mordere di canzoni /attorno al campanile della chiesa / dolce reato mio / che guardo in alto e spero / in una gioventù perduta fors ein mezzo aglòi uccelli / che squittiscono fieri di una notturna allegria' dice Alda Merini, morta una settimana fa, nella raccolta Testamento che Crocetti ha stampato nell'88 con introduzione di Giovanni Raboni, il quale osserva: 'Sì, la poesia della Merini è tanta, oltre che vera; e anche di questo, quel giorno, bisognerà tenere conto'. Pochi poeti del nostro tempo, e mi riferisco a tutto il Novecento, hanno sentito con la sua intensità questa urgenza del dire, questa necessità di dare parola all'insieme delle emozioni e delle azioni, ai movimenti che un'anima umana sente vibrare in sé durante l'intera vita. Lei stessa scrive in un libro Padre mio, uscito quest'anno da Frassinelli: 'Non sono morta, e per quanto la morte mi affoghi e mi faccia sudare, io, padre, non sono mai stata così viva e presente, e pare che la follia mi conferisca una tale lucidità, un tale tormento, una tale avarizia e una tale prodigalità da fare di me un incantesimo di amore sacro e profano'. Dunque una poesia come 'sudore' della vita, come incessante manifestazione di un 'sentire' che ci accompagna in ogni istante e rivela a noi stessi il fiato interiore e quello cosmico in cui siamo coinvolti. 'Oh Eterno movimento, / tu trasformi la materia in sostanza ardente' scrive in un'altra poesia. Così era, in ogni circostanza, Alda Merini. Me la fece conoscere almeno vent'anni fa Nicola Crocetti in un caffè, mentre si attendeva di andare a leggere poesie nel castello di Melegnano. C'erano con noi altri poeti, e Crocetti, indicando uno di loro, disse a Alda: 'Perché non fai una poesia su di lui ...', lei ribatté ridendo: 'No la farò su quell'altro ... perché è più timido ...'. Penso che quella poesia, come tante altre inedite, sia conservata dall'editore, vero grande amico di Alda, e a lungo, insieme a Scheiwiller, sostenitore dei suoi bisogni economici. Da allora partecipammo insieme a tante letture pubbliche. Memorabile fu un viaggio in taxi con lei e il poeta Davoli da Milano a Civitanova Marche. A un certo punto mi chiese: 'Perché non scrivi una poesia per me? Io ne scrivo una per te e tu ne scrivi una per me ...' e s'interruppe: 'Che ridicola che sono! Le poesie per una donna non si fanno su richiesta ...'. [...]" (da Franco Loi, Poesie e incantesimi, "Il Sole 24 Ore Domenica", 08/11/'09)

martedì 10 novembre 2009

Intorno alla legge di Gustavo Zagrebelsky


"'Che cosa è la legge?' – chiede il giovane Alcibiade al saggio Pericle nei Memorabili di Senofonte, ricevendone una risposta tutt´altro che soddisfacente. Se essa è 'tutto ciò che chi comanda, dopo aver deliberato, fa mettere per iscritto', cosa la differenzia da una semplice imposizione? Qual è la sua fonte di legittimità e quali i suoi effetti sulla vita associata? In forza di cosa, in definitiva, essa è legge – di un comando divino o di una decisione umana, di una necessità naturale o di un principio di ragione?
E´ la stessa domanda che lega i saggi di Gustavo Zagrebelsky in un libro affascinante, appena edito da Einaudi, che coniuga la tensione della ricerca sul campo – sperimentata nella lunga attività di giudice costituzionale – alla misura, ormai classica, di una scrittura limpida e coinvolgente. Il suo titolo, Intorno alla legge, non allude solo all´argomento trattato, ma, in senso più letterale, al periplo argomentativo, ricco di riferimenti filosofici, antropologici, letterari, con cui l´autore si approssima ad esso per cerchi concentrici, fino a penetrarne il nucleo incandescente. Anziché definita in quanto tale, la legge è interrogata a partire dai suoi presupposti e dalla sua ulteriorità – lungo i margini sottili che la congiungono, ma insieme la distinguono da ciò che la precede e da ciò che la eccede, vale a dire da un lato dal diritto e dall´altro dalla giustizia.
Quanto al primo, la legge – intesa come la regola formale che determina i nostri comportamenti – è lungi dall´esaurire quel complesso di norme e consuetudini, di vincoli e pratiche che una lunga tradizione ha chiamato "diritto". Naturalmente il passaggio dall´antico diritto alla moderna legge – di cui l´Antigone di Sofocle rappresenta in modo insuperato la tragica problematicità – costituisce una svolta irreversibile nei confronti di una concezione non più in grado di organizzare razionalmente la relazione tra gli uomini. Ma non al punto di cancellare la memoria di un ordine non ancora chiuso nella rigidezza formale di comandi e divieti, ancora aderente al flusso magmatico della vita associata. Anche quando, nei primi secoli della modernità, l´equilibrio tra i due mondi si spezza a favore della legge, ormai saldamente insediata al centro della civiltà giuridica, resta l´esigenza di non perdere del tutto i contatti con quell´origine da cui essa trae la propria linfa ed il proprio significato.
Lo stesso nesso problematico che la lega al diritto rapporta la legge, in maniera sempre difettiva, all´esigenza universale della giustizia. Qui il contrasto tra principio e realtà è ancora più stridente. Se la giustizia assoluta è inattingibile dalla legge, se questa non obbliga perché giusta ma solo perché legge, da dove trae la propria legittimità sostanziale? Cosa la distingue da un comando arbitrario? D´altra parte tutte le volte che la legge ha sorpassato i propri limiti costitutivi, proclamandosi giusta per decreto divino o secondo natura, ha prodotto esiti negativi se non anche catastrofici. Volendo portare sulla terra il paradiso, l´ha consegnata all´inferno. L´unico rapporto possibile con la giustizia, da parte della legge, è individuato da Zagrebelsky non in un´idea astratta e artificiale della ragione, ma in un sentimento di rifiuto nei confronti dell´ingiustizia palese.
Qui l´autore torna a riproporre l´antitesi, già formulata in opere precedenti, tra logica dei valori e semantica dei principi. Pur ponendosi gli stessi obiettivi – dalla protezione della vita alla salvaguardia della natura, dalla difesa dei diritti alla diffusione della cultura – valori e principi divergono nella modalità con cui si presentano. Mentre i primi esprimono criteri morali assoluti e dunque sottratti al confronto, i secondi sono norme aperte, modelli di orientamento, destinati a favorire l´integrazione sociale. Perciò essi sono, o vanno posti, alla base delle moderne costituzioni. Arriviamo così al cuore stesso del libro, in cui il discorso di Zagrebelsky si articola in un quadro fitto di riferimenti alla storia del diritto costituzionale ma anche di rimandi a Platone e a Sofocle, a Shakespeare e a Dostoevkij, a Canetti e a Brecht – ad ulteriore riprova che i veri problemi del diritto non giacciono inerti nei codici o nelle decisioni dei giudici, ma nella falda profonda che essi interpretano in forma sempre precaria e provvisoria.
La costituzione, oltre che come garanzia della legittimità e dei limiti dei poteri all´interno dello Stato, va intesa, in senso culturale, come luogo di confluenza, e di rielaborazione, di quell´insieme di valori, aspirazioni, sensibilità collettive che costituiscono l´orizzonte razionale ed emozionale della convivenza. In questo senso, nella sua capacità di tenere insieme punti di vista diversi, essa travalica di gran lunga i confini formali del diritto positivo, per diventare la condizione basilare della democrazia pluralista. Non solo, ma anche un punto d´incrocio decisivo tra le dimensioni del tempo e dello spazio.
Da questo punto di vista la dottrina costituzionale cui Zagrebelsky si richiama non costituisce soltanto una variante rispetto ai tanti modelli precedenti, bensì un vero e proprio cambio di paradigma. Assumere la costituzione non più come norma sovrana, ma come norma fondamentale scaturita dall´intera dialettica sociale, vuol dire situarla in rapporto da un lato con la storia e dall´altro con la nuova configurazione globale del mondo contemporaneo. Anziché modello fisso e immutabile, o anche atto creativo volto ad istituire un ordine completamente nuovo, la costituzione è quella linea di continuità capace di collegare in un nodo complesso passato e futuro. Di attivare una dinamica storica non racchiusa nei confini di un singolo Stato, ma aperta alle richieste che arrivano da un mondo sempre più unito dalle stesse angosce e dalle stesse speranze." (da Roberto Esposito, Norma e diritto, da Platone a Brecht, "La Repubblica", 10/11/'09)

lunedì 9 novembre 2009

Diario di lettura: Ginevra Bompiani


"A distanza di decenni, Ginevra Bompiani ha conservato la stessa figura sottile, nervosa, come di adolescente in perenne movimento, tra elfo e folletto gioioso ma anche meditabondo che graviti in uno spazio a sua misura, conquistato e difeso con protervia. Dopo aver letto il suo bellissimo romanzo L'orso maggiore - racconto di una ferita infantile rivisitata sul filo dei sentimenti provocati dalla morte della madre - non si può non ritrovare in lei la bambina che costruendo la sua vita di donna ha dimostrato, con i suoi libri, che l'esperienza - come riteneva Proust - è veramente portata a compimento quando diventa materia di scrittura. Cresciuta tra i libri, all’ombra del padre Valentino fondatore di una delle più prestigiose case editrici italiane (oggi, a Milano, si presenta il numero speciale di Panta per gli ottant’anni della Bompiani), ha cominciato a scrivere prestissimo, per «battere» una coetanea inglese di otto anni, ma la sua Storia di un fiammifero si fermò alle prime due pagine: un grande incendio in cui la giovane protagonista perdeva con un sospiro casa e famiglia. Ha studiato e vissuto a Parigi. Ventenne ha esordito come brillante editor per poi dedicarsi alla letteratura inglese e diventare docente universitaria.
Autrice di racconti, saggi e romanzi, dove realtà e invenzione si amalgamano in una scrittura tersa e suggestiva, sette anni fa è tornata all'editoria fondando con altri nottetempo. Vive tra Parigi e Roma dove da trent’anni abita una casa affacciata sull’Orto botanico che - dice - «con i suoi semi volanti ha reso il mio terrazzo una foresta». Anche il suo studio è un po’ la sua foresta di carte e di libri.
Per costruirla, quanto l’ha influenzata la figura di un padre come Valentino Bompiani? «Il rapporto con mio padre si muoveva su due binari. In quanto bambina, con lui il rapporto era di semplice autorità, ma in quanto essere pensante, c'era un dialogo quasi alla pari. Avevo otto anni e mi leggeva il suo teatro che io commentavo. Mi leggeva anche ad alta voce Emily Dickinson, Leopardi, la Ortese.
Li sento ancora con la sua voce. Fino a dodici anni ho letto tutta la produzione per ragazzi della casa editrice, da Il piccolo principe a I ragazzi della via Paal, da Mary Poppins (di cui conobbi bene l'autrice Pamela Travers) a Emilio e i tre gemelli.
Ma leggevo i libri della Scala d'Oro di nascosto. Essendo riscritture per bambini di celebri capolavori, lui le considerava diseducative. Quello che più ho amato è stato I cavalieri della tavola rotonda. Certo, la regina si chiamava come me, e questo mi rendeva molto sensibile a Lancillotto e all’infedeltà».
Audacia, coraggio, sfida, competizione, sono gli stessi sentimenti che caratterizzano i comportamenti infantili dell’io narrante nell’autobiografico L’orso maggiore. «Da bambina non amavo i libri di avventure, ma il collegio svizzero che racconto nell’Orso maggiore mi ha buttato in alto mare e ha fatto di me, tranquillo passeggero, un piccolo capitano di nave in tempesta. Fra
l'altro, L’orso maggiore è solo in parte autobiografico. L'idea è che l'infanzia possa dar luogo a diverse vite, non ne determini una sola, quella che hai poi vissuto. E nel libro ce ne sono due, infatti: narratore e personaggio hanno la stessa infanzia ma due vite diverse».
Quali altri libri sono poi stati formativi? «A tredici anni ho attaccato Dumas, che mi ha svezzato dall’editoria infantile, con la serie de I tre moschettieri. Poi, i russi, soprattutto Cechov e Tolstoj. Cechov mi fece da balia, particolarmente nella scrittura, Tolstoj mi diede il senso dell’inevitabilità. Ricordo, più tardi, a vent’anni, in piedi in un caffè di Parigi, una discussione con Nanni Filippini, in cui sostenevo che non è possibile mancare il proprio destino. In me parlava la voce di Tolstoj, in lui un senso più acuto del possibile, e in qualche modo la vita gli diede ragione. Cechov mi ha insegnato che il narrare è curvo, disegna una parabola: all'apice della curva la linea comincia a scendere (questo succede a partire dall’Ottocento, mentre fino ad allora la narrativa si lanciava come una freccia verso il lieto fine). L'apice, in Cechov, è raggiunto nel momento in cui si profila l'idea che la vita potrebbe essere diversa, ma poi l'apertura si rivela un'illusione e la curva precipita nel non lieto fine. La lettura di Freud, per ragioni sanitarie, e insieme di Cervantes, sono seguite poco dopo».
In Le specie del sonno rivisita temi e figure mitologiche. Una fascinazione che, immagino, risale allo stesso periodo. «Sì, era cominciata al liceo, direi. Poi ho cominciato a leggere sia le fonti che i grandi libri sul mito, da Kerenyi a Walter Otto. Ho amato molto le Metamorfosi di Ovidio e i Caratteri di Teofrasto, di cui mi sono servita anni dopo in un periodo in cui riflettevo sul carattere. Le Specie del sonno sono nate da un primo testo sui Centauri. Lo sguardo sui miti era letterale, o meglio figurativo: mi piaceva immaginare come dormivano e com’era modificata la loro vita dalle posizioni e dalle limitazioni del loro corpo».
Molti suoi testi danno l'impressione di esemplificazioni filosofiche. Da Platone a Deleuze, citazioni esemplari compaiono in esergo a libri e racconti. «Non sono filosofa, ma c'è stato un lungo periodo della mia vita in cui ho frequentato la filosofia. Ho vissuto accanto a un filosofo per molti anni, e mi è capitato di incontrare grandi filosofi del nostro tempo: Heidegger, Derrida, e soprattutto Deleuze. Da quando ho sentito una sua lezione, a quando poi l'ho incontrato, a tutto quello che ho letto di lui, non c'è una sillaba che non mi riempia e non mi insegni. Ho avuto la fortuna di incontrare molti “grandi” nella mia vita, ma di incontrarli nella vita quotidiana, senza aura, e questo, credo, ha fatto sì che quello che erano mi toccasse in modo profondo e struggente, mi raggiungesse, come dire, il cuore prima del cervello: lo sguardo di Heidegger, la voce di Ingeborg Bachmann, la gentilezza di Derrida, l'avvenenza di Calvino, la torva comicità di Manganelli ...
Fra tutti, due mi hanno abitata, non come fantasmi, ma come padroni di casa: José Bergamin e Gilles Deleuze».
Insieme al filosofo di grande valore che ha sposato, Giorgio Agamben, nel 1968 ha creato per Bompiani il «Pesanervi», una magnifica collana di letteratura fantastica. Quale, la scoperta più importante? «Direi Bioy Casares, all'epoca completamente sconosciuto».
Da editrice, ha pubblicato La risata del ’68, un omaggio a un momento
di grande apertura, anche nell'editoria ... «Sì, quarant'anni dopo il ’68, tutti si affannavano a negarne la grande felicità e ricchezza. Ho chiesto ad alcuni protagonisti di raccontare il loro ’68: un momento di “vacche grasse”, checché se ne dica ... Il degrado attuale, o per meglio dire la vergogna, è così profonda che
non si può attribuire a un solo fattore. Anche se ce la mette tutta, la distruzione della cultura non è solo opera del governo. A cambiare la cultura sono, in gran parte, i tre strumenti della solitudine contemporanea: la televisione, Internet
e il cellulare».
Come vede la situazione della piccola editoria? «Difficile. I piccoli editori sono
stretti fra molte morse: grande editoria, grande distribuzione, grandi catene librarie. E' difficile restare indipendenti ... Alcuni recentemente hanno stretto alleanze, e uno dei progetti più ambiziosi è ottenere il prezzo fisso dei libri,
che, pur esistendo teoricamente, viene eluso discriminando l'editoria indipendente. Alla fine il pubblico sceglie lo sconto piuttosto che il libro».
Sconti in cambio di vetrine in affitto, a scapito di libri di qualità? «Esattamente. Solo la legge potrebbe porvi rimedio, e la piccola editoria indipendente si sta muovendo in questa direzione».
Tra i suoi libri d'affezione non ha citato nessun italiano. «Amo moltissimo Anna Maria Ortese, scrittrice straordinaria, ancora misconosciuta dalle antologie e dalla critica del Novecento, come d'altronde Elsa Morante. In Ortese mi affascina il continuo rovesciarsi di miseria e splendore, di realtà e immaginazione. Questa doppia visione c'è anche in Fabrizia Ramondino, altra grande scrittrice di cui abbiamo pubblicato il libro di racconti Il Calore. Tutte e tre, Ortese, Morante, Ramondino, sono legate a Napoli, una città molto narrativa. Forse è una qualità legata anche al suo emblema: Pulcinella che balla e a ogni giro mostra una faccia diversa - la faccia che ride e il volto della morte. In queste scrittrici, le due facce sono sempre presenti, e a ogni giro di danza appare l'una o l'altra».
Perché tanta distrazione? «Perché sono donne! In realtà, verso le donne che scrivono c'è un interesse per così dire “mondano”, ma le istituzioni sono cambiate poco ... Mi piace la narrativa pensante, amo molto Calvino, Caproni, Celati, Manganelli ... E penso sinceramente che Milena Agus sia una delle voci più autentiche della nostra narrativa»." (da Paola Decina Lombardi, Tre donne e Pulcinella ballano per me, "TuttoLibri", "La Stampa", 07/11/'09)

sabato 7 novembre 2009

La vita dei dettagli di Antonella Anedda


"Gli storici dell'arte conoscono bene, ahiloro, quel gioco che consiste nel riconoscere un'opera a partire da un suo minimo dettaglio. Più in generale si sa come Carlo Ginzburg abbia potuto accostare la pratica dell'attribuzione ai «paradigmi indiziari» di Conan Doyle e Sigmund Freud.
In quest'aureo libretto che direi il suo capolavoro - La vita dei dettagli (Donzelli) - Antonella Anedda (la quale, nella sua favolosa giovinezza, studiò alla scuola di Augusto Gentili) sceglie di fare il percorso inverso. Invertendo il circolo ermeneutico, isola trentadue dettagli da immagini più o meno celebri (dall'iconografia tardoantica alla videoarte di oggi) «usando lo sguardo come coltello». Così dando vita a uno straniamento assoluto, «una nuova consapevolezza dell'alterità misteriosa del mondo», quasi un senso di minaccia (la suspense di Hopper!). Prose brevissime, descrittive o narrative (come nei precedenti libri «saggistici» della poetessa romana d'origine sarda: il magnifico Cosa sono gli anni del '97 e La luce delle cose del 2000), commentano i frammenti. È un gioco (la premessa s'intitola Istruzioni per l'uso; le «attribuzioni» sono definite Soluzioni), ma quanto mai serio: ogni prosa rinvia all'altra sogni, ossessioni, coazioni a ripetere.
Per questo sono in numero di trentadue: come le Goldberg di Bach, variazioni su un medesimo tema. Come le poesie più belle, in sardo, nell'ultima raccolta Dal balcone del corpo (Mondadori, 2007) rinviano a una storia taciuta, troppo bruciante per essere narrata («tutto è reticenza» è detto sempre a proposito di Hopper). Una storia di lutto, più in generale di perdita. Non a caso in explicit Anedda pone una voce da dizionario, appunto Perdita. E questo breve testo - come nell'altro suo splendido libro segreto, Nomi distanti (Empirìa, 1998) - a sua volta è «variazione» di una poesia celebre, Un'arte di Elizabeth Bishop («L'arte di perdere non è una disciplina dura»). Fra i trentadue «ritagli» quello chiave è il quindicesimo, con gli occhi del più celebre ritratto del Fayum (II sec. d.C.): «la ragazza è morta». L'ultimo, poi, è davvero inconfondibile: i piedi del Cristo morto del Mantegna ovvero «il ritratto della nostra vertigine davanti a ogni morte». Non si pensi però a una contemplazione della morte macabro-dannunziana; inquieta semmai che, com'è evidente negli occhi di Fayum, ad essere risvegliato sia lo sguardo dei morti. Sono loro che ci guardano, come poi in certo senso (quello del Barthes della Camera chiara) è connaturato alle immagini. Ci interpellano, ci mettono in questione. (Come nel Torso di Rilke: «non c'è punto che non veda / te, la tua vita. Tu devi mutarla».) Ne consegue che chi dice «io» (per esempio nel diario di una visita ad Arles, nei bellissimi saggi su figure sacrificali come Nicolas de Staël e Mark Rothko, o nel fuoriformato conclusivo di frasi e fotografie) lo fa solo «per curarsi dallo spavento » che incutono, sempre, le visite dei «fantasmi». La sua è «una passione di spossessamento».
Riprendeva una lunga tradizione Aby Warburg quando diceva che nei dettagli, appunto, si nasconde «il buon Dio». Si potrebbe simmetricamente argomentare che sia piuttosto, questa, una pratica perversa (e dunque diabolica); ma senza dubbio il cortocircuito descritto redime la materia più feriale, «totalmente terrena, non mistica», nella sfera del trascendente, diciamo pure del religioso (nel senso più ampio possibile: dove, dice Anedda commentando Dostoevskij, può venir meno «la distinzione tra credere e non credere»).
Non a caso tale spossessamento viene un paio di volte definito da Anedda «esicasmo», una pratica ascetica dei Padri del deserto e in genere degli asceti orientali: una preghiera ossessivamente ripetuta in condizioni di totale isolamento - ad esempio al chiuso di una cella - per lo più di fronte a un'icona. Quel che conta per l'esicasta, comunque, è la pratica dell'attenzione. Si comprende allora la lezione di «stoicismo» (come viene detto a proposito di un'impietosa poesia di Zbigniew Herbert) che con risolutezza Anedda trae da questi esercizi di contemplazione.
Per questo - credenti e non - possiamo commuoverci con lei per perdite, magari, meno tragiche delle sue. Lo ha detto una volta per tutte Walter Benjamin: «se Kafka non ha pregato - ciò che non sappiamo - gli era propria, in altissima misura, ciò che Malebranche definisce "la preghiera naturale dell'anima": l'attenzione. E in essa, come i santi nelle loro preghiere, egli ha compreso ogni creatura»." (da Andrea Cortellessa, Gli occhi a coltello dentro un quadro, "TuttoLibri", "La Stampa", 07/11/'09)

Romano Bilenchi, il Conservatore dell'adolescenza


"Ogni epoca scrive e aggiorna il proprio romanzo di formazione, ma l’invenzione narrativa dell’adolescenza è un archetipo, una fase simbolica primaria. Ci sono scrittori che come Bilenchi rimangono centrati su quella stagione per tutta la vita. Da Anna e Bruno a Conservatorio di Santa Teresa, ai racconti La siccità e La miseria, che a quarant’anni di distanza si chiudono con Il gelo nel trittico degli Anni impossibili, Bilenchi scrive il suo romanzo unico e continuo sull’infanzia e sull’adolescenza. E di questo grande romanzo Il gelo è miniatura perfetta, apice e colmo. Come Jerome D. Salinger e Henry Roth, che hanno fissato nella loro narrazione l’età più incerta e impossibile dell’uomo, come Elsa Morante nell’Isola di Arturo.
La scelta del racconto di formazione, di personaggi adolescenti intrappolati nella rete di un presente senza fine, assicura la libertà di continuare a essere nonostante e oltre la Storia. Questa è la prima ragione per cui leggere Bilenchi oggi, a un secolo dalla nascita, è un’esperienza sempre nuova. All’inizio degli Anni Ottanta, Bilenchi lavora al Gelo (1982) e ritorna attraverso il filtro della memoria a quel primo tempo. La lunga fedeltà a questi temi: il rapporto con la madre, la figura del nonno, l’amicizia, l’amore, la morte, l’odio, la vendetta, il paesaggio, denota il suo accentramento assoluto sull’uomo che si forma. Attraverso la lente dell’infanzia e dell’adolescenza Bilenchi coglie il flusso stesso dell’esistere, il suo eterno movimento. E al centro di questa scrittura c’è il libro-mondo Conservatorio (1940), uno dei grandi romanzi del Novecento, dove nulla veramente accade se non la vita. La narrazione viene risucchiata nel pieno dei sentimenti e delle emozioni, nella densità affettiva del racconto, in un vortice che annulla le coordinate temporali.
La seconda ragione per leggere Bilenchi è il paesaggio, centrale nella sua narrativa, paesaggio che ci viene incontro come un vero personaggio. È difficile pensare a uno scrittore che racconti più da vicino l’Italia e le sue tragedie. Bilenchi riesce a rivitalizzare elementi originari del paesaggio italiano, e la Storia, ridotta a sfondo, lascia il passo alle forme elementari e immutabili dell’esistenza: la casa, le colline, la pianura, il fiume, le crete, il campo di girasoli, la strada, il cielo stellato. Pochi libri ci costringono a un confronto tanto serrato, dove ogni luogo denota un modo d’essere e di abitare il mondo. A questa geografia memoriale si saldano i luoghi reali dell’autobiografia, e dopo Colle, Siena, cresce il ritratto di Firenze: la città aperta dei caffè e delle amicizie con Ricci, Rosai, Pratolini, Vittorini, Luzi, poi quella della guerra e della liberazione. Una Firenze buia e fangosa che si apre alla riconquista della coscienza civile negli anni del dopoguerra e del Nuovo Corriere: la città di Mario Fabiani e Giorgio La Pira, di Piero Calamandrei e Tristano Codignola, di Eugenio Garin e Ranuccio Bianchi Bandinelli.
Nei racconti di Bilenchi si fa esercizio di libertà, si allena la nostra capacità di essere e mantenersi liberi, e ieri come oggi non è cosa da poco. Ne deriva la terza motivazione di lettura, «politica» e civile: la libertà, da qualunque ideologia e dai condizionamenti della Storia.
Nel romanzo continuo di Bilenchi sull’età giovane la Storia viene apparentemente cancellata per riemergere in eventi minimi e quotidiani. Toccherà al Bottone di Stalingrado mettere in luce il fondo storico di Conservatorio, completandone il tragitto verso l’età adulta. In realtà fin dall’esordio, con Vita di Pisto, Bilenchi ha lavorato alla costruzione di un altro romanzo parallelo: il romanzo biografico e in chiaroscuro della sua generazione. Una generazione che ha attraversato tutto il Novecento: fascismo guerra resistenza, e ne è stata protagonista. Se il romanzo sull’adolescenza trova compimento nel Gelo, il romanzo di quella generazione include il tormentato Capofabbrica, il controverso Bottone di Stalingrado fino all'esito ultimo e sorprendente di Amici. Così temi e tempi storici si legano e intrecciano in un’unica ossessione: il racconto esatto del farsi di una coscienza, la chiarificazione di fatti ed eventi che concorrano alla comprensione dell’accaduto. Da una parte Bilenchi è fermo sull’età giovane, dall’altra sul fascismo e sulla resistenza: sono il chiodo fisso della sua narrazione, da cui mai si affranca e a cui sempre ritorna.
Bilenchi fu un fascista bolscevico e poi un comunista liberale (Corrado Stajano), dentro le grandi ideologie totalitarie del Novecento si mosse da uomo libero. Per tutta la vita sentì il bisogno di ripercorrere il suo apprendistato, di raccontare e testimoniare con chiarezza i fatti. Perché solo la precisione, solo il puntuale resoconto potevano spiegare la sua vicenda personale. La sua fu una lunga espiazione per quello che è stato il destino di una generazione. In mezzo ci fu il Nuovo Corriere, chiuso dal Pci nel 1956 perché schierato dalla parte degli operai polacchi insorti, prima dei moti d'Ungheria. Fu un atto di censura violento e un suicidio culturale. Non ci furono altre occasioni per Bilenchi direttore e Firenze perse con il suo più autorevole quotidiano la possibilità di rimanere capitale culturale del Paese. Uscito dal Pci nel 1957, Bilenchi rientrerà nel partito nel 1972. Nello stesso anno esce Il bottone di Stalingrado, il romanzo più dolente e più scorticato, quello che gli è costato di più.
L'ultima e quarta motivazione di lettura è la lingua, una lingua semplice e denotativa che conduce il lettore a un soffio dalle cose nominate. Lo stile semplice di Bilenchi, uno stile terso e nitido, è il risultato di un lavoro infinito che lascia in superficie una lingua magra, disossata. Eppure quello che colpisce e resta il tratto unico e distintivo di questo autore è l’assoluta coincidenza tra il suo percorso artistico e quello umano. C’è una progressiva presa di coscienza dell’uomo e dello scrittore che porta da un lato a una maggiore messa a punto linguistica e formale delle storie che riguardano l’infanzia e l’adolescenza, dall’altro la maturazione politica e intellettuale rivendica in un modo altrettanto ossessivo una ridefinizione della formazione giovanile. Quella moralità che guida Bilenchi alla riscrittura continua dei suoi testi è la stessa che porrà nella stesura della sua biografia artistica e umana, Amici. Come se ripercorrere parola per parola il proprio passato potesse ancora rimettere in gioco il secolo e soprattutto ridefinire chi siamo per il nostro futuro.
Lo scandalo di Bilenchi - la sua resistente inattualità - consiste proprio nella radicalità del suo lavoro, nel suo massimalismo morale, nell'irriducibile ricerca della verità. Tutta l’opera di Bilenchi è conficcata nel cuore del Novecento senza potere essere iscritta a nessun canone rassicurante, lontana anni luce da tentazioni sperimentali o dalla neoavanguardia quanto lo fu dal neorealismo o dal romanzo borghese. È un altro Novecento. Oltre alle quattro buone (o ottime) ragioni per leggere Bilenchi, c’è ancora qualcos'altro, quello che rimane da qualunque calcolo matematico il cui risultato sia un numero periodico. Quel resto incalcolabile, impossibile, indicibile, è ciò di cui si occupa la letteratura. È la ragione ultima per cui restiamo imprigionati dentro un libro. La narrativa di Bilenchi porta inciso a fuoco questo dato e resiste nel tempo. Anche per questo continuiamo a leggere e amare i suoi libri." (da Benedetta Centovalli, Romano Bilenchi, il Conservatore dell'adolescenza, "TuttoLibri", "La Stampa", 07/11/'09)

mercoledì 4 novembre 2009

Pour le livre


"Per i teneri sognatori c'è sempre il Centro per il Libro. Quello francese, ovviamente. Nel 2008, un bilancio di 35 milioni di euro erogati dallo Stato per sovvenzionamenti a progetti lungo tutta la filiera del libro: biblioteche, librerie, autori, illustratori, traduttori, etc. Non serve nemmeno fare dell'ironia sul nostro, di Centro, che quando nascerà ufficialmente - con organico e tutto - di milioni ne avrà (forse) tre, messi a disposizione, per altro dagli editori. Non è cosa. Per gli eterni illusi c'è sempre la Legge per il libro. Quella francese, ovviamente. In vigore dal 1981 (votata all'unanimità dal Parlamento), ha appena subito un tagliando, in forma di relazione affidata all'onorevole Hervé Gaymard. Ora la potete leggere in un aureo libello, Pour le livre. Rapport sur l'économie du livre et son avenir (Gallimard). Se invece volte sentire con le vostre orecchie cosa si può fare per 'proteggere' un mercato così particolare come quello editoriale, fate un salto a Ivrea il prossimo weekend, alla sesta edizione del Forum del libro 'Passaparola'. In programma infatti c'è un dibattito sulla fantomatica legge italiana per il libro. E lì Geoffroy Pelletier, del Ministero della cultura di Parigi, illustrerà le molte cose buone che in Francia ha permesso la legge. Intendiamoci: non è solo una questione di regolamentazione dello sconto (là al massimo 5%). Ma la legge ha consentito di mantenere una rete di diffusione e di distribuzione dei libri diversificata nell'intero Paese, con più di 3500 librerie indipendenti, senza nuocere all'emergere di nuovi attori. Altro effetto collaterale: il prezzo dei libri non è aumentato o lo ha fatto meno dell'inflazione media. A Ivrea, sentito Pelletier, sarà l'occasione buona per prendere spunto. Non che in Italia le proposte di legge siano mancate: una di quelle che possono avere maggiori chances di tagliare il traguardo è quella di Ricky Levi, a un'altra ipotesi sta lavorando un gruppo di piccoli editori. A parlarne, tra gli altri, ci saranno il presidente dei librai (Paolo Pisanti) e quello degli editori (Marco Polillo). Le parti sembrano più vicine del solito: magari è la volta buona (essendo noi iscritti d'ufficio tra gli illusi di cui sopra). La legge non ce la prescrive il medico, certo. Ma il rischio di un mercato non regolato è presto detto. Le cronache editoriali raccontano di sempre maggiori concentrazioni tra editori, della crescente influenza delle librerie di catena (che hanno il merito di avere modernizzato il panorama e il concetto stesso di libreria) e, soprattutto nei grandi centri urbani, dello stillicidio di chiusure delle librerie indipendenti, quelle, almeno, senza forte identità e legame con il territorio. Una situazione che può danneggiare non solo i librai indipendenti, ma anche i piccoli editori - sempre molto attenti alla 'bibliodiversità' - e, alla fine, persino i lettori. Un disegno di legge sul libro - ripetiamo: prendendo spunto da ciò che esiste, già a Mentone, non sulla Luna - deve tenere conto di tutto questo. Non solo dello sconto su cui, ormai, la frittata è stata fatta: i clienti ci sono abituati ... E' uno sforzo da fare insieme: librai, editori, bibliotecari e, soprattutto, politici. Ecco: questa è la vera nota dolente. I libri, in Italia, sono visti ancora come una roba per intellettuali noiosi e sfigati, non certo come un comparto economico serio che, tra l'altro, non chiede aiuti economici ma sostegno per aumentare la domanda. Forse saper fare, sanamente, lobby è la cosa che servirà di più, il giorno dopo la conclusione del Forum di Ivrea." (da Stefano Salis, Tutti insieme, legislativamente, "Il Sole 24 Ore Domenica", 01/11/2009)

sabato 31 ottobre 2009

Non siamo gli ultimi di Massimo Rizzante

'La letteratura è una fiammella da tenere
accesa specie in tempi segnati dalla velocità
e dal consumo, dalla fretta e dall’istantaneo.'

