martedì 9 febbraio 2010

Lavori di scavo


"Secondo alcuni gli scrittori sono gli unici capaci di penetrare veramente i segreti della creazione letteraria: in effetti, a differenza dei critici, sono e si sentono parte in causa e le loro osservazioni, anche se non sistematiche, colgono generalmente nel segno. Penso ai saggi di Kundera, per esempio e al suo considerare la letteratura e i romanzi in particolare strumenti preziosi per conoscere e per pensare. Il premio Nobel J. M. Coetzee, sudafricano ora trasferitosi in Australia, celebre per romanzi come La vita e il tempo di Michael K. o Vergogna e per aver creato un personaggio alter-ego del calibro di Elizabeth Costello, ha già al suo attivo diverse raccolte di saggi letterari. In italiano, nel 2006, è uscito da Einaudi Spiagge straniere dove si ragiona di Bach e della nozione di classico, di Turgenev, Dostoevskij, Musil, Eliot e molti altri ancora. Ora è la volta di Lavori di scavo che raccoglie una serie di saggi, curati da Paola Splendore, scritti tra il 2000 e il 2005 e che Einaudi presenta nella traduzione di Maria Baiocchi. La prima sorpresa, per noi lettori italiani, è il capitolo inaugurale dedicato a Italo Svevo. Mi è venuta subito la curiosità di sapere quando e come Coetzee avesse scoperto Svevo e, tramite l'editore, gli ho mandato una e-mail a cui ha gentilmente risposto così: 'La prima volta che ho letto La coscienza di Zeno avevo vent'anni, negli anni '60, ma non l'ho apprezzato pienamente, forse perché a quel tempo non avevo familiarità con gli scritti di Freud e quindi mi sfuggiva la parte intellettuale del libro. Poi nel 2002, mi è stato chiesto da Robert Silvers della New York Review of Books di recensire la nuova edizione tradotta in inglese dall'illustre William Weaver. Per il mio lavoro ho dovuto rileggere Zeno (nelle versioni di Beryl de Zoete e di Weaver) e Senilità, così come tutto ciò che di Svevo era disponibile in inglese'. [...] Come Marquez aveva detto una volta, gli scrittori tra di loro si spiano e talvolta 'rubano' o prendono a prestito una scena, un personaggio, una situazione. E tutti tornano, o guardano ai padri: che cosa ne sarebbe della letteratura spagnola e occidentale in genere senza don Chisciotte? Davvero i Lavori di scarto come li ha definiti Coetzee, possono seguitare all'infinito." (da Paolo Mauri, J. M. Coetzee: la mia passione per Svevo, "La Repubblica", 05/02/'10)

sabato 6 febbraio 2010

Gormenghast è fantastico più di Avatar


"Le coincidenze a volte sono salvifiche, e certo lo è che Via da Gormenghast, l'ultima parte della trilogia di Mervyn Peake (1911 - 1968), venga pubblicato in Italia (trad. di R. Serrai, Adelphi) nel momento in cui un film come Avatar sbanca il mercato, e in cui la letteratura fantastica pare essere diventata un affare editoriale, purché seriale e banalizzata. Le immagini perfette che ci regala il computer saranno certo il nostro futuro di lettori e cinefili, ma lasciano, paradossalmente, un senso di incompiutezza. La lettura di un testo, la visione di un film o di un quadro, implicano un contratto tra autore e fruitore. Nel fantastico, del contratto fa parte una sorta di sospensione dello sguardo, che permette di entrare in un mondo Altro, collaborando con l'autore alla sua costruzione.
L'inesorabile perfezione tecnica di Avatar ci costringe in breve a una fruizione normalizzata e soprattutto passiva, in cui il nostro spazio interpretativo e la nostra possibilità di provare e creare risonanze personali diminuiscono drasticamente. Tutto è già davanti a noi, tutto è espresso in particolari così vividi che a patirne è la nostra stessa immaginazione. Ulteriore conseguenza è una sorta di assuefazione al meraviglioso, che non viene più evocato, ma mostrato direttamente. Con un paragone ardito potremmo dire che un libro come quello di Peake sta ad Avatar come l'erotismo alla pornografia. L'erotismo ci indica come misterioso e ricco di infinite possibilità quello che nella pornografia è evidenziato e meccanico, ginecologico. L'erotismo ci permette di costruirci una fantasia personale, di entrare nell'immaginazione creatrice o in quello che Winnicott chiamò spazio transizionale. La pornografia ci impone uno sguardo del tutto concreto, privo di proiezioni personali. E, come dice Jung, il mondo senza proiezioni diventa grigio. Per analogia, chi viaggia intorno ai 50 anni, ricorderà lo sconcerto provato nel passare dalle prime scatole di Lego, in cui i pezzi, anonimi, permettevano di seguire l'ispirazione del momento, a quelle dedicate a uno specifico soggetto: la gru, la jeep. La gru e la jeep e solo quelle, appunto.
Di questa contrazione dell'immaginazione e del conseguente, inevitabile, impoverimento emotivo, possiamo renderci conto, per contrasto, attraverso la
lettura di un libro come Via da Gormenghast.
Non si provi a citare il fantasy, parlando della trilogia di Peake, scritta fra il 1946 e il 1959, e pertanto anche di questo terzo, atteso volume. Già il termine va assai stretto a Tolkien, ma adoperarlo per indicare la labirintica opera di Mervyn Peake suona, per gli appassionati, del tutto inesatto se non blasfemo.
Come sapranno gli audaci e i fortunati che si sono inoltrati nei primi due volumi (Tito di Gormenghast, Adelphi, 1981 e Gormenghast, Adelphi, 2005), in cui si narrano le vicissitudini del giovane Tito de' Lamenti, erede del conte Sepulcrio e nuovo signore di Gormenghast (enorme castello sulla cima di un monte omonimo), la trilogia è un'opera a sé, che giustifica il geniale neologismo di C. S. Lewis, che introdusse la categoria del gormenghastly, ibrido con ghastly: orrendo, spaventoso, spettrale. Parola chimera, come chimerico è il castello, al centro dei primi due volumi, affollato da personaggi dagli echi dickensiani e grotteschi, e percorso a ogni pagina dall'oscurità di un mistero insondabile. Un linguaggio barocco e però di estrema precisione, quasi shakespeariano, capace di evocare nel lettore immagini intense e disturbanti, narra eventi a volte minimi di un Altrove assoluto. Assoluto perché Peake pare raccontare emozioni e ossessioni eterne ma al tempo stesso nuove, come viste in uno specchio sghembo.
Opera a parte, ho detto (e opera aperta, in quanto mai conclusa: a questo terzo avrebbe dovuto seguire un quarto volume, mancante a causa della morte di Peake, da anni affetto dal Parkinson): meteorite piombato nelle terre talvolta troppo piane della letteratura, in cui porta potenza, stranezza, senso di un mistero e di una complessità mai completamente indagabili.
Libro - l'intera trilogia - in cui rintracciamo i temi dell'individuo e del collettivo cari a tutto il secolo scorso; l'incomprensibilità e la conseguente ineluttabilità dei rituali (come in Kafka); la capacità di costruire plausibili mondi altri che segna tanta della letteratura inglese a cavallo tra Otto e Novecento, da Carroll a Morris; l'assenza di Dio e la sua conseguente immanenza.
Il castello di Gormenghast può essere apparentato solo al Castello di Kafka o a Moby Dick di Melville: minerale e organico a un tempo. Non si tratta di un non-luogo, come afferma un'intelligente recensione da poco apparsa, ma piuttosto di un ur-luogo, di un luogo germinale, da cui sembrano provenire la potenza e la stranezza dei nostri stessi sogni.
Questo luogo unico è assente in concreto (ma incombente sullo sfondo) in tutto il terzo libro, in cui Tito fa ciò che mai ci saremmo atteso da lui, prigioniero e signore del luogo, se non nelle ultime pagine del secondo volume. Se ne va. Va
per il mondo, in cerca di qualcosa che né conosce né intuisce, ma che lo spinge con l'urgenza della ricerca d'identità, con la crudele necessità di distinguersi dalle pietre che gli hanno dato vita. Anche qui incontriamo rischiose avventure, personaggi fitti e grotteschi, dall'avventuriero Musotorto, con il suo naso a timone, alla splendida Giuno, dalla testa classica e tropicale, ai reietti del Sottofiume, che altro non sembra se non le segrete del castello avito.
La scrittura di Peake si fa apparentemente meno controllata, ancora più immaginifica e barocca, nel descrivere luoghi e oggetti inimmaginabili dalla clausura di Gormenghast: automobili-squalo che paiono esseri viventi, aerei che ricordano le pagine di Wells, città tra medievali e futuriste ... E compaiono anche l'amore e il sesso, la spinta urgente che muove talvolta le scelte di Tito, adolescente che brucia di desiderio di ritornare a casa (una casa della cui esistenza nonè più certo) e del fuoco dei suoi ormoni. Andremo a vedere anche l'inevitabile sequel di Avatar, ma intanto ci piace pensare di poter ancora essere «così alla mercé delle parole», come dice uno dei personaggi minori di Peake. Frase in cui non è difficile riconoscere lo stesso scrittore e, perché no, anche noi stessi." (da Alessandro Defilippi, Gormenghast è fantastico più di Avatar, "TuttoLibri", "La Stampa", 06/02/'10)

L'uomo verticale di Davide Longo


"La letteratura non dovrebbe legiferare il caos nominandolo, secondo una lezione di Calvino? Così fornendo, dispiegando, riga dopo riga, una testimonianza all’impiedi? Fin dal titolo, L’uomo verticale (Fandango), il terzo romanzo di Davide Longo (esordì, felicemente, con Un mattino a Irgalem, non mantenne le promesse nel successivo Il mangiatore di pietre) dissolverebbe il punto interrogativo.
Se non che, nella lunga traversata del Male che questa prova è, la lingua si rivela claudicante, inadeguata, dalla storia spesso fagocitata, relegata a un rango gregario. Ora criptica («... nell’aria c’era odore buono di resina e di terra calda. Quell’odore faceva pensare all’Umanesimo...»), ora disadorna, una sorta di brogliaccio, appena increspato. Non si tratta di comporre «quartine in un macello», come raccomandava Céline, ma occorrerebbe che la parola, discesa nell’inferno, vibrasse, reggesse, in posa verticale, la sfida del fuoco. E’ l’arte di «cantare il caos» interpretata per esempio, con esiti diseguali, da Antonio Moresco.
Non è un paese per vecchi l’agone geografico di Davide Longo. Un mondo innominato, ma battente - la segnaletica, ancorché cosparsa di asterischi, è un sicuro filo d’Arianna - bandiera italiana. In veste di martoriato virgilio, Leonardo, già professore universitario di letteratura (italiana), di cui un allievo incontrato per strada, la squartata strada, rammenta una lezione su Leopardi. Forse profetica. A modo loro le terre che via via si fanno abisso non richiamano alla memoria i versi di All’Italia? «Oimè quante ferite, / che lividor, che sangue! oh qual ti veggio, / formosissima donna! Io chiedo al cielo / e al mondo: dite dite: chi la ridusse a tale?».
Bande di ragazzi ammazzano, stuprano, incendiano, si stordiscono di musica, affondano nella droga e nell’alcol. Scarseggia il cibo, e così la benzina, e i farmaci, e i soldi. Il campionato di calcio è sospeso. Gli orologi esauriscono le batterie, il tempo è «regolato unicamente dal giorno e dalla notte, come accadeva
per le fiere e gli animali privi di intelletto». La piccola carovana di Leonardo (la figlia Lucia; Alberto, figlio del secondo marito di Alessandra, l’ex moglie; il cane Bauschan; il «totem africano in tuta da ginnastica» Sebastiano) è catturata da una demoniaca tribù. La capeggia, plagiandola, Richard, saio chiaro di tela grezza, calzari di pelle, lunghi capelli castani, la barba incolta. Leonardo, che vedendo il guru pensò «è Cristo, o qualcuno che fa di tutto per somigliargli», ne patirà l’efferatezza, venendo, dopo varie umiliazioni, rinchiuso in una gabbia con un elefante e un’asina. Ma suprema passione sarà per lui la sorte di Lucia, da Richard abusata fino a ingravidarla.
Lungo il calvario, stazione dopo stazione, Leonardo riandrà a questo o a quel libro, una folta biblioteca, dal flaubertiano Cuore semplice a Bernhard, da Tolstoj all’Odissea: «Alcuni li avevo scelti come bastioni delle mie mura». A che cosa sono serviti se la conclusione è: «Amo infinitamente quelle storie, eppure
le so responsabili di quello che sono. Un uomo mancante»? Leonardo otterrà per sé e
per i suoi, zoo compreso, la libertà, assoggettandosi a un grave sacrificio. Quindi orientandosi verso il mare dove una comunità di sopravvissuti lo accoglierà fra sospetto e speranza: è forse un messia? «Sappiamo che conservi le storie - è accolto -. Vorremmo poterle ascoltare». (E il pensiero va al borgesiano Vangelo secondo San Marco, a Espinosa che dopo aver letto la sequela Christi ai contadini Gutre sarà crocifisso. Mentre i doni offerti a Lucia dopo il parto riconducono al monito dell’Eneide: timeo Danaos, et dona ferentes).
Davide Longo, in exitu, là dove abbraccia generosamente, poco importa se consapevole o meno, la forma della parabola, riaccende, nel lettore, il desiderio di ritrovarlo, di riascoltarlo, o prima o poi." (da Bruno Quaranta, Non hanno pietà i ragazzi in fuga, "TuttoLibri", "La Stampa", 30/01/'10)