"Ho conosciuto Massimo Rizzante all'inizio degli Anni Novanta. Gianni Celati mi aveva parlato di lui. Dopo qualche tempo ricevetti per posta un suo libretto, Il geografo e il viaggiatore, stampato da una piccola tipografia dell'Italia centrale. Un libro sorprendente, dedicato a Italo Calvino e a Celati stesso; un libro di grande intelligenza, scritto in modo cristallino, che era insieme un'autobiografia intellettuale di un lettore accanito, di un poeta e di un flâneur: un «despatrio», andato a Parigi e rimasto lì per un po' di anni a seguire i seminari di Milan Kundera, di cui poi è diventato il traduttore in italiano. Solo anni dopo dopo ho incontrato Rizzante: alto, capelli neri appena stempiati, indossava abiti scuri, come certi artisti visivi. La sua passione per la letteratura è stata per me nel corso del tempo una bussola: indicava a volte il Nord estremo dell'Islanda, a volte il Sud caraibico o il cono meridionale dell'America, a volte l'Est di autori semisconosciuti, da lui compresi come maestri di vita, oltre che di scrittura, da Danilo Kis a Norman Manea. Ho imparato molto dalle conversazioni con lui, anche se adesso che sono trascorsi parecchi anni mi rammarico di non aver parlato di altri autori sconosciuti, oppure dei suoi amici della rivista L’Atelier du Roman, del modo d'incontrarsi, discutere, leggersi a vicenda di questo piccolo gruppo di scrittori, poeti e saggisti. Di quel lavoro intensissimo, di cui la comunità letteraria italiana, tutta rivolta ai premi letterari e alle loro vicende, pronta a beccarsi per un nonnulla, sa poco o niente, c'informa ora un bel libro di Rizzante, Non siamo gli ultimi (Effigie), dal programmatico sottotitolo: «La letteratura tra fine dell’opera e rigenerazione umana». Si tratta della raccolta di saggi, articoli, recensioni, interventi redatti per il trimestrale francese diretto da Lakis Proguidis, riscritti per l'edizione italiana. Non semplici note, ma appassionate e risolutive riflessioni su cosa è oggi la letteratura, quale il suo senso, quale il suo destino, accompagnate da una serie di piccole fotografie degli autori di cui tratta sul margine della pagina, un album visivo, ma anche una scrittura per figure. Rizzante pratica da tempo un'idea di letteratura come «rigenerazione umana»; ovvero, affida alla letteratura non il compito d'intrattenimento, bensì d'essere strumento privilegiato per una politica umana in grado di rifondare la possibilità d'una esperienza vitale; niente a che fare con il neo-umanesimo di tanti, o con il culto del postumano. La letteratura non finisce con i nostri padri e nonni, ma continua con noi, e con chi verrà dopo di noi. Una fiammella importantissima da tenere accesa nel buio lancinante di questo universo caotico e assurdo in cui viviamo. Ci sono pagine del libro dedicate a Coetzee e a Bellow, a Bolano e a Svevo, davvero vertiginose per capacità di penetrazione e per passione di vita, ma soprattutto c'è dentro una polemica continua, e tuttavia mai astiosa, contro il tempo in cui viviamo, segnato dalla velocità e dal consumo, dalla fretta e dall'istantaneo. E' l'eterno presente che ci divora, giorno per giorno, cancellando quel deposito intangibile che è la letteratura stessa, quella del passato come quella del presente. In una bella recensione di Non siamo gli ultimi, che si legge in rete (NazioneIndiana) Gianni Celati parla dell’attuale letteratura industriale come il punto in cui ci si dedica maggiormente al massacro dell'eredità di cui i libri sono portatori. La cultura audiovisiva - televisiva in particolare - congiunta al lavoro dei manager fa dei libri «neutri oggetti di profitto». Rizzante è stato uno dei pochi a percepire attraverso il suo sguardo ampio e cosmopolita quello che stiamo perdendo. Ma il volume, diario autobiografico, contiene anche un'idea importante per il futuro: la letteratura odierna è una letteratura dell'esilio, della diaspora, delle frontiere erranti, una letteratura senza territorio, che prende le distanze dalla prigione dell’attualità e non perde fiducia nel dialogo con il passato e coi morti. Solo in questo modo è vero che oggi coloro che leggono e scrivono non sono gli ultimi, ma dei passeurs, dei passatori, «individui dediti a far passare nuove idee o scoperte» creando tramiti e canali di comunicazione. Qualcosa di superfluo, probabilmente, ma anche d'assolutamente indispensabile. Rizzante è un maestro in questo. Il libro lo racconta pagina dopo pagina." (da Marco Belpoliti, Da Svevo a Bellow le nostre lanterne, "TuttoLibri", "La Stampa", 31/10/'09)

Zio Valentino per l'Italia con il catalogo sotto braccio


"Ora che i tempi sono cambiati e al posto dell'editore c'è la casa editrice, ora che Bompiani, il mio editore di una volta, non c'è più, a chi parlerò con lo stesso calore del libro che sto scrivendo? È un buon libro? È un libro che richiede qualche ritocco? E in che punto? Si mantiene al livello degli altri libri che ho scritto? E ancora: il mio lavoro, le ore in cui i dubbi e le insicurezze assalgono lo scrittore mentre il suo romanzo si avvia alla pubblicazione, non meritano un po' di entusiasmo, un incoraggiamento e insomma una vera partecipazione? Lo scrittore in questo rapporto con l'editore non è una persona fragile e vulnerabile che ha bisogno di sentimento, di intelligenza, di comprensione, più che di un'accoglienza e di un parere favorevole? Tutte queste cose mi fanno sentire la mancanza di Valentino Bompiani. Ricordo le parole che mi scrisse quando nella primavera del '61 gli inviai la prima parte del libro che stavo scrivendo, quello che poi intitolai Ferito a morte: «Caro La Capria, la prima parte del suo libro mi ha incantato, se la seconda parte sarà della stessa qualità lei avrà scritto un libro importante che potremo sostenere con convinzione. Lo stesso giorno in cui arriverà il dattiloscritto lo passeremo in composizione», eccetera. Non ripeto queste parole di Bompiani per vantarmi, ma per far capire quale era il suo stile. E si può immaginare l'effetto che facevano queste parole a un giovane scrittore ancora sconosciuto? Uno dei più grandi editori italiani scrive al giovane scrittore sconosciuto che è incantato. Si può capire allora come il giovane scrittore si senta carico di energia e sicuro che porterà baldanzosamente a conclusione la seconda parte del suo libro. Questo è capitato a me quando c'era l'editore Valentino Bompiani.
Sì, lo so anch'io che «zio Valentino» aveva il suo caratterino e a volte aveva scatti d'ira memorabili, che però scomparivano con la stessa velocità con cui arrivavano. La sua era stata un'educazione militare, suo padre e la sua tradizione familiare erano improntati al senso del dovere, alla disciplina, all'onore e così via. In questo era un po' ottocentesco. Ma questo suo carattere lo portava a dare generosamente e a pretendere dagli altri la stessa dedizione. Lui poteva essere tenero e rigido, a volte appunto militaresco; più verso se stesso però.
Se non fosse stato così come avrebbe potuto portare a termine, in momenti difficili, in un'Italia ancora sotto i bombardamenti, il Dizionario delle Opere e dei Personaggi? Un'impresa alla quale aveva dato il meglio di sé, impegnandosi a suo rischio e pericolo con le banche, e da lui perseguita con tenacia e coraggio.
Lui per primo si sobbarcava fatiche non lievi, come quando andava in giro per l'Italia per far conoscere ai librai l'importanza di quest'opera che avrebbe dovuto entrare, come effettivamente avvenne, in tutte le famiglie. Mi è difficile immaginare un altro grande editore, Mondadori o Einaudi per esempio, a spasso per l'Italia con il proprio catalogo sotto il braccio. Ma Bompiani era un editore particolare, un editore artigianale, e anche un editore-scrittore che, come disse una volta, scriveva coi libri degli altri il suo libro. E da scrittore capiva i problemi dei suoi scrittori, aveva la capacità di entrare nella loro testa e sapeva perciò come trattare con loro con finezza di sentimento perché «i suoi scrittori erano la sua famiglia». Sapeva anche come sceglierli: quella doppia linea della letteratura italiana, quella degli «scrittori», che va da Savinio a Flaiano da una parte, e quella dei «romanzieri», da Moravia a Brancati a Piovene dall'altra, è ben rappresentata nel suo catalogo. Così come fu tempestiva la sua scelta degli stranieri, da Proust (Un amore di Swann tradotto da Giacomo Debenedetti) a Camus (Lo straniero), che formarono la nostra educazione letteraria e sentimentale. E come era costante Valentino Bompiani e fedele alle amicizie e alle scelte che il suo intuito gli aveva dettato!
Ricordo un periodo molto, molto lungo, di anni, in cui gli avevo detto di non aspettarsi più niente da me perché io per primo non credevo più in me, e io a scrivergli che non avevo più talento e lui a replicare ostinatamente che no, che mi sbagliavo, che attraversavo una crisi che molti scrittori avevano attraversato, che lui credeva nel mio talento e niente e nessuno avrebbero potuto convincerlo del contrario, nemmeno io. Di tutto questo sono grato a Bompiani, e qui non voglio solo tesserne l'elogio, ma solo riconoscergli quel che gli devo e quel che gli è dovuto.
Negli ultimi suoi anni ogni volta che veniva a Roma mi invitava a raggiungerlo in uno dei suoi ristoranti preferiti. Gli piaceva parlare di libri, delle nuove tendenze, degli scrittori più giovani e promettenti, ma sapeva che non avrebbe potuto più pubblicare i loro libri. Aveva liquidato la sua casa editrice e si era ormai voltato da un'altra parte. Aveva più di novant'anni, e mi guardava con l'occhio malinconico di chi ama la vita e sa che presto dovrà lasciarla." (da Raffaele La Capria, Zio Valentino per l'Italia con il catalogo sotto braccio, "TuttoLibri", "La Stampa", 31/10/'09)

mercoledì 28 ottobre 2009

Leggere Orwell a Pyongyang


"'La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza'. Pure nella grafia coreana, la traduzione delle parole non lascia spazio a dubbi. E il frontespizio del libro nemmeno: 'George Orwell' è scritto in piccoli idiogrammi, sulla copertina anonima. 1984, si legge al centro, con tanto di numeri, senza alcuna possibilità d'equivoco.
Biblioteca nazionale di Pyongyang, pomeriggio di un giorno qualsiasi di fine ottobre 2009. All'ombra di una grande statua di Kim Il Sung, 'Presidente eterno', le cui mani posate in grembo sorreggono un quotidiano mentre lo sguardo domina paterno l'immensa sala centrale, chini su minuscoli banchi di legno stuoli di lettori compulsano, assieme a testi cari alla tradizione asiatica, una serie di volumi insoliti per questa latitudine: i capolavori della letteratura occidentale.
Il titolo 1984, romanzo di fantasia estremo e terribile, scritto nel 1948 ma di cui molti hanno intravisto la successiva materializzazione proprio nella società ipercontrollata della Corea del Nord, è - per quanto sembri incredibile - tra questi. Al piano terra, una folla di persone vestite tutte uguali nella loro divisa scura si aggira come un gruppo di formiche attorno agli schermi piatti dei computer contenenti i cataloghi. Selezioniamo con curiosità, sotto l'occhio vigile delle guide incaricate di seguire il visitatore straniero 24 ore su 24 fino alla sua stanza d'albergo, il soggetto 'Orwell'. In due secondi appaiono alcune opere disponibili del grande scrittore visionario. C'è 'Omaggio alla Catalogna', la collezione di 'Romanzi e saggi', e persino La fattoria degli animali, l'altro testo zeppo di allegorie geniali sul totalitarismo, concepito alla fine degli Anni Trenta.
Come mai questi libri hanno passato le maglie strettissime di una censura in perenne allerta e solitamente spietata? Come è possibile che il regime non sia a conoscenza dell'accostamento immediato che, ovunque nel mondo, viene fatto tra il Regno eremita e il fosco romanzo di Orwell? La signora Hwang, addetta alle relazioni della Biblioteca, non appare molto disponibile a fornire spiegazioni, e va di fretta. Un'altra visita incombe e troppe domande sembrano indisporla. In Corea del Nord, del resto, non è salutare toccare certi argomenti. Almeno tredici gulag sparsi nelle provincie non lontano dal confine con la Cina ospitano tuttora non si sa quante migliaia di dissidenti e oppositori. E i giornalisti stranieri, come dimostra la vicenda delle due reporter americane di recente liberate su intervento di Bill Clinton venuto qui a trattare con il figlio del Presidente eterno, il bizzoso Kim Jong Il, sono a malapena ammessi e sopportati.
«È un libro molto letto - spiega la donna in modo sbrigativo - spesso bisogna aspettare qualche tempo quando viene richiesto. Anzi, lo chiedono di continuo, ed è sempre prenotato». La risposta dunque c'è. I lettori coreani, benché immersi in una bolla d'aria del tutto priva di informazioni e contatti con la realtà esterna, conoscono il valore inestimabile contenuto nella profezia di Orwell, che li riguarda direttamente. A dispetto dell'ignoranza del regime, come si legge in quelle pagine avveniristiche, che vuole tramutarsi in forza.
Nella sala numero 3, dove gli squadrati ritratti dei due Kim, padre e figlio, si stagliano sulla parete, le 250 persone ammesse possono richiedere volumi di scienze sociali, economia, letteratura. «Il Grande leader - recita orgogliosa la signora Hwang, fasciata in un grazioso costume locale bianco - una volta seduto a questi tavoli capì subito che la posizione di lettura migliore doveva essere non sul ripiano, ma leggermente obliqua. E, sull'istante, fece cambiare tutti i banchi».
Che cosa leggono allora su questi scranni ora inclinati studenti, operaie e lavoratori? Il giro fra i banchi miete diffidenza, più che altro per la possibile reazione dei dirigenti incaricati di tenere la situazione sotto controllo. Dietro i piccoli occhiali tondi e fra le mani incallite spuntano allora a sorpresa Shakespeare, Victor Hugo, Puskin, Dostojevskij, Heine, Tolstoj, Goethe, Andersen, Bronte. E, inaspettatamente, nonostante l'odio storico del regime verso gli Stati Uniti, persino alcuni americani, Mark Twain ed Hemingway. Tradotti in coreano. Ma ci sono anche Maupassant, Arthur Conan Doyle, Tagore.
Al piano superiore, dietro il tavolo delle richieste un carrellino che sembra un giocattolo scorre sui binari scaricando altri volumi. Che cosa c'è dentro? Assieme a tante opere locali, ai testi sacri scritti da e su Kim Il Sung, in ogni caso i più letti e venerati, compaiono Guenter Grass e Franz Kafka. Chiediamo anche noi i testi in italiano disponibili. Arrivano, in originale, oltre a Esercizi di algebra superiore (in due volumi) e agli Atti dell'Accademia dei georgofili (dispense, Firenze 1982), La Divina Commedia e I promessi sposi. La gentile impiegata addetta allo smistamento non conosce Leopardi e Montale, ma dice che comunque è possibile far arrivare qui testi dall'estero per i lettori coreani. Invita anzi a farlo, e in qualsiasi lingua. I libri verranno poi tradotti o lasciati a disposizione di coloro che sapranno leggerli anche nelle versioni originali. In una stanza attigua un gruppo di giovani, cuffie al collo, azionano registratori che ripetono lezioni in inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo, cinese, arabo, turco, italiano.
Nuova sosta al catalogo. Digitiamo in fretta, prima che sia tardi, le opere di autori considerati campioni della libertà di espressione. A caso: Solgenitsijn, Thomas Bernhard, Garcia Marquez, Neruda. Il computer li segnala disponibili. Estremo tentativo: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e Lo scherzo di Milan Kundera. Presenti!
Fuori, l'aria di Piazza Kim Il Sung è una cappa pesante. La Corea del Nord resta un incubo fatto realtà, con un controllo totale sulle persone. Il fiato del Partito si sente a ogni istante, e l'adulazione verso la famiglia al potere è un'ossessione che diventa un obbligo: nelle canzoni, nelle poesie, nelle esibizioni artistiche e sportive. Un 1984 vero. Con telecamere e microfoni sistemati dappertutto. Le pagine del romanzo ricordano a ogni passo l'esistenza paranoica del protagonista Winston: 'Prese il libro di storia per bambini e guardò il ritratto del Grande Fratello che campeggiava sul frontespizio. I suoi occhi lo fissarono, ipnotici. Era come se una qualche forza immensa vi schiacciasse, qualcosa che vi penetrava nel cranio e vi martellava il cervello, inculcandovi la paura di avere opinioni personali e quasi persuadendovi a negare l'evidenza di quanto vi trasmettevano i sensi. Un bel giorno il Partito avrebbe proclamato che due più due fa cinque, e voi avreste dovuto crederci. Era inevitabile che prima o poi succedesse, era nella logica stessa delle premesse su cui si basava il Partito. (...) Ma la cosa terribile non era tanto il fatto che vi avrebbero uccisi se l'aveste pensata diversamente, ma che potevano aver ragione loro. In fin dei conti, come facciamo a sapere che due più due fa quattro?'.
All'albergo Yanggakdo, nell'isola sul fiume Taedong dove vengono ospitati gli stranieri, i clienti venuti dalla Cina vanno al casinò gettando fortune. Ma al ristorante girevole del 47esimo piano non c'è quasi nessuno. Una giovane donna locale beve un'aranciata e discute amabilmente di architettura. La politica, qui, è terreno minato. Il discorso cade sulla letteratura e sugli autori francesi. «Ha letto I fiori del male di Baudelaire?». La domanda, inaspettata e innocente, finisce per essere micidiale. Le guance avvampano. Abbassa il capo e risponde di sì, mentre gli occhi le si riempiono di lacrime. In 1984 Winston si innamora di Julia sebbene l'amore, e il sesso, siano proibiti. Finisce in segreto per odiare il partito e comincia a scrivere un diario, nonostante farlo sia un crimine gravissimo. Quante pagine, quanti diari segreti ci sono oggi, al riparo da occhi indiscreti, nelle case dei coraggiosi abitanti della Corea del Nord in fila per leggere i libri della libertà?" (da Marco Ansaldo, Leggere Orwell a Pyongyang, "La Repubblica", 28/10/'09)

lunedì 26 ottobre 2009

Book-Keepers


"Al confronto Omero sembra un dilettante. Andava in giro a recitare a memoria due poemi anche voluminosi, questo è vero, ma li aveva scritti lui, ed erano sempre gli stessi. Le persone-libro, no. Peregrinano da un luogo all’altro portando ogni volta un testo diverso con sè per farlo ascoltare. Chi ha letto Fahrenheit 451, ritroverà l’idea di Ray Bradbury, l’autore del romanzo che raccontava di un mondo senza più romanzi né saggi o enciclopedie, bruciati da inconsueti pompieri distruttori della cultura. Il sapere salvato da una comunità di volontari, gli uomini-libro per l’appunto. La fantasia di Bradbury diventa realtà due anni fa in Spagna e da lì la scorsa primavera arriva in Italia. Il gruppo originario è di sei donne e un uomo. Fra queste donne c’è Sandra Giuliani, editrice. E’ lei che invita il fondatore del progetto spagnolo, Antonio Rodriguez Menendez, a venire a Roma per uno stage intensivo.
«Da quel momento - racconta Sandra Giuliani - inizia il miracolo: noi andiamo in giro a recitare i testi imparati a memoria e il gruppo aumenta, miracolo dell'ascolto e condivisione profonda della filosofia: la memoria riconquista il piacere della lettura, un piacere analitico del testo e conquista il piacere della propria voce che dice il testo donandolo ad altri. Lettura come interazione, comunicazione, dono». Il gruppo aumenta, in modo anche piuttosto sorprendente. Oggi sono in 24, quattro uomini e venti donne. La persona-libro italiana più giovane ha 16 anni, ma la più anziana ne ha 92. «A occhio e croce gli estremi hanno la stessa capacità di memoria - spiega Sandra - che aumenta invece nella fascia mediana dai 30 anni ai 57». I loro lavori? Sono liberi professionisti, pensionati, dirigenti e impiegati, commercianti, archeologi, medici, editori, vivaisti.
Da quando sono nate, le persone-libro italiane hanno partecipato a otto eventi. Hanno recitato libri a memoria durante festival di lettura ma sono anche andate a declamare in strada come è accaduto ad Ariccia, invitate dal comune che voleva rilanciare il centro storico. E bisognava vedere i volti stupiti dei passanti che si trovavano all’improvviso davanti a un gruppo di persone con addosso una canottiera con su scritto «Sono una persona libro» e a sentir raccontare storie lontane anni luce nello spazio e nel tempo da un piccolo paese a sud di Roma.
Non chiedono compensi, solo un rimborso spese se c’è una trasferta da affrontare. Non chiedono nulla, se non dieci euro l’anno, anche a chi decide di diventare una persona-libro. Vanno versate all’associazione Donne di carta. Altri requisiti? «Amare un libro in particolare, avere la pazienza e la cura di allenare la propria memoria», risponde Sandra. «Non si può recitare un libro se non lo si ama», conferma Monica Maggi, anche lei persona-libro, ma specializzata in poesie. «Mi riesce molto meglio, le sento di più». Perché una delle regole del gruppo bandisce gli eroismi: non è necessario imparare a memoria la Divina Commedia o i Promessi Sposi, basta un capitolo, l’importante è amarlo e riuscire a farlo amare a chi ascolta. «Ci incontriamo periodicamente per sentire i testi che stiamo imparando, per dare consigli sulla dizione; usiamo una tecnica semplice: i testi vanno detti e non recitati, il timbro di voce deve essere colloquiale e la gestualità non interpretativa ma accompagnante il ritmo del testo, il piacere che noi proviamo deve essere il primo oggetto di comunicazione come se dicessimo “senti com'è bello questo brano”. Da questo lavoro emergono le scelte rispetto agli eventi pubblici, la partecipazione è libera: possiamo essere tre oppure venti e anche al momento dell'esibizione resta libera la scelta di dire o di far parte silenziosamente del pubblico», spiega Sandra.
E, però, la comunità si allarga di incontro in incontro, superando ogni aspettativa iniziale. «Si diventa persone-libro venendo ad ascoltare le esibizioni e innamorandosi del progetto, dopo di che si partecipa alle riunioni di lavoro con un proprio testo e poi si parte. Diventare soci significa condividere le assemblee e i progetti di promozione, cioè come ogni socio bisogna aiutare negli stand durante le fiere, creare gruppi di acquisto per i libri dei soci, fare promozione del Catalogo, insomma vivere l'associazione». Gli incontri sono ogni volta diversi. In genere si recitano romanzi - da Il mio nome è rosso di Pamuk a Quoi l’eternité della Yourcenar o L’Arte della Gioia di Goliarda Sapienza, Palomar di Italo Calvino, Diario 1942-43 della Hillesum, e anche la Costituzione italiana.
«Non c'è un criterio imposto se non il piacere. Di condividere quanto ci fa piacere avere letto, scoperto, recuperato. E non c’è un luogo fisso, andiamo anche nelle case se si decide di organizzare una serata ascoltando la recitazione dei libri preferiti», spiega Sandra. A volte la scelta dei testi dipende anche dal tema dell’incontro. L’ultimo appuntamento, venerdì scorso, al Teatro del Torrino a Roma, aveva come argomento i diritti civili: le letture recitate andavano da testi di Primo Levi a Anna Politkovskaja.
La settimana prossima, il 30 ottobre, la serata sarà dedicata a Helen Humphreys, scrittrice canadese. Sarà collegata via Skype, leggerà in inglese parti dell’ultimo libro tradotto in Italia Cani selvaggi, mentre almeno in tre persone-libro lo reciteranno a memoria in italiano.
Il Decalogo delle persone-libro lo dice con chiarezza: «Siamo una stravagante minoranza ... non siamo sicuri di nulla se non del fatto che i libri siano davvero al sicuro soltanto nella nostra testa». Perché «difendere in questo modo i libri significa riconoscere l’errore che c’è dietro la distruzione delle biblioteche, sia quella di Don Chisciotte o di Sarajevo o di Baghdad: chi distrugge un libro prima o poi finisce per uccidere anche le persone»." (da Flavia Amabile, Le persone-libro, "La Stampa", 26/10/'09)

sabato 24 ottobre 2009

L'invenzione dei giovani di Jon Savage


"Con pantaloni larghi mezzo metro di diametro, eccolo giovanissimo teddy boy; con berretto e giubbino in cuoio, eccolo rocker quindicenne. E prima ancora, eccolo con lo sguardo allucinato del 17enne Jim Stark (in Gioventù bruciata) oppure con il ciuffo ribelle del 16enne Holden Caulfield (Il giovane Holden). Lui e sempre lui: è il teenager l'icona del nostro Novecento. Tenero, smarrito, tormentato, avvilito, studente, proletario, disoccupato il golden boy è stato il motore e l'animatore del «secolo breve» - per dirla con Hobsbawm -, ne ha determinato sorti e destini tra pace e guerra, cinema, musica e letteratura.
Ma quando nasce lo scugnizzo moderno, quello che fa gruppo o gang e impone tendenze? La sua data di battesimo - solitamente si dice - è alla metà degli Anni Cinquanta o giù di lì. Niente di meno vero, afferma, dopo un ventennio di ricerche e una gran dovizia di documenti, il critico musicale e saggista Jon Savage ne L'invenzione dei giovani, in uscita da Feltrinelli. Savage racconta una storia «segreta», assolutamente mai disegnata: l'«invenzione» del moderno teenager nel primo ‘900 in un'appassionante vicenda fatta di sommosse di piazza, provocazione, rabbia, destra e sinistra, svastiche e bandiere rosse, consumismo, gioielli, cosmetici e storie criminali.
All'inizio, spiega Savage, fu il crimine: a focalizzare l'attenzione di giornali e studiosi sui giovanissimi come qualcosa di speciale, un'entità tutta da riconsiderare, furono proprio le spericolatezze dei minori. Carne fresca alle prigioni la davano soprattutto i ragazzi come accadeva, per esempio, a Manhattan dove nel 1889 su una popolazione di 98 mila detenuti 11 mila avevano meno di venti anni. Il barbuto profeta della giovinezza, G. Stanley Hall, proprio partendo da queste considerazioni, in Adolescence elaborò una summa dell'età più intensa. Lo fece agli albori del secolo quando videro la luce i due capolavori dell'universo in crescita, Peter Pan di J. M. Barrie e Il meraviglioso mago di Oz di L. Frank Baum (nel 1939 le ragazzine che si disposero in lunghissime file per assistere alla proiezione del film con Judy Garland finirono vittime di crisi e convulsioni suggestionate dalla pubblicità).
E sempre all'inizio del secolo gli adolescenti stavano conquistando una pubblica opinione particolarmente attenta. Sedotta e scandalizzata dalle imprese, per esempio, di sette come gli Apache, con il culto degli indiani d'America; come «la banda del boccale», nota per i suoi vandalismi e per le gare di bevute; come i Five Points o i Whyos di New York, che disponevano di un listino prezzi per omicidi e ricatti (con testa rasata e abbigliati con spille e bracciali metallici come tanti skinhead si cimentavano anche in avventure meno cruente come tagliare trecce e capelli alle signorine sole). Ben diverso invece lo spirito godereccio del «Bright Young People» degli Anni Venti, descritto in pagine sublimi da Evelyn Waugh. La Rapsodia in blue di George Gershwin accompagnava «ogni corpo a corpo sul divano» e la marijuana alimentava le fantasie insieme alla sorella cocaina che, «pericolosa quanto un serpente a sonagli», stimolava i suicidi e anche gli omicidi dei minorenni inglesi. La polvere bianca rivitalizzava anche le feste tra Parigi e Berlino dove 16 e 17enni si travestivano con singolari maschere, come quella indossata dallo spericolato milionario Harry Crosby, fatta con dieci piccioni morti e sette serpenti vivi in un sacco.
Un'elettrizzazione giovanile di massa, un boogie-woogie ininterrotto e permanente, proprio grazie ai teenagers, collegò in questo periodo e nel decennio successivo le capitali d'Europa e d'Oltreoceano. Dove soggiornavano gli snobbissimi «big man» e «slicker», distinzione avanzata da F. Scott Fitzgerald per gli annoiati studenti del college che si dedicavano all'arte di sedurre le ragazze delle classi privilegiate. I gruppi con gilet arabescati e cicca all'angolo della bocca ambivano poi a stare continuamente alla ribalta delle cronache. In una calda serata dell'agosto del 1939 più di centomila fan adolescenti erano pronti all'assalto del gigantesco Soldier Field di Chicago. In un battibaleno distrussero le piattaforme da ballo, gli strumenti musicali e costrinsero la band di Jimmy Dorsey a rifugiarsi dietro gli spalti.
La musica-oggetto di culto per l'età più verde diventò così una molla incontrollata, una spinta alla protesta: era l'opinione del critico musicale Francis Newton, ovvero lo storico Hobsbawm celato dietro pseudonimo. Teenager bianchi e neri oscillanti al ritmo di swing desideravano partire per ingrossare le fila dei combattenti antifranchisti in Spagna: al Greenwich Village, nacque persino il night del Fronte popolare Café Society, frequentato pure da Eleanor Roosevelt, in cui si mescolavano «divi, debuttanti e plebei».
Nella ribellione giovanile a volte però i diciassettenni potevano diventare altrettanti San Sebastiano trafitti dalle loro stesse imprese. I sedicenni Swing Kids, che nella Germania di Hitler se la spassavano con il proibitissimo jazz nelle ville alla periferia delle metropoli tedesche, finirono agonizzanti dietro il filo spinato o al fronte orientale. A soli 17 anni e mezzo, il cospiratore antinazista Helmut Hübener, fu decapitato dopo un processo di venti minuti. E aveva la stessa età dei Pirati Edelweiss che distribuivano volantini contro le camicie brune. Solo quando la guerra volgerà verso la fine il New York Times Magazine sancirà con la «carta dei diritti del teen ager» la nascita del moderno adolescente, il vero divo del secondo dopoguerra.
E oggi? Dopo aver toccato tante vette, sua maestà il teenager sembra in difficoltà, con l'età del malessere e delle turbolenze che si allontana dal nostro interesse. Oggi, anche se sempre più fragili e marginali, gli adolescenti non esibiscono più il pugno, lo schiaffo, la volontà di ribellione. E se il secondo millennio ha dunque, fin dal suo apparire, inventato i giovani e segnato con la sua fine anche il loro declino, ora passa il testimone. E' il momento di altri teenager, gli evergreen, i Peter Pan canuti o bamboccioni ingrigiti." (da Mirella Serri, I giovani? Sono vecchi di un secolo, "TuttoLibri", "La Stampa", 24/10/'09)

Sono l'ultimo a scendere di Giulio Mozzi


"Giulio Mozzi ha al suo attivo cinque raccolte di novelle, stese nei quindici anni precedenti e in genere accolte con buon successo, cui ora ne aggiunge una sesta. A dire il vero, non si tratta di racconti autonomi, ma piuttosto di pagine di diario, senza alcun carattere di morboso soggettivismo, meglio denominarle quindi, come fa l'Autore, «diario in pubblico». Sono infatti quasi registrazioni quotidiane di quanto è avvenuto a lui, Giulio Mozzi, nome e cognome esibiti allo scoperto, nell'esercizio capillare della sua professione, che è di una sorta di «viaggiatore in letteratura», portato a scorrazzare per la penisola su treni di ogni tipo e ad ogni ora del giorno, quasi per uno sfruttamento sistematico dell'orario ferroviario. Tutto ciò corrispondeva anche alla sostanza dei racconti precedenti, che però si sforzavano di seguire le regole del mestiere, con accurate indagini psicologiche, che oltretutto richiedevano ampio numero di pagine per condurre le opportune analisi, e anche un mascheramento dell'Autore sotto sembianze di personaggi fittizi. Qui invece già il titolo è eloquente, Sono l'ultimo a scendere, con un'ostentazione palese della propria identità anagrafica, e l'accenno a un'occasione appunto di specie logistica. Così è, pur nel rispetto del proprio mondo di affetti e passioni, in questo caso il sunnominato Giulio Mozzi raggiunge una straordinaria immediatezza di espressione che proietta la narrativa verso nuovi lidi. Ovviamente, l'oralità domina queste pagine di diario, ivi compresi spunti dialettali, secondo la buona ricetta neorealista che porta i vari personaggi a parlare nel proprio idioma.
Ma oltre alla chiacchiera spicciola, ognuno di questi squarci di vita in diretta è animato dal ronzio dei telefonini o dall'arrivo degli sms. Ovvero, questa raccolta esemplifica come meglio non si potrebbe una mia ipotesi, che oggi la narrativa debba farsi magra magra per filtrare attraverso la cruna dell'ago fornita dall'informatica, e insomma tradursi in emissioni filiformi, dove trionfa la paratassi, una frase dopo l'altra, una profluvie di «dico io», «dice lui»: se si vuole, la vittoria assoluta del minimalismo.
Tutto questo non è solo un capriccio stilistico, anche se percorso al negativo, verso una totale bocciatura di ogni stilismo, e il raggiungimento di un «livello zero» della scrittura, o addirittura di un sottozero. Il risultato che premia è
che pure validi contenuti umani e psichici così affluiscono abbondantemente,
infilzati in questa specie di spiedo o di spillone con cui Giulio Mozzi trafigge brani palpitanti di verità. C'è un bello scorrere di casi e sentimenti, ci sono le vessazioni inutili di controllori e bigliettai delle ferrovie, o di addetti agli autobus di linea, maleducazioni di compagni di viaggio che urlano nei telefonini, obbligando gli altri a entrare loro malgrado in fatti personali così sfacciatamente ostentati. Ci sono sopraffazioni alle spalle degli extracomunitari, o scoperte improvvise di morti, di dolori, di ingiustizie sociali. E poi, tanta comicità involontaria, tanti piccoli equivoci senza importanza, per dirla con un altro maestro nell'arte dei racconti, Antonio Tabucchi. Ma mentre quest'ultimo arpeggia in genere con proustiana raffinatezza, Mozzi va dritto allo scopo, senza bellurie, con nuda e spietata immediatezza." (da Renato Barilli, Storie ambulanti senza importanza, "TuttoLibri", "La Stampa", 24/10/'09)

Vertigine della lista di Umberto Eco


"Anni fa frequentavo una curiosa biblioteca di filosofia. Era diretta da un simpatico personaggio che passava il tempo a cambiare di posto i libri dagli scaffali, chiedendo ai visitatori continui consigli su quello che avrebbe dovuto essere l'Ordine Perfetto per quell'accozzaglia di testi. Dove mettiamo il testo di Adorno sul giovane Hegel, con la Scuola di Francoforte o nella letteratura secondaria sull'idealismo? Le Vite dei filosofi di Diogene Laerzio va fra la storiografia filosofia o fra la filosofia antica? E la monografia di Deleuze su Nietzsche, il pamphlet di Derrida sulla televisione, le autobiografie di Vico e Croce? Provavamo a spiegargli che l'organizzazione del materiale librario serve soltanto a poter ritrovare alla svelta quel che serve, e un buon catalogo (lì inesistente) è l'unica cosa che il lettore desidera. Ma l'argomento strumentale non attaccava. Il direttore proiettava sul suo piccolo mondo di polverosi volumi una questione metafisica molto più ampia: quella della catalogazione universale delle cose e degli esseri, tanto globale quanto definitiva. Poi qualcuno svelò l'arcano: il bibliotecario era anarchico; e dunque, lottando contro l'arbitrarietà d'ogni ordine costituito, andava alla ricerca d'uno straccio di motivazione.
Cambiai luogo di studio. La figura del bibliotecario anarchico ben sintetizza il dissidio profondo fra l'uso funzionale e quello metafisico d'ogni sorta di cataloghi tematizzato nell'ultimo libro di Umberto Eco, che alla Vertigine della lista è appunto dedicato. Prendendo spunto da una mostra su questo tema che si terrà al Louvre nel mese di novembre, da lui stesso organizzata, Eco non presenta tanto una riflessione sul problema logico della classificazione (argomento del suo Kant e l'ornitorinco), quanto semmai una considerazione teorica circa la presenza costante di elenchi, liste, enumerazioni e schedari nel mondo delle arti, siano esse letterarie o pittoriche.
Dalla descrizione dello scudo d'Achille nell'Iliade a quella degli oggetti nel cassetto del Bloom joyciano, passando per il Cantico dei Cantici e la Teogonia di Esiodo, per il Gargantua di Rabelais e il Paradiso perduto di Milton, sino ai più recenti testi di Huysmans, Breton, Queneau, Perec, Gadda, Calvino, Borges, Arbasino e tanti altri, sembra che gli scrittori saturino le loro opere narrative con inventari infiniti, ora per circoscrivere ambienti e situazioni in modo dettagliatissimo, ora per totalizzare interi universi di finzione, finendo spesso per scivolare nell'ironica incongruità dell'elenco senza fine, nell'euforica vertigine della lista. Ed è proprio nell'universo estetico che si coglie perfettamente, quasi ossessivamente, lo slittamento continuo fra l'elencazione effettuata per banali necessità del momento (la lista della spesa, gettata via appena tornati a casa) e la volontà più o meno strisciante di un ordinamento metafisico del mondo, che per forza di cose segue criteri il più delle volte incongrui. Basti pensare alla relazione polemica fra Don Giovanni e Leporello: laddove il primo seduce per il puro piacere di farlo, ma con la smania mortale di non tralasciare proprio nessuna («purché porti la gonnella»), il secondo tiene il conto rigorosissimo di quante malcapitate siano passate dal letto del suo padrone («un catalogo egli è che ho fatt'io»). Sembra cioè che «il piacere di porle in lista» si divida equamente fra i due personaggi, ma con scopi molto diversi: totalizzazione metafisica il primo, enumerazione infinita il secondo.
Scatta così nelle opere d'arte il godimento estetico per l'«eccetera», il carattere sublime dell'esorbitante, l'eccessivo, lo strabordante, l'immenso, lo smisurato, di tutto ciò che in vario modo oltrepassa quella forma conchiusa dell'opera che è sicura garanzia del suo valore estetico. Da questo gioco fra finito e infinito prende avvio lo slancio metafisico, l'anelito verso l'assoluto, la ricerca del senso ultimo delle cose, i quali, come sapeva bene il nostro importuno bibliotecario, finiscono spesso per far emergere il non senso più cupo, l'assurdità del tutto. Ed è anche per questa ragione che, nota giustamente Eco, quando l'enumerazione si fa sempre più fitta e più lunga, progressivamente si perde il significato di quanto viene elencato per far risaltare il semplice gioco dei significanti, la musicalità dell'elencazione, il ritmo vorticoso di una cosa che segue l'altra che segue l'altra che segue l'altra ... all'infinito.
Ma come rendere visivamente l'«eccetera», in che modo suggerire all'interno di un'immagine qualcosa che costitutivamente non si può far vedere? Ecco una sfida tipicamente semiotica che Eco raccoglie nel suo libro, in vista dell'esposizione parigina. E, crediamo, risolve egregiamente a sua volta proponendo una sorta di inventario: una messa in serie di immagini straordinarie (distribuite lungo il libro insieme all'antologia dei testi), dove le soluzioni pittoriche volta per volta sperimentate dai vari artisti sono di grande interesse: moltiplicazione delle figure, uso sapiente dello sfumato, personaggi che escono fuori dalla cornice, orizzonti lontanissimi con soggetti sempre più piccoli, sovrapposizioni di corpi e accostamenti di cose. Dal sublime letterario si passa così alla vertigine vera e propria, quella che si prova quando gli occhi perdono la focalizzazione delle cose, e si teme di cadere giù, passando nel giro d'un secondo dal funzionalismo quotidiano al terrore per l'assoluto. Pensate a James Stewart: prima inseguiva ladri, poi Kim Novak." (da Gianfranco Marrone, I cataloghi del mondo, "TuttoLibri", "La Stampa", 24/10/'09)

Neglected Classics


"Eppure, era così semplice: cercare di definire che cos'è un classico è «sprecare fiato», ma «la maggior parte di noi lo sa istintivamente». Ci voleva BBC4, che è come la nostra benemerita Radio3, per tagliare corto in una discussione vecchia di secoli: un classico è un classico è un classico, e tanto basta. In queste settimane è in corso una serie formidabile, che ribalta il proprio intento vagamente funereo (disseppellire dieci grandi romanzi dimenticati) grazie alla vitalità dei protagonisti. Funziona così: dieci scrittori famosi patrocinano ciascuno un classico caduto nell'oblio. Il pubblico vota, e il libro vincente viene trasmesso per radio.
Funziona. In primo luogo, perché il titolo Neglected Classics scarica il pubblico dai sensi di colpa: se sono neglected, non è grave non averli letti. E poi, perché è entusiasmante sentire pezzi da novanta come Ruth Rendell o Beryl Bainbridge o Colm Tóibín, spendersi con passione per resuscitare Un eroe del nostro tempo di Lermontov ma anche The Price of Salt di Patricia Highsmith, uscito sotto pseudonimo nel 1952. Rasselas del critico settecentesco Samuel Johnson, sponsorizzato dal critico attuale Howard Jacobson, fu scritto in una settimana per pagare i funerali della madre, e divenne così popolare che lo leggono anche i personaggi di Jane Eyre, Middlemarch e Piccole donne. Nell'arringa di Jacobson c'è anche, forse, la ragione del suo tramonto: «Non è un voltapagina, è bello degustare la precisione del linguaggio di Samuel Johnson».
Ecco: forse un classico è un classico è un classico perché innesca quel verbo, degustare, così inappropriato per la troppa narrativa di rapido consumo sfornata dall'industria editoriale. E forse, se il conflitto è tra fare indigestione di libri-spazzatura o comunque poco nutrienti, e invece assaporare poche cose di buona, classica qualità, è giunta l'ora di fondare «Slow Book». Meglio pochi, ma buoni. E lentamente.
Proprio gli inglesi sono bravissimi a inventare cose allegre, sulla promozione della lettura. Club del libro, giochi a premi, agenzie matrimoniali basate sulle affinità letterarie, settimane «regala un libro», cacce al tesoro, e anche magnifiche serie radiofoniche sui classici sepolti. Copiamo da loro. Oggi più che mai, leggere è un contravveleno e un gesto politico." (da Giovanna Zucconi, Con la Bbc si degustano i classici, "TuttoLibri", "La Stampa", 24/10/'09)

lunedì 19 ottobre 2009

Un coeur intelligent di Alain Finkielkraut


"Non accade spesso che una raccolta di saggi consacrati ala letteratura entusiasmi lettori e critici e si imponga subito come un bestseller. Ma davvero non è sorprendente che ciò sia potuto accadere a Un coeur intelligent del filosofo e giornalista francese Alain Finkielkraut (Stock/Flammarion; in Italia uscirà per Adelphi), perché basta scorrere le prime pagine del libro per capire la sua non comune forza di attrazione. Finkielkraut ci propone la sua lettura di nove grandi storie: Lo scherzo di M. Kundera, Tutto scorre di V. Grossman, Storia di un tedesco di S. Haffner, Il primo uomo di A. Camus, La macchia umana di Ph. Roth, Lord Jim di J. Conrad, Memorie del sottosuolo di F. Dostoevskij, Washington Square di H. James, Il pranzo di Babette di K. Blixen. Tutti i romanzi scelti qui da Finkielkraut ci invitano a diffidare dalle contrapposizioni manichee, dalle chimere sentimentali, dalle ambizioni demiurgiche, dall'utopia dell'uomo nuovo; tutti ci insegnano invece a prestare attenzione alla irriducibile diversità dei comportamenti individuali e alla necessità di interpretarli alla luce dei condizionamenti della vita reale. Siamo andati a trovare Finkielkraut nel suo appartamento interamente tappezzato di libri che si affaccia sui tetti di Montparnasse. Com'è nata l'idea di questo libro? 'E' un'idea che risale a una conferenza che tenni nel 1994 su Lord Jim di Conrad. Fu allora che pensai a un libro dedicato all'ascolto, non già della filosofia, ma della letteratura, un libro dove trattare i romanzieri come maestri. Ma il clima culturale dell'epoca era poco propizio: lo strutturalismo alla cui scuola mi ero formato offriva degli strumenti per analizzare i testi letterari ma restava ostinatamente formalista e relativista. A loro volta, tanto la filosofia che le scienze sociali avevano un atteggiamento condiscendente nei confronti della letteratura considerata alla stregua di un 'pensiero selvaggio' da chiarire e completare'. Cosa intende con 'cuore intelligente'? 'E' una bellissima espressione che troviamo in un passo del Vecchio Testamento in cui il re Salomone supplica Dio di accordargli 'un cuore intelligente', 'un cuore saggio e perspicace'. Hannah Arendt se ne serve in modo estremamente illuminante nel corso della sua riflessione sul ventesimo secolo. Mi è sembrato che questo 'cuore intelligente' fosse anche il tratto distintivo della letteratura. Ciò che oggi ci minaccia non è né l'assenza totale di intelligenza né quella di cuore, ma il fatto che queste due facoltà si ignorano reciprocamente'. Lei dice che 'abbimao bisogno della letteratura per sottrarre il mondo reale alle letture sommarie'. A cosa si riferisce? 'La nostra esistenza è una sorta di racconto ininterrotto: viviamo e al tempo stesso tessiamo la trama della nostra vita e sviluppiamo un'attività fantasmatica continua. La letteratura è già là. Abbiamo bisogno di grandi romanzi per strapparci alle letture semplificatrici che siamo soliti fare della nostra vita e di quella delgi altri. Non è questo l'insegnamento che ci viene da Don Chisciotte o da Madame Bovary?'. La letteratura ci insegna anche l'arte delle sfumature? 'Sì, perché è un'arte di importanza capitale che non abbiamo più il tempo di praticare. Pensiamo all'ultimo Barthes che diceva di voler vivere esclusivamente in accordo alle sfumature'. Lei osserva che un avolta la lettura ci iniziava alla conoscenza del mondo reale mentre oggi la civilizzazione delle immagini ci trasporta in un mondo virtuale dove non c'è più posto per i libri. Non eccede in pessimismo? 'Ciò che temo è che si vada smarrendo una concezione della lettura intesa come conversazione silenziosa con i grandi testi. Siamo entrati in un universo completamente diverso, chiassoso e insieme "comunicazionale". Per gli adolescenti di oggi, incollati davanti al computer e alla televisione, la letteratura è diventata marginale. Si tratta, a mio giudizio, di una mutazione terribile'. [...]" (da Benedetta Craveri, Affidatevi al pensiero del cuore, "La Repubblica", 17/10/'09)

sabato 17 ottobre 2009

Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo di Adriano Petta e Antonino Colavito


"Perché il nome di Ipazia non ci dice nulla? Perché, se diciamo Saffo o Aspasia, pensiamo subito all'origine femminile della poesia e della filosofia, e invece al nome di Ipazia restiamo inerti? Perché un progetto dell'Unesco per la ricerca scientifica femminile porta il suo nome? Chi era Ipazia? Ipazia era tante cose. astronoma, matematica, musicologa, filosofa, medico. Visse nel IV secolo d. C. ad Alessandria d'Egitto e insegnò nella celebre biblioteca fino a quando il 'grattacielo' del sapere antico fu distrutto dalle fiamme (verso l'anno 400, secondo la datazione del libro in uscita, nel 270 secondo molti). Non fu solo scienziata, ma sacerdotessa pagana, fondendo i confini tra religione e scienza in maniera diversa da come faceva il Cristianesimo dominante. E per questo motivo fu uccisa. Dei sicari del vescovo Cirillo la aggredirono per strada e la scarnificarono con conchiglie affilate. I suoi resti furono dati alle fiamme nel Cinerone, dove veniva bruciata la spazzatura. E quel giorno i monaci esultarono con le parole di s. Agostino, per il quale la donna è solo 'immondizia'. 'Una macchia indelebile' nella storia del cristianesimo, così definì il suo assassinio lo storico Edward Gibbon. Secondo Mario Luzi, che a lei ha dedicato il poemetto Il libro di Ipazia, il suo è tra i 'nomi numinosi' della storia del mondo. Ma, prima di Luzi, avevano scritto di lei Voltaire, Diderot, Leopardi, Proust, Pascal, Calvino ... Eppure in Italia è tuttora sconosciuta. Adriano Petta, studioso di storia della scienza, ce la racconta nel romanzo che sarà in libreria il prossimo venerdì 23 ottobre: Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo (edito da la Lepre). [...]" (da Brunella Schisa, Ipazia, scienziata, bella libera. Prima martire della Ragione, "Il Venerdì di Repubblica", 16/10/'09)

Agora, il film di Alejandro Amenabar

Come scrivere un bestseller in 57 giorni di Luca Ricci


"Anche quattro scarafaggi potrebbero scrivere un bestseller. Sbuca oggi nelle librerie - forse attraverso una conduttura o una crepa nel muro - Come scrivere un bestseller in 57 giorni di Luca Ricci (Laterza). Giusto in tempo prima di finire soffocato all'ombra delle termopili di volumi del nuovo Dan Brown, tra una settimana. Quello di Ricci, trrntacinquenne pisano già autore di raccolte di racconti pluripremiate e di La persecuzione del rigorista per Einaudi, non è un saggio o un manuale, ma un irriverente e divertente romanzo-pamphlet che si prende gioco, non senza autoironia, dell'industria della letteratura, delle sue nevrosi e dei suoi cliché, della fauna che la popola, degli scrittori alla moda, dei lettori, dei critici, dei premi, di tutti: compresi quelli che scrivono libri contro chi scrive bestseller. La storia: quattro blatte (John, Paul, George e Ringo ...) decidono dis alvare le finanze del padrone della casa sotto sfratto dove abitano - un inconcludente scrittore fallito - sostituendosi a lui alla tastiera per scrivere un romanzo con tutti gli ingredienti necessari a scalare le classifiche di vendita. Perché, sostengono gli scarafaggi, 'oggigiorno si riproduce sempre la stessa opera, gli editori pubblicano sempre lo stesso libro. O almeno, ci provano disperatamente'. Teorizzano le bestiole: 'Molti scrittori non si mettono al lavoro con l'idea di scrivere un semplice libro, ma direttamente un bestseller', cioè non qualcosa che si imponga all'attenzione dell'umanità come un obbligo, quale per esempio Ulisse di Joyce, ma qualcosa che 'eventualmente, si può non leggere'. Altre definizioni di bestseller. 'Un libro idiota che risulta intelligente'; 'Un libro scritto così male da sembrare già un film'; 'Un libro che riescono a leggere quelli che di solito non leggono'. Dopodiché gli scarafaggi si mettono al lavoro e sezionano i bestseller del momento, individuando i cardini e gli espedienti sui quali invariabilmente si poggiano. Dunque Ricci, chiunque - anche lei, se solo volesse arricchirsi - è in grado di scrivere un bestseller? 'Nessuno scrittore vuole non essere letto e, sì, chiunque, anche uno scarafaggio, può scrivere un potenziale bestseller con tutte le prerogative per vendere molto. Poi non è detto che venda molto: decide il mercato'. Quindi non è poi così facile e automatico fare il botto. 'Ci vogliono qualità anche per scrivere un bestseller. Non ne faccio una questione di talento, di letteratura alta o bassa, di genio o mediocrità. Solo di coerenza: l'importante è non tradire se stessi. L'escamotage degli scarafaggi che fanno il verso al topo Firmino o al Bradipo di Savage nasce da un grande timore: mi spaventa una società letteraria che scrive, pubblica, critica, premia e legge sempre lo stesso tipo di libro. Ma non ho una tesi preconfezionata, non mi irrigidisco su nessuna posizione ideologica'. E allora con chi ce l'ha? 'Con chi si siede al computer pensando al mercato. Il mercato dovrebbe essere una conseguenza e mai una causa di cò che si scrive. Lo scrittore deve pensare al lettore, non al pubblico. Questa confusione lessicale spiega molto. Onestà intellettuale, ricorda? I vampiri, le minorenni che scrivono diari erotici o gli investigatori che parlano in dialetto vengono dopo. E non è neppure un problema di generi. Oggi in Italia il noir è brillante, fors ei nostri migliori scrittori scrivono noir. La cultura del bestseller invece è più melliflua, di solito è un cocktail avvelenato che mischia più cose insieme. E' ormai un genere autonomo'. Vale a dire? 'Un conto è un libro che vende molte copie, un conto è un libro che potrebbe vendere molte copie. Il bestseller non è più una categoria di mercato, bensì un genere. Gli ingredienti di successo incidono sulla creatività, e in certi casi è più importante saper pianificare che saper scrivere. Mi piacerebbe suscitare una discussione sullo stato attuale delle cose, su questa piccola rivoluzione copernicana'. Non è, comunque, sempre meglio legegre un brutto libro piuttosto che una rivista di gossip? 'Non sono così convinto che Stieg Larsson sia meglio di Novella 2000. Più precisamente: se si ha spirito critico, si può leggere e vedere di tutto. Non sono uno snob che non guarda X Factor o il Grande Fratello: bisogna interessarsi alle forme del contemporaneo, sapere cosa piace a otto milioni di persone, che hanno diritto di voto come te. Il problema è credere che il Grande Fratello sia vita vera e non un format'.
La letteratura di massa, si sostiene, crea nuovi lettori, che poi cresceranno. Non crede? 'No, non sono convinto che la letteratura di massa sia una strada per portare nuova gente ad altre forme di letteratura. Penso che i lettori diseducati da questi bestseller resteranno perlopiù drogati da una forma consumistica che non porta a niente. Leggeranno solo quella roba lì. Prendiamo il fenomeno Twilight. Doveva essere letteratura per ragazzi, ma poi l'hanno letta anche gli adulti. Il problema è che la fruizione dei libri è cambiata: si legge un libro così come si affitta un film da Blockbuster, si va al cinema o si fa una partita alla PlayStation'. Detta così continua a non sembrare una cosa tanto negativa ... 'Ma è negativissima. In questo modo il libro ha un solo imperativo: intrattenere. Ciò vuol dire privilegiare unicamente la variazione narrativa, a discapito della ricchezza di un testo. Io continuo a pensare alla letteratura come a un forziere pieno di tesori. Odio fare quello che dice che oggi è sempre peggio di ieri, ma il rischio è di arrivare, come accaduto per la tv, al pensiero unico. Ce l'avrei anche con i poeti, se il mercato editoriale di punto in bianco offrisse solo poesia. Si spera che il pluralismo sopravviva non solo nei cataloghi editoriali'. Il pluralismo e gli scarafaggi. 'Soprattutto gli scarfaggi'." (da Emilio Marrese, Ecco come uno scarafaggio può scrivere un bestseller, "Il Venerdì di Repubblica", 16/10/'09)

venerdì 16 ottobre 2009

Silvia Vegetti Finzi: "Troppe immagini nella vita dei più piccoli"


"Per Silvia Vegetti Finzi, psicologa e docente di Psicologia dinamica all'Università di Pavia, l'allarme fiabe non è solo una prerogativa inglese. Tutt'altro. Professoressa, anche i bimbi italiani ascoltano meno fiabe e per questo imparano a parlare più tardi? 'Certo, le campagne nazionali di invito alla lettura pe rl'infanzia hanno registrato questa carenza. Nelle nuove generazioni, prevale l'immagine, il messaggio iconico. La tentazione dei più piccoli, oggi, è di esprimersi con le figure, più che con le parole. I bambini esercitano la vista più che l'udito. La loro immaginazione risulta più sviluppata della struttura logica del pensiero. E' per questo che, arrivati a scuola, incontrano più difficoltà'. Com'è la lingua dei bambini che ascoltano poche fiabe? 'Una lingua contratta, telegrafica, che si addice a una società della fretta come la nostra. E' una lingua dei messaggini scritti sul cellulare, dove la "x" sostituisce il "per"'. Quanto è ancora importante la fiaba per la formazione dell'infanzia? 'La fiaba raggiunge i bambini esattamente dove sono: nel mondo fantastico. Li introduce alla narrazione, insegna loro a condividere le emozioni e, ovviamente, a esprimersi meglio'." (da Dario Pappalardo, Silvia Vegetti Finzi: 'Troppe immagini nella vita dei più piccoli', "La Repubblica", 16/10/'09)