Diario di lettura: Benedetta Craveri


"Un viso dolce e aggraziato, qualche ricciolo sfuggente, una scollatura profonda e un gigantesco quaderno di cui è pronta a vergare le pagine. Accompagnato da questo ritratto di François Gérard, arriva il bellissimo romanzo breve Ourika (trad. di Gabriella Cillario, Adelphi) della duchessa Claire de Duras. Bestseller degli anni venti del secolo XIX, la delicata e avvincente storia scritta dalla Duras, il cui padre ammiraglio fu ghigliottinato dai giacobini, si cimenta con una vicenda insolita: quella di una seducente nera, o «negra», come la chiama la sua autrice, «importata» dall’Africa, adottata da illuminati aristocratici che la educano senza tener conto della sua «diversità», fino al momento in cui lei stessa si rende conto dell'impossibilità di essere uguale.
A riscoprire questo primo, intenso racconto sulle difficoltà di una società multietnica e a tracciare nella postfazione il singolare profilo della madame-narratrice, afflitta da grandi pene d'amore per François-René de Chateaubriand, è Benedetta Craveri, studiosa, giornalista, accademica. L'indagatrice del connubio tra salotti e genio femminile in Madame du Deffand e il suo mondo, La civiltà della conversazione, Amanti e regine. Il potere delle donne (tutti Adelphi) rimette ora, dunque, insieme i tasselli della vita della Duras che gestì il più importante cenacolo intellettuale nella Parigi della Restaurazione.
Un salotto, un destino, si potrebbe dire anche nel caso della saggista, nipote di don Benedetto Croce. Il suo album di famiglia è infatti straricco di quarti di nobiltà, letteraria s'intende, e di colti milieu. La madre, Elena, è stata un'elegante scrittrice e un'ambientalista ante litteram, fondatrice di Italia Nostra. La nonna paterna era nipote del drammaturgo Giuseppe Giacosa, imparentata con i Carandini e con Luigi Albertini, proprietario e direttore del Corriere della Sera, poi costretto da Mussolini a vendere il giornale; il padre, Raimondo Craveri, incarnava un singolare mix di studioso (di Voltaire) e di cultore del mondo dell’economia, dell’impresa, di Torino. Quando poi la Craveri si sposa, giovanissima, con Masolino d'Amico, entra a far parte del variegato milieu dei Cecchi-D'Amico, le cui ramificazioni familiari includono i Pirandello mentre la loro casa era il luogo di aggregazione di musicisti, scrittori, attori e registi, da Nino Rota a Flaiano, da Visconti a Monicelli a Rossellini, da Anna Magnani a Gassman a Mastroianni.
Nella sua vita, tra Roma, Napoli, Castiglioncello e il Piemonte, non mancano -
ma è un eufemismo - le biblioteche e gli amici intellettuali.
Da quale scaffale, diciamo così, cominciamo? Da quello da cui discende l'interesse per quella linea rosa che collega tutti i suoi libri? «Non sono mai stata né una praticante dei women's studies e nemmeno una militante femminista. Per dirlo con una battuta, sono stati i miei personaggi che, pirandellianamente, mi si sono imposti. Da francesista, studiando l'epoca di Luigi XIV e XV, ho dovuto prendere atto della centralità delle donne. Hanno dettato legge in materia di buone maniere e di gusto e contribuito a modernizzare la letteratura. Non hanno gestito solo salotti dove si discuteva di arte, di psicologia, di morale, di filosofia, di politica ma, come mostrano Madame de La Fayette e Madame de Sévigné, sono state anche scrittrici in proprio».
Tutto dunque ha origine dalla passione per la Francia? «Che si è sviluppata nella biblioteca della casa di campagna dei miei nonni paterni, a Colleretto Giacosa. A cominciare da Dumas, c'erano tutti i romanzi francesi dell’Ottocento e anche quelli russi. Poi, come avrei scoperto più tardi, tutti i possibili classici, moltissimi epistolari. Io sono nata e cresciuta a Roma ma le mie estati, lunghissime, in cui si andava in bicicletta, si pescavano i gamberi, si leggeva molto, le ho trascorse in Piemonte. Qui, anche il nonno Croce e sua moglie, Adele Rossi, lei pure piemontese, passavano le loro villeggiature a Pollone».
Dato il contesto, attività impegnativa affidarsi a un libro? «A casa, leggere era assolutamente naturale. Mia madre si limitava a sorvegliare me e mio fratello Piero da lontano e a dare qualche suggerimento ma mai in tono pedagogico. C'era, tuttavia, un interdetto di fondo: il cattivo gusto. Per me la linea di demarcazione rimaneva abbastanza oscura. Non capivo, ad esempio, perché il povero Salgari venisse messo all'indice come sgrammaticato mentre io lo leggevo con venerazione. Ma sul fronte del cattivo gusto, quando andavo a Napoli, le mie zie Croce si rivelavano molto più sovversive: mi consentivano di leggere sotto banco i romanzi della Delly che mia madre avrebbe giudicato il non plus ultra della mezzacalzettaggine. Ritornando al versante piemontese, tra le mie letture legate ai rapporti familiari c'era Fogazzaro che era stato amico del mio bisnonno Pietro Giacosa, ma anche Camillo Boito ed Edoardo Calandra, autore de La bufera. Mi piaceva - e mi piace ancora moltissimo - Gozzano, intimo del nonno Enrico Craveri, ed ero una carducciana fanatica. Per anni, quando le mie figlie erano piccole, i nostri viaggi sono stati scanditi da odi barbare, rime e ritmi: in autostrada il cartello annunciava “Piemonte” e io, tra sbuffi e risate, mi impegnavo: “Salve, Piemonte! / A te con melodia mesta, da lungi risonante ...”; approdando a Verona: “Teodorico di Verona, dove vai tanto di fretta? tornerem, sacra corona”; quando si andava a Castiglioncello, a casa dei miei suoceri, Suso Cecchi e Lele d'Amico, era d'obbligo: “I cipressi che a Bólgheri alti e schietti ...”».
A scuola avrà avuto molto poco da imparare. «Al contrario. Andavo al liceo Tasso di Roma ed ero tutt’altro che brillante. Ma, quando i miei genitori si separarono, e io per tre anni finii in collegio a Trinità dei Monti, divenni molto brava. Sarà stato, forse, per mancanza di alternative. Non potevo far altro che studiare».
E i libri del filosofo di Pescasseroli? «Al liceo mi innamorai dell’Adelchi
e lessi il saggio del nonno. Scoprii attraverso la sua critica le ragioni della suggestione esercitata su di me dalla tragedia di Manzoni. Il “senatore”,come veniva chiamato anche in famiglia, è morto quando io ero ancora una ragazzina. Era molto affettuoso ma anche intimidente. La sua giornata si svolgeva secondo un preciso rituale. La mattina era chiuso nel suo studio e ne usciva all'ora di pranzo, per poi scomparire nuovamente. Però, quando ero a Napoli, c'era un rito di cui ero l'esclusiva beneficiaria: mi consegnava una chiave con cui aprivo una porta e poi un cassetto e poi una scatola con dei cioccolatini. La prima volta che sono apparsa su un giornale insieme a lui avevo otto anni. Dalla casa di Pollone escono alcuni giornalisti che si fermano in giardino. Ero intraprendente e il nonno, che forse non si sentiva sicuro di quello che avrei potuto dire, scende al primo piano e ... scivola sul tappetino. I giornali titolano: Benedetto Croce cade per colpa della nipotina».
Le letture non le mancano nemmeno quando inizia a lavorare alla trasmissione radiofonica «Spazio 3». «Prima di incominciare a scrivere a mia volta - la biografia di Madame du Deffand su incoraggiamento di Roberto Calasso - ho esitato a lungo. Avevo paura di deludere le aspettative della mia famiglia che dava per scontato che avrei finito per occuparmi di letteratura. Così scelgo di stare dall’altra parte della barricata. Divento organizzatrice di un programma di informazione culturale: saranno coinvolti nella trasmissione giovani studiosi e giornalisti, da Corrado Bologna a Emilio Gentile e Anna Foa, da Antonio Gnoli a Pierluigi Battista a Gianni Riotta. Indimenticabili gli interventi di Giorgio Manganelli che parlava dei libri più diversi, all'impronta, dispiegando uno straordinario virtuosismo linguistico».
Ultimi scrittori che l'hanno affascinata? «Zbigniew Herbert, Czeslaw Milosz,
Wislawa Szymborska che ho avuto il privilegio di conoscere di persona in Polonia negli anni in cui il mio secondo marito, Benoît d'Aboville, era ambasciatore a Varsavia. Mi hanno restituito un'idea di letteratura come religione, strumento insostituibile di conoscenza. Anche questa esperienza rientra nelle consuetudini familiari: mia madre ha imparato a 50 anni il polacco per tradurre i Sonetti di Crimea di Adam Mickiewicz e il marito di sua sorella Lidia, Gustav Herling, autore di Un mondo a parte, è stato fra i maggiori scrittori polacchi del ‘900»." (da Mirella Serri, Tra amanti e regine con nonno Croce, "TuttoLibri", "La Stampa", 30/01/'10)

Bright Star


"[...] La Campion ha vinto la sua battaglia nel '93 con un film che esaltava la sensibilità femminile, riuscendo con profondità e senza sentimentalismi, a scuotere i cuori dei più rudi. Oggi, dopo la non troppo fortunata deviazione noir di In the Cut, pare avere ritrovato la sua strada, ripreso i linguaggi e i temi che sa usare meglio: in Bright Star, l'ultima sua opera in concroso a Cannes 2009, il desiderio, i sentimenti, che l'hanno anche spinta a tornare a lavorare, riconquistano il primato. 'Quando ho letto per la prima volta la biografia di John Keats di Andrew Motion - racconta Campion - ho provato emozioni così forti che mi è venuta voglia di proavre a trasmetterle visivamente, e con Keats ho iniziato un viaggio quasi più lungo e intimo delle mie relazioni con i miei migliori amici'. Il fulcro della storia è la love story tra il poeta, morto a venticinque anni di tisi, e l'altrettanto giovane Fanny Browne, sua vicina di casa. Relazione socialmente inaccettabile: lei ricca, corteggiatissima, brillante ragazza per bene, lui artista senza un soldo, immerso febbrilmente nei suoi versi. Le loro vite non avrebbero dovuto nemmeno sfiorarsi, invece la scintilla fra loro è così potente che travolge qualsiasi piano. Fanny respinge ogni altro pretendente, si fidanzano segretamente, progettano un futuro insieme, finché la malattia di Keats lo obbliga ad allontanarsi per trasferirsi nella più dolce Roma. Un esilio da cui non riuscirà più a tornare. 'E' un amore puro, di assoluto romanticismo, platonico ma capace di giocare con l'esplosione dei sensi. Qualcosa che va al di là della semplice sessualità, che era loro proibita. L'universo di Keats e Fanny è pieno di luce irradiata dal genio della poesia, e dal suo spirito. Una storia più forte di quella fra Giulietta e Romeo'. Anche se si basa soprattutto sulle opere, sulle lettere che Keats scrisse all'amata (le risposte lui le ha distrutte), il film non è affatto una sua biografia. Lo sguardo scelto dalla regista è quello di Fanny: 'Sono una donna e credo che questo sia naturale, viene spontaneo parlare del mondo prima di tutto dal nostro punto di vista: e poi Fanny è la pagina bianca, il mistero da scoprire. La amo, è un'eroina a me più vicina di quelle delle sorelle Bronte, delle protagoniste alla Jane Austen, tutte calcolo e astuzia; lei non ha alcun senso pratico, ha un pensiero più magico, è incapace di abbracciare la realtà. Nel suo ambiente tutti pensavano fosse destinata a un matrimonio ricco, ma ha preferito Keats, di povertà assoluta. Vive con forza le sue passioni, ama tutto ciò che non è abituale. E' indipendente, ostinata, io almeno me la sono immaginata così. Non so come una ragazza tanto giovane riuscisse a reggere un amore tanto intenso come quello di Keats. Certo doveva essere una personalità non comune. Io alla sua età sarei fuggita subito, se qualcuno mi avesse mandato una lettera con frasi del tipo: "Sogno che siamo delle farfalle che non hanno davanti a loro che tre giorni di vita. Con voi tre giorni sarebbero più piacevoli di cinquant'anni di vita ordinaria"'. [...]" (da Liana Messina, L'assurdo amore tra il poeta e l'eroina, "La Repubblica delle donne", "La Repubblica", 06/02/'10)

giovedì 4 febbraio 2010

Il mio nome è Victoria


"L’amore è un filo blu, ultimo dono lasciato da una madre coraggiosa in eredità alla figlia neonata che non avrebbe visto crescere, cucito nei lobi delle orecchie. È il filo cui aggrapparsi per ricostruire una storia privata che diventa occasione di memoria collettiva su uno dei tanti drammi del XX secolo: quello dei desaparecidos argentini. Victoria Donda, la più giovane deputata mai entrata nel Parlamento di Buenos Aires, è partita da quel sottile filamento blu per scoprire la propria vera identità e quella del suo paese nel libro Il mio nome è Victoria (Corbaccio). «L’ho scritto per chiudere un complicato processo personale, nella convinzione che una vicenda individuale serva come contributo a formare la coscienza di una generazione», spiega la Donda, a Torino per presentare il volume.
Fino al 2003 Victoria si chiamava Analìa, attivista ventisettenne innamorata di Che Guevara e impegnata nelle lotte per i diritti degli ultimi. Quell’anno le «Nonne di Plaza de Mayo», instancabili cercatrici dei figli di desaparecidos cresciuti da famiglie illegittime, le svelarono la verità. Quelli che da sempre chiamava papà e mamma, il militare in pensione Raùl e la casalinga Graciela, non erano i suoi genitori. Analìa non era il suo nome. Lei era Victoria, nata nel 1977 nella famigerata Scuola di Meccanica della Marina (Esma) usata dai militari per le torture. Suo padre, José Maria Donda, era stato ucciso per la sua militanza di sinistra. A sua madre Maria, incinta al momento dell’arresto, era stato lasciato il tempo di partorire e cucire i fili blu nei lobi della neonata, nella sperenza (vana) che sarebbero serviti a ritrovarla se fosse finita in un orfanotrofio. Victoria divenne invece Analìa, data in «premio» dal regime a una coppia di provata fede. Maria fu trascinata su uno dei «voli della morte» che si concludevano gettando i prigionieri nel vuoto sopra il Rio de la Plata. Divenne una dei 30 mila desaparecidos.
Lei è andata alla ricerca delle tracce dei suoi genitori. Con quali sentimenti ha compiuto questo cammino? «All’inizio, quando le Nonne mi hanno raccontato la mia storia e un test del Dna l’ha confermata, ho reagito con un rifiuto. Ho pianto per mesi. Non volevo conoscere i miei veri genitori, perché temevo che scoprirne la storia avrebbe reso insopportabile fare i conti con la loro mancanza. Poi ho compreso che era un percorso necessario: capire chi erano loro serviva a capire chi sono io».
Il suo non è un caso isolato: quanti sono i figli di desaparecidos che hanno avuto un destino analogo? «Si ritiene siano circa 500, e a migliaia di altri è stato comunque impedito conoscere i genitori. Anche in Europa, anche in Italia ci sono casi di possibili figli illegittimi su cui sono in corso accertamenti».
Suo zio Adolfo, un ufficiale, fu l’uomo che fece torturare e uccidere i suoi genitori, cioè il fratello e la cognata. Raùl, l’uomo che riteneva suo padre, è finito nelle inchieste del giudice spagnolo Garzon. Che idea si è fatta di ciò che ha spinto questi uomini a compiere scelte del genere negli anni Settanta?
«È un problema di progetti politici. La dittatura civil-militare fu vista da una fetta di privilegiati argentini come il mezzo per mantenere lo status quo. Per ottenere lo scopo non esitarono a far sparire un’intera generazione».
Lei adesso è deputato e personaggio pubblico. Oltre a essere una testimonianza storica, il suo libro vuol mandare anche un messaggio politico? «Sì, perché occorre continuare a far memoria degli errori del passato, per non ripeterli. Ho voluto che il libro uscisse anche in Europa perché vedo anche qui segnali che si sta prendendo la direzione sbagliata. Per esempio nelle leggi sull’immigrazione in Francia, in Spagna e in Italia. Ricordare cosa è stata la dittatura argentina serve a tutti».
Il «guevarismo» a cui lei si ispira è ancora una forza propulsiva in America Latina? Qual è il modello che più la convince nel continente? «Se c’è una cosa che differenzia l’America Latina da ogni altra parte del mondo, è il fatto che qui c’è un progetto politico preciso, che offre speranze a tutti. Lo si vede in quello che stanno facendo leader come Evo Morales in Bolivia o Hugo Chavez in Venezuela. O nell’azione dei leader di Brasile ed Ecuador».
E gli Stati Uniti, che peso hanno oggi in America Latina? «Obama ha suscitato enormi speranze, dopo il terrorismo di Stato di Bush. Ma la politica estera sembra sempre le stessa. Quello che sta facendo in Afghanistan e anche ad Haiti non è degno di un Nobel per la pace»." (da Marco Bardazzi, Victoria Donda, avevo solo un filo blu per trovare mia madre, "La Stampa", 04/02/'10)

martedì 2 febbraio 2010

Il nobel Derek Walcott. La nostra Odissea quotidiana


"«Onorate l'altissimo poeta». La voce di Omero saluta Virgilio nel quarto canto della Commedia di Dante e riecheggia nelle Piccole Antille per rendere omaggio a Derek Walcott, "l'Omero dei Caraibi", che compie ottant'anni nella sua casa di Saint Lucia, mentre in America sta per uscire una nuova raccolta che si intitola White Egrets.
Lo chiamo per gli auguri e mi ringrazia con il piglio del regista drammatico più che del poeta lirico: «Why aren't you here?». Ha terminato da non molto di girare un film tratto dal suo famoso Ti-Jean and His Brothers e me lo immagino con tanto di megafono e di stivali. E aggiunge cercando di sembrare serio: «Con la tua valigia. Pronto per la spiaggia!». È una vecchia battuta di un vecchio repertorio; e, mentre ci ridiamo sopra, sono certo che passano davanti agli occhi di entrambi i "provini" di un'infinità di altri film.
I viaggi che abbiamo fatto insieme, in giro per l'Italia, ovunque lo invitassero per un reading, e io e mia moglie li accompagnavamo, lui e Sigrid, la sua compagna degli ultimi vent'anni, che il povero Brodsky, l'amico fraterno, onorava dell'epiteto di «Top Sigrid»: lui, Walcott, con le mani in tasca e io sempre dietro con un carico di carte e libri nella mia inseparabile valigia; lui che non sapeva mai fino all'ultimo momento – fintanto che non avesse visto e "annusato" l'ambiente – che cosa avrebbe scelto di leggere, e io che non potevo rispondergli: «No, questa poesia non ce l'ho: l'ho lasciata a casa».
In quanti posti siamo stati insieme? Quante migliaia di chilometri abbiamo percorso in aereo, in auto, in treno? Lui sempre zitto, fino al momento in cui si voltava di solito per chiedere: «Come si chiama quella pianta?». Oppure: «Perché c'è quella tettoia là in fondo?».
Il mio primo film – chiamiamolo così – rimonta a un quarto di secolo fa, quando mi trovai a sfogliare, quasi per caso, un suo libro in una libreria di Londra. La curiosità e, chissà, forse una certa antipatia per il ritratto un po' sgherro e non molto ben riuscito sulla sovraccoperta del volume, mi indussero ad aprirlo. Fu un colpo di fulmine. Comprai il libro e tornai in albergo. Cominciai a leggere, aspettando l'ora di cena, e quando mi accorsi di avere sonno era ormai l'alba. Presto mi convinsi che avrebbe ricevuto o avrebbe dovuto ricevere il Nobel. Glielo dissi anche, la seconda volta che lo incontrai, a Boston, per un'intervista. Si fece una bella risata: «Mi farebbero comodo i soldi». Non era stato ancora pubblicato Omeros. E difatti quella volta non me ne parlò.
Me ne parlò però a lungo, l'anno dopo, quando ritornai a trovarlo. Ne venne fuori una lunga intervista che pubblicai su «Caribana», una rivista che avevo nel frattempo provveduto a fondare (con l'aiuto finanziario del Cnr) e che per anni fu l'occasione di incontro di un gruppo di adepti o cultori della sua poesia. L'epicentro fu la Statale e i componenti la successiva diaspora si ritrovano ogni volta che lui si trova da queste parti. Fingendo di ignorare qualche capello grigio, Walcott li chiama ancora «my students» («Arrivo domani: li hai avvisati?») e compaiono tutti in una poesia dell'ultima raccolta, seduti nella hall dell'Hotel Brunelleschi.
White Egrets è, per certi versi, il seguito di The Prodigal (2004), un volume che suggeriva il suo definitivo ritorno nella piccola patria. Ritorno più emblematico che letterale perché Walcott, a differenza di molti scrittori e artisti caraibici della sua generazione, non è mai stato un esule né un espatriato. Dopo il conferimento del premio Nobel (1992), le circostanze ne hanno però fatto un giramondo. Una star internazionale, cui però non riesce quasi mai di fare il turista. Lavoratore instancabile, difficilmente esce dall'albergo – dovunque si trovi – per fare, come si dice, due passi. A parte Venezia, su cui si era ripromesso di non scrivere una parola e che invece ricorrerà spesso in Tiepolo's Hound, potrei contare sulle dita di una mano – la "Camera degli sposi" di Mantegna a Mantova, l'Arena di Verona, il Colosseo, La Madonna di Senigallia di Piero della Francesca a Urbino, la casa di Leopardi a Recanati – i luoghi e capolavori che in Italia è riuscito a vedere. Ma non basterebbe un'intera rubrica per elencare quelli che ha mancato. Non per pigrizia o indifferenza, si badi, ma perché quasi sempre, all'ultimo istante, sopravviene qualcosa di improrogabile che gli impedisce di muoversi.
Quando la Musa decide di strizzargli l'occhio, il grand'uomo pianta in asso chiunque e qualunque cosa per onorare quello che lui chiama «my gift»: il talento che ha avuto in dono e che la madre gli ha insegnato a rispettare come sacro fin da quando era un ragazzo. Non è sicuro ma pare che dopo il Nobel, vedendo l'empito con il quale Walcott continuava a darci dentro, un amico abbia avanzato il dubbio che forse non sapeva che il premio non lo si può ricevere una seconda volta.
Il lavoro come vocazione. Il lavoro come preghiera. Walcott è tutt'altro che un poeta religioso, ma se gli si chiede che cosa intenda dire quando afferma che «lo scopo della poesia, – ultimately: dopo tutto e al di là di tutto – è di glorificare Dio», questa è la sua risposta: «Se in luogo della parola "Dio" usi la parola "luce", cosa che succede di continuo in Dante, puoi capire come la poesia non sia altro che un atto celebrativo. Un gesto di gratitudine. Forse, talora, un gesto di sconcertato stupore. La grande poesia riguarda qualcosa che si trova al di là della nozione di mortalità. Al di là di ciò che è effimero. La poesia è ritmo, incantagione. È un'articolazione della parola che si può addirittura pensare come fondamento della religione, perché viene "prima", per così dire, della religione stessa». White Egrets non è – Dio non voglia – un canto di addio. E c'è un che di dantesco in quegli aironi e in quelle garzette («egrets») che danno il titolo alla raccolta e che si muovono come anime candide nell'approdo incantato della sua isola. E da lì, dall'ultima delle tante soste in patria, prima di ripartire ancora una volta per concedersi al mondo che lo vuole applaudire, le liriche si susseguono in un continuo riandare con la memoria alle tappe di tanti viaggi, soprattutto in Italia. Uno dei temi centrali – oltre alla vecchiaia, la fine incombente, gli amici scomparsi – è il classico amore infelice.
Ma il tono elegiaco che pervade il tutto viene dalla premonizione di una nostalgia, già annunciata e che si concreterà in futuro, per il distacco da un paradiso – l'eterno presente che è qui, ora, in questo mondo – di cui resterà solo un ricordo dopo la morte." (da Luigi Sampietro, Il nobel Derek Walcott. La nostra Odissea quotidiana, "Il Sole 24 Ore", 31/01/'10)

lunedì 1 febbraio 2010

Ellroy: "Il buio mi ha ridato la forza di scrivere"


"La ricetta di James Ellroy in fondo è semplice: 'Mi piace il mio lavoro, amo battermi, odio perdere, non mollo mai. Se esco ammaccato, fa niente. Scrivere è come fare la lotta, mi piacciono le cicatrici'. Ha sessantuno anni e - dice - mi sento giovanissimo, scriverò ancora un sacco di libri. Con gli alimenti che devo pagare dopo il divorzio, o scrivo o sono c.... amari". Mostra una minima pancetta, la stretta di mano è possente, gli occhi opachi come pietre proteggono qualche fragilità, di cui è meglio non parlare. Ma forse ieri il "mostro sacro" era in vena di qualche confidenza in più del solito. Il sangue è randagio ha una storia interessante: Avevo finito Sei pezzi da mille e mi sono accorto di essere stato fin troppo rigoroso'.
'Mia moglie Helen, romanziera, mi ha detto: "James, devi tornare a scrivere libri che senti dentro il cuore". Ma poi lei mi ha mollato, ho incontrato Karen e anche lei mi ha mollato', dice Ellroy. E mentre queste donne, che pure sono state importanti, sembrano già lontane, una febbre diversa dall'amore rode James: 'Mi sono trovato a fare come all'inizio, mi sono chiuso in camere buie (My Dark Places), per pensare, pensare come quando iniziai a scrivere e il mio isolamento dal mondo mi ha dato la forza mentale ed emotiva per riuscire a vivere intensamente e per scrivere. Una specie di autoconservazione. Così è nato Il sangue è randagio'.
Ma sì, che importa della vita comune a Ellroy? È uno che nasce nelle strade di Los Angeles, la mamma viene uccisa che lui ha dieci anni, il padre non ha nulla di positivo se non il fatto che gli regala un libro poliziesco. Da giovane sballato, James fa "un giro di giostra" nelle galere, dopo aver abbandonato il liceo. E poi? 'Poi non ho mai sciato a Cortina d'Ampezzo, mi sono comprato tre Porsche, ma le ho vendute perché sono troppo alto e poi senti ogni sassolino. Dopo quattrocento chilometri scendi e ti sembra di essere stato picchiato da Tyson. So che quel bastardo di Obama sta per alzarmi le tasse, ne sono sicuro. E quando morirò, il più tardi possibile, avrò ventiduemila dollari in banca, giusto per pagarmi il funerale. È meglio usarli tutti, i verdoni. Non ho nemmeno una casa di proprietà'.
E, guarda un po', un appartamento non ce l'ha nemmeno un personaggio centrale di questo suo ultimo libro, Don Crutchfield, detto Crutch. Uno che ruba la biancheria alle ragazze, ha una madre scomparsa e un padre alcolista. Mister Ellroy, perché è voluto entrare nel libro? 'In verità non sono io, si tratta di un mio amico, perché Don esiste, ha circa dieci anni più di me e faceva il detective. Seguiva le coppiette nei motel e scattava le foto. Ho affittato la sua personalità, gli ho dato alcune delle mie caratteristiche da topo di appartamento e Don s'è preso qualche bigliettone, per essere messo nel mio libro'.
La sua scrittura s'è fatta ancora più affilata, nei suoi capitoli si leggono frasi come colpi di rasoio. "È il linguaggio parlato che mi ispira, I love l'idioma americano, l'invettiva razzista, I loooove gli sfottò di strada, l'yiddish, l'esagerazione dello slang, mi piace scrivere le "c" con le "k"". Per alludere al Ku Klux Klan? 'E sì, perché è divertente, e in queste pagine c'è anche un po' di Haiti, perché c'è il voodoo ed è cool shit, roba forte. Ma non perdo le mie caratteristiche, ho fatto fare ricerche sulla convention del Partito democratico del '68 a Chicago, quando c'erano anche gli hippies, e ho usato anche il loro lessico. La mia ricercatrice mi ha portato uno scartafaccio grosso così'.
Ma lavorare dentro una cornice storica non diventa una prigione? 'Anzi, diventa "fictionalized", sono libero di giocare e raccontare tutte le storie come le voglio io, dentro un contesto solido. E se sono credibili i piccoli personaggi, se il lettore crede nelle storie degli anonimi, crederà al mio mix di vero e falso'.
Da quando lei ha scritto American Tabloid, in tutto il mondo ci sono stati giallisti che hanno pensato: ora scrivo Italian tabloid, France tabloid, Greek tabloid. Nessuno c'è mai riuscito. Come mai? 'Ogni paese ha le sue caratteristiche speciali. Come nessuno al mondo riesce a eguagliare gli italiani nel design e nei ristoranti, e così come il cuoio inglese non ce n'è, la crime-fiction è americana. E d'altra parte chi si prende l'impegno di organizzare quattrocento pagine di traccia per un libro di ottocento pagine? Solo un americano ostinato'.
Lei si preoccupa del lettore quando scrive? Vuole dargli uno schiaffo o una pacca sulla spalla? 'Penso sempre al lettore e questa volta l'ho confortato emotivamente con una storia d'amore importante per la descrizione dei fatti, che sono complessi. Compaiono in scena comunisti, fascisti, un poliziotto gay di colore che sembra un bravo ragazzo ma diventa assassino. Peraltro ho vissuto gli anni di cui parlo, ma ero troppo fuori per ricordameli ...'.
Questo libro chiude davvero la sua trilogia? 'Sì, per l'anno prossimo finirò un libro autobiografico, La maledizione degli Hilliker, che era il cognome di mia madre'.
E dopo? 'Dopo? Va bene, glielo dico. Ho in testa un nuovo "quartet", ma non mi scucirà una frase di più'.
Almeno il periodo, è lo stesso de Il sangue è randagio? Fine Sessanta inizio Settanta? 'No, prima'.
Saranno anche quelli cupi, spregiudicati, violentissimi. Ma a volte in qualche angolo dei suoi libri sembra che lei metta la voce di Dio, è corretto o sbagliato?
'Pochi lettori se ne accorgono, Dio c'è sempre, ma a latere, non si vede. In questo libro c'è più che in altri. Crutch è luterano, come me. E, quando è costretto a uccidere, ha delle visioni, Cristo gli appare. Un'esperienza trascendentale chiarissima. Io credo che tutti i miei libri, che non sono polizieschi, ma romanzi storici, parlino di redenzione e salvezza'.
E con la musica che rapporto ha? La sente mentre scrive? 'No, e me ne frego anche delle colonne sonore dei film tratti dai miei libri. Non sopporto il rock, la musica commerciale. Amo Beethoven, un rivoluzionario della musica, e i suoi quartetti, scritti da sordo, sembrano una cosa di ieri, modernissima'.
È vero che lei non legge più o è un vezzo? Nemmeno Jim Thompson legge? 'È vero, ho smesso, ma in passato ho letto. Ammiravo Dashiell Hammett e se Don De Lillo non avesse scritto Libra su Kennedy, io non avrei scritto questa trilogia. Ma davvero non sopporto più i libruncoli sugli psicopatici, che santificano criminali o disgraziati o serial killer, sono cose di merda'.
E Salinger? O Capote ... 'Non fanno parte della mia formazione, trovo Il Giovane Holden un libretto per quattordicenni. E A sangue freddo non sta in piedi, è gonfio di bugie, errori e inesattezze degne dello stupidissimo film che hanno fatto'.
Molti suoi personaggi si rincorrono da libro a libro. Ce n'è uno che preferisce? E per quale ragione? 'Joan Rosen Klein: perché rispecchia la donna che amavo in quel periodo'.
L'avrà mollato pure questa, scommetto ... 'E che devo fare? Comunque mi piace per quello che è, come l'agente Dwigth Holly, uno essenziale, un classico burnout, un reduce ossessionato dal senso di colpa'.
Nessuno di questi personaggi sembra avere amici veri. Lei ne ha? 'Non ho una vita normale, sono solitario per natura, e sono ambizioso, assolutamente ambizioso. Anche i miei amici, e non ne ho avuti tanti, lo dicono. E poi mi piace fare cose diverse, anche andare in giro per il libro mi mette allegria, finché la cosa non diventa lunga. Per esempio, adesso mi tocca la Finlandia e mi girano le palle a pensare che il libro sarà venduto massimo a trecento renne'.
Lei, due divorzi alle spalle, è tornato a vivere a Los Angeles. L'ha trovata cambiata, e come? 'Sono stato a Kansas City, Carmel e Los Angeles, dov'è sempre difficile andare in giro, c'è troppa gente, ma io sono nato là, vivo non lontano da dove bazzicavo da ragazzo, posso andare a piedi nelle case dove da ragazzino entravo di soppiatto per rubare, conosco il posto, insomma. C'è la donna con cui sto adesso e anche chi si prende cura di me, anche se là non esiste il sentimento del vicinato, non c'è quartiere'.
Ma è vero che la crisi sta colpendo duro anche a Los Angeles? 'Quale crisi, non seguo queste stronzate, le persone adesso si spaventano per niente, questa non è la Grande Depressione, la gente che dorme per strada è sempre la solita'.
Lei non ha preso mai il diploma? 'No'.
E le manca? 'Mi prendi in giro? La mia maturirà è self made man, che mi frega del pezzo di carta? E poi in quel periodo quando ho mollato la scuola ero una testa calda, volevo leggere, farmi i c .... miei e passavo un sacco di tempo a spararmi nel cesso delle gran ...'.
Lasciamo perdere. Ha visto Kim Basinger nel film L. A. confidential? Non sarebbe scappato anche lei con una donna così? 'No, non ci scapperei mai con Kim Basinger, è questione di come ti piacciono'.
Lei non ama schierarsi politicamente, giusto? 'I giornalisti europei vogliono sempre caratterizzare uno di destra o di sinistra, io invece sto fuori'.
Ma di Obama che pensa? Ha meno di cinquant'anni e questo è un bene. Farà cose giuste?
'La gente è disillusa, adesso comincia a dire che è solo un Jimmy Carter abbronzato'.
Lei vede in Bob Kennedy un uomo che ha lottato seriamente contro la mafia e in Luther King una pietra preziosa spuntata nel genere umano. Sembrano gli unici degni della sua ammirazione ... 'Sono fantasmi', dice Ellroy, ed è l'unica volta che sembra faticare a trovare le parole. 'Anzi, sono i martiri. Nei tre libri della trilogia sono i buoni che vengono uccisi dai cattivi, e chi ha contribuito alla loro morte pagherà, e pagherà molto, moltissimo per ciò che ha fatto', conclude quasi con emozione. E non si capisce se "quei bastardi" pagheranno in questa vita, in un Aldilà o in uno dei libri di questo scrittore con la fama da duro e, forse, il cuore da tenero." (da Piero Colaprico, Ellroy: 'Il buio mi ha ridato la forza di scrivere', "La Repubblica", 31/01/'10)

Lenz: "Madame Bovary siamo noi"


"E' noto: una funzione consolidata della letteratura è quella di trasmettere conoscenze. Nel momento in cui mostra qualcosa, la letteratura lo mette a nudo e lo porta alla consapevolezza, confidando al tempo stesso in un cambiamento. Sartre parlava di un 'trattare svelando' e Georg Lukàcs dello 'shock della presa di coscienza'. La letteratura mira al cambiamento, abbraccia il nostro rapporto con il mondo, i giudizi che pronunciamo su di esso, il nostro essere aperti all'esperienza della vita, con cui cerchiamo di avvicinarci al mondo. E' sempre al singolo che la letteratura si rivolge, al lettore, che la fa nascere una seconda volta e nel farlo ha davanti a sé la scelta di accogliere o rifiutare le offerte o le proposte dello scrittore. Le offerte che sono oggetto della scelta sono invenzioni, prodotti dell'immaginazione dell'autore. Mentre la letteratura fa luce sulla realtà con l'aiuto dell'invenzione, essa funge in un certo senso da legislatrice. Il modello inventato va oltre se stesso e diviene universale e vincolante. Esoerienze fissate nella letteratura diventano trasponibili. Il principe Mischkin, ne L'idiota di Dostoevskij, e Julien Sorel, figlio del proprietario di una segheria di provincia in Stendhal, Antigone e Madame Bovary; tutti questi personaggi, anche se, nella loro unicità, contengono l'intera esperienza del mondo e del cuore umano, diventano veri solo nel momento in cui il loro destino coincide con il mio dolore o con la mia nostalgia, con la mia esperienza personale e con le mie cognizioni. [...]" (da Siegfried Lenz, Madame Bovary siamo noi, "La Repubblica", 01/02/'10; dal discorso di ringraziamento di Lenz in occasione del premio Nonino ricevuto sabato).