Leggete le fiabe ai figli o parleranno più tardi


"C'era una volta. Ma adesso non c'è più. O come minimo, c'è sempre di meno. I genitori hanno abbandonato o diminuito una vecchia abitudine: leggere o raccontare una favola ai figli per farli addormentare. E il risultato è che i bambini imparano a parlare sempre più tardi. Così sostiene un rapporto del Ministero dell'Istruzione britannico che fotografa l'alfabetizzazione del Regno Unito: il fenomeno che balza agli occhi dallo studio è infatti quello, in parte già noto, degli adulti che hanno sempre meno tempo per occuparsi della prole. Da un lato, i genitori sono sempre più affaticati; dall'altro, nuove tecnologie distraggono gli uni e gli altri, che si tratti di internet, social network come Facebook, telefonini, videogiochi. Risultato: il numero delle parole che i grandi scambiano con i piccini è in calo costante. Meno fiabe, meno dialogo, uguale apprendimento più lento: all'asilo e perfino alle elementari, in Gran Bretagna, entrano bambini di 5-6 anni con una capacità di comunicazione che sarebbe lecito aspettarsi da un bambino di un anno e mezzo, che ha appena imparato a camminare. Insomma, un disastro: perché quei bambini impareranno lo stesso a parlare, ma varie ricerche dimostrano che spesso chi ha problemi di linguaggio nell'infanzia può sviluppare difficoltà e disabilità mentali di vario grado crescendo. Per questo il Governo britannico lancia l'allarme. 'Il numero dei bambini che cominciano le scuole elementari senza sapere neanche formare una frase rudimentale è in crescita', afferma il rapporto preparato da Jean Gross, responsabile della comunicazione per il Ministero dell'Istruzione, e anticipato ieri dal Times di Londra. Le più recenti statistiche governative indicano che il 18% dei bambini di 5 anni nelle scuole del Regno, ovvero più di 100 mila bambini, non sono al livello di alfabetizzazione previsto per la loro età. Il problema non riguarda soltanto i figli degli immigrati, per i quali sarebbe più comprensibile un ritardo nell'apprendimento dell'inglese, ma anche per quelli britannici. Il ritardo è più spiccato nei bambini poveri, che secondo la ricerca della dottoressa Gross ascoltano 'soltanto 600 parole all'ora' in famiglia, in confronto alle duemila parole all'ora che sono la media per le classi benestanti. Inoltre i bambini che crescono in famiglie povere o disagiate ricevono soltanto un elogio per ogni due rimproveri, mentre nelle case benestanti il rapporto è rovesciato e anche rallenterebbe l'alfabetizzazione. 'Gli adulti sono sempre più impegnati e hanno meno tempo da dedicare ai figli', dice l'autrice del rapporto. 'E per le prossime generazioni sarà peggio, perché un bambino a cui nessuno leggeva le favole non le leggerà di certo ai propri figli'." (da Enrico Franceschini, Leggete le fiabe ai figli o parleranno più tardi, "La Repubblica", 16/10/'09)

giovedì 15 ottobre 2009

Galileo, processo con il trucco


"L’Osservatorio astronomico di Parigi è un edificio imponente, con biblioteca mozzafiato e strumenti che scrutano il cielo con confidenza. La gloria di Luigi XIV si mostra in ogni angolo e mura larghe due me­tri proteggono infinite storie, anche l’ultima qui na­ta: la nuova e più interessante edizione del processo a Galileo Galilei. Vi attende lo storico italo-svizzero Francesco Beretta, del Centre national de la recher­che scientifique (Cnrs) di Lione; la traduzione, la fat­tura e il commento dettagliato dei due volumi saran­no realizzati da Michel-Pierre Lerner e Alain Segon­ds, direttori di ricerche al Cnrs e conoscitori formi­dabili di storia dell’astronomia, per le Belles Lettres di Parigi. Uscirà anche, per la parte dei documenti originali, nell’aggiornamento all’edizione nazionale di Galileo curata da Paolo Galluzzi, direttore dell’Isti­tuto e Museo di storia della scienza di Firenze. Beretta confida: «Capire il processo di Galileo si­gnifica innanzitutto comprendere il funzionamento del tribunale dell’inquisizione in quel periodo del ’600. Osservarne i meccanismi attraverso il parago­ne con altri casi meno importanti, verificare i punti anomali, i margini utilizzati dai giudici per procede­re». E ancora: «Lo 'stile del tribunale' consisteva in una serie di dispositivi che non erano codificati co­me oggi. Il giudice poteva orientare il processo in un senso o nell’altro. Conoscerlo è indispensabile per interpretare correttamente i documenti». È il caso di pubblicarli ancora? Non disponiamo di tutto il materiale? A tali domande si può rispondere con un po’ di storia (la scriviamo con l’aiuto dei tre studiosi incontrati a Parigi). Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio segreto vati­cano, ha pubblicato nel giugno 2009 una nuova edi­zione del processo, che riprende la sua del 1984 con altri documenti ritrovati. Nel 1998, grazie all’iniziati­va di Giovanni Paolo II per la «purificazione della memoria», fu aperto ufficialmente l’archivio della Congregazione per la dottrina della fede che conser­va le carte del tribunale romano del Sant’Uffizio (da non confondersi con l’Archivio segreto vaticano, quello del Papa, disponibile dal 1881). Il fascicolo degli atti galileiani, noti come «il volu­me del processo», faceva un tempo parte della colle­zione delle materie criminali dell’Archivio del San­t’Uffizio, che comprendeva alla fine dell’Antico Regi­me circa 4 mila tomi. Quando Napoleone decise nel 1809 di creare a Parigi l’Archivio centrale dell’Impe­ro, dove sarebbero confluiti quelli dei Paesi sotto­messi, iniziarono le operazioni di trasporto: al San­t’Uffizio toccò nella primavera del 1810. Il volume di Galileo fu spedito a parte, giacché Napoleone chiese personalmente alcuni documenti cruciali, quali il processo ai Templari, la bolla che lo scomunicava e, appunto, le carte sullo scienziato. Secondo l’inventa­rio di Parigi del 1813, oltre i 4 mila volumi di materie criminali, gli archivisti ne ricevettero altri 2 mila di incartamenti dottrinali o di giurisdizione dell’Inqui­sizione. Ve n’era poi un altro migliaio con decreti e lettere. Totale, circa 7 mila volumi. Caduto Napoleone, si cercò di riportare il tutto a Roma. Spuntano i nomi di Marino Marini e di Giulio Ginnasi, i quali, sentiti i superiori e visti i costi, deci­sero di buttar via i 4 mila volumi dei processi crimi­nali. Tra essi c’erano Bruno, Campanella e tutti i filo­sofi italiani che riprenderanno statura nell’Ottocen­to (di Bruno, infatti, conosciamo solo il sommario del processo — una cinquantina di carte delle origi­nali, probabilmente la copia appartenuta a un con­sultore — giacché l’insieme andò perduto e restano i soli documenti veneziani). Galileo, arrivando a par­te, finì tra le carte di uno dei ministri napoleonici, il conte Louis C. Blacas che, esiliato a Vienna, si porte­rà con sé il faldone. La vedova lo restituirà nel 1843 a Gregorio XVI; Pio IX lo consegnerà all’Archivio segre­to vaticano nel 1850, anno nel quale Marino Marini, nel frattempo giunto a quell’Archivio, pubblicò i pri­mi documenti del processo. Ma la sua fu opera par­ziale e apologetica. A questo punto cominciano le edizioni, anche se a rigor di termini le carte non sarebbero state visibili senza permesso fino al 1881. Nel 1867-69 escono quelle contrapposte di liberali e cattolici, poi arriva nel 1877 la «diplomatica» di Gebler; infine c’è Anto­nio Favaro, docente a Padova, che nell’ambito della «nazionale» galileiana (XIX volume) pubblica le car­te nel 1907 (la prima è del 1902, in fascicolo a parte). Offre il testo del processo e i decreti del Sant’Uffizio che gli furono trascritti dall’archivista. Nel 1984 ecco l’edizione Pagano: oltre le carte processuali (ripren­de Favaro) ripubblica il famoso G3, il documento re­so noto da Redondi nel 1983 in Galileo eretico (Ei­naudi) su cui si costruì la tesi non accolta dalla sto­riografia della condanna per ato­mismo. Pagano formulò l’ipotesi che il volume del processo non fosse l’incartamento originale, ma un sunto, un estratto realizza­to per l’Indice, al fine di giustifica­re l’inserimento del Dialogo tra i libri proibiti. Tutte le precedenti ricostruzioni del processo sareb­bero così state relativizzate, data l’incompletezza della documenta­zione. E qui arriva Beretta. Egli ha mo­s­trato, in una serie di studi, che questi documenti sono proprio quelli utilizzati da Urbano VIII il 16 giugno del 1633 per condannare Ga­lileo. Magari ce ne saranno stati altri, ma il Papa si pronunciò sulla base della documentazione a noi no­ta. Tre cardinali inquisitori erano assenti alla seduta di abiura, il 22 giugno, ma il fatto non ha l’importan­za che alcuni studiosi gli attribuiscono, perché il ver­detto l’aveva già pronunciato il Papa in persona, il 16 giugno, e il 22 non restava ai porporati che firmare la sentenza già stesa. Nel 1998, con l’apertura dell’Ar­chivio del Sant’Uffizio sono stati scoperti una trenti­na di nuovi documenti (per Beretta «non cambiano sostanzialmente il quadro del processo»). Pagano nella sua recente edizione li riprende insieme a quel­li del 1984, offrendo una nuova collazione degli origi­nali in cui, fra l’altro, convalida la tesi di Beretta sul­la natura dell’incartamento processuale. Dov’è la novità? Lo studioso italo-svizzero cerche­rà di dare l’insieme completo della documentazio­ne, e questo significa ripubblicare anche il dossier fiorentino che contiene un’altra parte del processo (Pagano offre solo la romana). A Firenze, per esem­pio, c’è la copia autentica della sentenza, perché l’ori­ginale era nel volume — delle sentenze, appunto— del 1633 disperso a Parigi. Beretta, Lerner e Segonds sottolineano che tali documenti sono noti, ma pub­blicandoli insieme cambiano l’immagine complessi­va, giacché non verranno dati per gruppi distinti, ma nell’ordine cronologico e in tal modo si potrà se­guire passo dopo passo lo sviluppo del processo. Ri­salteranno così anche le anomalie rispetto allo stile. Per esempio, si sa che il processo a Galileo scatta per la pubblicazione del Dialogo sopra i due massi­mi sistemi, ma questo libro — ricordano — «vide la luce con due imprimatur, ovvero con doppia appro­vazione ecclesiastica». Ora, seguendo lo svolgimen­to del processo appare chiaramente che manca nel­l’incartamento il manoscritto del Dialogo recante il doppio imprimatur, che nel 1630 fu consegnato da Galileo a Urbano VIII: sembra proprio che il pontefi­ce in persona su quell’originale, di suo pugno, abbia corretto il titolo. Nel 1632 il volume era a Firenze, lo stampatore non poteva azionare il torchio senza pla­cet , pena la prigione. Durante il processo, Galileo in­vocò per difendersi la concessione dell’imprimatur da parte del Maestro del Sacro Palazzo, Niccolò Ric­cardi, facendo anche allusione all’intervento del Pa­pa. Per proteggersi, Riccardi si era fatto mandare dal­l’inquisitore di Firenze il manoscritto incriminato nell’estate del 1632. In altri processi coevi, il testo ori­ginale è conservato nell’incartamento giudiziario per decidere se fosse colpevole delle cattive dottrine del libro l’autore o chi concesse l’approvazione. Ma il manoscritto del Dialogo sparì: si voleva celare che il permesso di stampa lo aveva dato il Maestro del Sacro Palazzo, consenziente il Papa. Galileo, che non fu torturato, il 22 giugno 1633 giurò in ginocchio — mano sui Vangeli — che il mo­vimento della Terra è contrario alla fede cristiana. Fece l’abiura davanti ai cardinali inquisitori. Riccar­di era presente fra i consultori, e il testo della senten­za è costruito per far cadere tutta la colpa sullo scien­ziato e liberare l’alto prelato dall’incubo di aver con­cesso quell’imprimatur." (da Armando Torno, Galileo, processo con il trucco, "Corriere della Sera", 13/10/'09)

mercoledì 14 ottobre 2009

La donna da un libro al giorno


"La signora legge in giardino, sul trattore, sulla panchina, in spiaggia, sulla neve. Legge di giorno e di notte, al tavolino e a letto. Il medaglione che sfoggia in petto dice tutto: un omino che legge sul gabinetto. Naturalmente la signora, che faceva l'avvocato, specializzata in cause ambientali, sa bene che la lettura, a questi ritmi, è un lusso che si può permettere perché la serenità economica aiuta. Ah, certo, i ritmi: un libro al giorno. Un libro al giorno per un anno, 365 libri dal leggere tutti di un fiato, dall'alba al tramonto. Ma non pensiate che quella di Nina Sankovitch, 46 anni, da Westport, Connecticut, sia una sfida snob e demodée: al fruscìo della carta stampata la signora non disdegna lo schermo del computer. Anzi. La signora è una vera blogger e redallday.org, "leggi tutto il giorno", si chiama il sito in cui incasella, uno a uno, i libri che ha letto e di cui offre, uno per uno, una sua recensione. Oggi siamo a quota 350, la signora ha cominciato giusto un anno fa, era il 28 ottobre, il giorno del suo 46esimo compleanno: L'eleganza del riccio, il bestseller di Muriel Barbery, è stata la prima scelta, poi a ruota Gli emigrati di W. G. Sebald, Un giorno per morire di Jean Claude Izzo, e vai così. La signora legge di tutto, alto e basso, Thomas Pynchon e l'ultimo noir. L'unico relax dal testo scritto, rivela al New York Times, è una puntata di New York Csi in tv: il poliziesco distrae sempre. Non punta a nessun record, non è una bibliofila, dice: "Leggere, scrivere, leggere per 365 giorni". Perché lo fa? "Perché no?" è la risposta. "Amo leggere, non c'è altra cosa al mondo che vorrei fare di più, e con il blog voglio dividere la mia gioia". Solo questo?
C'è anche un bel reparto italiano nella libreria della signora. Non è una studiosa di letteratura: segue l'istinto. Sembra un personaggio uscito da Italo Calvino: Se una notte d'inverno un viaggiatore, la lettura come magnifica ossessione. "Non l'ho letto", dice. Punto. Di un grande come Alberto Moravia, per esempio, ha letto un romanzo minore: L'amore coniugale. Ma non è un caso: è un romanzo che racconta la storia di uno scrittore che si perde nella scrittura. Nina ne è attratta: "Le due pagine in cui il narratore critica la sua stessa scrittura potrebbero servire come ottimo esercizio per ogni scrittore".
Ha letto anche Montalbano, Nina, La pazienza del Ragno: "Camilleri ha tutto quello che io adoro in un poliziesco: bella ambientazione piena di dettagli sul paesaggio e sul cibo, una varietà di personaggi che sono tanto interessanti quanto caratteristici del luogo ...". A Nina piace l'Italia dei dettagli, l'Italia verace: "Recentemente ho letto Valeria Parrella e ho amato quelle sue piccole storie ambientate a Napoli". Ha già in programma un altro noir italiano: "Questa settimana o la prossima voglio leggermi Poisonville di Massimo Carlotto e Marco Videtta", che sarebbe la traduzione di Nordest. Noir, ancora noir. "Oh, se è per questo ho letto quella grandissima raccolta di brevi storie noir, Roma Nera", dice: ed è una raccolta curata da Chiara Stangalino e Maxim Jakubowski per il mercato anglosassone, racconti di Antonio Scurati, Carlo Lucarelli, Tommaso Pincio, Enrico Franceschini, Nicola Lagioia.
Tra pochi giorni l'esperimento finirà: ma il 28 ottobre del 2009 sarà davvero l'ultimo del suo blog? "Io così sto anche cercando di alleviare il dolore che sento da quando ho perso mia sorella, quattro anni fa, dopo una breve malattia. Quest'anno ho l'età che lei aveva quando è morta. Era troppo giovane per morire, amava tantissimo la lettura. E io non riuscirei mai a colmare neppure una frazione di tutte le letture che si è lasciata indietro". Leggi ancora, Nina, leggi finché puoi." (da Angelo Aquaro, La donna da un libro al giorno, un blog, e un dolore nascosto, "La Repubblica", 13/10/'09)

martedì 13 ottobre 2009

Il tempo invecchia in fretta di Antonio Tabucchi


"Di Il tempo invecchia in fretta, la sua opera più recente appena andata in libreria per Feltrinelli, Antonio Tabucchi rivendica con passione la forma, che è quella dell’antologia di racconti (il sottotitolo, Nove storie, è uguale al titolo della celebre raccolta di Salinger, un libro, sostiene Tabucchi, «anche più bello del Giovane Holden»). «Perché un racconto - ha spiegato lo scrittore ieri a un gruppo di giornalisti milanesi - è un meccanismo letterario speciale, con regole ferree, l’equivalente in prosa del sonetto, come il sonetto concluso e da leggere tutto d’un fiato». Se il tempo invecchia in fretta, come afferma il suo libro, il racconto però lo frena, lo fissa, lo aggancia fulmineamente, lo fa balenare, «mentre il romanzo può attendere, è paziente. Può attendere d’essere scritto e può attendere d’essere letto. Un racconto invece è imperioso».
Cronache del «secolo breve», i racconti di Tabucchi sembrano pescare nelle ceneri tiepide del passato piccoli relitti, tracce sbigottite, ricordi contraffatti dalla distanza degli avvenimenti, dalla senilità dei protagonisti. Protagonisti che sono per la maggior parte figure dell’Est europeo, quell’Est che si è affacciato per ultimo all’esplorazione e al ricordo, dove tanti si sentono superstiti, sopravvissuti senza più scopo. E allora lo scopo di un tempo, per pessimo che fosse, si spoglia della sua negatività per diventare memoria nostalgica (la spia della Ddr che rimpiange la sua attività attenta e indefessa); addirittura il nemico di un tempo diventa l’unico alleato possibile (l’ex generale ungherese che solo con l’ex generale sovietico che ha schiacciato la rivolta magiara nel 1956 ritrova il piacere dell’esistenza).
In questo mondo e in questo secolo che s’è consumato così in fretta, con tanta spietatezza, «si può avere nostalgia del peggio, eccome - ha ribadito ieri Tabucchi. E per dimostrarlo ulteriormente ha raccontato una storia inedita. Il decimo racconto del suo libro, avrebbe potuto essere, ma invece di scriverlo ce l’ha detto a voce. Riguarda un grande scrittore angolano, Luandino Vieira, «il Gadda della lingua portoghese, un maestro nell’impastare dialetti locali e idioma colto. Luandino, uno pseudonimo adottato in onore della capitale dell’Angola dov’è cresciuto, è figlio di contadini immigrati in Africa dal Portogallo, e ha scritto i suoi romanzi più importanti - in Italia sono usciti La vita vera di Domingo Xavier da Pironti e Luuanda da Feltrinelli - nel lager di Tarrafal, a Capo Verde, dove è stato prigioniero politico per molti anni».
Infame, il campo di concentramento: «I compagni morivano di malaria; nelle baracche di zinco la temperatura era di 40 gradi. Uscito dopo la Rivoluzione dei garofani, onorato con un incarico ufficiale per la sua milizia anticolonialista, quando in Angola prevale la guerra per bande Luandino si esilia in Portogallo e smette di scrivere. «Ma qualche anno fa - racconta Tabucchi - si sparge la notizia che sta per uscire un suo nuovo libro. Un giornalista riesce a intervistarlo. Quando ho letto l’intervista sono rimasto folgorato. Alla domanda del giornalista: “Quali sono stati gli anni migliori della sua vita?”, Vieira ha risposto: “Gli anni del Lager”». Perché il tempo invecchia in fretta, e la nostalgia coglie solo un barlume del passato, la speranza, lo scopo, l’esaltazione. Quello che dava un senso alla tua vita. Anche il Lager." (da Maria Giulia Minetti, Tabucchi racconta
la nostalgia del peggio
, "La Stampa", 13/10/'09)

sabato 10 ottobre 2009

Edward Hopper, il pittore che narrò le nostre solitudini


"«Nel novantanove per cento dei casi - disse Edward Hopper poco prima di morire - gli artisti vengono dimenticati dieci minuti dopo la morte». Affermazione che risponde senza dubbio al vero, ma non per lui. Ora, alla vigilia della grande mostra a lui dedicata a Milano dal 14 ottobre, ne è la conferma l'uscita in Italia per l’editore Johan & Levi della «biografia intima», va da sé monumentale, Edward Hopper (trad. di Irene Inserra e Marcella Mancini) scritta da Gail Levin, curatrice dell'opera di Hopper presso il Whitney Museum di New York, insegnante al Baruch College e autrice in passato di altri libri sul medesimo argomento.
La Levin, che ha avuto accesso alle lettere della moglie di Hopper, Josephine Nivison, e ai diari da questa tenuti tra gli Anni '20 e i '60, racconta la vita e i quadri del Maestro alla luce dell'antagonismo anche violento che caratterizzava le dinamiche di una coppia a dir poco simbiotica, che ricorda almeno in parte quella formata da Francis e Zelda Scott Fitzgerald: anche Jo infatti era un'artista, e oltre a fare da modella per il marito e a riciclare abiti usati dipingeva a sua volta. Frustrata dal successo del marito, con cui peraltro collaborava per trovare sempre nuovi soggetti, veniva da questi immancabilmente ostacolata. Non solo: Hopper di tanto in tanto la picchiava, e nella sua misoginia arrivava al punto da proibire alla consorte di mettersi al volante dell'auto di famiglia. Scrive per esempio Jo: «manifesta una ferma opposizione ogni volta che respiro ... vivo nell'ansia costante di un suo divieto».
Nel racconto della Levin tuttavia il privato diventa pubblico, perché queste scene di vita da un matrimonio si intrecciano con la genesi di quadri ormai celeberrimi, a cominciare da quel Nighthawks che dipinto nel 1942 è ben presto diventato non solo una delle metafore più pregnanti della condizione umana e dell'alienazione metropolitana, ma anche l'oggetto di un processo di banalizzazione ad alzo zero. «Ormai siamo abituati a vedere il triste bar aperto tutta la notte popolato da Babbo Natale con le sue renne, dai personaggi dei Peanuts, da anatre e persino da un gruppo di conigli chiamati gli hopper», nota la Levin. C'è chi si è spinto fino alla parodia, come l'artista austriaco Gottfried Helnwein nel suo Boulevard of Broken Dreams (1987), in cui ha sostituito le anonime figure di Hopper con Humphrey Bogart, James Dean, Elvis Presley e Marilyn Monroe. Per tacere delle copertine, delle copie in legno o ceramica, smalto o cartone, e delle ovvie riproduzioni su T-shirt, tazze e poster (toccate in sorte ai capolavori di tanti altri grandi, da Van Gogh a Picasso).
Quel che colpisce, però, al di là della sorte dell'opera d'arte all'epoca della sua riproducibilità tecnica, è l'enorme influenza esercitata da Hopper sui colleghi. Il suo uso della cultura popolare americana ha segnato un gran numero di artisti figurativi: oltre ad Andy Warhol, si pensi a Tom Wesselmann o George Segal, che alla Levin confessa: «Ciò che mi piace di Hopper è il modo poetico in cui riusciva ad allontanarsi dalla realtà». E l'inglese David Hockney, famoso per le sue piscine californiane? Per lui Hopper è «il più grande artista americano del '900». Anche gli iperrealisti, da Roger Brown a Richard Estes a Ralph Goings a Idelle Weber, vengono stregati dalla sua attrazione per le immagini «secondarie»: facciate, vetrate, stazioni di servizio (non a caso il giovane Hopper a Parigi si avvicinò alla fotografia, stupendosi per la «personalità che un buon fotografo può mettere in un'immagine»). Dopodiché, ecco i concettualisti, tra cui l'inglese Victor Burgin, con la sua rivisitazione di Office at Night.
L'onda lunga sprigionata dalle tele di Hopper ha tuttavia toccato anche altri ambiti artistici, compresa la letteratura. Pare perfino scontato avvicinare l'opera del pittore americano a quella di Raymond Carver, e dunque a quella dei tanti nipotini di quest'ultimo, più o meno a loro agio dopo essere stati iscritti d'ufficio alla voce «minimalisti», come ad esempio Bret Ellis e McInerney fino al nostro Aldo Nove che proprio ora racconta un «incontro immaginario» tra l’artista e lo scrittore in Si parla troppo di silenzio. Quante volte del resto nel corso degli ultimi decenni siamo incappati nell'aggettivo «hopperiano», nelle quarte di copertina di romanzi non solo americani?
Quanto al cinema, che catturò l'immaginazione del piccolo Hopper al tempo in cui bambino frequentava con la famiglia la sala della natia Nyack, e che gli dette da mangiare quando agli inizi della carriera disegnava locandine cinematografiche, prima divenne uno dei soggetti dei suoi quadri, e poi attinse a piene mani dal suo lavoro. «Dal momento che i noir e le opere di Hopper erano frutto della stessa cultura americana, non è facile stabilire chi sia venuto prima», scrive la Levin a proposito delle affinità tra il pittore e il regista Fritz Lang. Nel 1965, per il suo Two Comedians, Hopper s'ispirò esplicitamente al film Amanti Perduti di Marcel Carné. Ma quante sono le pellicole che devono almeno un'inquadratura ai quadri di Edward Hopper? La casa solitaria dipinta in House by the Railroad torna in film come Psycho di Alfred Hitchcock o Il Gigante di George Stevens. Nighthawks ha ispirato tra gli altri George Roy Hill per La Stangata e Aki Kaurismäki per Nuvole in viaggio. E poi ancora Lynch e Fassbinder e Wenders, che quand'è a New York torna sempre a vedere Hopper al Whitney, e che omaggiò la tela Sun in an Empty Room in L'amico americano, tratto dal romanzo di Handke: a sua volta grande ammiratore del pittore. Inutile aggiungere che dalla morte di Hopper, avvenuta a New York nel 1967, sono passati ben più di dieci minuti." (da Giuseppe Culicchia, Edward Hopper, il pittore che narrò le nostre solitudini, "TuttoLibri", "La Stampa", 10/10/'09)

venerdì 9 ottobre 2009

Herta Muller, Nobel ai margini


"«Cerco sempre di immaginarmi ai margini dell’avvenimento che sto osservando. Vedo che gli uomini agiscono in modo apparentemente libero e non si accorgono di essere sottoposti a vincoli ben precisi, di essere prigionieri di un meccanismo, di agire con la libertà di una marionetta. E io cerco di rappresentare questo meccanismo». Così Herta Müller spiegava nel 1984 il suo lavoro di scrittrice romeno-tedesca. Due anni prima era uscito in Romania il suo primo libro di racconti, Bassure, in un’edizione fortemente sforbiciata dai censori di Ceausescu; tre anni dopo la Müller, col marito, lascerà per sempre la Romania per stabilirsi a Berlino Ovest e dare pieno avvio alla carriera letteraria oggi coronata dal Nobel.
Ma sbaglieremmo a pensare a Herta Müller come a una «dissidente», almeno nel senso abituale del termine. La scelta di collocarsi «ai margini», e la convinzione che il comportamento umano sia desolatamente condizionabile, e dunque condizionato, ne fanno piuttosto una vera e propria outsider, anche rispetto alla comunità di provenienza. Ai tedeschi del Banato - raffigurati in tutta la miseria morale, lo squallore e la meschinità provinciale che soltanto Thomas Bernhard, parlando degli austriaci, aveva saputo descrivere con tanta disturbante efficacia - Herta Müller non piaceva più di quanto piacesse al regime. Se il realismo socialista vietava di raccontare una società contadina alienata e gretta, la minoranza tedesca si aspettava dai suoi rappresentanti letterari una narrazione epica, e in ogni caso positiva (era stato Carlo VI d’Absburgo, all’inizio del ’700, a chiamare nel Banato, appena sottratto ai Turchi, un nucleo di coloni tedeschi, con l’intenzione di modernizzare quella nuova e remota provincia dell’impero).
Herta Müller invece racconta una vita ridotta alla mera sopravvivenza, al ripetersi indifferenziato di gesti e azioni che quasi cancellano ogni specificità umana, uniformandola al pigro e indifferente divenire della natura. La quale natura, né romantica né «socialista», non nasconde mai la meschinità e la crudeltà gratuita che ne contraddistinguono il modo d’essere: odori e sapori sgradevoli, il caldo soffocante o il gelo pungente, la malattia e la morte sono altrettanti rimandi a un agitarsi incessante che non perviene mai a un approdo. «Credo di essere nata con un senso di disgusto per la vita», proseguiva la scrittrice in quella lontana intervista. «Non sono cresciuta, sono stata cresciuta. Non si poteva fare nulla, si doveva fare tutto». E non è chiaro se sta parlando del socialismo reale, della piccola e asfittica comunità tedesca, o di entrambi.
Tutta l’opera successiva di Herta Müller ruota intorno a questo buco nero sentimentale, psicologico, sociale: che racconti l’adolescenza surreale sotto Ceausescu, la disumanità della dittatura o lo smarrimento della nuova vita in Occidente, c’è in lei ogni volta la sensazione sgradevole quanto appiccicosa che i conti non tornano mai, che i conti non possono tornare. Siamo appunto marionette, e il massimo di libertà cui possiamo aspirare è renderci conto di esserlo.
In questo quadro fosco - non mancano, qua e là, tratti ironici: ma è un’ironia che diventa subito sarcasmo, e amarezza - la scrittura gioca un ruolo centrale. Ridotto a mero osservatore «ai margini», e prigioniero anch’egli di un meccanismo implacabile, lo scrittore scende idealmente dal piedistallo della retorica per accucciarsi a terra, nella sporcizia e tra i rifiuti. La scrittura dunque diviene scabra, essenziale, quasi da poema in prosa, e urticante; l’osservazione minuziosa dei dettagli, tanto più profonda quanto più fastidiosa, si traduce in una struttura linguistica dove ogni frase si muove da sé, segnando ogni volta un possibile inizio e una possibile fine del racconto. Nei libri di Herta Müller le parole si muovono senza mèta, in un disinteresse glaciale che demolisce il principio stesso della narrazione, e nell’ostinazione per i dettagli rivelano, quasi naturalmente e senza alcun intervento esterno, la totale e inguaribile insensatezza del mondo.
Herta Müller ricorre spesso all’io narrante di una bambina per costruire i suoi incubi; gli adulti, quasi sempre, sono automi destinati a ripetere all’infinito quegli stessi atti che fin dal principio li definiscono. L’infanzia è dunque il solo àmbito sottratto alla sfera maleodorante della necessità: come in Agota Kristof, anche nella Müller lo sguardo del bambino arriva là dove gli altri non riescono neppure ad affacciarsi. La qualità principale della bambina di Herta Müller è non saper nulla, non avere esperienza di nulla, non aver letto né scritto nulla: è uno specchio senza cornice, e soltanto in questo modo - cioè senza le sovrastrutture del pensiero razionale e del linguaggio - può rappresentare davvero il mondo. E così il socialismo reale non è più un’abiezione, né una fosca profezia, ma la metafora perfetta della condizione umana." (da Fabrizio Rondolino, Herta Muller, Nobel ai margini, "La Stampa", 09/10/'09)

Herta Müller takes Nobel prize for literature (da Guardian.Books)

Herta Müller Wins Nobel Prize in Literature (da NYTimes.Books)

giovedì 8 ottobre 2009

Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia


"Altro che Cina. Altro che Mao Tse-Dong. Secondo il regista del film Videocracy, l'unica, vera Rivoluzione Culturale dei nostri tempi sarebbe nata verso gli anni Ottanta, negli studi televisivi di Cologno Monzese. Poco importa che i Campi di Rieducazione siano stati semplici programmi di intrattenimento come Drive-in o La ruota della fortuna; l'essenziale è che la sua vittoria abbia coinciso con una totale riformulazione dei valori sociali. Nata come strumento commerciale, la televisione ha finito per imporsi quale modello pedagogico dominante. Solo così si spiegano i solenni Funerali di Stato decretati per un presentatore televisivo. Il Paese che un tempo avrebbe eletto a suoi rappresentanti intellettuali e morali Giacomo Puccini, Guglielmo Marconi o Salvo D'Acquisto (un musicista, uno scienziato, un martire) oggi si stringe trepido intorno a un conduttore. Di tale metamorfosi ha ampiamente parlato la letteratura italiana, con Tondelli, Busi, Aldo Nove. Fin qui però il suo sguardo si era soffermato soprattutto su Milano e dintorni. Con l'ultimo libro di Nicola Lagioia assistiamo invece a un interessante cambiamento di prospettiva. Riportando tutto a casa descrive infatti la grande mutazione antropologica attraverso gli amori e le amicizie di un liceale nella Bari degli anni Ottanta. Rispetto alla sua precedente prova narrativa Occidente per principianti, è come se Lagioia avesse cambiato punto cardinale, suggerendo una specie di Meridione per maturandi. E certo, siamo di fronte a un romanzo di formazione, ricco di echi generazionali (non per niente il titolo proviene da una canzone di Bob Dylan). Eppure quel che più colpisce è lo sfondo su cui si svolge la crescita del protagonista: una Bari da un lato travolta dall'ebbrezza economica degli adulti, dall'altro segnata dall'inquietudine dei loro figli, prigionieri di una 'luminosa gabbia di fatturato e anaffettività'. Per una bella coincidenza, Riportando tutto a casa si allinea a due libri editi da Laterza e basati sul medesimo tema: l'incontro fra il personaggio principale e i suoi antichi compagni di classe, anche a costo di sofferenze e delusioni (Lagioia: 'C'è sempre qualcosa di sbagliato nel rintracciare vecchi amici'). Si tratta di Né qui né altrove. Una notte a Bari di Gianrico Carofiglio, e del recente Foto di classe di Mario Desiati. Mentre il secondo si svolge a Martina Franca, il primo ha per teatro Bari stessa. Ma a cosa si deve questa curiosa insistenza sulla riscoperta dell'adolescenza nell'universo urbano del nostro Sud? Verrebbe da rispondere con le parole di un giovane critico, Simone Giusti, che in un intervento di qualche tempo fa aveva avanzato l'ipotesi di una 'linea meridiana', da contrapporre alla fortunata 'linea lombarda' lanciata da Luciano Anceschi. Limitata alla sola poesia, la proposta di Giusti riprendeva la nozione di ermetismo meridionale, per riconoscere diritto di cittadinanza a una letteratura troppo a lungo giudicata marginale, secondaria, minoritaria. Difficile esportare la stessa formula nella narrativa attuale, e tuttavia resta forte l'impressione di una nuova corrente espressiva legata al Mezzogiorno. Cosa accadeva dunque a uno studente nella Bari da bere dei rutilanti anni Ottanta, quel decennio breve 'assassinato a pochi istanti dalla nascita' e chiuso nel 1989 dalla caduta del Muro di Berlino? Lagioia lo racconta con acume, strazio e ironia. Ecco come si presenta la poco orwelliana Bari nel 1984: 'Mio padre veniva da generazioni di senzaniente [...] Ma adesso era successo che si era spalancato un varco. C'era dell'ottimismo nell'aria. Il vento dell'autunno alimentava nella calotta artica dei nostri cuori uno sfrenato desiderio di beni voluttuari [...] Anche per noi era arrivato il tempo di fare un po' di soldi'. E' questo lo stato d'animo espresso dal 'segno zodiacale di un Paese che proprio in quell'anno brillava sulla cuspide della quinta potenza industrializzata del pianeta'. Sembrerebbe una trama di Balzac, se non fosse che quell'Italia meridionale è solo una 'borghesia settimina', costretta a sopravvivere seguendo 'uno strano corso di recupero, tipo due secoli in dieci anni'. Ebbene, nelle sere del 1984, su tutti gli abitanti della città scende un bagliore azzurro: 'Non si chiamava ancora televisione commerciale. Era, semplicemente, "la Cosa Nuova". Eccola infine la grande Rivoluzione. Seguendo un beffardo percorso evolutivo, Drive in corona il sogno del Maggio Francese: 'La risata che ci avrebbe dovuto seppellire tutti quanti era arrivata'. Così mentre si fa sempre più forte l'assenza della politica e la presenza delle droghe pesanti, l'autore annota: 'Qualcosa di morto arroventava i tramonti delle nostre città, e più era morto più pretendeva il contrario e si riempiva di lustrini'. Siamo al centro del libro, e qui Lagioia traccia i lineamenti di un'epoca segnata dal dissesto: 'Quell'aperta vastità cittadina che è Bari negli anni Ottanta' si rivela sorella di una terra segnata dal veleno, tanto che i personaggi del racconto non hanno più dubbi: 'Detestavamo i nostri genitori [...] Odiavamo la tv, di cui apprezzammo in quel periodo solo i filmati delle città fantasma intorno a Kiev, persuadendoci che il devastante scenario di Cernobyl fosse un termometro forgiato a millecinquecento chilometri di distanza per misurare il livelllo d'intossicazione spirituale delle nostre città'. Forse parlare di una linea meridiana nella narrativa italiana sarà eccessivo, ma alla fine di questo romanzo si ritrovano le stimmate dell'opera in cui Raffaele La Capria parlava del nostro Sud come di un luogo 'ferito a morte'." (da Valerio Magrelli, Perché gli anni Ottanta non si sono fermati a Eboli, "La Repubblica", 07/10/'09)

mercoledì 7 ottobre 2009

Il gran rifiuto di Mario Baudino

È in libreria per Passigli la nuova edizione del Gran Rifiuto, il libro di Mario Baudino che racconta una lunga serie di rifiuti editoriali dalla fine del ’700 ai giorni nostri (pubblichiamo qui uno stralcio dell’introduzione). Da Melville a Joyce, da Proust a Kundera, da Kerouac a T. S. Eliot, sono molti i classici che vennero respinti dagli editori. Ma la stessa sorte è toccata a tanti bestseller recenti, da Stephen King a Patricia Cornwell.