Un minuto di silenzio (A Minute's Silence) di Siegfried Lenz

sabato 30 gennaio 2010

Noi che siamo un grumo di sogni


"Quando hai terminato l'analisi, quel che ti resta in mente sono soprattutto i sogni e le loro interpretazioni. In analisi ripeti infinite volte lo stesso problema senza non dico risolverlo ma nemmeno impostarlo, poi càpita che sogni un personaggio o una scena (naturalmente mascherati, quindi irriconoscibili), e l'analisi spicca un volo. Io credo che Zanzotto, Bertolucci, Bellocchio, la Lamarque, insomma tutti i fratelli di analisi, abbiano (abbiamo) nella memoria un grumo di sogni: noi siamo in quel grumo. Lì è la nostra storia, la nostra denuncia, protesta e redenzione. Una nostra biografia, che non includa i nostri sogni, è falsa. Un uomo, una donna non è quello che è quando scrive, mangia, discute, fa l'amore: un uomo, una donna lo conosci quando ne conosci i sogni.
Entrando nei suoi sogni, entri in uno spazio che neanche lui conosce. Quando ti racconta un sogno, ti dice di sé qualcosa che non sa. Perciò è sincero. L'uomo che dice quel che sa, o che sa quel che dice, mente. Se unirsi in matrimonio vuol dire spartire la vita, in realtà una moglie in analisi è unita all'analista molto più che al marito. L'analista è l'unico destinatario dei sogni. Qualunque cosa lei sogni, anche di fare sesso, lo sogna per raccontarlo all'analista: vive in funzione dell'analisi.
Sto semplicemente prolungando le teorie esposte nell'Interpretazione dei sogni di Freud, che Bollati Boringhieri ripropone nel settantesimo anniversario della sua morte. È un libro epocale. Per questo, uscendo nel 1899, portava in copertina la data del 1900: per annunciare un nuovo secolo. È il testo-base dell'analisi freudiana. La traduzione di tutte le opere di Freud in Italia è stata diretta da Cesare Musatti che degli psicoanalisti italiani era il presidente. Ha sempre applicato con rigore il metodo freudiano con tutti coloro che ha avuto in analisi (lui li chiamava «pazienti», termine assurdo). Compresi Pasolini e Ottieri.
E chi scrive questo articolo. La sua tesi era che l'analisi è un cibo: se hai fame devi mangiare, leggere menù non serve a niente. Questo vale anche per i sogni. Puoi leggere e rileggere L'Interpretazione dei sogni, e non capire come funziona. Ma se la sperimenti per anni, ne conservi una traccia indelebile.
Naturalmente il sogno dev'essere il sogno sognato. Qualche anno fa è uscito Il libro dei sogni di Fellini, dove i sogni non sono quelli sognati. Fellini al risveglio scriveva il sogno, mezza giornata dopo lo correggeva, poi lo batteva a macchina, infine correggeva anche il testo dattiloscritto: e portava in analisi l'ultima stesura. Grottesco. Il sogno non c'era più, l'inconscio era sostituito dal conscio, lo sgradito dal gradevole, la vergogna dall'onore. Dire un sogno non urta contro il dolore o l'angoscia o il rimorso: urta contro la vergogna. Sul sogno tu butti qualche associazione, così come viene, per quanto conturbante (per te o per l'analista) possa sembrare. Lui conferma o rettifica o sta zitto. La verità è quel che vien fuori dal racconto più la conferma o la rettifica o il silenzio. Tu devi imparare a dire tutto. Non ce la farai mai, ma quel che è terapeutico non è che tu dica tutto, ma che tu raggiunga la disponibilità a dirlo.
L'interpretazione dei sogni è un allenamento all'espressione, che è l'esatto contrario della repressione: tutto, nella società, reprime (scuola, religione, famiglia, ufficio ...), tutto, in analisi, libera. Il sogno è il materiale che vuole esser liberato, l'interpretazione è la tecnica per liberarlo. Perciò l'ora trascorsa insieme fra analista e analizzando intorno a un sogno è un'ora di educazione anti-stato. Musatti diceva: «A volte ho paura che i carabinieri facciano irruzione e ci portino via, me e il mio cliente, per associazione a delinquere». Se la società reprime e l'interpretazione dei sogni esprime, l'una è criminale per l'altra. È questa la scoperta di Freud." (da Ferdinando Camon, Noi che siamo un grumo di sogni, "TuttoLibri", "La Stampa", 30/01/'10)

venerdì 29 gennaio 2010

Quel libro che si è fatto da sé


"La storia di J. D. Salinger è in fondo la storia di una sparizione perfetta. Un libro, al massimo due, un'opera irripetibile e generaizonale come Il giovane Holden (The catcher in the Rye). E poi leggende, incontri segreti, rincorse, misteri. La vita nascosta dell'uomo di Manhattan, Jerome David Salinger, che aveva esordito sul New Yorker con un 'racconto perfetto', Bananafish. Quindi viene la vicenda davevro epocale del giovane Holden Caulfield, il Bildungsroman di un newyorkese inquieto, giovane per definizione epe rontologia, di cui oggi resta soltanto l'aura da anni Cinquanta, il profumo di un'epoca. La storia breve e intensa, seppure senza inizio e senza fine, di un diciassettenne che vagabonda in un'America che deve ancora modernizzarsi ma sta cercando di farlo, a fatica. Ed è per questo che il giovane Holden trasmette una sensazione di provvisorio, se non di inutile. Gli è morto di leucemia un fratello, ha una sorella più piccola, è decisamente un outsider del circuito scolastico, che frequenta con risultati più o meno catastrofici. [...] La trama si svolge sullo sfondo di una New York grigia, Holden frequenta locali discutibili, amiche un po' affrante. Il romanzo apparirebbe coem una storia solo di parole, se non ci fosse il profilo della città a fare da protagonista, e soprattutto il modo in cui i ragazzi della metropoli giocano la loro vita. Nel tempo, regalare il romanzo di Salinger è diventato un gesto riconoscibile, che rappresentava, e ancora rappresenta, un modo per dimostrarsi eccentrici, fuori dai conformismi. Ma si può ancora cercare in Salinger una verità sulle generazioni e sull'America? Oppure il romanzo è diventato un oggetto di archeologia, che racconta storie e Americhe che non ci sono più? Non è facile dirlo con sicurezza, anche se a rileggere oggi Il giovane Holden sembra di avvertire qualcosa di invecchiato. Il che, forse, è anche la ragione del suo fascino perdurante. Volendo, si legge il romanzo di Salinger come un autentico classico, una storia senza nessuna sbavatura, in cui ogni parola è essenziale, ogni battuta è perfetta, ogni piccola storia interna è di precisione memorabile. Si legge ancora, The Catcher in the Rye? Oppure si contempla, e si adora, come un oggetto a cui rivolgere il tributo dell'età adulta verso l'età dell'adolescenza? L'unica certezza, dopo la scomparsa di Salinger, è che il mondo di Salinger non scompare: rimane qui, in un libro, in un piccolo mondo." (da Edmondo Berselli, Quel libro che si è fatto da sé, "La Repubblica", 29/01/'10)

Addio Salinger, il suo «Giovane Holden»
è un simbolo e un'icona da generazioni
(Corriere della Sera)

La lenta fine di Luciana B. di Guillermo Martinez


"'In un romanzo poliziesco cosa conta di più, in fondo? Non certo i fatti né la sequenza dei cadaveri, ma piuttosto le congetture, le possibili spiegazioni, ciò che va letto tra le righe'. La chiave per decifrare (forse) il nuovo romanzo dell'argentino Guillermo Martinez esce dalla bocca di uno dei suoi protagonisti, l'inquietante Kloster. Non è molto importante quello che si vede, insomma, ma ciò che resta nellì'ombra e che il lettore deve svelare a colpi di immaginazione. Il romanzo si intitola La lenta fine di Luciana B. e, come il precedente successo internazionale La serie di Oxford, in Italia è pubblicato da Mondadori. Il suo autore è un matematico nato nella ventosa e portuale Bahia Blanca, città universitaria del Sud Argentina [...]. Lui Martinez, 47 anni, è uno dei più prolifici e tradotti scrittori argentini, collaboratore del New Yorker, saggista, romanziere. Ha lasciato da poco la carriera universitaria per dedicarsi solo alla scrittura. Nel romanzo, due scrittori, uno famoso la'ltro no, sono coinvolti nellas toria tenebrosa della loro ex dattilografa, la bellissima Luciana B. del titolo. E con lei arrivano una scia di morti apparentemente naturali e un mistero che sfuma i confini fra letteratura e filosofia.
Lei lo ha definito un poliziesco astratto: cosa significa? 'Che non mi interessano i parafernalia del genere: polizia, avvocati, medici legali, ma sono attratto dai crimini e dalle congetture che scatenano, cioè dall'aspetto teorico. Il passato che resiste nel presente, per esempio il rapporto tra la riparazione della giustizia e il dolore della vittima. La giustizia che guarda avanti e la vittima che invece guarda al passato. Una specie di impossibilità tra quello che può fare la società per rpeservarsi e quello che reclamano le vittime'. [...]
Jorge Luis Borges ha ancora un peso rilevante nella cultura argentina? 'Più che letto, Borges è stato un maestro di letture: la sua biblioteca, che è universale, è la biblioteca ideale degli scrittori argentini, che in generale leggono poco i loro conterranei, anzi c'è una certa invidia e competizione. Sono pochi i nostri maestri, Borges è uno di quelli. Ma anche Cortàzar e Roberto Arlt. E tra i miei contemporanei considero eccellenti Pablo de Santis e Ricardo Piglia'. [...]" (da Alberto Riva, I miei noir astratti, nella Baires di Borges, "Il Venerdì di Repubblica", 29/01/'10)

mercoledì 27 gennaio 2010

Ci vediamo a casa, subito dopo la guerra di Tami Shem - Tov


"Nell'orrore dell'Olocausto, Ci vediamo a casa, subito dopo la guerra (Piemme), la storia raccontata da Tami Shem-Tov ha un miracoloso lieto fine proprio come lo ebbe, nella realtà, la vicenda di Jacqueline, una bambina ebrea di dieci anni sfuggita alla Shoah grazie alla rete della Resistenza e al coraggio di una famiglia cristiana che la tenne nascosta sotto la falsa identità di Lieneke. Suo padre, veterinario e uomo di scienza dall'innato talento artistico, riuscì in quel periodo buio e traumatico a dialogare con sua figlia attraverso lettere costellate di disegni colorati e d'amore. Si firmava zio Jaap e, con quella corrispondenza segreta, ossigeno e viatico per la bambina, riuscì a farle sentire sempre il suo amore aiutandola a superare il freddo, la paura e la lontananza da casa.
1943, nell'Olanda occupata vigono da tempo le leggi razziali e si va verso la tragedia. Chi può fugge e a Jacqueline e a sua sorella Rachel i genitori spiegano che è necessario separarsi e che, da allora, si dovrà fare "il gioco dei nomi". Lei lascerà il suo, andrà a stare in un'altra famiglia, lontano da Utrecht e non dovrà mai rivelare chi è veramente. Né che suo padre è il vero autore delle lettere che le riempiono il cuore e che lei si beve al riparo da tutti gli sguardi. Nella casa che la ospita, in un villaggio remoto, la piccola Leneke passa il tempo aiutando il dottor Kohly e sua moglie a preparare le medicine nel retro della loro farmacia, ma spesso si sente triste e sola. Manda a memoria le lettere di papà; è l'unico modo per tenerle con sé visto che poi le deve consegnare a "zio" Kohly che è costretto a distruggerle. Nessuno le deve trovare, nessuno si deve insospettire. Chi nasconde un ebreo, viene passato per le armi, senza se e senza ma. Allora lei le legge e rilegge per, infine, mormorare un tenero e consolatorio: "Ci vediamo a, casa, subito dopo la guerra." E così accade davvero. Scampata all'Olocausto, la famiglia si trasferisce in Israele. E, dopo oltre sessant'anni, Tami Shen-Tov, israeliana, giornalista e scrittrice affermata, raccoglie la testimonianza di Jacqueline-Lieneke, vola con lei in Olanda a caccia di memoria e ci regala un romanzo struggente che ricorda la vena poetica di La vita è bella.
La storia di Lieneke è vera, chi era quella bambina?
'Naturalmente ci sono delle differenze tra la protagonista del libro e la ragazzina della vita vera. Ci vediamo a casa subito dopo la guerra è un romanzo e non una biografia ma, quando ho incontrato Lieneke, ho ascoltato le sue memorie e il modo in cui rievocava le sue vicende e ho parlato di lei con altre persone. Ho capito molto velocemente che tipo di ragazzina fosse perché in qualche modo, da ragazza, anch'io ero come lei. E infatti dopo aver letto il libro, Lieneke mi ha detto che io ero stata la prima persona al mondo ad avere davvero capito chi lei fosse stata. Era una "goody goody", una bambina che voleva piacere, con moltissima immaginazione (nella vita come nel libro, tanto che a volte raccontava le storie ai cassetti del comodino e la sorella le diceva "Smettila di parlare con i mobili!") e comunque era una bambina molto riflessiva. Quindi mi sono potuta ritrovare profondamente in lei. Lieneke è molto vicina a come poteva essere Jacqueline ma, ovviamente, il mio è un romanzo e dentro c'è anche un po' di me. E' davvero come se la Lieneke del libro fosse un'emanazione delle nostre due esperienze di vita'.
Quanti bambini/bambine vennero all'epoca esiliati e nascosti all'estero sotto falsa identità?
'Per me è difficile azzardare dati precisi sul fenomeno, non sono una storica né una ricercatrice e ho scelto di affrontare il tema della Shoah partendo da una piccola storia che sta dentro alla "Grande Storia". Tuttavia il fenomeno era piuttosto diffuso in Europa, in Olanda in particolare sono stati migliaia i bambini nascosti sotto falsa identità da famiglie del luogo, prevalentemente di religione cattolica. Queste famiglie correvano peraltro rischi altissimi in quanto la parte del Reich che occupava l'Olanda offriva ricompense economiche a chi denunciava le persone che ospitavano fuggiaschi e, inoltre, se veniva scoperto un ebreo nascosto all'interno di una famiglia, tutti gli abitanti della casa venivano immediatamente e pubblicamente uccisi. Chi decideva di correre questo rischio lo faceva soprattutto per spirito di solidarietà cristiana e accadeva spesso che si creassero legami fortissimi con i piccoli protetti. In alcuni casi è perfino successo che, dopo la guerra, gli ospitanti si rifiutassero di aiutare il bambino a ricongiungersi con le proprie famiglie di origine'.
Nella tragedia della Shoah, un lieto fine ... Perché questa scelta?
'Questa è una storia vera e fortunatamente la vicenda di Lieneke si è davvero risolta positivamente. E sono stata molto felice di poter scrivere un libro sul tema della Shoah che potesse prestarsi a un messaggio positivo. Per me era importante enfatizzare l'eroismo, la solidarietà e la bontà dell'animo umano anche in un periodo buio come quello del regime nazista. Non ho voluto, infatti, affrontare l'argomento attraverso l'orrore dei campi di sterminio, il dolore, le torture. Inoltre io tendo a identificarmi molto con i miei personaggi e non credo sarebbe stato possibile immergermi nella realtà di un campo di concentramento; sarebbe stato un coinvolgimento emotivo troppo forte, per quanto sia stato spesso duro identificarmi nella stessa Lieneke in certi passaggi molto delicati del libro ...'." (da Silvana Mazzocchi, Sogno di una bimba nell'orrore. A casa, dopo l'Olocausto, "La Repubblica", 27/01/'10

Ascoltare la luce. Vita e pedagogia di Janusz Korczak


"Musica Kletzmer, la musica degli ebrei dell’Europa centro-orientale, ad accompagnare la storia di Janusz Korczak. Note allegre e tristi insieme, la colonna sonora di una tragedia che oggi, 27 gennaio, l’Italia e l’Europa ricordano solennemente, ma che di fronte alla biografia di un «eroe qualunque» come Korczak, si trasformano nel respiro sincopato di milioni di anime perse nel gorgo dell’Olocausto. Anime di un’Europa che non c’è più. Anime che chiedono di non essere dimenticate. Anime come quella dell’educatore ebreo-polacco che rivive nel bel saggio di Dario Arkel: Ascoltare la luce. Vita e pedagogia di Janusz Korczak (Atì editore). Alla Fondazione Minguzzi, Arkel, introdotto da Armando Torno, ricrea — almeno verbalmente — il fantastico mondo di Korczak, nome d’arte di Henryk Goldszmit, nato a Varsavia nel 1878. «Korczak — spiega Dario Arkel — aveva assunto il nome di un eroe dei libri di avventura per ragazzi di fine Ottocento». Celebre pediatra, collaboratore delle maggiori università e centri di ricerca d’Europa, il pedagogo polacco più noto della sua epoca si era inventato un modo per «parlare» ai bambini «con il linguaggio dei bambini». Non voleva essere un eroe. Voleva solo riuscire a dialogare con profitto «entrando», forse meglio dire «abbassandosi» al livello dei piccini. «C’era riuscito egregiamente — conferma Arkel — inventandosi una pedagogia all’avanguardia per intelligenza ed efficacia».
ORFANOTROFIO MODELLO - Il suo orfanotrofio era un modello. Poteva diventare qualcosa di più. Ma la barbarie nazista distrusse alla radice l’opera di Korczak. Nell’agosto 1942, quando arrivò l’ordine di deportazione, nel rifugio vivevano 203 bambini. Il pedagogo, per i suoi meriti e per la sua celebrità (aveva insegnato, lui che parlava il tedesco perfettamente. anche all’Università di Berlino), avrebbe potuto salvarsi. Per lui, solo per lui, era pronto un salvacondotto. Ma Korczak non esitò nemmeno un istante. «Una madre non abbandonerebbe mai suo figlio — disse a chi gli proponeva di fuggire —. Io non sono una madre: ma ho 203 figli e non li lascerò mai soli».
MITE MA NON PAVIDO - Korczak era un uomo mite, ma non era un pavido. Il suo unico pensiero, in quel tragico giorno, era rivolto ai «suoi» orfani, ad evitare loro traumi, la paura. Perciò li fece vestire con gli abiti migliori, il grembiule pulito, una sacca per la merenda: come se si preparassero a una gita. Poi scese in strada e diede ordine secchi, in tedesco, alle SS che avevano circondato il palazzo, manco fosse il nascondiglio di pericolosi partigiani: «Allontanate immediatamente i cani! I bambini hanno paura!». Gli orfani e Korczak marciarono fino all’uscita del Ghetto di Varsavia. Il 6 agosto 1942 arrivarono a Treblinka e lì si spensero le loro vite.
«NON VOLEVA SENTIR PIANGERE I BAMBINI» - Insieme a Korczak, ai suoi orfani, fu distrutta un’esperienza unica nel suo genere. L’orfanotrofio, infatti, era stato costruito come una sorta di «repubblica indipendente», spiega Dario Arkel, in cui ogni bambino aveva un ruolo: «C’era persino un tribunale, che serviva a far rispettare le leggi che gli orfani stessi scrivevano. Un giorno, Korczak finì dietro il banco degli accusati per essere processato: aveva alzato la voce con uno dei suoi piccoli». Talento multiforme, genio, letterato, autore di libri per l’infanzia, Janusz Korczak era un uomo semplice, non sarebbe mai diventato un eroe se gli eventi non avessero travolto il suo mondo, cancellandolo fino alle radici. Era una luce nel buio per i suoi bambini. «Non voleva sentirli piangere — conclude Arkel —. Sapeva che il tramonto era il momento più duro per loro». Per questo non li ha lasciati mai soli. Soprattutto quando il giorno si è fatto notte, per sempre." (da Paolo Salom, Korczak, «eroe qualunque» finito nel gorgo dell'Olocausto, "Corriere della Sera", 27/01/'10)

Wiesel: "L'eterna battaglia contro i negazionisti"


"'Io, Elie Wiesel, sopravvissuto e testimone, ricordo ancora oggi ogni singolo momento. Quando fummo chiusi nel Ghetto, quando vennero a prenderci, quando ci caricarono sui treni, quando arrivammo ad Auschwitz, quando vidi mia madre, mio padre e mia sorella portati a morire'. Così Elie Wiesel, Nobel per la pace, attivista di primo piano per la pace e i diritti umani nel mondo, racconta l'Olocausto. Oggi, nella Giornata della Memoria, terrà un discorso al Parlamento italiano. Ascoltiamolo.
Professor Wiesel, come rammenta quegli anni tremendi? 'Rivedo ancora oggi ogni episodio. L'arresto in massa, la deportazione. Il viaggio atroce nei carri-bestiame fino ad Auschwitz. Ricordo cosa voleva dire sentirsi improvvisamente trattati come 'Untermenschen', come subumani da eliminare. Ricordo quando, io ancora piccolo, restai solo ad Auschwitz. Fu terribile, è difficile descrivere cosa vuol dire restare solo, senza più la famiglia che hai visto sterminare, e al tempo stesso sentire che non sei solo, che non lo saresti stato mai più. Perché eri insieme a migliaia di persone, trattati da subumani da eliminare come te, e al loro fianco sentivi la vicinanza della Morte. Ognuno di noi la sentiva, e al tempo stesso non vivevamo accanto alla Morte, vivevamo nella Morte'.
Com'era possibile sopravvivere a questo sentimento? 'Penso ancora oggi che quando entrammo ad Auschwitz entrammo in un'altra Creazione, una dimensione speculare, parallela, opposta e negativa. Nella Creazione che conoscevamo la Germania era il cuore della cultura, la patria di una letteratura straordinaria espressa da una grande lingua, la terra dei migliori ingegneri. Ma là entrammo come in un mondo parallelo, fatto solo di 'to kill and to die', di chi uccide e di chi muore'. [...]" (da Andrea Tarquini, Wiesel: 'L'eterna battaglia contro i negazionisti', "La Repubblica", 27/01/'10)

Io sono l'ultimo ebreo di Chil Rajchman (Bompiani)

La poesia e i numeri


"Siamo in una strada dell'antica Grecia, quando un viandante si imbatte in una tomba. La scena è raccontata in una poesia di Alceo di Messene, autore vissuto tra il III e il II secolo a. C. Genere letterario fra i più noti, l'arte delle epigrafi conosce infinite varianti, ma la storia che segue riserva una sorpresa, e fa pensare piuttosto alla tradizione, altrettanto longeva, degli indovinelli. Infatti il nostro eroe, fermatosi a guardare, non trova scritto nulla, salvo una cifra: 'Io mi domando perché, sulla pietra che c'è lungo la via, / non c'è altro che un fi, che lo scalpellino incise due volte'. In greco, fi significa 'cinquecento', il che porta il passante a ipotizzare che la donna sepolta si chiamasse Chiliade, ovvero mille, equivalente a due volte cinquecento. Ma c'è una congettura più attendibile: probabilmente, spiega Alceo, chi sta nella tomba si chiamò Fidìs, cioè 'due volte fi'. L'esultanza per la soluzione trovata fa esplodere la voce narrante in un grido di gioia: 'Ho risolto come Edipo il rebus della Sfinge. / Lode sia data a chi trasse da duplice segno l'enigma - / luce agli astuti, agli imbecilli il buio'. Eccoci di fronte a uno strano e significativo esempio dell'incontro fra numeri e poesia. In questi versi, lo scambio fra i due tipi di codice viene infatti portato alle estreme conseguenze: la scrittura 'alfabetica' tende ad annettere al proprio interno elementi desunti da quella 'matematica', al punto che una cifra finisce per essere interpretata alla stregua di un nome proprio, anzi, di due. Ma di chi è questo sepolcro? Chi vi è seppellito? Un uomo, una donna o un numero? Domande del genere sorgono spontanee di fronte al convegno organizzato dall'Associazione Sigismondo Malatesta con il titolo La poesia e i numeri (Roma, Castello di Torre in Pietra, 29-30 gennaio). Siamo ovviamente alle prese con un terreno vastissimo, che investe un campo già di per sé sconfinato come quello della numerologia. Quest'ultimo tipo di preoccupazioni, tuttavia, può essere messo da parte: qui non si tratterà di analizzare 'il mistico intervento del numero' di cui parla Dante nella Vita Nuova, né di esaminare la vertigine delle cifre in Petrarca (il quale, secondo lo studioso tedesco Wilhelm Potters, avrebbe addirittura alluso al pi greco attraverso l'immagine di Laura). Nulla di tutto questo. Scopo dell'incontro sarà piutosto quello di studiare, nelle sue diverse, forme, l'attrazione della scrittura verso il numero, in quella assimilazione della cifra all'interno del dettato poetico corrispondente a un'estetizzazione del linguaggio matematico. Perché la domanda, in effetti, attraversa oltre due millenni di letteratura, dall'epoca classica a William Blake, da Novalis a Paul Valéry (con le sue ricerche sulla nozione di sezione aurea, o 'numero d'oro'), dal Raymond Queneau di Centomila miliardi di poesie (libro composto da dieci sonetti i cui rispettivi 14 versi, aventi le stesse rime e la stessa costruzione sintattica, possono essere combinati così da offrire il numero di poesie indicato nel titolo) al Leonardo Sinisgalli di Furor mathematicus, da Iosif Brodskij al Mago dei numeri (Einaudi) di Hans Magnus Enzensberger. [...]" (da Valerio Magrelli, Le equazioni della poesia, "La Repubblica", 26/01/'10)

martedì 26 gennaio 2010

La contraddizione di Primo Levi


"Che cos’è Se questo è un uomo? «Uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano»", è scritto nella sua prima pagina. Nella prefazione che apre l’edizione De Silva del 1947, prima pubblicazione del libro rifiutato da Einaudi nel 1946, si spiega che il volume, scritto a caldo da un giovane dottorino torinese, all’epoca ventottenne, non è stato redatto «allo scopo di formulare nuovi capi d’accusa», quanto piuttosto per fornire ulteriori «documenti» a quello studio. L’aggettivo «pacato» è essenziale, così come la parola con cui Primo Levi apre il libro stesso, «fortuna»: «Per mia fortuna».
Dunque, una delle più importanti, se non la più importante, opera testimoniale sui campi di sterminio nazisti non è solo un racconto veritiero dei fatti; è anche, e soprattutto, un documento-referto di tipo antropologico, e persino etologico, dal momento che nel suo capitolo-cuore, «I sommersi e i salvati» - lo stesso titolo dell’ultimo fondamentale testo di Levi, il suo più importante, pubblicato un anno prima della scomparsa - si parla espressamente dell’«animale uomo», e del Lager come di una «gigantesca esperienza biologica e sociale». Il lettore che apre il volume De Silva nel 1947, o che lo apre ora, dopo 63 anni, dopo che Levi stesso l’ha integrato con numerose altre pagine nell’edizione del 1958, ora da Einaudi, ristampata sempre identica, potrebbe pensare che si tratti dell’opera di un uomo pacato, tranquillo, sereno, che ha messo a distanza la propria terribile esperienza dello sterminio - degli ebrei, dei soldati russi, delle donne ucraine, degli omosessuali, dei partigiani, dei prigionieri politici.
E invece, girando pagina, c’è subito quella poesia, da cui, scorciato, viene il titolo stesso del libro: «Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case ...». Gli ultimi tre versi contengono un’invettiva, meglio: una maledizione. Pronunciata con tono biblico, la poesia condanna coloro che non scolpiranno le parole dell’autore nel loro cuore, che non le ripeteranno ai propri figli. Proprio su loro cali la maledizione: «O vi si sfaccia la casa / La malattia vi impedisca / I vostri nati torcano il viso da voi».
Sono parole durissime che Levi pronuncia sulla soglia del volume e che sembrano contraddire la pacatezza di quell’inizio. In effetti, come ha notato Mario Barenghi, c’è in Levi una contraddizione fortissima, una sorta di doppia tensione che percorre Se questo un uomo, come il resto della sua intera opera testimoniale e letteraria: la pacatezza e la durezza. Sono due poli della sua stessa personalità di scrittore. Una tensione che arriva a punti molto forti, sia qui nella prima prova, sia nell’ultima, la sua più alta: I sommersi e i salvati (1986). Una contraddizione che ci permette di entrare con un doppio sguardo nel libro, che è uno dei capolavori della stessa lingua italiana, un’opera insieme etica ed etologica, un documento altissimo di un uomo che possedeva lo sguardo leggero dell’osservatore e insieme la tempra durissima del profeta biblico, pur non volendo esserlo in alcun modo. Un’opera capace di penetrare come una percolazione progressiva e inarrestabile sia nelle nostre emozioni sia nella nostra intelligenza: giudica aiutandoci a capire. " (da Marco Belpoliti, La contraddizione di Primo Levi, "La Stampa", 26/01/'10)

lunedì 25 gennaio 2010

Shoah: l'infanzia rubata

SHOAH: L'INFANZIA RUBATA
dal 22 al 30 GENNAIO 2010
presso BIBLIOTECA DI GARLASCO Sala mostre - Via SS. Trinità 6 – Garlasco

Orario di apertura: LUNEDI’ / MERCOLEDI’ / VENERDI’ h. 15,00 – 18,00, MARTEDI’ / SABATO h. 9,00 – 12,00

MOSTRA realizzata da Associazione Figli della Shoah con il contributo di Fondo Internazionale di Assistenza alle Vittime del Nazismo, Legge 249/2000 e Conference on Jewish Material Claims Against Germany


La mostra ripercorre idealmente la negazione dei diritti fondamentali dei bambini ebrei durante gli anni della persecuzione nazifascista. Le piccole vittime innocenti della Shoah furono un milione e mezzo. Attraverso la negazione dei diritti fondamentali dell’infanzia, quali il diritto al gioco, alla dignità, alla salute, all’identità, all’istruzione, alla libertà, alla tutela e, per ultimo, alla vita, la mostra mette in evidenza le dure condizioni e le terribili costrizioni alle quali erano sottoposti i bambini e i ragazzi di religione ebraica durante quegli anni. Si contrappone a tale orrore la grande figura del pedagogo polacco Janusz Korczak, ispiratore dell’attuale Convenzione Internazionale dei Diritti dei Bambini, che lottò fino all’ultimo per alleviare le sofferenze dei bambini del suo orfanotrofio, situato nel Ghetto di Varsavia. Diversi pannelli della mostra sono corredati da estratti delle sue pubblicazioni e ripercorrono le fasi del suo impegno morale e pedagogico.

sabato 23 gennaio 2010

Primo Levi salvato dall'alluvione


"Se questo è un uomo. Un libro memorabile quello di Primo Levi, «nato fin dai giorni di lager per il bisogno irrinunciabile di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi», della terribile esperienza sofferta dall'autore ad Auschwitz. Scritto tra il dicembre del '45 e il gennaio del '47, alcuni capitoli vennero pubblicati in pre-edizione, tra marzo e maggio, sul settimanale della Federazione Comunista Vercellese L'Amico del Popolo.
Natalia Ginzburg, che non ne intuì l'importanza, non lo fece pubblicare da Einaudi, così che fu la piccola casa editrice De Silva (Francesco Silva era un editore- stampatore del '400) di Torino, fondata e diretta da Antonicelli, ad avere l'onore di stamparlo nell'ottobre del '47 in 2500 esemplari impressi dalla Stamperia Artistica Nazionale (n. 3 delle collana «Biblioteca Leone Ginzburg»). Il libro passò inosservato tanto che 1100 copie invendute furono depositate nel magazzino de La Nuova Italia di Firenze; finirono nel fango nell'alluvione del '66.
L'opera non fece rumore alla sua uscita, ma ebbe, invece, grande eco internazionale pochi anni dopo, con l'edizione Einaudi del '58, quando il libro cominciò a essere riconosciuto come una delle massime testimonianze letterarie su Auschwitz. Ma è la prima edizione che emoziona tenere in mano, anche a causa della sua fragilità. Spesso il libro si trova privo della sovraccoperta bianca (ma attenzione che non sia sostituita da una fotocopia, come a volte è accaduto), con titolo e autore in rosso e il disegno di Carlo Levi di un uomo prono a terra. Elemento capitale dell'edizione, la sovraccoperta merita la non indifferente spesa da sostenere in più rispetto a una copia che ne è priva. Il libro, raro, non è comunque introvabile; l'antiquario ne stabilisce il prezzo in base alla conservazione e, soprattutto, alla completezza. La libreria irlandese Old Head Books & Collections lo propone all'esorbitante cifra di 5.250 euro, un prezzo che può far sembrare un affare le copie proposte da 1.400 ai 2.000 euro, dalla Libreria Pontremoli di Milano e dalla Galleria Gilibert di Torino". (da Santo Alligo, Primo Levi salvato dall'alluvione, "TuttoLibri", "La Stampa", 23/01/'10)

Sei milioni di accusatori


"La memoria non è sempre stataun imperativo categorico. Ricordare non ha sempre rappresentato un esercizio civile, anzi morale. Fino ai primi Anni Sessanta - cioè mezzo secolo fa - quel passato prossimo che si chiamava Shoah abitava dentro silenzi carichi, sguardi muti, volti che si giravano dall’altra parte. Fino a quel tempo, in Israele la Shoah prendeva voce «soltanto» negli incubi notturni di cui il paese aveva (e forse ha ancora) il triste primato. Il comando di tacere, rimuovere, provare (invano, ovviamente) a dimenticare era una necessità di sopravvivenza, sembrava l’unico modo per tornare all’esistenza e garantirla ai propri figli. I morti, la sofferenza patita, il dramma di una tragedia inenarrabile, dovevano occupare meno spazio possibile. Sia perché tutto pesava troppo, sia anche per quella vergogna a un tempo di vittime e di sopravvissuti: l’umiliazione di aver subito e quella di essere stati più «fortunati» di quegli altri, di quei sei milioni.
Oggi questa consegna del silenzio pare impossibile, eppure fino a che Adolf Eichmann non ricomparve sulla scena del mondo, dopo quindici anni di beata clandestinità in Argentina, la Shoah era stata in Israele soprattutto un abisso muto e i bambini non avevano idea di che cosa significasse quel numero blu tatuato sul braccio di tanti genitori. Poi i servizi segreti lo rintracciarono e lo presero. All’inizio di aprile Adolf Eichmann fu trasportato nella «Casa del Popolo» di Gerusalemme, di notte, dentro un’autoambulanza a sirene spente. L’11 di quel mese il processo iniziò. Si concluse a metà dicembre. Il 30 maggio del 1962 Eichmann venne giustiziato. In quei mesi, Israele e il mondo intero «scoprirono» la Shoah: la storia prese a gridare nelle voci dei testimoni, nei numeri scanditi, nel volto impassibile di quell’ometto diabolico.
Il processo Eichmann fu una terribile rivoluzione della memoria. Fu un processo pubblico, perché non solo Israele, il mondo intero ebbe a sentire, via radio, molte udienze e deposizioni. Fu lo spartiacque nel nostro misurarci con quella storia. Se fino ad allora sembrava avverata l’incubotica profezia che i nazisti gridavano a Primo Levi - «Prova a sopravvivere! Vedrai che nessuno crederà a quello che hai da raccontare!» - il processo sbatté la verità in faccia a tutti. A quel paese di sopravvissuti che era allora Israele spiegò che il silenzio era forse più insopportabile dei ricordi. Maè bene precisare che il processo Eichmann non ebbe in sé nulla di simbolico. Rappresentò un momento storico fondamentale del nostro comune dopoguerra, e fu qualcosa di autentico di per sé. Ineccepibile dal punto di vista giuridico, come spiega Alessandro Galante Garrone nel saggio apposto all'edizione italiana della relazione introduttiva tenuta dal procuratore generale Gideon Hausner.
Il testo uscì in italiano il 15 dicembre del 1961, a pochi mesi dall’esecuzione
di Eichmann, sotto il titolo Sei milioni di accusatori: ora viene opportunamente ripubblicato da Einaudi, con un’introduzione di Simon Levis Sullam. In quei mesi, dentro quell’aula, si affrontano questioni storiche e giuridiche fondamentali. L’avvocato di Eichmann, Servatius, cercò di delegittimare il luogo e la corte: come spiega mirabilmente Galante Garrone, tutto si smonta di fronte all’evidenza che Eichmann aveva sterminato gli ebrei in quanto popolo, e non come tedeschi, polacchi, italiani, greci. Quel popolo ora aveva un posto, uno stato, dov’era giusto che quell’uomo venisse processato. Inoltre, come (non certo «se») condannare per un omicidio ripetuto sei milioni di volte un Eichmann che non si era mai sporcato le mani di sangue? Di fronte a un crimine di quelle proporzioni, qualunque pena risultava inadeguata: l’istanza di giustizia non poteva restituire nulla, né alle vittimené ai sopravvissuti.
Questo libro, storia e testimonianza a un tempo, è un’opera fondamentale - e lo è forse più che mai oggi, a cinquant’anni di distanza - nel nostro rapportarci alla Shoah, nel misurarci con quel passato e la nostra labile memoria. Hausner detta qui la prima storia della Shoah,una cronaca tanto misurata quanto precisa nei dettagli, che racconta come funzionava il meccanismo dello sterminio, come si espanse in tutta l’Europa occupata dai tedeschi. Il responsabile di questa immensa macchina da distruzione era lui: quell’ometto squallido che restava sempre impassibile dentro la sua gabbia, di fronte alle accuse, ai testimoni, allo strazio tangibile.
Se le ore, i giorni, i mesi trascorsi in quel luogo ispirarono ad Hanna Arendt il principio della banalità che il male porta in sé - in altre parole, Eichmann non è diverso da tutti noi - tanto in questa introduzione quanto nella requisitoria finale, Hausner pone l’accento su quel principio di responsabilità che rimbombava ogni volta che Eichmann ripeteva - con la voce e con il silenzio - il suo ritornello: «Mi sono limitato ad eseguire gli ordini»: «E’ lecito supporre che, se per caso la bandiera con la svastica sventolasse di nuovo, salutata da frenetici “Heil”, se di nuovo si sentissero le grida isteriche del Führer, se il filo spinato segnasse ancora il recinto dei campi di sterminio, noi rivedremmo quest’uomo sull’attenti, pronto a riprendere il suo triste mestiere di boia»." (da Elena Loewenthal, Allora il mondo scoprì la Shoah, "TuttoLibri", "La Stampa", 23/01/'10)