"Ci sono infinite ragioni per cui i libri vengono respinti dagli editori. Virginia Woolf, per esempio, si rifiutò di pubblicare l’Ulisse di James Joyce per la Hogarth Press, la casa editrice artigianale fondata col marito Leonard, asserendo di non essere tecnicamente all’altezza di uno sforzo editoriale così importante. Poi, quando il libro - che le era stato caldeggiato da T. S. Eliot, uno dei suoi primi autori - uscì a Parigi per la piccolissima e altrettanto artigianale Shakespeare and Company di Silvia Beach, consegnò ai diari le motivazioni vere. In una nota del ‘22 lo definisce «prolisso, torbido, pretenzioso e plebeo». In una del 16 agosto aggiunge di essere stata «divertita, stimolata e affascinata» fino a una certa scena. «E poi sono rimasta confusa, annoiata, irritata e delusa da questo liceale a disagio che si gratta i foruncoli».
Da allora non è cambiato molto: i libri continuano ad essere accettati e rifiutati per i più svariati motivi. E ogni tanto ne nasce uno scandalo. Ma al di là delle cautele deontologiche, ideologiche e magari penali, sono soprattutto il gusto e la previsione di mercato a influire sui rifiuti editoriali. Per non parlare delle idiosincrasie personali. Gli esempi, proverbiali, non mancano: Stephen King, ad esempio, fu respinto sistematicamente dal ‘67 al ‘73, fino a quando riuscì fortunosamente a pubblicare Carrie imponendo di fatto un nuovo genere. Lo stesso accade a Jack Kerouac per Sulla strada, a Patricia Cornwell per i primi tre romanzi col personaggio della detective Kay Scarpetta. Gli editori non li volevano. E lei, come raccontò in un’intervista, fece un gesto che in genere viene sconsigliato; chiamò l’editor da cui era stata bocciata. «Mi disse che le piacevano sia il mio stile, sia le mie storie, ma che il mio personaggio principale non funzionava. Il suo carattere e il suo modo di atteggiarsi non erano credibili ed era impossibile che convincessero i lettori. Aggiunse che invece le piaceva moltissimo il personaggio di Kay Scarpetta, trovava originali e affascinanti le sue caratteristiche e disse che avrei dovuto darle più spazio. Dopo la chiacchierata mi sono messa a lavorare su una nuova storia che sarebbe diventata poi Post mortem. Da lì, come sapete, non ho più cambiato percorso».
A volte un consiglio, dato magari senza neppure pensarci, può cambiare la vita. A volte tutto si affida al caso. È noto che Harry Potter, il più grande best seller di tutti i tempi, diventò tale dopo la solita trafila di rifiuti editoriali, otto, per l’esattezza. E ce la fece solo perché l’agente letterario scelto da un’ormai disperata Kate Rowling (sull’elenco telefonico in base al nome, Christopher Little, che le suonava bene) fu abbastanza distratto da confondere il dattiloscritto che intendeva sfogliare durante un breve pasto al ristorante con quello della scrittrice, arrivato per posta e dimenticato sulla scrivania. Si mise a leggere aspettando il commensale che era in ritardo, e non riuscì più a smettere. Lo propose subito alla Bloomsbury, una casa editrice raffinata e quotata in Borsa, ma non certo un gigante del mercato; il fondatore, Nigel Newton, prima di prendere una decisione lo fece leggere alla nipotina di sette anni. Pagò un anticipo di 2500 sterline, e stampò poche migliaia di copie. Si era nel ‘97, il libro era Harry Potter e la pietra filosofale. Cominciò a vendere grazie al passa parola, schizzò in alto nel ‘98 e non si fermò più. Proprio il caso Rowling rappresenta una sostanziale novità rispetto al panorama che descrivevo nella prima edizione del Gran Rifiuto, apparsa anni fa per Longanesi. Da allora è mutato anche, in modo impercettibile all’esterno, il rapporto tra autori ed editori. Il «rifiuto» è forse diventato un po’ meno importante: sono cambiate le modalità dell’esordire, ed è indubbiamente più facile trovare una casa editrice per l’opera prima. Aumenta il numero dei titoli pubblicati annualmente, l’editoria ha fame di giovani. Il problema vero sta diventando quello di ottenere che il libro venga anche letto e non faccia un mesto e rapido viaggio dallo scaffale della libreria al macero.
Ma c’è soprattutto la novità clamorosa incarnata da Harry Potter. Ovvero il mega-bestseller, fenomeno del tutto nuovo. Si tratta di un libro che riesce a vendere milioni di copie e a restare in classifica per un periodo lunghissimo, ben oltre l’arco dei dodici mesi. In Italia ne abbiamo avuto almeno uno quando ancora non si era coniata la definizione: Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro. Che dopo il successo enorme con Baldini & Castoldi, volendo cambiare editore, fece sapere di non essere disponibile per chi aveva già rifiutato quelli precedenti. I destinatari di questa piccola rivalsa non erano pochi, perché l’autrice aveva trovato, nella sua fase d’avvicinamento all’editoria e prima di cominciare a pubblicare per Marsilio, molte difficoltà. Si tramanda nell’ambiente che da una importante casa editrice le arrivò una secca lettera firmata dal direttore editoriale. Diceva più o meno così: «Cara signorina, l’unico talento che lei dimostra è la pervicacia nel ritenersi una scrittrice». Pervicacia abbondantemente premiata." (da Mario Baudino, Proust & C. tutti i no degli editori, "La Stampa", 07/10/'09)

lunedì 5 ottobre 2009

La malattia chiamata donna di Marco Innocenti

La malattia chiamata donna di Marco Innocenti (Mursia)

"Forse le donne, specialmente se dotate di quella bellezza incantevole, inspiegabile, che ferma il respiro, specialmente se inquiete e talentuose, hanno un'autentica vocazione autodistruttiva, inseguono uomini sbagliati, carriere sbagliate, sogni sbagliati. Non si spiegherebbe altrimenti la serie di tristissimi finali che lega, come i grani di un rosario, le vite, diversissime, di Zelda Fitzgerald e Djuna Barnes, Marilyn Monroe e Camille Claudel, Janis Joplin e Margaux Hemingway. Ventitré depresse molto particolari, alcune marchiate per sempre dalla diagnosi di schizofrenia, che un tempo si assegnava con facilità a ragazze inquiete, nevrotiche, creative, passate attraverso l'alcol, le pastiglie, i tentativi di suicidio, altre colpevoli di essere troppo belle, come Marilyn, troppo spregiudicate, come Clara Bow (distrutta dagli scandalosi amori con mezza Hollywood, rivelati da una segretaria), troppo fragili, come Virginia Woolf. In tutte c'è il desiderio, e la paura, di vivere, il tipo di ansia che brucia dentro, che consuma, una spinta verso l'assoluto che può avere come unico risultato il fallimento, anche se scrivi poesie bellissime (Sylvia Plath) o scolpisci statue con l'anima (Camille Claudel). Marco Innocenti le mette in fila, curiosa collezione di farfalle, ricavando uno schema, che non è il solito 'genio e sregolatezza': in queste donne c'è la coscienza della loro diversità e il bisogno di superarla in qualche modo, con il successo, con la droga, ma soprattutto con l'amore. 'Marilyn amava amare, amava pensare di amare', diceva di lei Truman Capote. Sarebbe stato lo stesso se Auguste Rodin avesse lasciato la moglie per la dolce e disperata Camille, se Ted Hughes non avesse piantato di botto Sylvia Plath, se Zelda Fitzgerald, la flapper più desiderata degli Anni Venti, non si fosse disancorata dalla realtà cercando di realizzarsi nella danza, contro se stessa, o nella scrittura, contro il famoso marito Scott? Difficile a dirsi. Colpisce in queste belle-e-famose il metabolismo accelerato, il gusto per l'eccesso, la voglia di fare tutto, avere tutto ('soldi, anfetamine, cabriolet, uomini e donne' era la lista di Francoise Sagan), il più presto possibile, come se, innescato in un meccanismo a orologeria, corressero per non perdersi niente prima di morire. Ci hanno lasciato l'incarnazione sofferta della modernità - e alcune sono davvero modernissime, come la dimenticata Nancy Cunard, l'ereditiera scolpita da Brancusi, fotografata da Beaton e Man Ray, dipinta da Kokoschka, corteggiata da Joyce, che è stata editrice, reporter di guerra, attivista politica - la ricerca di un senso, al loro tempo e al nostro. Per tutte, potrebbe valere la frase di Katherine Mansfield: 'Non sopporto i giorni che non valgono la pena di essere vissuti'." (da Rosellina Salemi, Bellissime e dannate, "Il Sole 24 Ore Domenica", 04/10/'09)

Vengeance du traducteur di Brice Matthieussent


"Ci sono libri che si amano, libri che si odiano. E libri che si invidiano a chi li ha scritti. L’invidia è un sentimento temibile, corrosivo e inossidabile: ti scava dentro come uno stillicidio, goccia a goccia a goccia… E così, sono ancora qui che mi chiedo chi me l’ha fatto fare, ormai giorni fa, di metter piede in quella grande, anzi immensa libreria multipiano al centro di Parigi. Chi me l’ha fatto fare di entrare a buttare l’occhio sulle pole position della rentrée, per vedere che aria tirava da queste parti - a noi così vicine e lontane? Già, perché mentre in Italia stiamo ancora sbadigliando intorpiditi dalla pausa estiva, in Francia si vive, sul fronte editoriale, la stagione più frizzante dell’anno. Accompagna il ritorno a scuola, e lancia sugli scaffali delle librerie tutti i cavalli di razza, i pezzi forti. Già, eccolo qui, protagonista indiscusso insieme a mostri sacri in lingua originale e traduzione: il mio oggetto d’irraggiungibile desiderio campeggia a centro sala in pile di volumi, fa bella mostra di sé a fronte parete. Ma perché non l’ho scritto io, un libro così? Perché?
Invece, l’ha scritto un signore dal nome quasi più complicato del mio (ben gli sta!): si chiama Brice Matthieussent. Questo signore ha tradotto in francese, dal 1975 in poi, molti grandi nomi della letteratura di lingua inglese. Da Paul Bowles a Bukowski, da Kerouac a Joyce e tanti altri. Continuo a domandarmi chi gliel’abbia fatto fare, di mettersi a scrivere, visto che fa già un mestiere così bello (si dà il caso che sia anche il mio): poteva lasciar perdere, così il suo libro l’avrei scritto io. Ma, sia chiaro, non lo invidio per la ribalta della rentrée parigina (sono sincera, mi sto esponendo senza ritegno, l’invidia è un sentimento deprecabile e qui la dichiaro. Può bastare?), né per le migliaia di copie vendute che tutto ciò gli frutterà. Lo invidierei anche se ne vendesse tre in tutto, di copie. Anche se quelle tre copie se ne andassero così, in omaggio per recensione, senza un centesimo di diritti d’autore.
Vengeance du traducteur è pubblicato da Pol e ha una sobria copertina aniconica (pure quella, gli invidio). È un romanzo, ma anche e soprattutto un atto di sfida al mestiere che io, lui e tanti altri come noi fanno da secoli. Con passione e devozione, o meglio con un alchemico insieme delle due cose, che è l’unico vero segreto di cui un traduttore letterario disponga. Questo signore, che ha fatto? Ha tradotto un libro e l’ha cancellato, lasciando «soltanto» (si far per dire) centinaia di pagine di note a margine, commenti caustici, dotti sfoggi di erudizione, appunti sintattici, remoti riferimenti letterari a pié di pagina del libro che stava traducendo. Che ha, per vendetta, fagocitato. Espunto. Anche graficamente: il romanzo ha tutta la parte superiore della pagina bianca, e un lungo tratto che separa il testo (soppresso) del fantomatico romanzo tradotto, dalle note dell’autore/traduttore. Naturalmente nel libro di Matthieussent succede molto altro, con buona dose di fantasia. Ma non è questo che invidio al suo autore. No. È il gesto rivoluzionario di fare quel che nel profondo di noi stessi, nei momenti più cupi e in quelli più esaltati del nostro meraviglioso mestiere, noi traduttori prima o poi vagheggiamo. Perché?
Perché il nostro è il mestiere più invasivo eppure discreto al mondo: entri dentro un libro e il suo autore, gli sfondi l’intimità (perché è impossibile spiegare quale intrusione chirurgica sia il guardare una frase, un personaggio, un verso, per portarlo in un’altra lingua). E poi però devi sparire, farti trasparente. Perché la traduzione più efficace è quella che non c’è, di cui non ci si accorge. Una buona traduzione è l’originale che quell’autore avrebbe scritto, se avesse scritto nella lingua in cui ce lo porti tu con il tuo mestiere. Quindi, il bello di questo mestiere è una complice clandestinità, con la lingua da cui parti e quella cui arrivi. In fondo, i dibattiti e gli incontri fra traduttori (si sono da poco concluse a Urbino le sempre fertili Giornate della traduzione letteraria, ad esempio), sono utili per lo scambio di esperienze, ma girano ogni volta intorno alla questione: quanto è spesso e largo e profondo il cono d’ombra dentro il quale lavoriamo?
Brice Matthieussent - accidenti a lui e alla mia inguaribile invidia - ha capovolto quello spazio, è uscito allo scoperto, facendo sparire il libro originale e mettendo al suo posto - anzi, sotto la linea a metà pagina - l’avventura del suo (e mio) mestiere. Che sarà trasparente e discreto, ma muto certo no. Noi traduttori siamo molto logorroici, come dimostra il romanzo di Brice (ormai ho preso confidenza, lo chiamo per nome, anche se continuo a invidiarlo).
A proposito: mi viene in mente che forse un modo per esorcizzare l’invidia, anzi cacciarla via, ci sarebbe. Potrei tradurre dal francese all’italiano la Vengeance du traducteur. Ride bene chi ride ultimo." (da Elena Loewenthal, La vendetta del traduttore, "La Stampa", 05/10/'09)

sabato 3 ottobre 2009

Il grande silenzio di Alberto Asor Rosa


"In un punto della conversazione-intervista con Alberto Asor Rosa, Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali (Laterza), Simonetta Fiori ricorda come in molti passaggi epocali gli intellettuali siano stati costretti a scoprire - tra alti lamenti - la loro incapacità di confrontarsi con le novità portate dalla tecnica. Fu così per Socrate che guardava con sospetto il testo scritto perché avrebbe favorito più l'oblio che il ricordo, ma fu così anche per Baudelaire (1859), che imputava alla fotografia la causa dell'«impoverimento del genio artistico francese», per Paul Valéry (1937), che temeva la radio quasi fosse il potenziale assassino della letteratura, per Walter Benjamin e le sue considerazioni sull'era della «riproducibilità tecnica», fino allo sgomento con cui oggi si assiste all'irruzione della «rete» e ai rischi della scomparsa del libro. Quell'osservazione è uno dei punti chiave del dialogo da cui scaturisce il libro. E' come se in queste pagine Asor Rosa scrutasse dalla soglia un mondo nuovo e sconosciuto, consapevole di una insanabile frattura con il passato e anche della sfida conoscitiva racchiusa in una discontinuità che investe i fondamenti ultimi del mestiere dell'intellettuale. Asor Rosa è nato nel 1933. Come per molti della sua generazione (troppo giovani per «aver fatto» la Resistenza e che vissero - seppure intensamente - il '68 già da adulti e professori), l'assenza di un momento epico, di un punto alto intorno a cui costruire la propria rappresentazione autobiografica gli ha consentito un rapporto più sciolto con il passato, la possibilità di riattraversare gli anni della formazione, della scoperta della politica, della lunga militanza a sinistra, senza la necessità di guardarsi dai rischi dell'abiura o del compiacimento agiografico. Iscritto al Pci nel 1952, poi animatore del filone operaista negli Anni 60 (quelli dei Quaderni Rossi, di Classe operaia, Contropiano, di Operai e capitale di Mario Tronti), ancora protagonista nelle file del Pci negli anni 70 e 80 fino alla svolta di Occhetto e al disfacimento del partito, Asor Rosa ci propone una biografia venata di inquietudini, mai appagata, affascinata più dalle eresie che dai dogmi. E' così per il suo rapporto con la politica, è così anche per la sua produzione intellettuale, per quei suoi libri che - da Scrittori e Popolo (pensato e scritto tra il 1962 e il 1964) a Fuori dall’occidente, ovvero ragionamento sull'apocalissi, del 1991 -, scandiscono più di tre decenni del dibattito culturale italiano. Oggi Asor Rosa guarda ai «nodi» più problematici della situazione politica italiana con un distacco segnato da un marcato pessimismo, che si parli di Berlusconi, della crisi dell'Università o dello straripamento della «rappresentazione» televisiva della realtà. Esprime tutto il suo disagio davanti alle nubi che si addensano sulla nostra unità nazionale, sulla laicità dello Stato, sulla preservazione dello Stato di diritto, sulla mancata separazione
tra interessi privati e pubblici. Si interroga sulla svolta degli Anni '90 trascurando però di soffermarsi sulla Lega, il fenomeno a mio avviso più significativo della rottura che c'è stata nel nostro sistema politico. La sostanza del libro resta però ancorata alla vivida percezione che la storia abbia subito
una brusca impennata, che ci si sia lasciati alle spalle le colonne d'Ercole del mondo conosciuto per avventurarsi in un oceano su cui non esistono rotte già tracciate, mappe con cui orientarsi. Asor Rosa lo chiama «civiltà montante», riferendosi all'irruzione di una realtà affermatasi sulla base della liquidazione delle forme tradizionali della cultura intellettuale, «fondata sul presupposto che la storia avesse un senso, che si potesse influire su quel senso o, ammesso che quel senso fosse perduto o lacerato, occorresse lavorare per ridefinirlo». Con molta onestà ammette di guardare a questa «civiltà montante» senza indulgere a visioni profetiche, ma semplicemente attingendo ad uno specifico punto di osservazione, legato alla sua professione e al suo vissuto. Fra i tanti elementi che caratterizzano la discontinuità postnovecentesca egli privilegia infatti quelli che più direttamente riguardano il mestiere dell'intellettuale, sottolineando l'esaurirsi di una «funzione» che per almeno due secoli (fino agli Anni 70 e 80 del Novecento) li ha visti protagonisti di un rapporto così stretto tra politica e cultura da impedire qualsiasi forma di disimpegno, di distacco ascetico (e cita in questo senso Thomas Mann). Ma a questa constatazione, non segue nessun rimpianto per il passato, nessun pessimismo alla Ortega y Gasset o Spengler. In un confronto serrato con il presente, ad aiutarlo in questo passaggio Asor Rosa chiama invece Norberto Bobbio, l'intellettuale che alimenta più i dubbi che le certezze, che si rifiuta di trasformare «il sapere umano necessariamente limitato e finito in sapienza profetica», che si sottrae a ogni appartenenza «organica» e fonda sull'autonomia e sulla «mitezza» l'interpretazione del proprio ruolo." (da Giovanni De Luna, L'intellettuale ha perso il mestiere, "TuttoLibri", "La Stampa", 03/10/'09)

Elisabetta Rasy: "Chiedo alla Duras a che punto è la notte"


"Ha sempre nutrito per la lettura un singolare trasporto Elisabetta Rasy, scrittrice, giornalista, autrice di una decina di romanzi, come Il finale della battaglia, L'altra amante, Mezzi di trasporto, Ritratti di signora, Posillipo e saggi che hanno fatto di lei un punto di riferimento per chi avesse voglia di scoprire leggi e segreti della scrittura femminile. Un'attrazione così particolare e così fatale che, non di rado, le ore piccole, fatte in compagnia delle due Marguerite, Duras e Yourcenar, di Frida Kahlo, e di tanti altri monumenti del secolo passato, sono entrate in conflitto con quelle diurne. I suoi intrecci, inquietudini, trasporti oggi li ripercorre in un singolare diario di lettura appena pubblicato, Memorie di una lettrice notturna (Rizzoli), vademecum per chi voglia gustare raffinate interpretazioni di Edith Wharton, Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Elizabeth Bishop e altre.
Una divoratrice di tomi e racconti solo femminili? «I libri che mi tenevano sveglia fino all'alba per molto tempo non erano solo scritti da donne. Al contrario. Kafka, Tolstoj, Proust, Henry James, Conrad, ovvero grandi firme maschili, per anni sono state il mio pane quotidiano. Al liceo, per esempio, furono la compagnia più ambita: mi consolavano del fatto che studiavamo in maniera fredda, asettica, autori che non sembravano mai essere stati veramente vivi. Prima ancora, avevo solo 9 anni, quando mio padre e mia madre si separarono, invece, mi rifugiai tra le pagine scritte da una gran signora della penna: era l'autrice del Piccolo Lord, Hodgson Burnett, e il libro si chiamava Crewe, come «piccola principessa». Sara, la protagonista di entrambi i racconti, la vedevo come una sorella o un mio «doppio» obbediente, studiosa ma sfortunata per via delle traversie familiari. Quando muore il padre, poverissima, viene bistrattata dalle compagne e dalla direttrice del prestigioso collegio londinese. Io non ero maltrattata a scuola ma se facevamo una recita mi toccavano sempre i ruoli del personaggio non positivo, per esempio donna Prassede: di cui Manzoni racconta la fine con questo significativo epitaffio: “Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto”».
«La piccola principessa»: magari funziona ancora oggi per accompagnare separazioni e divorzi? «Meglio Manon Lescaut che non consola per nulla e fa versare lagrime a non finire. Non è una vocazione alla crudeltà, ma dal momento che si tratta di vicende sempre molto dolorose, è meglio, piuttosto che dissimulare e far finta di niente, piangerci sopra. Comunque l'epoca delle nottate su Balzac, Stendhal e Dostoevskij sarà destinata a interrompersi bruscamente. Dopo i noiosissimi anni passati sui banchi del prestigioso Tasso, approdo alla facoltà di Lettere a Roma. Lì sono fuori dal mondo: viviamo come in un bunker io, Claudio Strinati, destinato a una prestigiosa carriera nel mondo dell'arte, e pochi altri. Fuori dall'aula volano le sassaiole, si impugnano spranghe e molotov. Ma noi siamo un gruppetto di allievi assai elitario, seguaci di quel genio che è Cesare Brandi. Va via la luce, si spengono i riscaldamenti nella confusione sessantottesca, ma noi i fedelissimi, al buio e al gelo, continuiamo a studiare. Quando termino l'università il compimento dei miei studi è l'appuntamento di piazza del Popolo. Tano Festa, Franco Angeli, Mario Schifano - “un piccolo puma di cui non si sospetta la muscolatura e lo scatto": la definizione assolutamente calzante è di Goffredo Parise - in quel periodo erano affiancati da Jannis Kounellis, Pino Pascali, Eliseo Mattiacci, Gino De Dominicis, scultore, filosofo, architetto che alla Biennale del '72 presenterà con gran scandalo e clamore Seconda soluzione d'Immortalità, (L'Universo è Immobile) in cui un ragazzo affetto dalla sindrome di Down sedeva in un angolo di fronte a una palla di gomma. Tutti grandi talenti. Sono fresca di studi, voglio conoscere, scoprire. Viaggio sulla moto di Pascali, frequento le loro trattorie, assisto al cupio dissolvi che porta questo autore a morire a soli 33 anni e gli altri a passare dai parties con le torte alla marijuana a piste e strade molto più impervie. Divento anche amica di bravissime pittrici come Giosetta Fioroni e Titina Maselli. Ricomincerò a leggere intensamente quando al gruppo degli artisti si aggiungeranno gli scrittori».
I preferiti? «Manganelli, un dandy affabile e gentile, di cui tutti dicevano che sembrava una testuggine e che al ristorante, ironia della sorte, sorbiva brodo di tartaruga; Parise, di cui amavo molto Il prete bello e L'eleganza è frigida».
La coppia più nota dell'epoca, Alberto Moravia e Elsa Morante? «Divento amica solo dell'autore del bellissimo Il disprezzo. Mi ricordo il mio imbarazzo quando - dopo avergli chiesto quale fosse il libro da lui scritto che preferiva - mi gelò: “I miei romanzi sono tutti brutti”. Come mai? “Per via della lingua italiana”. E mi spiegò che dopo Dante e Boccaccio c'era stato un imbarbarimento dovuto al Rinascimento. La riscoperta del latino aveva inquinato la nostra lingua. In privato era veramente molto diverso dal suo personaggio pubblico. Aveva dei tratti infantili di allegria e di spensieratezza. Alla guida delle sue potenti fuoriserie perdeva l'aplomb dell'elegante e compassato intellettuale ed era un vero pericolo pubblico che non si risparmiava improperi e parolacce».
Ma a quando l'appuntamento con le scrittrici della sua vita? «Non mi ero mai posta la questione della differenza tra i generi al democratico liceo Tasso. Maschi e femmine, eravamo tutti uguali. Comincio a lavorare al quotidiano Paese sera, stringo legami destinati a durare, con Daniele Del Giudice e Franco Cordelli di cui avevo appena letto il meraviglioso Procida. Scopro, anche, che i coetanei hanno perso le doti di galanteria e di protettività della generazione precedente mentre continuano ad essere maschilisti old style. Ma senza saperlo. Al giornale ci sono poi terribili esponenti del gentil sesso, nel loro caso si fa proprio per dire, appartenenti alla vecchia guardia comunista. Sono persecutorie e punitive, caratterizzate da un'assoluta mancanza di solidarietà con le loro simili. In quegli anni, infine, nei luoghi di lavoro è diffusissimo quello che oggi si chiama reato di molestie sessuali. Ed è così comune che è altrettanto normale per le ragazze sapersi difendere. Scopro il femminismo ma soprattutto mi innamoro delle scrittrici che hanno dedicato il loro tempoe le loro fatiche alla scrittura, dalla Ingeborg Bachmann, autrice di Malina, alla Duras, Willa Cather, Muriel Spark, per arrivare persino a Maria Bellonci. Lei mi convince molto meno delle altre, la intervisto e ho l'impressione che stia recitando una parte, calata nei panni della grande scrittrice».
Ultimi riti e ultimi miti nell'universo della sua lettura? «Molti scrittori a cui mi sono avvicinata anni fa sono poi rimasti come miei punti di riferimento. Così mi capita di leggere sul Corriere della sera degli splendidi articoli di Roberto Calasso. Immagino che lo scrittore sia un vegliardo con la barba bianca. Invece è il fascinoso editore dell'Adelphi che quando lo incontro mi appare come un autore delle nouvelle vague con le sue sciarpone rosse molto alla moda. Grazie alla sua influenza leggo Mircea Eliade, René Guénon, Elémire Zolla. Passo a lavorare al settimanale Panorama dove mi imbatto in un incerto Valerio Magrelli alle prime armi che non riesce ad adattare la sua scrittura ai rigidi stilemi del “panoramense” dell'epoca. Incontro i cosiddetti “ragazzi del sottosuolo”, Edoardo Albinati, Sandro Veronesi, Alain Elkann. Sono le nuove leve della redazione di Nuovi Argomenti. Con loro nasce un progetto proficuo, la rivista Panta che si propone di scoprire nuovi talenti. Stabilisco legami con autori che sento molto vicini ancora oggi. Da Guido Ceronetti di cui amo l'irriverente prosa ma non la cucina (se ti invita a cena da un vegetariano come lui puoi ottenere al massimo carotina e insalatina) a Raffaele La Capria, elegante bon vivant che mostra il piacere di vivere nella sua tavola imbandita e nella sua sofisticata letteratura»." (da Mirella Serri, Chiedo alla Duras a che punto è la notte, "TuttoLibri", "La Stampa", 03/10/'09)

venerdì 2 ottobre 2009

Tutte le famiglie felici di Carlos Fuentes

"Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo."