venerdì 22 gennaio 2010

La strada di Levi


"Soltanto scrittori stranieri hanno affrontato la prova di una biografia di Primo Levi, in particolare l’inglese Ian Thomson con un volume del 2002 non tradotto in italiano, ricostruzione straordinaria per l’acume delle ricerche, e Carol Angier, che vive a Oxford, con Il doppio legame, tradotto nel 2004 (Mondadori), lettura dell’autore di Se questo è un uomo in chiave psicoanalitica. Probabilmente in Italia i tempi non sono ancora maturi, per cui si privilegiano o la biografia di Levi attraverso i libri e gli articoli che ci ha lasciati, come l’Introduzione di Cesare Cases alla prima edizione einaudiana delle Opere (1987) in cui il critico rivaleggia con l’amico, oppure l’avvicinamento tra approcci laterali com’è lo stile di Marco Belpoliti, curatore della seconda edizione delle Opere (1998) e considerato oggi il miglior conoscitore di Levi.
Proprio Belpoliti e l’italianista Andrea Cortellessa dell’Università di Roma sono gli autori di un prezioso volumetto che vede la luce da Chiarelettere, Da una tregua all’altra, Auschwitz-Torino 60 anni dopo, e che sarà presentato domani a Torino, ore 17, alla libreria Coop di piazza Castello (con gli autori, il vicedirettore della Stampa Cesare Martinetti). Un testo che raccoglie materiali singolari tutti editi ma spesso introvabili.
Il cuore del libro sono cinque testi di Belpoliti apparsi in varie miscellanee o frutto di relazioni a convegni che mettono a nudo i nodi delle esperienze di Primo Levi come testimone e come scrittore. Innanzitutto il tema del «zona grigia», cioè dell’informe bacino di responsabilità e coscienze che sta a metà strada tra le vittime e i persecutori, idea poi ripresa negli studi su fascismo e antifascismo. Altri due temi forti scandagliati da Belpoliti sono la ritrosia o il pudore di Levi nel definirsi scrittore, e poi il posto occupato dai sogni e dagli incubi, dalla vita onirica nei suoi scritti.
La ragione del libro è invece un viaggio che Belpoliti ha fatto per La Stampa nei luoghi della Tregua, l’opera del 1963 vincitrice del Campiello, che impose Levi non solo come icona ebrea della Shoah ma anche come scrittore, narratore limpido e fantastico creatore di tipi picareschi e novellatore di memorie classiche. Viaggio fatto con il regista Davide Ferrario che ne ha tratto il film La strada di Levi venduto in dvd insieme al libro, un film di storia perché si vede il confronto tra immagini opposte del Grande Est e del socialismo reale: quelle dell’accidentato ritorno a casa di Levi e quelle del cammino di Belpoliti e Ferrario sulle sue tracce.
Fondamentali all’inizio del libro due deposizioni giurate rese da Primo Levi nel 1960 e nel 1971, fatte conoscere da Belpoliti attraverso le pagine dell’Espresso e della Stampa. Documenti importanti perché toccano questioni capitali come il valore della prova nei processi contro gli aguzzini dei Lager e perché affrontano un punto complesso e ambiguo nella persecuzione degli ebrei italiani, il campo di concentramento di Fossoli da cui il 22 febbraio 1944 partì il treno che portò Primo a Auschwitz. Quel treno spaccava in due una vita, tagliava un confine tragico nella storia, era l’ultima fuga dall’umanità. In un’intervista raccolta nel libro Levi confessa l’effetto violento che gli faceva la semplice visita di un treno merci." (da Alberto Papuzzi, La strada di Primo Levi
tra i sogni e gli incubi
, "La Stampa", 22/01/'10)

sabato 16 gennaio 2010

«Tutti parliamo allo stesso modo». L'italiano perde efficacia e vivacità


"«Diciamo parolacce che non offendono più», e «non siamo più capaci di senso tragico». Riflessioni diverse, quelle suscitate tra scrittori e linguisti dall’articolo di Cesare Segre pubblicato ieri dal "Corriere della Sera", sul degrado della lingua e la sua volgarità. Segre ricordava il disuso dei registri diversi, dall’alto al basso, dall’aulico al colloquiale, nel linguaggio giovanile, e in quello televisivo, a partire da una classe politica che «tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso»; per arrivare a chi dà del tu agli immigrati e a chi fa del turpiloquio «indifferenziato» un’abitudine. Commenta il professor Pietro Trifone, ordinario di linguistica all’Università di Tor Vergata: «Ha ragione Segre quando dice che è importante l’appropriatezza d’uso di registri diversi. Anche i registri bassi possono essere utilizzati in certi ambiti: per esempio, se nel corso di una lezione io dico "vi state abbioccando" invece che "addormentando", lo faccio perché proprio il cambio di registro può essere efficace. Il fatto che la nostra lingua degradi è spiegabile: si tratta di un patrimonio comune, ma il confronto con il passato ci dice che c’è stato un progresso rispetto a 30-40 anni fa, quando usavamo molto di più il dialetto, o rispetto al periodo postunitario, quando era circa il 10 per cento della popolazione a usare l’italiano; mentre ora che tutti lo parlano (fondandosi peraltro sul modello televisivo) qualche colpo all’eleganza è spiegabile.
D’accordo anche sul fatto che il turpiloquio, diffondendosi ovunque, toglie vivacità alla lingua e perde efficacia. Anche Dante ha scritto parolacce, ha chiamato l’Italia "bordello", ma è stato il primo a usare questa parola. Pesava». «Non butterei tutta la responsabilità sui giovani — precisa Silvia Ballestra — perché il turpiloquio non è più appannaggio dei giovani. Però è vero: la parolaccia è brutta da sentire ma se diventa un intercalare comune si depotenzia. E quando poi vogliamo usare una parolaccia vera, che facciamo? È una zona di eversione del linguaggio che dovrebbe continuare a esistere — mentre i giovanilismi sono come i brufoli, poi passano: la lingua è in movimento, è un organismo vivo che si evolve». Si evolve, anche nel dialetto, sostiene Vitaliano Trevisan: «Per quanto riguarda il dialetto: è vero che nel registro alto perde qualcosa» — Segre ricordava che «i dialettalismi, che insaporiscono la lingua, sono inopportuni ai livelli alti» — «mentre se è vivo, come dalle mie parti, è molto vivo in basso, e ha intatte le sue caratteristiche di inventiva. Anche sul contemporaneo, che è in grado di tradurre per immagini in modo efficace. Sono d’accordo con Segre su un’altra questione: negli uffici pubblici, per la strada, tra la gente comune, c’è questo dare del tu agli immigrati, che è molto fastidioso, non mi piace». Su questo, Ballestra aggiunge: «Segre ha scelto un esempio particolare, perché la parola "vu cumprà" è proprio brutta. E il lei al posto del tu è difficile sia da usare sia da capire. Ci sono lingue, come l’inglese e lo svedese, dove la seconda persona plurale assolve questa funzione». A proposito del 'tu', Tommaso Pincio fa notare un altro 'tu' indifferenziato: «In tv i politici sono soliti darsi del tu, poco il lei e solo per sottolineare la volontà di non scendere a patti, non per rispetto ma per disprezzo, con effetti devastanti».
E racconta un episodio: «Partecipavo a una trasmissione letteraria alla radio, Fahrenheit, in cui ci si dà del lei per statuto, proprio per senso di rispetto. A un certo punto l’intervistatrice mi ha dato inavvertitamente del tu. Subito gli ascoltatori hanno mandato sms che dicevano "non perdete le buona consuetudine di darvi del lei"». Un elemento, l’attenzione alla lingua, ai registri, che Trifone sottolinea: «La forte sensibilità intorno a questi temi è un bel sintomo, è sensibilità per un valore importante, la lingua italiana». E suggerisce su quali aspetti puntare: «Sulla scuola. Che è però anche la grande accusata (così poi diventa sempre più povera, riceve sempre meno finanziamenti). Ma è qui che si può avere un contatto con i livelli alti della lingua. Poi l’università. E i media: i giornali e la televisione, perché non è possibile ridurre tutto a rissa, a slogan. Su Internet direi che ci sono blog vivaci e molto ricchi linguisticamente, altri di segno opposto». Giulio Mozzi obietta invece: «Se Segre dice che c’è un’evoluzione nella lingua italiana, avrà certo le basi scientifiche per dirlo. Ma decidere che questa evoluzione è inopportuna, questa è un’opinione». Mentre secondo Antonio Scurati «una sorta di compulsione bassomimetica è la manifestazione più evidente del clima di basso impero in cui viviamo».
E continua: «Quella che al tempo di Pasolini era una scelta stilistica tra le altre, ora è una sorta di impossibilità di scelta, un unico orizzonte angusto. Anche in campo letterario, dove la lingua dovrebbe esprimersi al suo massimo, e dove invece abbiamo il predominio di una mimesi coatta del parlato. I registri alti sono sempre più penalizzati anche da una certa ricezione critica». Rincara la dose Pincio: «Il problema non è della lingua, è altrove. Un impoverimento etico e morale, di un Paese che non progetta più il proprio futuro, e che va subito al "sodo", nel senso del prevalere della quantità sulla qualità, del "sodo" a scapito della forma, che considera una scocciatura. Invece il rituale è anche una forma di rispetto ». «In questa restrizione — afferma Scurati — c’è una perdita secca di interi campi di possibilità umane. Non siamo più capaci di tragico, impedito dallo scomparire dei registri alti, sostituito dall’osceno, suo esatto opposto. L’umano si restringe, le nostre risate ci seppelliscono continuamente»." (da Ida Bozzi, «Tutti parliamo allo stesso modo». L'italiano perde efficacia e vivacità, "Corriere della Sera", 14/01/'10)

venerdì 15 gennaio 2010

La Rete alla prova della rivoluzione


"Lo scorso anno si è celebrato il ventesimo anniversario delle rivoluzioni che nell'Europa dell'Est fecero piazza pulita dei governi comunisti. Il 2009 è stato anche l'anno in cui centinaia di migliaia di iraniani sono scesi in strada per manifestare contro un'elezione presidenziale molto contestabile. La grande differenza tra queste due forme di protesta è stata il modo col quale sono circolati articoli e immagini. Nel 1989 le notizie viaggiarono per telefono, fax, telefax e radio a onde corte; nel 2009 informazioni e immagini sono arrivate in tempo reale, via cellulare e Internet. Discutiamo di questi sviluppi con Timothy Garton Ash, professore di Storia a Oxford, che ha assistito di persona a molte rivoluzioni del 1989 - il suo libro The Magic Lantern è considerato il miglior resoconto degli avvenimenti di quel periodo - ed Evan Williams, il creatore di Blogger e Twitter, del quale è presidente. Twitter, un servizio di social network che limita i messaggi a 140 caratteri, è stato molto usato durante le proteste in Iran.
Le nuove forme di comunicazione hanno mutato la natura delle rivoluzioni? Hanno reso più facile sfidare le autorità?
Garton Ash: «Penso che ne abbiano il potenziale, ma non vi è nulla di automatico. Ricordo di aver letto un articolo, una ventina di anni fa, intitolato più o meno "il fax vi renderà liberi". Il fax non può rendere libero nessuno, nessuna tecnologia di per sè può liberare qualcuno. È vero che le comunicazioni nel 1989 erano primitive rispetto agli standard odierni: non esisteva la posta elettronica, non c'erano telefoni cellulari, laptop, Internet, Facebook, YouTube e Twitter! Si comunicava soltanto con le macchine da scrivere, con le stazioni radio a onde corte come Radio Free Europe o Bbc, e grazie alla televisione, il mezzo di informazione allora più efficace. È risaputo che la notizia data dalla tv la sera del 9 novembre poco dopo le 22.30, quando il conduttore del telegiornale della Germania Ovest disse che i cancelli del Muro di Berlino erano aperti (il che non era vero), contribuì a far accadere proprio questo, perché una folla enorme di persone credette che la notizia fosse vera e si precipitò al muro. In molti Paesi la vera battaglia consistette nel far sì che la televisione di Stato riportasse ciò che stava realmente accadendo. Durante la Rivoluzione di Velluto di Praga mi trovavo in piazza San Venceslao. La gente gridava: «Vogliamo la diretta! Vogliamo la diretta!». Uno dei capi del partito comunista polacco disse al capo di Solidarnosc: «Senti, preferiamo consegnarvi la polizia antisommossa che la televisione di Stato».
Evan, durante i fatti in Iran deve essere stato entusiasmante vedere che qualcosa che aveva inventato era così utile ...
Williams: «Proprio così. Il nostro primo pensiero è andato con ammirazione e rispetto a coloro che in molti casi rischiavano la loro vita per mandare messaggi. Al tempo stesso la nostra maggiore preoccupazione è stata assicurarci che il servizio funzionasse al meglio e far sì da poterlo rendere ancora migliore. Constatare il potenziale di qualcosa che abbiamo creato ci esorta a escogitare nuovi modi per diffonderlo ancor più e per renderlo più facile nell'utilizzo. Non posso certo dire che avessimo in mente una rivoluzione quando abbiamo creato Twitter, ma ci rendemmo subito conto che rendeva più coraggiosi gli utenti, perché potevano vedere ciò che gli altri pensavano e constatare se gli altri erano d'accordo con quello che facevano. Io considero le nuove tecnologie un continuum che porterà a realizzare il pieno potenziale di Internet, lo stesso potenziale di cui la gente parlava nei primi tempi, ovvero la democratizzazione dell'informazione. Dieci anni fa ho dato vita anche a Blogger che è stata una delle prime e più popolari piattaforme di blogging. Neanche in quel caso potevo immaginare che potesse diventare qualcosa di utile e importante. Era solo un modo per consentire uno scambio agevole dei propri pensieri. So da chi vive sotto un regime oppressivo che i blog sono stati rivoluzionari, e hanno offerto loro per la prima volta un modo per esprimersi liberamente».
Garton Ash: «Secondo me il loro potenziale è immenso. Si pensi a quello che è accaduto in Birmania nel 2007, quando la gente è riuscita a diffondere le immagini delle dimostrazioni e delle cariche della polizia scattate con il cellulare, o a quello che è stato possibile in Iran grazie a Twitter, o Facebook o YouTube. Queste tecnologie di per sè non cambiano l'essenza di una rivoluzione, che per aver luogo necessita della forza di volontà concentrata di moltissime persone in un dato posto, persone che hanno il coraggio di scendere in piazza a protestare. Di per sè, però, le tecnologie non hanno la possibilità di liberare nessuno. Credo che rendano molto più difficile per i dittatori tenere i popoli tagliati fuori dal mondo e continuare a opprimerli. Noi dovremmo dare una mano perché tale liberazione abbia effettivamente luogo. Chi mette a punto queste tecnologie dovrebbe spiegare meglio come rendere questi servizi accessibili nei Paesi nei quali non c'è libertà».
Williams: «Siamo molto scettici quando si parla di "alimentare" le rivoluzioni. Non è così che la pensiamo. Tutto sta nel dare alle persone più potere per fare quello che intendono fare. Crediamo fortemente in questo. Certo, la nostra speranza è che la gente possa fare questo ovunque, senza ingerenze e interferenze. A mano a mano che Internet imparerà ad aggirare gli ostacoli, ci saranno sempre più accessi alla Rete. Se non riuscirai ad accedervi tramite una connessione telefonica, ci riuscirai con una connessione wireless, e sarà molto più difficile da fermare. Una volta che tutti saranno in grado di parlare con tutti, che l'informazione circolerà molto rapidamente, la gente inevitabilmente finirà con l'avere la meglio sui regimi dispotici».
Garton Ash: «Io non parlerei di "alimentare" una rivoluzione. Noi possiamo metterli in grado di farla, ma soltanto i popoli devono decidere quando mettere a repentaglio la propria vita. Una mia seconda obiezione riguarda l'efficacia dei nuovi media. L'Istituto Reuters per lo studio del giornalismo all'università di Oxford ha redatto uno studio su internet in Russia. Qui internet è incredibilmente attivo, ma ha un impatto politico prossimo allo zero perché gli organi di informazione mainstream e ogni altro aspetto della vita sono controllati. Tutto ciò è la conferma che qualsiasi mezzo, internet, Twitter o altri ancora, di per sé non può perseguire alcuna finalità di questo tipo. Sono necessari altri mezzi, compresi i mezzi di informazione mainstream. Io credo che una delle premesse basilari dell'ordine internazionale del XXI secolo sia che la gente deve avere accesso liberamente all'informazione. In realtà ci sono stati almeno un paio di casi inquietanti nei quali alcuni fornitori di servizi internet o di telefonia mobile hanno firmato accordi che permettono ai regimi di controllare e tenere costantemente sott'occhio Internet. Non sono solo gli oppressi che possono utilizzare le nuove tecnologie, ma anche gli oppressori, particolarmente se noi le vendiamo a loro».
Evan, Twitter limita i messaggi a 140 caratteri. Non crede che potrebbe impoverire la comunicazione?
Williams: «No. Twitter non si pone come un sostituto di forme più lunghe ed elaborate di comunicazione, come il giornalismo, i reportage o analisi dettagliate. Nel migliore dei casi i vincoli di Twitter accentuano le capacità di scrittura. Essere concisi può essere molto efficace».
Garton Ash: «Io non sono convinto che i tweet impoveriscano il linguaggio, ma che possano arricchirlo. Conosce la vecchia battuta, no? «Perché hai scritto un pezzo da 2000 parole? Perché non ho avuto il tempo di scriverne uno da 500». Penso che vi sia una vera crisi nel modo di fare giornalismo dall'estero. Ciò che i media internazionali stranieri mainstream riferirono all'epoca, fu di importanza cruciale per le Rivoluzioni di Velluto del 1989 e anche per la Rivoluzione delle Rose in Georgia nel 2003 o per la Rivoluzione Arancione in Ucraina nel 2004. Credo che se non si ha quel genere di reportage approfondito e analitico che io e altri abbiamo cercato di scrivere, è molto difficile per la gente comune capire che cosa stia realmente accadendo».
Williams: «Sono d'accordo. Nel migliore dei casi, questi media sono complementari. Twitter può rivelarsi molto utile perché può offrire molti più punti di vista, molte più informazioni sui fatti, riferiti in tempi sempre più rapidi. Un giornalista è quindi in grado di raccoglierli, esaminarli, separando il grano dal loglio. Questo è meraviglioso».
Garton Ash: «Sì, anche se il problema è proprio questo: come separare il grano dal loglio? I nuovi media sono efficientissimi nel diffondere voci solo per "sentito dire"».
Williams: «La gente lo ha sempre detto anche di internet, anche se in realtà non è così difficile distinguere la verità dalle frottole. Io la penso così. Poiché tutti possono parlare e farsi sentire, è normale che su internet circolino molte voci, molti "sentito dire", ma altrettanto rapidamente emergono le fonti attendibili, perché col passare del tempo la reputazione conta, anche su internet, come conta in altri ambiti che non siano Internet. La gente ha imparato: gli utenti che cercano informazioni su internet sono consapevoli che non devono credere a tutto quello che leggono».
Garton Ash: «Non sono poi così ottimista sulla capacità democratica di diffondere il sapere su Internet, né che gli utenti siano davvero in grado di separare il grano dal loglio. Nella maggior parte dei casi la gente su internet si affida a siti attendibili, come quello del New York Times e una mezza decina di altri. In conclusione, io credo che se smantellassimo tutto l'apparato del giornalismo più tradizionale e autorevole, avremmo un problema. E oltretutto avremmo posti dove si fanno circolare di proposito determinate voci, proprio come nel regime iraniano».
Williams: «Sappiamo tutti che non è un buon motivo ritenere vera una notizia soltanto perché proviene da una fonte di spicco o di alto grado. Anche i giornalisti commettono errori e il New York Times ha pubblicato notizie non vere. Lo dico anche perché in molti, moltissimi articoli scritti su di noi, di rado ho trovato una precisione e un'accuratezza del cento per cento nelle notizie riportate. Internet mi consente di porvi rimedio e di correggere queste informazioni. E le persone attente e che si fidano di me potranno ricavarne punti di vista diversi»." (trad. di Anna Bissanti, La Rete alla prova della rivoluzione, "Il Sole 24 Ore", 15/01/'10)

mercoledì 13 gennaio 2010

Cesare Segre: "Così degrada la nostra lingua. L'italiano e i registri violati"


"Ha avuto giusta risonanza il documento diffuso dalle accademie della Crusca e dei Lincei sull’insegnamento della lingua italiana, che i giovani conoscono malissimo. Ma uno dei fatti che denunciano la crisi mi pare la mancanza di selettività riguardo ai cosiddetti registri. Questa parola, che i linguisti moderni hanno tratto dalla terminologia musicale, indica tutte le varietà di una lingua, impiegate a seconda del livello culturale e sociale dell’interlocutore e del tipo di situazione.
Si parla di registro aulico, colto, medio, colloquiale, familiare, popolare, ecc. Sappiamo che ci si esprime diversamente parlando a un re o a uno straccivendolo, in un’assemblea o all’osteria, a un superiore o a un compagno di bisbocce; o anche a un vecchio o a un bambino. Cambia la scelta delle parole: sventurato, sfortunato, scalognato, iellato, sfigato hanno, più o meno, lo stesso significato, ma appartengono a registri diversi. Cambia la sintassi: nel Nord il passato remoto si usa solo nei registri più alti, e l’indicativo tende a sostituire il congiuntivo; gli per «a lei» è condannato, ma usato a livello colloquiale; i dialettalismi, che insaporiscono la lingua, sono inopportuni ai livelli alti. Chi non sa usare i registri crea situazioni d’imbarazzo, e può persino offendere, quasi ricusasse le differenze tra le categorie e le funzioni sociali. Certo, si può far violenza ai registri per polemica o per esibizionismo, ma anche in quel caso occorre conoscerli; non ci si può certo appellare allo stile postmoderno, che ha già portato più equivoci che chiarimenti. I giovani sono quelli che sembrano ignorare di più i registri, e con ciò stesso si mettono in condizione d’inferiorità, perché mostrano di non aver rilevato, nel parlare, che la scelta linguistica denota la loro attitudine a posizionarsi rispetto ai propri simili, e a riconoscere il ruolo o i meriti degli interlocutori.
Il rispetto dei registri è uno di quegli atti di cortesia che rendono più scorrevoli i rapporti umani. L’individuazione dei registri è particolarmente difficile per gli stranieri, che possono anche parlare bene la nostra lingua ma non si accorgono delle stonature prodotte da interferenze tra questi: per esempio usando termini del gergo giovanile in un discorso scientifico. Si dovrebbe dunque essere pazienti quando un «vu cumprà» ci interpella col tu, ma chi gl’insegna la lingua dovrebbe fargli rilevare l’imprecisione, e soprattutto evitare di interpellarlo allo stesso modo, denunciando il proprio senso di superiorità. La nostra classe politica, che in tempi lontani annoverava ottimi parlatori e oratori, tende sempre più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso ponendosi a un livello meno elevato. È la tentazione, strisciante, del populismo. Naturalmente questo implica il degrado anche delle argomentazioni, perché, ai livelli alti, il linguaggio è molto più ricco e duttile. Le conseguenze sono disastrose: da una parte si finisce per ridurre qualunque dibattito a uno scontro fra slogan contrapposti, dall’altra si favorisce la trasformazione di contrasti d’opinione in alterchi, nei quali le passioni, o i preconcetti, annullano il confronto delle idee.
Non si tiene conto del fatto che la capacità di usare il registro alto (pensiamo ai discorsi, perfetti per strategia argomentativa, dei Kennedy, dei Clinton e degli Obama) è uno degli elementi che contribuiscono alla «maestà», poca o tanta, di un personaggio politico. Il quale, mettendosi invece al livello dell’ascoltatore medio, sarà magari guardato con simpatia, ma perderà qualunque aura: cosa che alla lunga può provocare perdita di autorità. Uno degli elementi costitutivi dei registri più bassi è il turpiloquio. Purtroppo il pessimo costume di abbandonarsi al turpiloquio (a partire dal «me ne frego» fascista) si sta diffondendo ovunque, molto meno disapprovato della diffusione degli anglismi, che se non altro non feriscono il buon gusto. Forse si teme che questa disapprovazione sia considerata bacchettoneria; si dovrebbe invece formulare una condanna esclusivamente estetica. Anche qui, molti giovani si mettono alla testa del peggioramento. Pensiamo all’uso di punteggiare qualunque discorso con invocazioni al fallo maschile, naturalmente nel registro più basso, che inizia con la c. Un marziano giunto tra noi penserebbe che il fallo sia la nostra divinità, tanto ripetutamente viene nominato dai parlanti. Insomma, una vera fallolatria.
Ma la celebrazione del fallo viene poi alternata con quella dell’organo femminile, o con allusioni ad atti sessuali più o meno riprovati, con auguri agli avversari di subire trattamenti sessuali sgradevoli, e così via. È vero che la fantasia ormai scarseggia; ma se qualche utente del registro fallico, riscuotendosi da un uso meccanico delle espressioni, badasse al significato letterale delle parole, si accorgerebbe che il suo orizzonte è ormai dominato da organi sessuali maschili e femminili, da scene di stupro e di sodomia e simili. Un po’ di varietà, per favore! Anche questo malcostume è condiviso da molti nostri politici, vogliosi di celebrare la propria virilità; dovrebbero leggersi o rileggersi Eros e Priapo di Gadda. Non si può reagire col sorriso, quando si rifletta che richiamarsi ai fondamentali della nostra animalità, alla vitalità prepotente e incontrollabile del sesso, ci porta agli antipodi non solo della ragione e degli ideali, ma anche della razionalità e della capacità dialettica che dovrebbero contraddistinguere l’homo sapiens sapiens. E non dimentichiamo che i cosiddetti attributi, se da un lato vengono usati a designare vigore e potenza, dall’altro sono sinonimo di stupidità: una molteplicità di significati che ci porta nell’indifferenziato, là dove la parola non è ancora stata affilata per interpretare il mondo." (da Cesare Segre, Così degrada la nostra lingua. L'italiano e i registri violati, "Corriere della Sera", 13/01/'10)

lunedì 11 gennaio 2010

La principessa di ghiaccio di Camilla Lackberg


"Mezzogiorno, il termometro segna - 18°. Il cielo è grigio alluminio. Vento. Gelo. Melanconia. Desiderio di fuga. Profondo nord, un altro mondo. Forse è davvero per questo che gli svedesi scrivono ottimi noir: è il buio, il freddo fuori dalla porta di casa, il leit motiv esistenziale con cui devono combattere per oltre metà dell'anno. Conoscono le brume dell'anima. Camilla Lackberg ci aspetta nella sua villetta bianca immersa nella neve alta mezzo metro un po' fuori città: anche dentro tutto è candido, la cucina, il tavolo da pranzo circondato da una bow-window lattea, il divano e le poltrone su cui stanno sdraiati tre dei cinque biondi bambini di famiglia (due sono suoi, uno in comune con il compagno, padre di altri due ragazzini, gran poliziotto ex campione del reality Survivor cui Camilla chiese di fare il consulente per i suoi gialli). A dispetto dei delitti su cui ricama, Lackberg, 35 anni, ex economista, non è la dark lady che appare nel suo sito, ha un'aria serena e soddisfatta piuttosto, merito dei sei milioni, di copie di libri venduti negli ultimi cinque anni (tre milioni in Svezia dove va già in onda anche una serie tv, 400 mila in Francia dove si girerà un film): una serie fortunata di sette libri, tradotta in 27 Paesi, di cui il 12 gennaio esce in Italia il primo episodio La principessa di ghiaccio, pubblicato dal campione dei thriller scandinavi, Marsilio, scopritore di Stieg Larsson. Definiscono Camilla un'erede dello scomparso Stieg. Ma francamente non è vero. A essere diverse sono innanzitutto le atmosfere: lì un ritmo metropolitano, veloce, un gruppo di intelligenze raffinate a confronto, l'efebica hacker Lisbeth Salander che rompe tutti gli schemi ... qui no, è il contrario, perché la trama si svolge in una piccola località della costa un tempo abitata da pescatori di aringhe e oggi quasi solo turistica, Fjallbacka (Camilla ci ha davvero vissuto fino a 18 anni), un posto dove tutti credono di sapere tutto degli altri e la vita sembra scorrere tranquilla, ma ovviamente non è così: quella pace nasconde torbidi e violenti segreti. [...]
Signora Lackberg, la prima domanda è d'obbligo: perché i gialli svedesi hanno tanto successo? 'Sono vari i fattori, una lunga tradizione di letteratura noir innanzitutto, ma è vero che il clima crea una malinconia intrigante che durante il lungo inverno buio c'è più tempo per pensare, sognare, elucubrare. E poi c'è l'idea della società perfetta, del modello dove tutto funziona che va in pezzi: il crack, le crepe inattese sono elementi interessanti, e i lettori stranieri si sentono in qualche modo incuriositi e sollevati al pensiero che anche gli altri siano infelici. Il thriller è perfetto per un mondo in crisi'.
E' vero che il dato comune ai giallisti scandinavi è la denuncia sociale? Senz'altro c'è nei padri del fenomeno noir, Sjowall e Wahloo, ma anche in Larsson, in Mankell ... in lei. I cattivi nei vostri libri sono sempre i ricchi. 'Sì, ma è la verità. I ricchi spesso non si assumono le responsabilità del potere che hanno e credo che tutto gli sia permesso'.
Mah, non sono certo solo i potenti a frequentare i delitti. Ma andiamo avanti. E' alla scuola di 'crime fiction' che ha imparato a scrivere i suoi polizieschi? Ci vuole un metodo, tipo ogni cinque pagine un nuovo indizio? 'La miglior scuola è stata la lettura. Ho divorato gialli dagli 11 anni in su. Prima fra tutti Agatha Christie. Non ho un metodo, ma un ritmo sì: sento quando è il momento di svelare un nuovo particolare. Il lettore va lasciato riposare, ma quando sta per annoiarsi, devi ripassare all'azione'.
Chi preferisce? 'Gli inglesi, la Christie come ho detto, ma poi Peter Robinson, Reginald Hill, Asa Larsson, Hakan Nesser ... E Stieg Larsson, i suoi libri sono diversi da tutti gli altri, peccato che resteranno solo tre, ma ha aperto la strada a tutti noi'. [...]" (da Susanna Nirenstein, Così insidio Stieg Larsson, "La Repubblica", 11/01/'10)

Ezio Raimondi: "La modernità uccide la letteratura"