"Per l'America del Sud e la Spagna è un modello. 'Uno dei pochi intellettuali capaci di occupare lo spazio pubblico', diceva ieri il quotidiano El Paìs. Ma Carlos Fuentes si sente soprattutto uno scrittore. E lo dimostra il suo modo di raccontare la famiglia. Lo fa nell'ultimo libro, Happy Families, composto da sedici racconti che ha dedicato al tema dei rapporti familiari mostrando come si debba riportare la questione dentro i binari dell'esperienza umana tralasciando ogni speculazione ideologica. Per Fuentes che si è spesso servito del fantastico senza abdicare al ruolo di testimone della totalità storica e culturale ispanoamericana, la famiglia rappresenta una sorta di contenitore tragico, talvolta fortemente imperfetto e per ciò destinato a rendere infelici gli individui, che mette allo scoperto le contraddizioni e le idiosincrasie dei suoi componenti. Tradotti dal Saggiatore con un titolo, Tutte le famiglie felici (Happy Families), che è un esplicito richiamo all'incipit di Anna Karenina ('Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.'), i racconti sono preceduti da altrettanti cori che legano l'una alle altre le storie, così da dare l'impressione di trovarsi di fronte ad un romanzo polifonico. L'ambientazione è quella del Messico contemporaneo, siamo all'interno dunque di una società estremamente violenta e maschilista, ma il linguaggio è lo stesso della nostra cronaca quotidiana, in una oscillazione costante tra solitudine e morte. La narrazione avviene in prima persona, attraverso lettere, testimonianze, flussi di coscienza, dialoghi, che esemplificano l'impossibilità di liberarsi dalle gabbie di un potere familiare che i suoi protagonisti percepiscono come il fondamento, nei casi peggiori, di ogni loro umano fallimento. 'Nella letteratura - tiene a precisare Fuentes, che tra poco più di un mese compirà ottantun anni - ci sono poche famiglie felici; di solito sono casi di abbandoni e contrasti familiari, e giustamente, perché la letteratura non è fatta per ritrarre la felicità, ma la disgrazia'. [...]" (da Sebastiano Triulzi, Io, Tolstoj e l'inferno familiare, "La Repubblica", 02/10/'09)

Vetrine in vendita per i bestseller


"Naturalmente Dan Brown, dal 23 ottobre. Ma negli stessi giorni anche Stephen King (Under the Dome). E Che la festa cominci di Ammaniti. Poi, 4 novembre, Baricco con Emmaus. E il giovedì dopo La mano di Fatima di Ildefonso Falcones, tiratura 250mila copie. Senza contare il migliaio di altri titoli che tra oggi e Natale, nei tre mesi che valgono il 40% delle vendite annuali (dicembre, da solo fa il 20%), saranno in libreria. E qui qualcuno conquisterà le vetrine, perché molto atteso, o perché l'editore compra lo spazio - si può fare e si fa - per mostrarlo meglio, altri, con ambizioni di classifica, diventeranno mucchi e pile nei posti in vista, metre i meno fortunati andranno diritti negli scaffali. Ma allora bestseller si nasce o si diventa? Il successo scritto nel dna è solo per gli happy few che se lo sono conquistato prima (e fino a prova contraria): il nuovo romanzo dell'autore del Codice da Vinci, il trentacinquesimo del re dell'horror come il settimo di Harry Potter. Non c'è comunque titolo abbastanza sicuro di sé da non farsi precedere dal battage: la criptica sequenza di codici su Twitter per Dan Brown, il conto a rovescio dei giorni dall'uscita e la mappa interattiva dei luoghi del romanzo per King, anticipazioni centellinate, misteri creati, lanci all'ora zero. Per gli altri il marketing al tempo della crisi (-9% di libri venduti nei primi nove mesi), Paolo Zaninoni, direttore editoriale della rcs libri, lo riassume così: 'Quello che un po' tutti stiamo facendo è tagliare i costi. Non sulla promozione: lì la strategia è spendere meglio, concentrando su pochi titoli importanti la scommessa'. Che è quella di costruire in pochi giorni o settimane la visibilità di un libro, spesso partendo da zero. Impossibile non è. Quest'estate c'è riuscita Adelphi con Zia Mame, una bella sfida: autoe pseudonimo dimenticato da mezzo secolo, storia 'inattuale'. Decisivi la copertina rosa, rigorosamente adelphiana ma in tinta frivola, e la capacità dell'editore di convincere i librai a trattarla come una novità: che vuol dire buona esposizione. In più, l'idea: diecimila copie di poche pagine d'assaggio fatte distribuire non solo nelle librerie (già visto) ma in bar e ristoranti delle grandi città. Sarà stato quello? 'L'unico dato certo che ho - dice l'editor Matteo Codignola - è che, a due gironi dall'uscita, al ristorante ho sentito che ne stavano parlando. Il sogno di tutti: era partito il passaparola'. Zia Mame è stata prima in classifica fino ai primi di settembre. Con strumenti agli antipodi in questi giorni Sperling & Kupfer lancia il digi-thriller Level 26 scritto dall'inventore del telefilm CSI, Anthony Zuiker: ogni venti pagine c'è un codice che dà accesso in internet a un filmato che porta avanti la trama, poi torni a leggere, e così via. Il primo esperimento di promozione web per un libro né di genere né per young reader, lo farà invece Bompiani, affidando il 3 novembre il lancio in contemporanea mondiale del nuovo manifesto ecologico Our Choice di Al Gore alla web tv ambientalista dell'autore, Current tv: 'Scelta logica perché quel mezzo - secondo Zaninoni - parla lo stesso linguaggio di Gore'.
Ma la campagna più esemplare della stagione la prepara Fazi intorno a Buio - My land, titolo di una saga 'urban fantasy' dell'esordiente italiana Elena P. Melodia. Mai sentita? Ok, non sarà così per molto se il lancio funziona: sito con le prime dieci pagine, blog, gioco a premi rilanciato da spot alla radio, test 'a quale personaggio assomigli' in Facebook, affissioni in metrò (slogan: 'Immergetevi nel buio'), assaggio in libreria, nei locali (come Zia Mame) e allegato mensile per ragazzine. In aggiunta una diavoleria techno che finora in campo pubblicitario hanno usato solo la moda e l'informatica: fotografi con il telefonino un logo (nel caso di Buio quello della collana Lain) sui manifesti in metrò o nelle vetrine delle librerie e un codice criptato nella grafica (qr code) ti spara dritto nel sito. Basterà? No, alla base c'è l'investimento più concreto, spiega Elido Fazi: 'Trentamila copie di tiratura ed esposizione preferenziale prenotata per due settimane nelle vetrine delle Feltrinelli'. Perché se si vuole sparare nel mucchio bisogna mirare dove si vendono 7 volumi su 10: le librerie. E nelle catene, che oggi sono principalmente due, i 98 punti vendita Feltrinelli e i 180 negozi Giunti, Melbookstore e Ubik (uniti dopo un accordo a giugno tra Giunti e Messaggerie) a decidere gli spazi, fatto salvo un occhio di riguardo per l'editore proprietario, sono accordi commerciali centralizzati. Dario Giambelli, amministratore delegato delle librerie Feltrinelli, assicura: 'E' tutto molto semplice e parte dalle proposte degli editori. Quelle alla Dan Brown, irresistibile perché è una puntata che stanno facendo tutti, e quelle che le case editrici ti dicono che saranno bestseller. Ma si sa che poi il 5% dei titoli vende il 30-40% delle copie. Perciò entrano in campo le valutazioni dei buyer centrali e dei librai: se ne discute e si pianifica'. Il responsabile commerciale delle Giunti Iacopo Gori dà più dettagli: 'Abbiamo un format che tende a spingere i titoli di punta con la formula 'Le nostre proposte'. O con spazi privilegiati in vetrina, in entrata, a scaffali evidenziati, comunicazione interna con vetrofanie e percorsi di adesivi. Siamo per un ruolo attivo e creativo del libraio nella promozione del titolo, selezionato comunque a monte da noi'. L'editore non paga? 'Nessun listino, accordi caso per caso, da poche migliaia di euro se il titolo è molto in sintonia con il nostro pubblico a decine di migliaia per una vetrina particolare, contabilizzati come rimborso marketing'. Giambelli distingue: 'Nelle Feltrinelli abbiamo gli scaffali "Scelto per voi", decisi in autonomia dai librai, e le tendenze di mercato con le classifiche dei più venduti nella catena. Pile ed esposizione all'interno nel 95% dei casi sono scelte nostre: non sono gli extrasconti a fare la quantità di copie, è la quantità a portarsi dietro l'extrasconto'. Comprare lo spazio, però, si può: 'Se un editore vuole investire, può acquistare uno spazio vetrina'. Quante sono le vetrine vendute? 'Non più di quattro su dieci, in ogni negozio almeno una su due resta a disposizione del libraio'. Sembra un secolo ma erano solo quattro anni fa quando in America un'inchiesta del New York Times su una politica commerciale simile della catena Barnes&Nobles sollevò un breve vespaio. Là lo scandalo è passato e la vendita delle vetrine è diventata regola. E da noi? 'Va chiarito - argomenta Gori - che i negozi guadagnano vendendo libri, non spazi. Perciò vendere spazi a libri in cui non si crede, sarebbe folle. Quando quest'estate Oriana Fallaci vendeva meno del previsto abbiamo rimandato indietro molta parte del rifornimento'. Conferma Giambelli: 'La prova che ci stiamo attenti è che alle Feltrinelli le rese sono metà della media italiana, che è del 30%'. Quanto conta 'lavorarsi' i librai, del resto, lo racconta bene l'operazione di marketing più 'mirata' nell'anno scorso. Il thriller Il suggeritore di Donato Carrisi inizia con una lettera del direttore di un carcere per segnalare al giudice lo strano comportamento di un misterioso detenuto. 'Ho avuto l'idea di stampare un migliaio di copie di quella prima pagina, infilarle in buste verdi con la scritta 'notifica atti giudiziari' e spedirla ai librai', ricorda il presidente del gruppo Gems Stefano Mauri, che ha tenuto a battesimo il bestseller per Longanesi. Tutti l'hanno letta subito'. Carrisi ha venduto 150mila copie in cinque mesi e vinto il premio Bancarella assegnato proprio dai librai: avranno imparato a fare affari ma non hanno perso il sense of humour'." (da Maurizio Bono, Vetrine in vendita per i bestseller. Librerie, web o tv: la fabbrica di un successo, "La Repubblica", 01/10/'09)

Dan Brown's The Lost Symbol tipped to top Christmas book charts (da Guardian.co.uk.Books)

mercoledì 30 settembre 2009

Capitalismo parassitario di Zygmunt Bauman


"Come il recente «tsunami finanziario» ha dimostrato, «al di là di ogni ragionevole dubbio», ai milioni di individui che il miraggio della «prosperità ora e per sempre» aveva cullato nella convinzione che i mercati e le banche del capitalismo fossero i metodi garantiti per la risoluzione dei problemi, il capitalismo offre il meglio di sé non nel risolvere i problemi, ma nel crearli. Il capitalismo, proprio come i sistemi di numeri naturali dei famosi teoremi di Kurt Gödel (anche se per ragioni diverse ...), non può essere simultaneamente coerente e completo; se è coerente con i suoi princìpi insorgono problemi che non è in grado di affrontare (voglio ricordare che l'avventura dei «mutui subprime», sbandierata all'opinione pubblica come la via per mettere fine al problema dei senzacasa, quella piaga che il capitalismo, come è risaputo, produce sistematicamente, ha invece moltiplicato il numero dei senzacasa attraverso l´epidemia di pignoramenti ...); e se cerca di risolverli non può riuscirvi senza cadere nell'incoerenza con i propri presupposti di fondo. Molto prima che Gödel stilasse il suo teorema, Rosa Luxemburg aveva scritto il suo studio sull'«accumulazione del capitale», dove sosteneva che il capitalismo non può sopravvivere senza le economie «non capitalistiche»: esso è in grado di progredire, seguendo i propri princìpi, fintanto che vi sono «terre vergini» aperte all´espansione e allo sfruttamento; ma non appena le conquista per poterle sfruttare, le priva della loro verginità precapitalistica e così facendo esaurisce le fonti del proprio nutrimento.
Il capitalismo, per dirla crudamente, è in sostanza un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo periodo quando trova un organismo ancora non sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare l´ospite, distruggendo quindi, prima o poi, le condizioni della sua prosperità o addirittura della sua sopravvivenza. Scrivendo nell´era dell´imperialismo rampante e della conquista territoriale, Rosa Luxemburg non prevedeva e non poteva immaginare che i territori premoderni di continenti esotici non erano gli unici potenziali «ospiti » di cui il capitalismo poteva nutrirsi per prolungare la propria esistenza e avviare una serie di periodi di prosperità. In tempi recenti, abbiamo assistito a un'altra dimostrazione concreta della «legge di Rosa», ossia il famigerato affaire dei «mutui subprime» all'origine dell'attuale depressione: l'espediente di breve respiro, deliberatamente miope, di trasformare in debitori individui privi dei requisiti necessari per la concessione di un prestito, salvo che per la speranza (scaltra, ma in ultima analisi vana) che l'aumento dei prezzi delle case stimolato da una domanda gonfiata ad arte potesse garantire, come un cerchio che si chiude, che questi «nuovi acquirenti» avrebbero pagato gli interessi regolarmente (almeno per un po') ...
Oggi, a distanza di quasi un secolo da quando Rosa Luxemburg rese pubblica la sua intuizione, noi sappiamo che la forza del capitalismo sta nella straordinaria ingegnosità con la quale esso cerca e scopre specie ospitanti nuove ogni volta che le specie sfruttate in precedenza diminuiscono di numero o si estinguono; e nell´opportunismo e nella velocità, simili a quelle di un virus, con le quali si riadegua alle idiosincrasie dei suoi nuovi terreni di pascolo. Nel numero del 4 dicembre 2008 della "New York Review of Books", in un articolo intitolato The Crisis & What to Do About It, George Soros, brillante analista economico e praticante delle arti del marketing, presentava il percorso delle avventure capitalistiche come una successione di «bolle» che regolarmente si espandono al di là della propria capacità di tenuta e scoppiano non appena raggiungono il limite della resistenza.
L'attuale stretta creditizia non è il segnale della fine del capitalismo, solo dell'esaurimento di un altro pascolo ... La ricerca di un nuovo pascolo partirà quanto prima, alimentata, proprio come in passato, dallo Stato capitalistico attraverso la mobilizzazione forzata di risorse pubbliche (usando le imposte invece che il potere di seduzione, deficitario e temporaneamente non operativo, del mercato); si andrà alla ricerca di nuove «terre vergini» e si farà in modo, di riffa o di raffa, di renderle sfruttabili, fino a quando anche la loro capacità di rimpolpare i profitti degli azionisti e le gratifiche dei dirigenti non sarà stata spremuta fino in fondo. E come sempre – l'abbiamo imparato nel XX secolo da una lunga serie di scoperte matematiche, da Henri Poincaré a Edward Lorenz – un minimo scarto laterale può condurre al precipizio e far concludere l'avventura in una catastrofe; perfino minuscoli passi in avanti possono scatenare un´inondazione e concludersi con un diluvio ... L'annuncio di un'altra «scoperta», di un´isola che ancora non era segnata sulle mappe, attira frotte di avventurieri molto più numerose rispetto alle dimensioni e alla capienza del territorio vergine: frotte che in men che non si dica dovranno tornare alle proprie navi per scampare al disastro imminente, sperando contro ogni speranza che le navi siano ancora intatte, al sicuro nel porto ...
La grande domanda è quando si esaurirà l'elenco delle terre assoggettabili a «verginizzazione secondaria», e quando le esplorazioni, per quanto frenetiche e ingegnose, non garantiranno più un sollievo temporaneo. Non saranno quasi certamente i mercati, dominati come sono dalla «mentalità del cacciatore» liquido-moderno che ha preso il posto dei due approcci precedenti – quello premoderno del guardacaccia e quello solido-moderno del giardiniere – a porre questa domanda, loro che vivono passando da una battuta di caccia fortunata all'altra, fintanto che riescono a scovare un´altra occasione per rimandare il momento della verità, non importa se per breve tempo e non importa a quale costo." (da Zygmunt Bauman, Se il capitalismo è una malattia, "La Repubblica", 30/09/'09); brano da Capitalismo parassitario, il nuovo libro di Zygmunt Bauman, in uscita in questi giorni, Laterza)

martedì 29 settembre 2009

Leggere? E' da viziosi


"In maniera direi preoccupante escono, con sempre più fitta cadenza, libri che inneggiano - è la parola usata anche in alcuni sottotitoli - alla letteratura: al suo potere, alla sua bellezza, ai suoi 'segreti'. E, per farla breve insomma, all'amore che si deve ai libri. Forse c'è davvero di che allarmarsi: quando si comincia a far diventare un soggetto così banale come (dovrebbe essere) la lettura un evento addirittura romanzesco, viene da pensare che ci siamo: chi legge è soggetto quantomeno atipico, particolare, misterioso. Da fiction, appunto. Due romanzi, di Marie-Sabine Roger - Una testa selvatica (Ponte alle Grazie) - e di Frédérique Deghelt - Ti ho tradito con le parole (Frassinelli) - si assomigliano persino nella trama: due nonne voraci e segrete lettrici scoprono essenza dell'amore, complicità, intelligenze e chi più ne ha più ne metta (di buoni sentimenti) a suon di libri. Per questo preferisco di molto il miscuglio improbabile, casualmente e gioiosamente felicissimo che Vittorio Sermonti ha assemblato ne Il vizio di leggere (Rizzoli, copertina penalizzata da eccesso di rispetto verso il tema). Un'accozzaglia ben combinata di letture, il cui pregio è proprio quello di non essere edificanti per forza. Molto understatement (peccato solo l'autocitazione ...): grandi romanzi, certo, poesie immortali, ovvio, ma anche fogli d'occasione: giornali e giornaletti, album dei calciatori, etichette di liquori, tutti insieme disordinatamente. Così leggiamo, infatti, noi che leggere ci piace. A caso, di tutto, senza un vero motivo. A volte anche senza piacere per ciò che leggiamo. E convince parecchio un altro delizioso librino di Octave Uzanne, raffinatissimo bibliofilo d'altri tempi: questo La fine dei libri (La vita felice) è molto più avanti del tempo del tempo in cui fu scritto. Prefigura un'epoca in cui i libri non ci saranno più, sostituiti da aggeggi che 'declamano' i testi. Beh, la profezia non è così lontana dall'avverarsi, anche se la tecnologia ha preso direzioni un po' diverse da quelle immaginate da Uzanne. Ma niente paura: per i lettori, i libri ci saranno sempre. Per convincervene e per capire meglio quale sacralità sbilenca rivestano oggi i libri in Italia, leggete il diario di Giulio Mozzi - Sono l'ultimo a scendere (Mondadori; copertina eccellente). E' un libro che si potrebbe definire noiosamente costruttivo. Molto bello, intendiamoci: storielline strambe, un po' vere e un po' no, alla maniera degli Album che Peppe Pontiggia scriveva in queste pagine. Affiora, di tanto in tanto (fra treni presi ossessivamente, telefonate di seccatori, dialoghi in cui l'inciampo linguistico è la base sulla quale ragionare sul - non - senso delle parole), il rapporto diretto con i libri. Come quando lo scrittore e funzionario editoriale, viene 'sorpreso' a gettare via dei testi. Una vicina di casa lo rimprovera aspramente: 'Lei butta i libri?'. 'Sì', risponde Mozzi. Dopo altri rimproveri e ragionamenti bislacchi, Mozzi offre i libri alla signora: 'Li vuole lei questi libri?'. 'No', dice inorridita la signora. Ecco: chi ama i libri sa che se ne può liberare; chi non li ama teme questo gesto: pensa che un libro, come i diamanti, è per sempre. Non è per nulla così: un libro è esattamente ... fino al prossimo." (da Stefano Salis, Leggere? E' da viziosi, "Il Sole 24 Ore Domenica", 27/09/'09)

lunedì 28 settembre 2009

Fofi: "Pasolini & c.: come ci manca il Super Io civile"


"Per Goffredo Fofi l’inizio di tutto è stato il cinema. Non i libri ma i film. Tutto è nato, quand’era ancora bambino, con la passione per il grande schermo, in particolare quello italiano popolare, di Totò e di Matarazzo. E’ lui a spiegarlo, nella prefazione alla nuova edizione a cura della Cineteca di Bologna dell’Avventurosa storia del cinema italiano, scritta con Franca Faldini, l’attrice compagna di Totò. Originale collezione di testimonianze di cineasti d’ogni tipo apparsa alla fine degli Anni Settanta, l’opera torna aggiornata e integrata: il primo volume è andato in libreria quest’estate, altri tre usciranno entro il prossimo anno. «Il cinema fu per me la scoperta del mondo - scrive Fofi - e dal cinema arrivò tutto il resto, i libri, le riviste, e alcune scelte di vita».
Al tempo stesso si ristampa da Aragno il saggio L’immigrazione meridionale a Torino (1964) che rappresenta l’altro binario degli interessi e della produzione di Fofi, quello di carattere sociologico e politico. Non basta: l’editore Laterza pubblica La vocazione minoritaria, intervista sulle minoranze a cura del giornalista Oreste Pivetta, in pratica una biografia intellettuale di Fofi. Così questo navigatore anarchico delle patrie lettere, 72 anni, protagonista di esperienze educative, critico cinematografico e letterario, fondatore di riviste (da Quaderni piacentini a Ombre rosse a Linea d’ombra), autore di almeno duecento prefazioni o postfazioni per libri altrui, appare prepotente personaggio d’attualità: è l’occasione giusta per intervistarlo sul suo rapporto coi libri.
Lei racconta di essere cresciuto in una numerosissima famiglia della mezzadria umbra: come nacque in quell’ambiente la passione per il cinema? Andare al cinema era la regola oppure un’eccezione? «Era la regola. Come in tutte le famiglie semiproletarie anche nella nostra il cinema era un grande e frequentatissimo divertimento popolare. Al mio paese c’erano due sale cinematografiche, una dei preti e l’altra dei comunisti. In realtà facevano le stesse cose: potevi vedere Santa Bernadette dai comunisti e Sangue e arena dai preti. L’unica differenza era che dai preti c’erano più tagli delle scene un po’ spinte. Mi poteva capitare di andare al cinema tutte le sere, anche perché avevo uno zio che strappava i biglietti e mi faceva entrare gratis».
Come è avvenuto il passaggio ai libri e alle letture? Come è diventato un vorace lettore? «Che le devo dire? Perché ero curioso. I libri rappresentavano un normale allargamento dei miei interessi. Magari perché erano legati a film come Anna Karenina o Via col vento. A dieci anni, dopo la promozione in prima media, mia madre mi regalò i due volumi Garzanti che contenevano tutto il teatro di Ibsen. Il libraio doveva averla convinta di come Ibsen fosse imprescindibile per la mia formazione. Più grandicello, leggevo contemporaneamente l’Avanti! di mio padre e Grand Hotel di mia madre. Più avanti, in una stessa estate, lessi saltando dall’uno all’altro Delitto e castigo, Via col vento, Tom Sawyer e Grandi speranze. Passai dai giornalini ai Libri della Bur e ai Libri del Pavone, in un processo di alfabetizzazione che mi portò al libro che mi ha cambiato la vita: il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, tappa decisiva per uno intriso di meridionalismo come già io ero e diplomato maestro». Meridionalismo nel suo caso volle dire Danilo Dolci, quando lei partecipò all’esperienza sociale e educativa che Dolci aveva avviato a Partinico. «L’occasione era stato un fotodocumentario di Enzo Sellerio su Danilo Dolci. Ne ero stato talmente colpito da scrivere alla rivista Cinema Nuovo. Lui rispose invitandomi a Partinico e io partii per la Sicilia, accompagnato da mio padre. Con Dolci e con Capitini venni coinvolto negli scioperi alla rovescia, in cui gli operai lavoravano gratuitamente per la manutenzione di strade. Ma per la polizia era occupazione indebita di suolo pubblico, per cui la Celere ci arrestò tutti. Al processo c’erano Carlo Levi, Norberto Bobbio, Gigliola Venturi e l’arringa difensiva venne tenuta da Piero Calamandrei. Partinico e Dolci rappresentano per me un passaggio fondamentale: mi mettono in rapporto diretto con il cosiddetto mondo della cultura».
Come si manifestava questo rapporto? «Il primo libro con dedica che ricevetti fu di Franco Venturi. Paolo Milano, critico dell’Espresso, che allora si dava da fare per raccogliere consensi attorno a Danilo Dolci, mi presentava ai grandi scrittori stranieri. Da lì si svilupparono i meccanismi che mi portarono prima a Roma e poi a Torino, dove lavoravo al Centro Gobetti e correggevo bozze o rivedevo testi per la casa editrice di Giulio Einaudi. Raniero Panzieri mi affidò le pagine di Mafia e politica di Michele Pantaleone, un libro che provocò molti processi. Io italianizzai quella scrittura troppo sicula. Poi sono venute le riviste, ma il libro è sempre rimasto il mio punto fondamentale di lavoro e di conoscenza».
Ricorda gli autori, gli editori e i titoli prediletti? «Tolstoj moltissimo, più di Dostoevskij. Ma la mia passione era soprattutto per la letteratura italiana. Infatti la casa editrice che prediligevo non era Einaudi bensì Vallecchi, dove lessi un libro fondamentale: Novelle del Ducato in fiamme di Carlo Emilio Gadda, di cui possiedo la prima edizione. Importanti per me anche le olivettiane Edizioni di Comunità, per i tipi delle quali scopersi Lewis Mumford: un libro come La città nella storia letto a 20-25 anni ti segna per l’intera vita. Ti segna molto più dei vari Quaderni rossi, alle cui sedute di gruppo partecipavo, salvo scappare via di filata all’ennesimo incontro dedicato al Capitale. Inoltre intrattenevo un intenso rapporto con la letteratura francese perché i miei a un certo punto emigrarono in Francia e io andavo e venivo: ho conosciuto Foucault, ho ascoltato Barthes, andavo a sentire le lezioni sullo strutturalismo di Lévi-Strauss, manon ci capivo un’acca».
Lei era geloso dei suoi libri? «Quando stavo con Dolci e Capitini la proprietà privata mi faceva orrore, perciò la mia regola era che se qualcuno guardava un mio libro con occhio avido io glielo regalavo. Ho regalato il novanta per cento dei miei libri di cinema alla biblioteca della cineteca di Città del Messico, che aveva visto il suo patrimonio distrutto da un incendio. Così la mia biblioteca si è dispersa ai quattro venti, anche per i continui cambi di casa». Nella prefazione all’Avventurosa storia lei afferma che gli anni ’43-’63 sono stati i più vitali per la società italiana e che questa vitalità si è rispecchiata nel cinema. Il discorso vale anche per la letteratura? «Certo. Con il Gruppo ’63 si chiude un’epoca d’oro della letteratura italiana. Non c’erano solo Pavese e Calvino, Pasolini e Sciascia, ma anche Morante, Fenoglio, Brancati e Bilenchi, Volponi e Gadda e tutti gli altri. Se vai a vedere resti sbalordito: dopo la fase ottocentesca rinasce il romanzo italiano. Ogni anno un nuovo scrittore, un nuovo capolavoro, un nuovo caso. Ricordo una presentazione torinese di Una nuvola d’ira di Giovanni Arpino, con uno scontro fra Panzieri e un sindacalista comunista, forse Pugno, che non accettava gli operai raccontati nel romanzo, aveva in mente l’operaio massa, l’operaio di classe, mentre Panzieri, più raffinato, obiettava che gli operai sono anch’essi uomini in carne e ossa, con le loro debolezze e le loro ansie».
Nell’intervista con Pivetta, lei, invece, definisce gli Anni Ottanta «tra i più stupidi della nostra storia». Perché? «Perché segnano la fine delle utopie, la fine delle speranze, sono gli anni della new age, del culto del corpo, dello spiritualismo indiano, tutte quelle cose lì. Oggi mi sembra che la mercificazione dell’industria editoriale sia arrivata a limiti estremi: conta la merce, non la qualità. Nessuno si preoccupa della sedimentazione di valori. Oggi i libri servono per non pensare. Magari parlano dei temi d’attualità ma in una chiave facilona, consolatoria, sentimentale, in un continuo avvicendamento di mode e generi. Si sente il bisogno di un Super-Io civile: la letteratura italiana l’ha avuto in passato, mentre non ce l’ha più oggi. Pasolini, Sciascia, Calvino, Volponi, Giulio Bollati o Franco Fortini erano persone con cui potevi discutere con accanimento e magari litigare. Ne valeva la pena. Oggi con chi litighi?»." (da Alberto Papuzzi, Pasolini & c.: come ci manca il Super Io civile, "TuttoLibri", "La Stampa", 26/09/'09)

Tra censura e bestseller


"In ordine di tempo, il caso più recente è quello di Liao Yiwu. Poeta, musicista, giornalista e scrittore inviso al Governo cinese, gli è stato formalmente impedito, tre giorni fa, di andare a Francoforte. Qualche settimana fa analoga vicenda, con protagonisti altri due autori: stavolta con qualche imbarazzo in più, visto che per Bei Ling e Dai Qing l'invito era stato revocato dagli stessi organizzatori della Buchmesse su richiesta del comitato organizzatore cinese. Insomma: c'è ancora molta strada da percorrere su temi quali la censura, la possibilità di schierarsi contro le istituzioni, la circolazione delle idee e molto resta da fare su una delle più delicate questioni che investe l'intera editoria mondiale, a Occidente come a Oriente: quella del diritto d'autore. Eppure la partecipazione della Cina come ospite d'onore alla Fiera del libro di Francoforte (dal 14 al 18 ottobre) non è 'prematura', come ha sottolineato il direttore della Buchmesse, Juergen Boos in un'intervista allo "Spiegel". Al contrario: 'è una grande opportunità, per noi e per loro'. Effettivamente se si pensa, come dice Boos 'che solo cinque anni fa non c'era un solo libraio indipendente a Pechino, mentre ora ce ne sono diversi' ci si rende conto che ove ci sono libri c'è terreno fertile per sviluppare le idee. Che, prima o poi, attecchiscono. D'altro canto la Cina resta ancora un grande mistero, dal punto di vista editoriale. I nomi più famosi ricavano spesso notorietà dall'essere contrari al regime più che dalla qualità della loro opera (ciò che nuoce, per esempio, a un grande scrittore e artista come il Nobel Gao Xingjian). Per questo Francoforte sarà l'occasione per vedere e ascoltare i volti più interessanti della letteratura cinese e di scoprirne molti altri. Quasi 50 autori, oltre 300 editori, una delegazione di oltre duemila persone: la calata cinese in Germania sarà, infatti, imponente. Come lo è stata la risposta tedesca: sotto la Fiera, nella sezione Books on China si annunciano oltre 350 novità (in tedesco) da 180 editori diversi. Tra i quasi 500 eventi connessi alla presenza cinese in Germania - e non a caso il tema scelto dal comitato è 'Tra tradizione e innovazione' - ci saranno star come Yu Dan, la professoressa diventata celebre per avere rilanciato un Confucio friendly (se ne parla in queste pagine) e Mo Yan, probabilmente lo scrittore cinese più conosciuto e tradotto nel mondo, ma anche astri nascenti sui quali gli editori si concentreranno. I più attenti osservatori (in testa Toby Eady, l'agente letterario che fa da ponte tra l'Occidente e Pechino) indicano il trentenne Xu Zechen, fondatore di "People's Literature", rivista che si occupa delle realtà meno esplorate della Cina, il poeta tibetano Alai e un'altra autrice che proviene dal giornalismo: Xinran. Dopo il successo del suo libro che raccoglieva le interviste alle donne cinesi, il suo prossimo lavoro, Messaggio da una madre cinese sconosciuta, se lo è aggiudicato un colosso come Random House. I numeri del mercato editoriale cinese - sempre piuttosto difficili da avere e soprattutto decifrare - parlano di una crescita che va di pari passo con quella economica: +10% all'anno. Il mercato potenziale è quello, sterminato, di un miliardo di persone. Cifra assolutamente inarrivabile, ovvio. Ma per partire bisogna almeno ragionare sui 275mila titoli pubblicati in Cina nel 2008 (+11& sul 2007), i 579 editori controllati dallo Stato e altre centinaia che iniziano a muoversi e gli oltre 10mila tra diritti e licenze acquistati dalla Cina nel 2007. Potrebbero esserci buoni affari. Anche per gli editori italiani. Oggi il peso dei mercati asiatici sull'export italiano di copyright ha raggiunto l'11,5%. Un numero che può crescere." (da Stefano Salis, Tra censura e bestseller, "Il Sole 24 Ore Domenica", 27/09/'09)

domenica 27 settembre 2009

Harry Potter espulso da scuola


"Centoventicinque anni fa Mark Twain pubblicava Le avventure di Huckleberry Finn: da lì discese, parole di Hemingway, tutta la letteratura americana. Oggi è uno die libri più censurati in patria. Lo ricorda l'American Library Association che dal 1982 organizza ogni fine settembre, la Banned Books Week. Dal 2007 sono 513 i volumi messi all'indice in alcune scuole medie e superiori e biblioteche pubbliche. Ma è una stima per difetto, avverte il report di Ala, che collabora con altre associazioni (National Coalist against Censorship, American Society of Journalist and Authors, ...) nella lotta alla censura, aggiornando la mappa dei luoghi del proibizionismo culturale su segnalazione dei cittadini: 'In questo modo riusciamo però a documentare solo il 20-30% degli episodi'. Nella black list compaiono Tony Kushner con il 'pornografico' Angels in America (in Italia è stato un recente successo teatrale), il 'blasfemo bestemmiatore' Cormac McCarthy con Child of God e l''ateo' Philip Pullman con The Golden Compass, pieno di messaggi 'anti-Dio e anti-cristiani' (ciononostante l'industria cinematografica ne ha ricavato un film da cassetta per famiglie). Falcidiati anche i best-selleristi più pop, da Ken Follett a Khaled Hosseini ('contenuti sessuali violenti, inclusi stupri e incesti'); i classici di Huxley e Scott Fitzgerald; le scrittrici Alice Sebold (too scary') e Joyce Carrol Oates ('sessualmente esplicita'). Religione, razza e sesso: questi i principali tabù da occultare. In alcuni casi si è arrivati a incriminare singolarmente le parole (ad esempio 'scroto' nel romanzo per l'infanzia The Higher Power of Lucky, incensato dal "New York Times"), atteggiamenti poco ortodossi, 'contro la famiglia tradizionale eterosessuale' (And Tango Makes Three, storia di due pinguini maschi che allevano un cucciolo), o i cattivi maestri, come quelli di Harry Potter che insegnano occultismo, magia e la 'Wicca Religion'. Persino il Nobel Toni Morrison è stata messa all'indice perché 'razzista', dimenticando che da sempre si occupa dei diritti della comunità afroamericana. Un''offensiva descrizione degli africani' l'ha pure data Hergé in Tintin in Congo: rimosso dagli scaffali della Biblioteca pubblica di Brooklyn, ora si trova nella 'stanza sul retro' ed è consultabile solo su 'appuntamento'. Questo è l'ultimo degli episodi documentati nella colta, radicale e chic New York. proprio dalla democratica East Coast proviene il maggior numero di segnalazioni. Tuttavia, è impossibile fare inferenze: si tratta di singoli, circostanziati e privati episodi, non imputabili a un programma statale o ai diktat di un fantomatico MinCulPop. Negli Stati Uniti anche la censura è liberal, frutto della libera scelta delle istituzioni scolastiche, che decidono a colpi di maggioranza di mamme e papà. 'Spesso è motivata dal desiderio di proteggere i bambini. Ma se le intenzioni sono lodevoli, questo metodo di protezione comporta seri pericoli', spiega Ala. Perciò da anni tenta di sensibilizzare l'universo genitoriale, oltreché studenti, insegnanti e bibliotecari: organizza dibattiti pubblici; divulga il 'manifesto' - una specie di trick da streghe macbethiane; diffonde la notizia ai quotidiani locali e sul web; a volte, ricorre alla giustizia. Quasi sempre il Tribunale non si sbilancia, come nel caso del prosecutor di Livingston County (Michigan): 'Se questo materiale (The Bluest Eye della Morrison) sia appropriato per i minori lo deve decidere il consiglio di classe, ma io trovo che non vi sia in esso alcuna violazione della legeg penale'. Appellarsi al I emendamento sulla libertà di culto, parola e stampa non sempre paga. Così Ala continua la sua campagna sul territorio, tra i cittadini: dalla California alla Virginia, dall'Ohio alla Florida, fino al 3 ottobre organizza dibattiti, reading e allestimenti scenici dei libri storicamente scomodi, da Lolita a L'amante di lady Chatterley, da Il giovane Holden a Uomini e topi. Più che tribunali e kermesse viene allora in soccorso il vaccino steinbeckiano contro il 'serio pericolo' denunciato da Ala: Lennie ama così tanto i conigli da accarezzarli fino al soffocamento. Troppo affetto nel pugno finisce in tragedia." (da Camilla Tagliabue, Harry Potter espulso da scuola, "Il Sole 24 Ore Domenica", 27/09/'09))

Quando verrai di Laura Pugno


"Non è necessario essere un lirico arcaico nelle tavole di un grammatico; ancor oggi un singolo frammento può rappresentare, fulmineo e senza residui, l'intera opera
di un poeta. Nell'incipit Verrà la morte e avrà i tuoi occhi si concentra tutto Pavese; e un discepolo di Pavese, Milo De Angelis, è tutto in questa cadenza di Millimetri: «In noi giungerà l'universo, / quel silenzio frontale dove eravamo / già stati». Mi sono venute in mente imperative, queste due steli verbali, leggendo ammirato l'opera (narrativa) terza di Laura Pugno. All'inizio mi avevano maldisposto, invece, le soglie del testo: la copertina rosa salmone, il titolo soprattutto, Quando verrai. Pareva uno di quei titoli fàtici - emotivamente ricattatorî - cui ci ha abituato l'industria editoriale (a partire, diciamo, da Ti prendo e ti porto via di Ammaniti). Tanto più a rischio essendo la storia, questa, di una bambina gettata nel mondo brutto, sporco e cattivo. Lo si temeva un titolo sentimentale, come in certo mélo di Vincente Minnelli: in salsa rosa, appunto. Tutt'altra, però, la tempra di questa scrittrice. Dopo i tormentosi Sleepwalking (Sironi) e Sirene, Laura Pugno si conferma - nomen omen - di gran lunga il più duro dei nostri narratori: opaca e tagliente come la «forma perfetta del sasso» con cui la preadolescente protagonista, Eva, si salva dagli umani che ne bramano le tenere carni. Dello stesso tenore è questa scrittura, sempre più tesa a un'asciuttezza aliena e terribile, come i corpi dei suoi personaggi «ormai privi di ogni strato di grasso»: «la sua bellezza non è perduta ma ha cambiato di segno». Tanto più vulnerano, così, le nervature della fabula, anzi della favola: e «le favole», si sa, «sono crudeli». Non siamo più in qualche futuro fantascientifico: questa desolazione suburbana di guard-rail, roulotte e buste di plastica non è che il nostro presente. E siamo noi questa umanità angosciata dal diverso, dallo straniero, dal «selvatico». Ma Eva, come nome le comanda, è l'inizio di una nuova umanità; una mutante insomma. Rispetto alle struggenti Sirene la sua diversità è meno conclamata - segnalata solo da certe macchie argentee sull'epidermide - ma ancora più tremenda. Come nel personaggio più esistenzialista dei molto esistenzialisti X-Men, Rogue, il suo potere è in effetti una maledizione: le basta toccare un umano per avere la visione dell'istante in cui questi morirà; uno sbocco di sangue alla gola, allora, la stordisce e assidera. Si capisce che molti dei mutanti, come quello che accompagna Eva in un viaggio onirico al termine della terra, non desiderino altro che porre fine a una simile esistenza. Quando verrai è un testo iniziatico. Un apologo spietato sul senso ultimo, e anzi ultimativo, della scrittura: quello di «ricordare il futuro», cioè di puntare sempre - come a una nera stella polare - all'Estrema Soglia di tutti noi. Ed è dunque uno dei pochi testi autenticamente tragici oggi concepibili: se è vero che il tragico tratta sempre l'ineluttabilità delle Cose Ultime. Il colore della copertina, si capisce allora, è quello della pelle urticata; e, come quello di Pavese, il titolo - simile alle domande che si rivolgono i personaggi - non tollera punto interrogativo. Non è un'ipotesi la morte, non si colloca nel futuro: davvero, è dove eravamo già stati." (da Andrea Cortellessa, Con la piccola Eva, verso l'estrema soglia, "TuttoLibri", "La Stampa", 26/09/'09)

giovedì 24 settembre 2009

La morte segue i magi di Hans Tuzzi


"Come si fa per i pacchetti di sigarette, bisognerebbe aggiungere sulla copertina di questo romanzo una frase del genere: 'Attenzione, può essere dannoso per la salute. Chi lo legge è consapevole dei rischi che corre'. Stiamo parlando dell'ultimo libro di Hans Tuzzi, La morte segue i magi> (Bollati Boringhieri). Thriller pericoloso per la salute del lettore. Perché fa troppa paura? Acqua. O si tratta di una schifezza? Non ci siamo. perché, invece, La morte segue i magi contiene pagine di alta letteratura e di grande poesia, all'uso d'antan. Proprio qui sta il pericolo: una bella crisi di astinenza per il lettore curioso, intelligente e sensibile che, alla fine, si chiederà: e ora che faccio? Potrà certo, se già non li conosce, ripescare i quattro precedenti gialli di Tuzzi, tutti pubblicati dalle Edizioni Sylvestre Bonnard; che hanno, anch'essi, per protagonista il commissario Melis e la sua fidanzata Fiorenza (un altro commissario, dirà qualcuno. Sì, ma questo è speciale). E però, benché ragguardevoli, gli altri libri non valgono questo gioiello. Entità anomala, di questi tempi. Per il fatto che Tuzzi non fonda la sua 'letteratura' su modelli del cinema o della tv, o su qualche brandellino della propria vita privata assolutizzato a racconto. Si alimenta, invece, come era naturale un tempo, della grande letteratura del passato amata e fatta propria. E di qui anche il reticolo di criptocitazioni nostalgiche che costellano il libro: Leopardi, Manzoni, Dante, Montale, T. S. Eliot, Rilke, Pascoli, Baudelaire, Saba ... Amalgamate perfettamente nel testo. Con in più, un'ammirevole tonalità da vecchia lombardia - cuore romantico e ragione vigile - sul versante Manzoni-Gadda-Tessa. Se poi mai volessimo, per dirla alla buona, trovare il pelo nell'uovo in un libro che ci ha tanto colpito, dovremmo rilevare che, nell'intrecciarsi di storie che animano il romanzo c'è, forse, troppa carne al fuoco. [...] Quanta, infine, minuziosa eleganza e passione nella fattura meticolosa di un romanzo costruito con pazienza e poesia per singoli periodi. Forse, tuttavia, al di là della simpatia dei protagonisti e della malinconica grandezza di un assassino insospettabile, vero centro del romanzo è la grigia, luttuosa, odiosamata Milano di nebbie impure e di tetre piogge autunnali. Con l'orrore e la desolata tenerezza delle sue periferie e il retaggio consunto di un antico splendore. Popolata da persone che 'si incrociano come navi nella notte'. Per non rivedersi mai più." (da Giovanni Pacchiano, Giallo di sapore gaddiano, "Il Sole 24 Ore Domenica", 20/09/'09)

mercoledì 23 settembre 2009

Pahor: "Il mio secolo fra Trieste e il mondo"


"Come se si fosse rotta una diga. Libri, libri e ancora libri. A 96 anni Boris Pahor, triestino di lingua slovena, assiste con stupore e soddisfazione allo "scongelamento" di un quarantennio di opere sue che, dopo il successo un anno fa di Necropoli, vengono tradotte finalmente in italiano. Premiato e tradotto in mezza Europa ma sconosciuto fino a ieri nel suo stesso Paese, ora il patriarca col vizio della memoria, registra un bel tandem, con l´inedito autobiografico Tre volte no (Rizzoli) e il romanzo del 1967 Una primavera difficile (Zandonai).
Il vecchio è felice nella sua casetta a picco sull´Adriatico. La "riabilitazione" letteraria ha avuto effetti a cascata persino in Slovenia, dove pure è arcinoto: in un anno rilanciati cinque dei suoi libri. È richiestissimo, il telefono suona a ripetizione, e lui risponde a tutti, anche ora che Radoslava, la compagna della vita, lo ha lasciato. Al tramonto scendiamo nel suo bunker, oltre un orticello di pomodori. Si cala per ripide scalette con passo elastico, in tuta e mocassini. Oltre una porticina, montagne di libri, una Remington vecchia di quarant´anni, un lettino con un testo di Spinoza. «Qui - dice - ho vissuto la mia vita parallela. Riemergo solo per mangiare e dormire».
Primavera difficile è la storia di un suo amore francese, dopo la liberazione dal Lager. «Madeleine si chiamava. Per me che ero un naufrago dell´orrore fu la riscoperta della vita. Era la mia infermiera nel sanatorio di Villiers sur Marne dove guarii dalla tbc. "Mon petit" mi chiamava. Fu un regalo magnifico». Fino ad allora lei era stato in mezzo alla morte. «Per un anno e mezzo avevo vissuto fra corpi distrutti. Cataste, montagne, treni interi di corpi distrutti e bruciati come foglie secche. È stato allora che ho capito l´importanza e la benedizione di quella cosa che il secolo ventesimo degradava a un non-valore».
Che cosa? «Il corpo appunto. Il più bel dono che abbiamo. Io ho amato tanto il corpo femminile, ma è il corpo umano in generale che va amato e rispettato. Per uno come me che è tornato dall´abominio l´unica consolazione era pensare che l´umanità aveva in sé la possibilità di creare corpi nuovi e diversi, generazioni migliori».
Cosa fu per lei la Francia? «Era il 1946 e non avevo nessuna voglia di tornare a Trieste. A casa mia erano offesi che rimanessi lontano così a lungo, anche dopo la guarigione. Il problema è che a Trieste c´era il marasma. Manifestazioni continue. La città era passata senza interruzione dalla guerra alla guerra fredda».
Non è stufo di questa complessità di frontiera? «A volte vorrei avere vissuto in un luogo meno complicato di Trieste, ma a che serve essere stufi? Ormai ci siamo dentro e dobbiamo macinare ... Davvero non vedo alternative». Sente ancora così ostico questo suo luogo? «C´è chi rema contro ma qualcosa cambia. Ieri sono andato a Prosecco per un documento d´identità, e quando sono entrato l´impiegata, riconoscendomi, mi ha salutato con un "dober dan", il buongiorno in sloveno. Mi ha reso felice». E sul piano della cultura? «Qualche giorno fa ho affrontato una sala strapiena con Claudio Magris e ho detto che quando il poeta sloveno Kosovel potrà entrare nei programmi di studio delle scuole italiane, allora Trieste sarà un piccolo paradiso. Ho avuto un applauso di straordinario calore. Sì, le cose cambiano».
Professore, qual è il suo segreto?
«Aggrapparmi al presente. Nel campo di concentramento ho imparato a fare sempre qualcosa, senza pensare al passato e al futuro». Eppure lei al passato ci pensa eccome. Secondo alcuni anche troppo. «Me lo dicono in tanti. Gli sloveni post-comunisti mi accusano di rivangare cose morte e sepolte. Ma io non mollo, fino a quando il ventennio fascista resterà nell´ombra in cui si trova. Non si parla degli orrori che comportò. Il nazismo era peggio, mi contesta alcuno. E allora? Non è un buon motivo per archiviare tutto». Pensa che la memoria italiana sia a senso unico?
«Dico: sacrosanto che si sappia delle foibe. Ma altrettanto sacrosanto che si sappia del fascismo e soprattutto della sua aggressione alla comunità slovena. Bastonature, incendi, condanne a morte, cognomi e nomi cancellati, una lingua negata. E molti dimenticano che questo accadeva già vent´anni prima della guerra».
Pensa ci sia una rimozione? «Guardi cosa c´è scritto sulla targa bilingue che ricorda l´incendio alla casa di cultura slovena di Trieste. Si parla di "esagitati", non di fascisti. C´è un´ostinazione tenace e non ammettere l´innegabile».
Come visse da sloveno la proclamazione a Trieste delle leggi razziste contro gli ebrei? «Pensai: ecco, ora anche loro sono nella nostra condizione di perseguitati ed esclusi. Anche quelli di loro che avevano abbracciato il fascismo e magari erano stati antisloveni. Ovviamente non immaginavo l´orrore che si sarebbe scatenato di lì a poco col nazismo». Nel lager lei capì il destino degli ebrei? «Non fino in fondo. Non c´erano ebrei nei miei campi. Ma la gente passava egualmente per il camino. Bisogna stare attenti a ricordare che i forni crematori hanno incenerito anche tanti oppositori del regime e tanti prigionieri politici». La soppressione della lingua fu la sua prima ferita. «Fu uno choc tremendo. Ne parlo diffusamente in quest´ultimo libro-intervista dal titolo Tre volte no. Ero bambino e improvvisamente persi la mia identità. Un giorno fui umiliato in classe perché avevo sbagliato un verbo e il mondo mi crollò. Non ebbi nemmeno il coraggio di andare da mio padre».
Poi ha avuto le sue rivincite. «Durante la guerra, con ritardo, presi la maturità durante una pausa sul fronte libico. Passammo in quattro su quarantasei, fui il migliore in greco ... io che ero sloveno ... Le lingue mi salvarono ... Grazie al francese fui aiutato da un medico francese che mi face fare l´infermiere. Ma sapevo anche il tedesco, e con le SS che mi avevano imprigionato fu un vantaggio. Le lingue slave, poi, mi aiutarono con i prigionieri jugoslavi, russi, cechi, polacchi».
Qual è il suo primo ricordo? «Io e le mie due sorelline nel lettone dei miei con quaranta di febbre per l´epidemia di spagnola. Era il 1917. Una sorella morì. Deliravamo. E nessuno ci aiutava come famiglia». Lei invece è arrivato a 96 anni. Pensa di essere un uomo fortunato? «Mah. Più volte in situazioni difficili ho trovato persone che mi hanno aiutato. Ma che cos´è: fortuna o spirito di iniziativa?». Che pensa di Dio? «Mi sento panteista, come Spinoza, ebreo che gli ebrei maledissero. Credo che ci sia un disegno straordinario nel mondo. Ma non penso proprio che Dio si occupi di noi, che sia un padre affettuoso». E poi c´è il mare. «Io al mare ci parlo, non potrei vivere senza ... Il mare grande e ventoso di casa mia. È il mio amico migliore»." (Paolo Rumiz, Una vita difficile. Pahor: 'Il mio secolo fra Trieste e il mondo', "La Repubblica", 23/09/'09)

Secondo natura. Un poema degli elementi di W. G. Sebald


"Mi dispiace molto che i libri di W. G. Sebald non abbiano ancora suscitato in Italia l'ammirazione che meritano. Nato nel 1944 e morto nel 2001, Sebald è senza dubbio lo scrittore di maggior rilievo nella Germania contemporanea. Tra i suoi libri Adelphi ha pubblicato: Emigrati (1992), Il passeggiatore solitario (1998), Vertigini (1999), Storia naturale della distruzione (1990), Austerlitz (2001). Tra i lettori di Austerlitz, che credo il suo capolavoro, nessuno può dimenticare questo regno di morte e di fantasmi: queste allucinazioni impregnate di polvere: questa nebbia grigiastra: queste nubi color inchiostro: questo tempo che non si muove mai: queste stazioni ferroviarie simili a cattedrali e montagne: questa voce ossessionante e monotona, immobile come il tempo: questa lava che non finisce di fuoriuscire dagli abissi fino ad avvolgersi e a pietrificarsi attorno a noi, come una lava-parola. Tutto è rotto, spezzato, tragico, insostenibile. Austerlitz ha un doppio scopo: quelllo di ucciderci, uno per uno, lasciandoci cadaveri al suolo; e quello di redimerci, uno per uno, trasportandoci con un gesto inverosimile nella nuova Gerusalemme dell'utopia. In questi giorni esce l'edizione italiana di Secondo natura. Un poema degli elementi, nella eccellente traduzione di Ada Vigliani. E' un poema, anzi un poema in prosa come dice Sebald: che raccoglie tre poemetti: uno su Grunewald: un secondo su Georg Wilhelm Steller, un esploratore e scienziato del Settecento, che raggiunse il mare di Baring; entrambi bellissimi. Il terzo, di natura autobiografica, mi sembra meno riuscito. Il genio di Sebald fa di questi poemetti sia dei perfetti racconti in prosa sia dei perfetti tappeti poetici. Qualcuno parla fiduciosamente a ciascuno di noi; e insieme si scaglia contro tutti i limiti e i confini, distruggendoli con una forza che sembra alludere alla distruzione del mondo. Tutto viene distrutto: tutto viene superbamente ricostruito, da una mano per la quale distruzione e costruzione sono la stessa cosa. [...]" (da Pietro Citati, Il Cristo nello specchio di Sebald, "La Repubblica", 22/09/'09)

lunedì 21 settembre 2009

Mario Lodi: "La scuola ci salvi dall'Italia dei balocchi"


"Alla Drizzona, la bella cascina presso Piadena dove da un ventennio Mario Lodi guida le attività della Casa delle Arti e del Gioco da lui fondata, l'ultima calura dell'estate arretra davanti ai porticati ariosi. L'autore di decine di libri per ragazzi - a cominciare dall'indimenticabile Cipì - è ancora sulla breccia con lo stesso entusiasmo di quando, anticipando di una manciata di anni La lettera a una professoressa di Don Milani (Lef), con il suo C'è speranza se questo accade al Vho (1963) cominciò a riflettere sulle sue esperienze di maestro elementare. Di lì a poco, con Il paese sbagliato (1970), e non pochi altri saggi e variegate iniziative, compreso un giornale per bambini, divenne il simbolo del rinnovamento da operare dentro la scuola dell'obbligo. Un impegno che in Lodi non si è mai attenuato. Nato nel 1922, diplomato maestro nel 1940, di mutamenti ne ha visti tanti ma ora, davanti agli interventi che, impongono il maestro unico prevalente, riducono gli insegnamenti opzionali e altre attività che hanno sorretto la scuola del tempo pieno di cui è stato uno dei pionieri, osserva sgomento. E respinge deciso ogni proposta di classi inizialmente separate per gli alunni extracomunitari: «I bambini, quando arrivano a scuola, non sanno scrivere masanno tutti parlare, nelle loro diverse lingue. E la parola è la ricchezza immensa che non va chiusa in ghetti ma educata al dialogo. Solo così il bambino, come auspica la nostra Costituzione, diventa il cittadino del futuro ...».
Lodi porta dritto dritto i suoi 87 anni e, se gli si chiede di ricordare i primi libri che gli arrivarono sotto gli occhi, non ha dubbi: «Sono nato proprio nell'anno della Marcia su Roma e uno dei primi libri che mi diedero da leggere a scuola, e che mi si è stampato nella memoria, raccontava le avventure del balilla Vittorio».
Era quello scritto da Roberto Forges Davanzati? «Sì, stampato dalla Libreria di Stato, era una sorta di Cuore trapiantato dentro le liturgie del Regime. Seguendo le vicende quotidiane di Vittorio tutti gli scolari italiani di quinta venivano coinvolti nei passi fondamentali dell'edificazione mussoliniana. Erano con lui alle grandi adunate, festeggiavano il Natale di Roma, partecipavano alla Befana fascista. E andavano a vedere i lavori di bonifica nell'Agropontino ...».
Per fronteggiare lo zelo del Balilla Vittorio servivano robusti antidoti. Chi li ha riforniti? «Mio padre, operaio di simpatie socialiste. Portava a casa romanzi che appartenevano alla tradizione popolare. Con personaggi che mi insegnavano cosa era la vita e come starci da uomini giusti. Mi colpiva il Remi vagabondo e curioso delineato da Hector Malot in Senza famiglia. Oppure l'affollato palcoscenico de I miserabili. Un libro che si è così inciso nel mio cuore, tanto che ho chiamato Cosetta mia figlia, proprio come la ragazzina che trova in Jean Valjean un padre giusto e coraggioso ...».
I libri come antidoto alla propaganda di regime. E poi? «Nel contesto, molto semplice e popolare, in cui viveva la mia famiglia i libri trovavano un forte apprezzamento. La padrona della fabbrica dove lavorava mio padre per Natale, ai figli dei dipendenti regalava libri. Testi diventati per me significativi: ricordo ancora un'edizione del Tartarino di Tarascona di Daudet. Mi aveva
conquistato almeno quanto le pagine del Corrierino dei Piccoli che cercavo, ogni settimana, di non perdere. Ero già alle medie quando su Topolino dell'editore Nerbini, che poi editerà L'avventuroso, fu pubblicato il primo fumetto delle avventure africane di Cino e Franco, due ragazzotti che l'autore, un americano, catapultava in un'improbabilissima giungla. Un successo strepitoso ...».
Poi con le superiori e l'inizio dell'insegnamento saranno arrivate le letture più impegnative ... «Paradossalmente un segno meno rilevante mi è stato lasciato dai libri importanti, dai classici che alle Magistrali ci dicevano di leggere. Certo fui colpito da un brano di Tolstoj che parlava della scuola avviata nella sua tenuta per i figli dei contadini. Ma rispetto alla pedagogia, al rapporto col bambino, a scuola trasmettevano solo nozioni e mai messe in discussione. Col Rousseau de L'Emilio e, ancora di più, con le intuizioni pedagogiche di Maria Montessori o il "metodo naturale" di Célestin Freinet, ho fatto i conti più avanti, sul lavoro. Tra i banchi delle mie classi che erano sempre in scuolette di questa mia campagna cremonese, sperdute e tuttavia investite più che mai dai cambiamenti in atto nel Paese. Dall'emigrazione per esempio che portava qui dal Veneto e dal Meridione schiere di lavoratori che si avvicinavano ai centri industriali ma non potevano permettersi di abitare in città ...».
Lì cominciarono le esperienze del testo libero, del calcolo vivente, della pittura come libera espressione del bambino? «Sì. I giornali di scuola, le inchieste condotte dai bambini raccontate in C'è speranza se questo accade al Vho. Appena prima dell'uscita di Lettera a una professoressa un amico giornalista, Giorgio Pecorini, mi aveva portato a Barbiana. Voleva che Don Milani e io ci conoscessimo. E per due giorni, su nel Mugello, fui tempestato dalle domande di don Lorenzo: voleva sapere tutto, ma proprio tutto, su come lavoravo in classe ...».
Intanto i diari del lavoro compiuto con i suoi ragazzi nel corso dei diversi anni scolastici confluivano in un altro suo testo: come nasce Il paese sbagliato? «Lo avevo fatto leggere nella sua prima stesura a Gianni Rodari
che aveva suggerito a Giulio Einaudi di pubblicarlo subito. Eravamo tra il 1969 e il 1970. Ricordo che Einaudi è venuto qua da me, a Piadena, con le bozze de Il paese sbagliato e mi ha dato ventiquattro ore di tempo per tagliare cento pagine, così da alleggerire il tutto. Ventiquattro ore, perché stava andando a Colorno dove Basaglia, che era appena arrivato da Gorizia per dirigervi il manicomio, doveva consegnargli un suo nuovo libro che doveva uscire contemporaneamente al mio. Penso fosse La maggioranza deviante scritto con la Franca Ongaro. Comunque quando Einaudi ha rimesso piede qui io avevo finito il mio lavoro di riduzione del testo. Dopo la pubblicazione, iniziò un impegno di convegni, conferenze, viaggi durato anni ...».
Continuato anche dopo che ha concluso l'insegnamento ... «Certo, un'attività di seminari, laboratori, incontri che continuano qui alla Casa delle Arti e del Gioco che ho costituito nel 1989 con i proventi del Premio Internazionale Lego che avevo appena vinto. Un impegno che ha investito anche il tema, affrontato in alcuni miei libri, del rapporto dei bambini con la televisione. Non ho mai condiviso alcuna demonizzazione verso la Tv, sin da quando l'ho vista la prima volta dietro la vetrina dell'elettricista di Piadena. Ma piuttosto l'urgenza di farne capire le opportunità e i rischi ...».
Dunque prefigurando un futuro che adesso è arrivato ... «Per la verità è un futuro che stava già dentro uno dei libri che ho amato di più, il Pinocchio di Collodi. Lì c'è già tutto sul tragitto che porta il burattino a diventare bambino o viceversa. Quando il cittadino diventa un burattino manovrato dagli altri. E sui Mangiafuoco, o il Gatto e la Volpe che ci vogliono convincere che c'è un campo dove nella notte crescono gli zecchini d'oro, c'è qualcosa da aggiungere rispetto a quanto scriveva Collodi?».
E qualche libro ancora che spieghi come girare le spalle al Paese dei Balocchi e tornare a scuola, dai buoni maestri ... «Allora bisogna leggere Ultimo banco. Per una scuola che non produca scarti. Lo ha scritto Sandro Lagomarsini, un prete che da trent'anni a Cassègo, un borgo sperduto dell'Appennino ligure, ha aperto un doposcuola sulle orme di Don Milani. E' stato pubblicato adesso dalla stessa Libreria Editrice Fiorentina che aveva fatto uscire il libro del priore di Barbiana. E poi c'è un altro libro ancora che mi è piaciuto. E' L'uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. Parla di come un uomo solo - con alberi piantati pazientemente l'un dopo l'altro per anni, e seguiti con cura - possa far rivivere una vallata brulla ...». Sentendo parlare Lodi dagli alberelli il pensiero corre ai ragazzi che stanno per varcare, in questi giorni, la soglia delle nostre scuole. Riusciranno a rinverdire questo Paese?" (da Giorgio Boatti, La scuola ci salvi dall'Italia dei balocchi, "TuttoLibri", "La Stampa", 19/09/'09)

Mazzantini: "Non mi vergogno di far piangere"


"'Autrice popolare? Certo, perché no. Scrivo per raggiungere le persone, non sono una scrittrice ombelicale. Io scrivo affacciata alla finestra, sono gli altri a starmia cuore. E con quattro figli mis ento una gladiatrice della vita, col coraggio di correre dei rischi. Credo di averne corsi molti, in Venuto al mondo, perfino quello del ridicolo. Il vero premio è avercela fatta, a volte piangendo per le storie dei miei personaggi e di quella guerra'. Margaret Mazzantini, vincitrice del Campiello con settanta voti di scarto della giuria popolare, al terzo romanzo dopo Il catino di zinco che perse la finale a Venezia nel 1994 e Non ti muovere che vinse lo Strega nel 2002, rivendica fieramente quelli che ai detrattori pososno apparire difetti: 'Ho scritto com amore e disperazione. Il risultato non è affatto un libro semplice, affronta della maternità in un modo molto contemporaneo e il dolore e gli orrori di una guerra, quella a Sarajevo, che resta una macchia nella coscienza dell'Occidente'. Venuto al mondo è stato un successo: 370 mila copie conteggiate dall'editore Mondadori, dall'uscita in ottobre. Ma non pensa che il timbro emotivo sia un po' troppo 'facile'? 'Tutt'altro. Gli argomenti che tocco mi sembrano abbastanza scabrosi da escludere che sia andato a ruba come lettura estiva senza pensieri ... Il libro è partito come un diesel, dopo l'uscita è scattato il passaparola, e il suo cammino è proseguito tutta l'estate. A giudicare dalle lettere che ricevo, credo che i lettori abbiano riconosciuto alla mia scrittura di aver affrontato temi e sentimenti dolorosi importanti. E per me i libri hanno senso se ti possono scaldare un po' il cuore, come mi capita da lettrice di fronte agli autori che amo'. [...] La sua vittoria al Campiello sembra raccontare una stagione letteraria agli antipodi di quella rappresentata allo Strega: là duello all'ultimo voto tra scrittori molto legati allo stile, qui prevalenza di scrittrici e palma a una storia di sentimenti e passioni ... 'Penso che i premi letterari dipendano fondamentalmente dai libri in gara. Io sono un'outsider e mi piace accorgermi dal voto di una giuria popolare che, in tempi in cui sembra non si sappia più distinguere un sapore dall'altro, a volte viene premiato un approccio meno leggero alla realtà. D'altra parte anche la scelta etica di occuparsi di vittime non sembra particolarmente di moda, quando si vive tra leghe, ronde e istinto di chiudersi in se stessi'. Quando partecipò per la prima volta al Campiello con Il catino di zinco, nel 1994, in cinquina c'erano Antonio Tabucchi, che vinse, Arbasino, Pontiggia e Biamonti. Quest'anno è stata una gara più facile? 'Diciamo che allora fu un finale con concorrenti formidabili. Ma credo anche di poter aggiungere che da parte mia ho aspettato a lungo, sette anni, per pubblicare l'anno scorso il libro che sentivo di voler scrivere. Mi è riconosciuto anche dai detrattori che sarebbe stato più semplice fare un romanzo più simile a Non ti muovere, che ha venduto un milione e mezzo di copie, anziché arrischiarmi a cambiare radicalmente, come finora ho fatto a ogni nuovo libro'. Perché ha scelto la guerra in Bosnia come tema? 'Avevo inziato a pensarci già a tragedia in corso, nel '91. Ricordo quei giorni in cui mio figlio Pietro, che avrebbe poi dato il nome al figlio della protagonista del libro, era appena nato. Avevo di fronte quello che mi appariva come un regalo meraviglioso, e nel frattempo la tv trasmetteva immagini terribili. A pochi anni dalla caduta del Muro, passammo tutti dalla speranza in un futuro di pace alla certezza che l'orrore poteva ancora scatenarsi nel cuore civile dell'Europa. Lo spunto iniziale viene da lì, e dal tema della maternità opposto alla morte, anche se allora non riuscii a farne un romanzo. Ma la bottega dello scrittore è come una buona casa: nasconde, non ruba. Così dopo aver finito un altro libro del quale non ero abbastanza contenta da pubblicarlo, e averne lasciato un altro a metà, ho ricominciato a sviluppare quell'idea. E ho impiegato un anno difficilissimo a terminarlo'. Ha molti manoscritti lasciati nel cassetto? 'Mi considero più un'artista che un'intellettuale e credo in quello che romanticamente si chiama 'dono del talento', ma credo anche che il talento sia lavoro quotidiano: ho scritto tutti i giorni della mia vita, e naturalmente solo una minima parte è diventata libro. Con Simenon, in fondo penso anch'io che lo scrittore abbia una vocazione all'infelicità'." (da Maurizio Bono, Non mi vergogno di far piangere, "La Repubblica", 07/09/'09)

sabato 19 settembre 2009

Imparate la storia dai romanzi


"La voce del narratore evoca, rammenta, descrive, vola nel tempo. Osserva la Storia dall'interno dei eprsonaggi e quello sguardo può catturare chi legge dando una chiave diversa, più sfaccettata e vivida nel flusso di emozioni. Spiega l'israeliano Abraham B. Yehoshua, potente cantore dell'identità ebraica, autore di romanzi densi di storie e Storia come L'amante, Un divorzio tardivo, Il signor Mani, dove le generazioni di una stessa famiglia scorrono per due secoli nei monologhi frammentati di chi è stato causa o testimone della sorte famigliare; e ancora di Ritorno dall'India e di Fuoco amico, il libro più recente, specchio delle dolorose ambiguità della questione israeliano-palestinese: 'In un buon romanzo l'identificazione del lettore con le persone inventate dall'autore può sollecitare una comprensione dei fatti tanto più incisiva e pregnante di quella che arriva a comunicare un libro di Storia. Certi romanzi sull'Olocausto ne hanno trasmesso lo spirito e i sentimenti con più forza di montagne di saggi'. Yehoshua sarà al Festival Pordenonelegge come vincitore del premio FriulAdria 'La storia in un romanzo', che gli sarà consegnato a Pordenone il 19 settembre. Riconoscimento di uno scrittore che ha radicato sempre nelle profonde ragioni della Storia il suo estro mitico e il suo culto dell'umano. Abraham Yehoshua, nel dirci la Storia, un romanzo può davvero essere più efficace di un saggio? 'Pensi a Guerra e pace. Scritto quarant'anni dopo gli eventi narrati da Tolstoj, ha riversato nella memoria collettiva la guerra di Napoleone contro la Russia molto più di centinaia di ottimi manuali'. [...]" (da Leonetta Bentivoglio, Imparate la storia dai romanzi. Yeshoshua: "Guerra e pace è più utile di un saggio", "La Repubblica", 16/09/'09)

Rime al femminile. Da Antonia Pozzi alla Spaziani, da Gabriella Sica a Vivian Lamarque, un ventaglio di voci sempre radicate nella realtà


"Con Antonia Pozzi abbiamo ormai scavalcato un anniversario (i settant'anni dal suicidio avvenuto a soli 26 nel 1938), ma giunge in ogni caso utile la riproposta di Tutte le opere (non proprio tutte, in verità) per ribadire l'altezza poetica a cui è pervenuto un itinerario fatto di «fragilezza ardente», di vita aggrappata a spazi esili, di solitudini interiori, di rigore intellettuale e morale, di terre promesse, di soglie smarginate, di gioie tempestose, di anafore sentimentali, di tragico destino (una testimonianza «a latere» si segnala nel volume di Marco Dalla Torre, Antonia Pozzi e la montagna, Àncora Editrice).
Proprio a cominciare dalla Pozzi, ciò che imprime un fascino speciale alla poesia femminile è la testimonianza di un verso radicato nel reale, la continua ricerca di un senso che si incardina anche nel significato, nella sua leggibilità, nella sua comunicabilità, nella corrispondenza e utopistica coincidenza della necessità di dire e della parola capace di articolarne la voce. Come testimoniano alcuni altri libri appena pubblicati, che appartengono a poetesse diverse, ma tutte avvinte alla morsa delle cose, al dominio di una scrittura limpida e concreta. Ciò che accade puntualmente con i versi di Maria Luisa Spaziani «Vorrei mordere il tempo come il pane, / lasciarci il segno dei miei denti»), tratti dal libro appena uscito, L'incrocio delle mediane. Poesia di voce netta, di taglio classico, di misura bilanciata, di equilibrio ironicamente regolatore, fino alla metastasiana (e pascoliana o caproniana) leggerezza di questa icastica quartina siderale: «San Lorenzo piangente / su pianure infinite. / Tutta la notte il cielo/ sfoglia le margherite». Pur lavorando di schiettezza e trasparenza («Se la forza della semplicità va diritta al cuore», come dice un primo verso) alle virgiliane «lacrimae rerum» (ricordo anche un racconto di Verga) allude il titolo del libro di Gabriella Sica, Le lacrime delle cose, costruito con parole libere, come scrive Paolo Lagazzi, «dalle oscurità e dalle costrizioni mentali del modernismo simbolista». E del resto, è la stessa Sica della Poesia per Cecilia a innescare domande affannose e cruciali, sicuramente retoriche: «Amare tanto amare troppo amare il reale./ Questo l'odioso torto? Questi gli imperdonabili errori?». Incontri, abbandoni, strazi, tempi, spazi, viaggi, occasioni in un libro unitario, che dalle deliziose «Poesie piccolette» fino alle più elaborate costruzioni (in versi anche lunghi) dei componimenti di dimensione maggiore si tiene alla saldezza degli incontri: tanto con i vivi quanto con i morti, a cui sono dedicate le terzine di un canto fermo e commovente. «Poesie piccolette» (di casta e smaliziata innocenza) sono da sempre quelle di Vivian Lamarque, che ci fa ora la sorpresa di un recupero curioso, collocabile come scheggia (minore, ma non impazzita) nella tradizione dei Tessa e dei Loi: la raccoltina La gentilèssa, scritta per altro - la stessa Lamarque ammette - in un milanese «alquanto improbabile» (come registra l'intervista rilasciata a Barbara Tolusso pubblicata in coda al libro, l'autrice è nata in Trentino ma milanesi erano i genitori adottivi). Adesione a una lingua di cose, a un mondo d'infanzia e di casa, che parla di fatti piccoli e grandi, di luminii e sconforti, di luoghi della Milano «brütta bèlla» perché legata all'amore e al disamore, ai sogni di sempre, ai desideri fatti di tutto e di niente. Da Novella Cantarutti a Nelvia Del Monte, da Assunta Finiguerra a Bianca Dorato, da Franca Grisoni a Ida Vallerugo, ancora voci «dialettali», infine, nell'antologia Cinquanta poesie per Biagio Marin, a cura di Anna De Simone. Al di là della resistenza del mezzo, un florilegio che conferma sia la qualità di tanta poesia «al femminile» sia la sua propensione realistica, che è poi - prima di tutto - energia di radicamento nella parola e nel cuore." (da Giovanni Tesio, Le donne sono più limpide e concrete, "TuttoLibri", "La Stampa", 19/09/'09)

venerdì 18 settembre 2009

Censura. Una storia d’amore irania­na di Shahriar Mandanipour


"In una Teheran misteriosa e caotica, dove il profumo dei fiori di primave­ra si mescola al puzzo di monossido di carbonio e le motociclette diven­tano taxi improvvisati in un traffico da de­lirio, una ragazza che manifesta davanti al­l’università sta per diventare l’eroina di una storia più grande di lei. «La ragazza non sa che esattamente sette minuti e set­te secondi dopo, al culmine degli scontri tra polizia, studenti e militanti nel Partito di Dio, sarà travolta nel caos delle cariche e delle fughe, cadrà all’indietro, batterà la testa su uno spigolo di cemento e chiude­rà i suoi occhi orientali per sempre». Rara­mente un’opera letteraria ha anticipato con maggiore puntualità una tragedia co­me la morte di Neda Agha-Soltan, la ragaz­za iraniana uccisa negli scontri tra studen­ti e polizia lo scorso giugno, la cui morte ripresa in video è diventata l’anima delle proteste durante l’ultimo contestatissimo trionfo elettorale di Ahmadinejad. Ma di puntualità davvero si tratta, se si pensa che Censura. Una storia d’amore irania­na, il romanzo di Shahriar Mandanipour che Rizzoli ha appena mandato in libreria nella traduzione di Flavio Santi, è uscito negli Stati Uniti proprio du­rante le passate elezioni in Iran. Ed è di­ventato immediatamente un «caso» sui giornali e nei circoli letterari americani per molti buoni motivi, a cominciare al suo inizio tristemente profetico. Gli altri motivi sono legati al metodo postmoder­no usato dall’autore per interrogarsi sui li­miti e le possibilità dello storytelling in uno Stato totalitario. Su cosa significhi cioè «narrare» in un Paese dove l’immagi­nazione può condurre alla galera; dove il linguaggio deve farsi ipercreativo per aggi­rare divieti culturali durissimi; e dove il semplice dare forma a una storia d’amore tra un ragazzo (Dara) e una ragazza (Sara) diventa una sfida, sullo sfondo di un Pae­se dove due giovani non sposati non pos­sono né incontrarsi né tenersi per mano né guardarsi negli occhi in pubblico. Ma per capire meglio dove nasce l’inte­resse per un libro complesso come Censu­ra, bisogna andare a pagina 16, dove Shahriar Mandanipour — o il suo alter ego letterario — si presenta al lettore di­cendo: «Sono uno scrittore iraniano stan­co di scrivere storie cupe e amare, popola­te da fantasmi e narratori passati da tem­po a miglior vita, con prevedibili finali di morte e distruzione». Uno scrittore cin­quantenne, aggiungiamo noi, che scrive in farsi per un pubblico che non può leg­gerlo (essendo in Iran censurato) e pensa in inglese per un pubblico americano col­to; che è stato critico cinematografico, di­rettore di una rivista letteraria e autore di racconti, prima di emigrare negli Stati Uni­ti nel 2006, dove Harvard gli ha offerto un posto di writer in residence che occupa tuttora. Pieno di energia, ironico, erudito e am­biziosissimo, Mandanipour ha scritto un romanzo che è tre cose in una: la storia di un amore segreto tra due giovani nella cu­pa Teheran di oggi; la storia dello scrittore di quella storia costretto, per poterla raccontare, ad aggirare con mille compromessi l’inevitabile censura; e una riflessione su il modo in cui arte e vita possono mescolarsi nella realtà e sulla pagina. Chi ha visto i film di Michel Gondry o ha letto Diario di un anno cattivo di Coetzee sa di che cosa stiamo parlando. Con queste premesse, ecco che la storia di Dara (trent’anni) e del suo amore per Sara (ventidue) diventa un escamotage per parlare d’altro. Dunque: Dara vede Sa­ra per la prima volta a una dimostrazione davanti all’università. Comincia a seguirla in biblioteca ma, siccome non può parlar­le, escogita un sistema per mandarle mes­saggi cifrati attraverso i libri che la ragaz­za prende in prestito (un classico persia­no ma anche Saint-Exupéry, Bram Stoker e Kundera). Impossibilitati a incontrarsi in pubblico, Sara e Dara si danno appuntamento in luoghi affollati: un museo, un pronto soccorso. E mentre la loro storia d’amore si incendia senza consumarsi, l’autore che la racconta è costretto a misurarsi con la penna del censore che la passa al vaglio (molte frasi sono cancellate) e a cercare di aggirare i suoi divieti. Tutto questo mentre la storia d’amore che continua a scorrere sulla pagina perde importanza a scapito delle avventure creative dell’auto­re e i personaggi gli sfuggono di mano (al punto che verso la fine il censore s’inna­mora di Sara e chiede allo scrittore di ucci­dere Dara per avere via libera con la ragaz­za). Dunque è la censura la vera protagoni­sta di questo romanzo. Una censura eleva­bile ad arte che è la vera ragione, secondo Mandanipour, per cui «gli scrittori irania­ni sono diventati i più educati, i più male­ducati, i più romantici, i più pornografici, i più politici, i più realisti e i più postmo­derni del mondo». Non grazie alla nostra cara vecchia libertà di espressione che può intimorire le menti più navigate. Ma grazie a una tirannia che nella sua stupidi­tà non si accorge di essersi trasformata nella madre di tutte le metafore." (da Livia Manera, A Teheran l'amore sfida la censura, "Corriere della sera", 18/09/'09))

mercoledì 16 settembre 2009

Appestata, invivibile, bellissima la Milano di Raboni


"Non ha mai 'creduto alla favola di Milano capitale morale' Giovanni Raboni, l'intellettuale scomodo di cui siamo ancora più orfani a cinque anni dalla scomparsa. Che cosa avrebbe detto dell'Expo? Chissà se oggi avrebbe ripetuto 'La Padania cosa diavolo è?'. La sua eredità resta nei libri, vera e propria memoria per il futuro di questa metropoli 'cattolicamente caotica, incosciente e invivibile'. 'Una città come questa non è per viverci, in fondo: piuttosto / si cammina vicino a certi muri, / si passa in certi vicoli ...' aveva scritto Raboni ricordando, con qualche provocazione attuale, la Milano degli untori di manzoniana memoria. Rendergli onore con una mostra di libri è forse l'omaggio migliore, specie se avviene nella biblioteca dove batte ancora più che altrove il suo cuore: a Porta Venezia. Qui, in via San Gregorio, l'autore di A tanto caro sangue nasce nel 1932: 'le finestre di casa non davano più sui binari: la nuova stazione in stile egiziano-floreale ci stava ormai alle spalle'. E' una misteriosa zona di frontiera: 'da una parte i condomini fastosi della borghesia mercantile e dall'altra le lugubri case d'affitto di negozianti', con 'l'affascinante pullulante casbah della prima emigrazione meridionale'. Per il giovane poeta lo stupendo piazzale ventoso di Porta Venezia si trasforma in porto di mare 'con le bancarelle di libri usati e gli sfiatatoi del diurno'. Corso Buenos Aires è poi una San Francisco 'con i cinematografi profondi come caverne, i labirintici negozi di scarpe a buon prezzo, le vetrine di animali vivi, le domestiche somali, pensionati, magnaccia ...'. In zona tornerà a vivere dopo aver abitato in altri luoghi, cantati fin da Le case della Vetra del '66, come quel 'Naviglio a due passi, la nebbia era più forte, / prima che lo coprissero'. Non sempre sono scorci idilliaci: 'non era certo un posto dal passarci / insieme a una ragazza. Ma / come hanno fatto ad abbattere case, distruggere quartieri?'. Al ritorno dallo sfollamento durante la guerra, a Sant'Ambrogio Olona sulla via per il Sacro Monte di Varese (buen retiro di grandi letture, da Buzzati a Vittorini e Montale: 'So di dover molto a Montale ... per il fatto che non si possono avere troppe pretese nel Novecento per la poesia come fonte di verità'), ad attirarlo è la Milano della cultura che conosce grazie ai biglietti omaggio forniti dal padre, vicesegretario comunale: il Piccolo Teatro diventa seconda casa (scriverà per la scena: Alcesti) e con Strehler frequenta il 'poeta e di poeti funzionario' Vittorio Sereni e conosce 'il coraggio delle ossessioni' di Testori: autori che gli insegnano a raccontare se stesso attraverso ciò che è intorno. La letteratura si fa vita e rilegge Manzoni (difeso contro gli 'antimanzoniani') quando torna a Porta Venezia e riscopre il Lazzaretto della peste: 'grazie al fatto di essere nato ai suoi margini credo di essermi reso conto in modo concreto, fisico, che la mia città non era solo quella che vedevo, case, strade, piazze, gente viva, ma era piena di storia, case, strade, piazze, gente, che non c'erano più. La mia città visibile era piena di storia invisibile e questa era piena di dolore, minacce, paura'. Così nelle sue poesie, fino agli Ultimi versi postumi del 2006 curati dalla compagna Patrizia Valduga, entra la peste come metafora di contagio, condanna, ingiustizia. La denuncia morale emerge anche nelle battaglie sui giornali, fin dal 1971 in molti manifesti politici e poi sul "Corriere" con interventi raccolti in un libro in uscita domani da Rizzoli (Il libro del giorno, a cura di Massimo Onofri). Sopra tutto, l'arte del dubbio: dalla notizia sulla candidatura del Nobel alla Merini ('nessuno scandalo, perché nessun premio si basa su un giudizio critico assoluto') alla vera 'tradizioen lombarda' (da Porta a Sereni e Rebora, anch'essi di Porta Venezia), alla programmazione alla Scala che gli fa dire: 'fa piacere ogni tanto essere contenti della propria città'. La vera Milano per Raboni è però sempre quella dei resti del Lazzaretto vicino a casa: 'qualche inferriata, qualche rossastro brandello di muro, al quale mi piace pensare come al vero, occulto emblema di questa città appestata, invivibile, bellissima'." (da Roberto Cicala, Appestata, invivibile, bellissima la Milano di Raboni, "La Repubblica", 15/09/'09)

Miracolo a Mantova. Numero 13


"La liquefazione dei luoghi comuni sulla lettura in Italia si è ripetuta in questo lungo fine settimana a Mantova. La notizia sarà scontata, ma non per questo meno buona. Per testimoniare il miracolo - ché di questo si tratta, e ci sono meno dubbi che su altre analoghe manifestazioni che pure raccolgono fedeli da ogni dove - chiedere alle oltre 60 mila presenze, sparse felicemente per la città. Biglietto più biglietto meno, lettore più lettore meno, spettatore più spettatore meno (conteggiate pure quello che rafforza maggiormente il vostro pregiudizio) il Festivaletteratura - che chiude oggi l'ediizone numero 13 - si conferma rassegna unica e irripetibile. E, sì, misteriosa, come conviene agli eventi non spiegabili del tutto razionalmente. Si ha un bell'elencare: ci sono sempre i soliti noti, non fa aumentare i lettori, non serve a vendere più libri, gli scrittori si va a vederli ma non li si legge, ti chiedono gli autografi a prescindere ... A parte la facilità con le quali si possono smontare queste fallaci premesse, sono le conseguenze ad essere interessanti. Le code mezz'ora prima di incontri per nulla semplici, la qualità delle presentazioni, le sorprese che arrivano da autori per nulla sospettabili: perché negare l'evidenza? E' difficile, ormai, scrivere qualcosa di originale su Mantova. Saremo dei creduloni romantici o magari avremo il salame - mantovano - a fette belle grosse sugli occhi: eppure, a costo di ripeterci, il Festivaletteratura ci appare sempre più per quello che è: una festa dei lettori e per i lettori. Quelli che si sorbiscono un viaggio da Brindisi per vedere - sì 'vedere' - Melania Mazzucco (e altroché se l'hanno letta), quelli che nella vita fanno il benzinaio ma sanno tutto di questioni mediorientali, quelli che si buttano su temi filosofici o storici o linguistici con passione, curiosità e, perché no?, sana ingoranza. Certo: viene da dire che quella di Mantova è un'altra Italia rispetto a quella alla quale siamo abituati (costretti?) a pensare. Può essere. Ma forse è smeplicemente la risposta ad una domanda di cultura che altri mezzi - la tv, i giornali, etc. - non sono più in grado di fornire. In una galleria ipotetica di istantanee di questa edizione sarebbero molti i momenti da immortalare. Buoni e meno buoni: la riuscita di un cartellone, è sempre più chiaro, dipende non solo dall'autore prescelto, ma anche da chi lo affianca, se pure c'è. Esempio: ottima l'idea, nuova, di dedicare una retrospettiva a un autore (quest'anno Amitav Ghosh), infelice quella di affidarlo alla sua traduttrice troppo preoccupata di apparire e a una lettura (di Giuseppe Cederna) troppo malriuscita per essere quella vera (ma il reading di testi in pubblico sta diventando un problema serio, se nemmeno gli attori se la sbrogliano più). E così, tra i bagni di folla di Sepùlveda, Mazzantini, De Luca e compagnia, per noi le più belle sorprese sono venute da due autrici che più 'internazional-popolari' non si può, ma che a Mantova ... ci stavano benissimo. Sophie Kinsella, magistralmente condotta per mano da un eccezionale Luca Bianchini in territori di levità e ironia ignoti ai suoi (di lei) detrattori, e Muriel Barbery (presentata ottimamente da Caterina Soffici). Che prima ammette di non spiegarsi il fantastico successo del suo Riccio , poi rivela che scrivere è come fare un sogno nel quale l'autore è tutti i protagonisti, ma che senza il contributo del lettore non si avvera. Quando poi si alza uno spettatore che dice di avere abitato realmente tutta l'infanzia nella casa che lei ha solo immaginato, al 7 di rue de Grenelle a Parigi, ecco il senso profondo del Festival. Un incontro tra autore e lettore che ha, talora, del miracoloso. Capita una volta all'anno, vero. E pazienza. Ma, altrimenti, che miracolo sarebbe?" (da Stefano Salis, Miracolo a Mantova. Numero 13, "Il Sole 24 Ore Domenica", 13/09/'09)

Stupidario della "googloteca"


"Il 1899 è stato un anno a dir poco miracoloso sul piano della produzione letteraria: tra gli altri sono usciti Raymond Chandler con una raccolta di racconti (Killer in the Rain), La condizione umana di André Malraux, Stephen King con Christine. La macchina infernale, tutti i romanzi brevi di Virginia Woolf e perfino una biografia di Bob Dylan firmata da Robert Shelton. 1899: non è un refuso, avete letto giusto, anche se forse le date non vi quadrano, tenuto conto che all’epoca la Woolf aveva diciassette anni, Chandler undici, Malraux non era stato neppure concepito e King doveva ancora aspettare quasi mezzo secolo prima di vedere la luce. Ma fidatevi: lo dice Google, e quindi deve per forza essere vero. Da quando autori ed editori americani gli hanno dato il disco verde per la digitalizzazione di tutti i libri fuori commercio, il gigante dei motori di ricerca si avvia a diventare la più grande biblioteca virtuale del mondo, tra i mugugni degli eruditi e l’esultanza dei pasdaràn della cyberdemocrazia. Per portarsi avanti, un linguista di Berkeley, Geoffrey Nunberg, ha fatto un esperimento: è andato su Google Books e ha provato a formulare qualche domandina facile facile. Per esempio: in che anno è stato pubblicato Il falò delle vanità di Tom Wolfe? Risposta fulminante: 1888. Proviamo allora con Charles Dickens, che è un classico. Se digiti il suo nome, e restringi l’indagine a prima del 1812, ottieni ben 182 citazioni, la maggior parte delle quali riconducibili a testi dello scrittore, nato per l’appunto nel 1812. Accidenti, va be’ che era una penna fertile, ma già nel grembo di sua madre? Non ci si deve stupire, considerato che la parola «Internet» nei libri pubblicati prima del 1950, risulta presente ben 527 volte. Poi ci sono gli errori di classificazione. Un’edizione francese di Amleto e una versione giapponese di Madame Bovary sono finite chissà come nella categoria Antiquariato e collezionismo, un Moby Dick è schedato alla voce Computer, e varie edizioni di Jane Eyre (il romanzo di Jane Austen) sono rubricate come Storia, Governanti, Storie d’amore o Architettura.
Da cosa derivano tutti questi svarioni? I responsabili di Google scaricano la colpa su editori e bibliotecari, ma l’alibi non convince Nunberg. La verità è che i libri non sono semplici sequenze di parole. Immagazzinando meccanicamente milioni di testi, le cappellate si moltiplicano in modo esponenziale: un vero disastro per chi fa ricerca. Studenti dell’era Google, pirati dell’online, teppisti del copia-incolla, state in campana. Prima di consegnare la tesi, fate un salto in biblioteca, e controllate sui libri veri. Quelli di carta che si usavano una volta, avete presente?" (da Riccardo Chiaberge, Stupidario della 'googloteca', "Il Sole 24 Ore Domenica", 13/09/'09)

Arundhati Roy: "India, democrazia ma non per tutti"


"Sette anni fa venne condannata per «oltraggio». Aveva criticato, in un suo vibrante scritto che ora si può leggere in Quando arrivano le cavallette (Guanda) una sentenza dell’Alta corte di giustizia indiana favorevole alla costruzione di una grande diga sul fiume Narmada. «In fondo sono rimasta in carcere per un solo giorno, è stata una pena simbolica - racconta Arundhati Roy -. Ma il problema non è quel che accade a me, persona nota. Il problema è che ogni giorno in India viene uccisa o sparisce della gente». Lei, infatti, è persona talmente nota che una volta, dopo l’attacco terrorista a Bombay, venne chiamata direttamente in causa da un anchorman, nel corso di un’intervista con un funzionario della polizia, che sparò il suo «speriamo ci stia guardando» con tono niente affatto amichevole. Ha scritto un romanzo di enorme successo, Il dio delle piccole cose, nel ’96. A Londra vinse il Booker Prize, e fu tradotto in tutto il mondo. Da allora, non una riga di fiction. È diventata un’eroina no-global. E anche un personaggio ingombrante. Oggi (Teatro Carignano, alle 21) inaugura insieme con lo scrittore-regista inglese John Berger la stagione del Circolo dei Lettori, in una serata che guarda anche all’imminente edizione di Torino Spiritualità. Parlerete del raccontare. Un’arte che sembra aver rinnegato. «Non ho più messo mano a romanzi perché nutro un certa ostilità all’idea di carriera. Non mi voglio pensare come una scrittrice che deve ogni volta pubblicare un nuovo libro. Però ritengo che molti dei miei saggi rappresentino un modo specifico di raccontare storie difficili. Quello sulla diga, per esempio: è stata una grande sfida, che andava oltre il ruolo normalmente attribuito a uno scrittore. In India c’è una realtà così urgente, una necessità di mettersi per strada, nel cuore della politica e dei problemi basilari della popolazione, che è davvero difficile rifiutarsi». Il suo cambio di marcia verso un aperto impegno è imposto dalla situazione? Lo ha sentito come un dovere? «Non esageriamo. Non ho il senso del dovere». Però ha quello dell’impegno. «Le faccio un esempio. Nel nuovo libro c’è un saggio sull’attacco suicida al parlamento di New Delhi, il 13 dicembre 2001, che fece 14 vittime. Sapevo che era un’assoluta tragedia, e la sola cosa che ho pensato è stata: se non ne scrivo, sicuramente me ne pentirò. Funziona così. Per me è impossibile andare nel Kashmir e non scriverne. Ma ci vado soprattutto per capire la natura umana. Con quel che accade sarebbe impossibile non andare». In Kashmir si consuma una lotta interminabile tra India e Pakistan, con infiltrazioni terroristiche, scontri religiosi, rivendicazioni indipendentiste. «E se uno non prende posizione viene accusato di tradimento. Certo, la minaccia del Pakistan in quell’area è reale. Ma è altrettanto reale quella dell’India: è in atto una vera occupazione militare, con un bilancio atroce; ci sono stati almeno diecimila scomparsi, e decine di migliaia di torturati. E in India non il minimo accenno. Silenzio. Non se ne parla». L’immagine che dà del suo Paese contrasta con quella che se ne ha generalmente: una grande democrazia, una grande crescita economica, una superpotenza meno inquietante di