"Un uomo d'altri tempi, e non solo per motivi anagrafici: Ezio Raimondi lo sarebbe anche se non avesse 85 anni. Probabilmente lo è sempre stato. E quando si dice 'uomo d'altri tempi' non è necessario pensare al passato, perché ascoltarlo è come sentire la voce di una coscienza che proviene da lontanissimo pur essendo profondamente radicata nel presente. Esploratore onnivoro di un'infinità di autori, non solo italiani, da Dante a Manzoni, da Broch a Gadda, da Nabokov a DeLillo. Un critico che riflette, un teorico che vede il particolare. Alto, asciutto, elegante, chiuso tra muri di libri inseriti di traverso, incastrati, pigiati dentro scaffalature che dal pavimento arrivano al soffitto e da pile che si innalzano ovunque, Raimondi ha una reotrica limpida, dalle volute ariose. 'La letteratura - dice - è in una condizione difficile, ha subito una sorta di lesione che si traduce quasi in una disfida contro la vita contemporanea, un'epoca che non favorisce la meditazione. Per questo, oggi più che mai è chiamata a trovare un senso in un mondo che vuole un accumulo di esperienze istantanee, mentre la letteratura utilizza la memoria e diventa forte quando l'io torna a chiedersi: chi sono? L'invocazione della letteratura è una sola: facci essere umani, per citare Wittgenstein'. Una tale fede nella letteratura non si può facilmente distinguere da una vera e propria tensione etica, civile, religiosa che ha radici familiari: 'Carlos Fuentes ha detto che alla letteratura spetta di parlare di ciò che è invisibile dentro il visibile. La parola della letteratura è a suo modo una rivelazione di noi stessi a noi stessi, una sorta di epifania, una prova a cui si è chiamati: creare un universo che prima non esisteva e in cui le risposte sono interrogativi. Ed è da lì, dagli interrogativi, che comincia la dimensione religiosa'. C'è una curiosità, in Raimondi, che supera i confini geo-letterari, sicché a rigore non è lecito parlare di un italianista punto e basta. In un saggio intitolato Novecento e dopo, del 2003, Raimondi esponeva le sue considerazioni su un secolo di letteratura, chiamando in causa Conrad, Kafka, Canetti, Céline, Benn. Scrittori apparentemente lontanissimi tra loro. Che cosa li unisce? 'La difficoltà di essere uomini moderni in un mondo molto complesso, complessità delle cose e dei drammi vissuti: l'essere vigili nel presente e interpretare le situazioni storiche in una prospettiva critica. La letetratura, ben prima di altre forze, ha sperimentato il doppio binario della globalizzazione e della localizzazione, i classici per definizione vivono nelle dimensioni più varie e rivelano una straordinaria disponibilità a tempi e luoghi diversi'. Domanda da cento milioni: che rapporto si stabilisce per un critico tra la propria biografia intellettuale e gli scrittori di cui ci si occupa? 'E' una domanda che alla mia età ci si pone spesso. Guardandosi indietro si scopre che nella coerenza, se c'è, hanno avuto un ruolo importante la casualità e l'imprevisto. Sempre Fuentes dice che nel mondo dei libri la vita è un complesso di possibilità che trasformano il desiderio in esperienza e l'esperienza in destino'. [...]" (da Paolo Di Stefano, 'La modernità uccide la letteratura', "Corriere della Sera", 10/01/'10)

sabato 9 gennaio 2010

Diario di lettura: Maria Luisa Spaziani


"Ha il sapore di uno scongiuro l'aforisma che Maria Luisa Spaziani associa all'imminente uscita di un suo libro - di aforismi appunto - presso una casa editrice neozelandese: «Tremo pensando a quel fatale calo di umorismo che mi sorprenderà in punto di morte». A cui sembra far eco la secca e illuminante definizione di Italo Calvino scelta per fare da viatico all'ultimo libro poetico, L'incrocio delle meridiane, uscito da San Marco dei Giustiniani con una introduzione di Stefano Verdino: «Maria Luisa Spaziani, un raro caso di poeta che sia insieme ispirato e spiritoso».
Non siamo a Roma, il luogo più stabile di una nomade dichiarata quale la Spaziani è sempre stata, ma a Carcare, il luogo delle radici, perché di qui era la nonna paterna, che - figlia di emigranti - era nata a Montevideo, ma che era poi tornata in Italia e a Carcare aveva sposato Amedeo Spaziani, un ciociaro di origini seminobiliari che per un dissesto finanziario della famiglia era stato costretto a trovare lavoro in ferrovia.
All'infanzia di Carcare sono collegabili anche le prime letture? «A quell'infanzia sono legate soprattutto le fiabe che alla sera, proprio qui dove siamo ora, nell'orto degli zii ci si riuniva nell'orto favoloso, pieno di fiori e di frutti, dove ho anche partecipato alla raccolta delle patate e di dove partivamo in spedizioni notturne per rubare le susine nella villa dei vicini che le lasciavano marcire. In questo luogo la zia Bice raccontava le favole a me e alla cuginetta Bruna: pozzi principi tesori, una meraviglia. Ma anche mio padre ha fatto la sua parte. Ricordo le sere in cui si sparecchiava, si metteva una tovaglia adatta e lui sceglieva da un'antologia intitolata Vita: una poesia di Vittoria Aganoor, una di Giovanni Cena, una di Pascoli ("lenta una zana dondola"), qualche ottava della Gerusalemme liberata, sentivo molto il ritmo di Amalia Guglieminetti. Uno dei miei primi amori poetici è stata Ada Negri, una poesia come “Le violette”. Ma anche Gozzano, poesia e prosa: Verso la cuna del mondo, La via del rifugio, I colloqui. “Le due strade” è una delle sue poesie più belle che potrei citare a memoria».
E’ stata lettrice precoce? «Non precocissima. Tra i cinque e i dieci anni la scuola mi sembrava un gioco ma per me studiare è sempre stato un piacere straordinario. Ho letto Pinocchio, ma anche un libro meno noto che consideravo gemello, Le avventure di Fiammiferino, di Luigi Barzini. Ho vissuto la fase dei grandi libri ridotti, Dickens, il Don Chisciotte (cui sono poi tante volte tornata nella traduzione di Vittorio Bodini), le Confessioni di un italiano, che si chiamavano le Confessioni di un ottuagenario e che ho poi letto integralmente tre volte. Ma la festa era Il Corriere dei Piccoli. Che dire delle rime di Sto, Sergio Tofano con le storie del sor Pampurio? E delle rime baciate di Mio Mao? C'è stato il tempo dei Ragazzi della via Paal, di Zoltán Kodai, di Tom Sawyer, di Salvator Gotta. C'è stato il tempo di Salgari. E poco più tardi il meraviglioso Hermann Hesse. Come dice Proust in Journées de lecture, assorbivo tutto come una radice avida».
E poi? «E poi tra i quindici e i diciotto ho fatto l'incontro fiammeggiante con Il conte di Montecristo. Tutti conoscono la prima parte, ma pochi la seconda, che non è meno ricca di fatti. In un mio racconto m'è piaciuto inventarmi l'incontro del conte di Montecristo con l'abate Faria vent'anni dopo. L'uomo più ricco del mondo gli chiede la formula definitiva della saggezza e l'abate Faria gli risponde: "La misura è la misura di tutte le cose". Nei rifugi e nelle cantine, durante i bombardamenti, mi sono nutrita ancora di letteratura francese: Dumas, Flaubert, Zola, il Candide di Voltaire che è stato per molto tempo il mio livre de chevet, Victor Hugo, molto il suo teatro: ad esempio Hernani, che tutti conoscono per via di Verdi, ma che è di suo una lettura eccezionale».
Il suo amore per gli aforismi abbraccia anche i moralisti classici? «Certo. Anche quelli che continuano nel Sette e Ottocento. Senza dimenticare i quaresimalisti: Bossuet, Bourdaloue. Il grande storico della letteratura francese Gustave Lanson si domandava come alla corte del Re Sole Bossuet riuscisse a tenere desta l'attenzione così a lungo durante il grande quaresimale. Ci riusciva attraverso gli aforismi, la concatenazione di sensi e controsensi, i giochi di parola. Diceva che paradossalmente il più grande allievo di Bossuet è forse stato Oscar Wilde».
Prima è stata evocata la presenza di Proust. «Proust è stato il mio battesimo
da adulta. Sulla Recherche ho discusso la mia tesi a Torino con Ferdinando Neri e non molto tempo fa hotenuto alla Sapienza una lectio magistralis prendendo come base i campanili di Martinville. Proust è il gran tema della memoria. La memoria è tutto e mi sembra persino un luogo comune, maè la memoria a renderci umani. Nel mio libro di racconti che s'intitola La freccia, edito da Marsilio, sono partita da un racconto di Proust che lui non amava molto e mi sono immedesimata nel protagonista, facendone una cosa mia: La mélancolique villégiature de madame de Breyves. In tutto Proust non c'è mai una donna innamorata, tranne Madame de Breyves».
Una domanda su Montale come maestro di letture, dica la verità, lei se l'aspetta. «Montale mi ha avviato alla lettura di filosofi come Bergson, che amava molto e di cui aveva avuto l'imprinting da ragazzo, l'anello che non tiene e così via. Ma anche Boutroux: il fantasma che ti salva, l'ancestrale che è in noi. Facevamo il giro delle biblioteche a Parigi, la Mazarine, la Nationale, mi accompagnava nelle mie ricerche su Giovanna d'Arco. Con lui ho incontrato i filosofi tedeschi, Jaspers, Heidegger, e anche un po' gli scrittori inglesi. Lui ha avuto un'ubriacatura per Eliot, non solo la poesia ma il teatro. Cocktail party e Assassinio nella cattedrale li abbiamo visti al Piccolo messi in scena da Strehler. Allo stesso modo abbiamo visto più volte il Galileo di Brecht interpretato da Tino Buazzelli. Insisteva anche molto sulla necessità di leggere le Rime petrose di Dante».
Quanto ha contato il rapporto con un atleta della lettura come Elémire Zolla? «La nostra era un'unione alla Dafni e Cloe. Ciò che sappiamo o abbiamo saputo ce lo dobbiamo reciprocamente. Con lui abbiamo letto, studiato, riletto le passioni della vita, sue e mie: prima di tutti Dostoevskij e Kafka, e poi i filosofi: Sartre, che non amavamo, Camus, che invece amavamo moltissimo. Con lui abbiamo letto Hofmansthal e soprattutto Rilke, a cui come poeta io devo moltissimo. Ho visto nascere pagina dopo pagina il suo primo romanzo, Minuetto all'inferno. Ricordo il giorno in cui gli regalai l'edizione Gallimard di tutto Gide. Lui mi prese la mano e me la mise sul suo cuore che batteva fortissimo: "Il sogno della mia vita", mi disse».
E di quegli anni di Torino? Di intellettuali come Galvano, Seborga, Navarro, Battisti, Ciaffi, Cremona? «Cremona era di un'intelligenza sfavillante. Ma per me il maestro è stato Vincenzo Ciaffi, un professore eccezionale. Ciaffi è stato nascosto a casa mia due mesi, quand'era capo partigiano e per me è stato un po' come per Ronsard, allievo e “convivente" al Collège du Coqueret del grande grecista Dorat. A casa mia, la sera, leggevamo Tibullo, Properzio, Catullo, che proprio allora stava traducendo. Cito a memoria: “Se gli occhi tuoi di miele, Fulgenzio, mi lasciassero baciare, / di seguito baciare / li bacerei con trentamila baci. / Né mai mi sembrerebbe d'esser sazio, / quand'anche la messe dei miei baci / fosse più densa delle aride spighe».
Quanto prossima alla lettura la sua attività di traduttrice? Madame Bovary, Marguerite Yourcenar, Ronsard, Tournier, le tragedie di Racine in rima baciata? «Tradurre è leggere dentro, in profondità. Per me è voluto dire
incontrare Racine, che ho tradotto con passione, "avec mes tripes": cinque tragedie in rima baciata ma senza forzature. Ronsard, che io trovo molto spiritoso, è stato un incontro d'anima. Tournier mi è stato proposto, con lui ho scoperto un capolavoro assoluto, il romanzo Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. La Yourcenar l'avevo incontrata a Parigi e ne era nato quasi per scommessa l'idea di tradurre Le coup de grace, che poi generò delle incomprensioni per via della prefazione con cui Bassani lo volle pubblicare nella prima Feltrinelli. Ma fu poi la stessa Yourcenar, donna molto difficile, a propormi di tradurre Novelle orientali e Feux,come feci»." (da Giovanni Tesio, 'E mio padre invitava tavola Gozzano', "TuttoLibri", "La Stampa", 09/01/'10)

venerdì 8 gennaio 2010

Norman Mailer: la letteratura, ovvero la Grande Intercettazione


"Tutto nei sette metri e trentadue di un ring. Non aveva importanza se i guantoni pesassero due once, come all'alba della boxe, o sei, come avvenne più tardi. L'importante era vincere per ko. Come Cassius Clay contro Sonny Liston, nel '65. E l'avversario? Un peso massimo. Sempre. Fosse pure il presidente degli Stati Uniti, il senatore McCarthy o il capo dell'Fbi Edgar J. Hoover. Era un uragano Norman Mailer, scrittore e fan del pugilato. Già da quando nel 1948 esordì con Il nudo e il morto (Einaudi, ripubblicato nel 2009), grande affresco sulla seconda guerra mondiale (un generale psicopatico che guida tredici soldati in una missione senza speranza) che subito diventa un bestseller planetario. 'Avevo venticinque anni e non ero più tra il pubblico, ma sul palcoscenico'. In verità, non si era accorto di essere già salito a bordo ring. Aveva inventato un genere. Lo scrittore Tom Wolfe lo avrebbe definito new journalism. Ma è nel '51 che Mailer scavalca definitivamente le corde che delimitano il ring per saltarci dentro. Racconterà nel '59 in Pubblicità per me stesso (Baldini Castoldi Dalai, 2009): 'Stavo tentando qualcosa al limite delle mie capacità ... scrissi il più ricco dei miei primi romanzi ... possiede una specie di folle capacità di penetrare i misteri psichici degli stalinisti, degli agenti segreti, dei rivoluzionari. L'atmosfera è quella del nostro tempo, incui autoritarismo e nichilismo si inseguono nel vuoto orgiastico di questo secolo'. La costa dei barbari esce per la prima volta in Italia a quasi cinquant'anni dalla pubblicazione americana. A dieci anni da quella prima, oggi introvabile, edizione, viene riproposto da Baldini Castoldi Dalai. Il libro narra le vicende del maccartismo e della 'caccia alle streghe' nella società americana. E supera persino le frontiere del new journalism. La letteratura, con quel romanzo, diventa una grande intercettazione ambientale. [...] Mailer usa la stessa tecnica dei suoi avversari, registra e racconta. E la chiave per rileggerlo oggi la offre Tommaso Pincio, nella prefazione a Jr di William Gaddis del '75 (Alet, 2009). Pincio invita a decrittare quel documento 'alla maniera di un investigatore che ascolta una intercettazione ambientale, discernendo in un mare di parole, all'apparenza futili e confuse, le informazioni per farsi un quadro mentale del contesto'. Aggiunge: 'In quella letteratura c'è l'ossessione americana per le intercettazioni, quella che Coppola racconterà nel '74 nel suo film La conversazione. In quelle opere c'è il sapore di un'epoca'. Osserva Alessandro Portelli, docente di letteratura americana (Canoni americani, Donzelli, 2004): 'Mailer descrive un momento di passaggio importante per una generazione di intellettuali. Da un lato la difficoltà a proseguire in un vicolo cieco, quella dell'isolamento delle organizzazioni comuniste americane, e dall'altro una democrazia che degenera in repressione. Sono presi tra due fuochi. Ne usciranno con l'esplosione del movimento dei diritti civili, con cui Mailer seppe stare in armonia'. [...] " (da Piero Melati, Norman Mailer: la letteratura, ovvero la Grande Intercettazione, "Il Venerdì di Repubblica", 08/01/'10)

mercoledì 6 gennaio 2010

Yours Ever di Thomas Mallon


"'Ma quest'arte nobile e pura della corrispondenza sembra essersi incamminata verso la sua fine'. E' Stephen Zweig che scrive una lunga e appassionata missiva a Otto Heuschele, il 27 ottobre del 1924. Si era lontanissimi dalla dittaura dell'e-mail, il fax non era stato inventato, il telefono funzionava tramite operatore. Il primo a distruggere la corrispondenza secondo Zweig è stato il giornale 'dove tutto è scritto per tutti, dove le notizie che un tempo erano indirizzate a un individuo e portavano la sua firma vengono consegnate alle masse in forma concreta e fredda'. E allora? Ha senso interrogarsi ancora su quel 'discorso a due voci', su quella comunione cui solo la scrittura calligrafica riesce a dar vita? La risposta è 'sì' se la domanda viene posta a Rosellina Archinto, che di epistolari e carteggi ha fatto la sua specializzazione. Un 'sì' senza riserve perché 'la lettera trova uno spazio che la parola non sa superare, dove la parola è inadeguata'. E se dovesse ricominciare adesso, tenterebbe ancora quest'avventura, nel tempo delle e-mail, degli sms, dei facebook e dei twitter? E' di nuovo 'sì', 'farei esattamente quello che ho fatto venticinque anni fa e pubblicherei le lettere, perché è un genere che offre uno spaccato ineguagliabile della vita delle persone'. E il problema non sarebbe trovarli perché gli epistolari continuano a venire a galla, non si riesce a ottenerli dalle persone vive ma tornano in superficie dopo, col tempo. Le lettere non sono paragonabili a forme di comunicazione scritta più recenti: 'Nelle mail, negli sms non c'è scrittura, sono troppo sintetici, meno sinceri e non hanno l'intenzione che può avere una lettera, una mail si manda per segnalare, per ringraziare, per una comunicazione breve. Non mi è mai successo di ricevere una mail sentita o profonda. Invece le lettere si scrivono ancora. Io le scrivo e le ricevo. Anche se le persone che scrivono lettere sono ovviamente molto meno'. E' dello stesso avviso Thomas Mallon, che ha appena pubblicato negli Stati Uniti Yours Ever. People and Their Letters (Pantheon), un'appassionante ricognizione attraverso le persone e le loro lettere. Mallon ha assimilato una straordinaria quantità di epistole e di biografie dei loro autori e ce li restituisce, in modo erudito quanto lieve, pescando fra migliaia di pagine i momenti più significativi di tanti personaggi illustri, e di qualche sconosciuto. Il suo libro è organizzato per temi che spaziano in modo elastico dall'assenza - la prima grande leva di scrittura di una missiva - all'amicizia, ai consigli, alle confessioni, passando per la guerra e la prigionia. Senza dimenticare il motivo principale che spinge l'umanità a scriversi, e da ben prima di Abelardo ed Eloisa: l'amore, naturalmente. E se 'il rituale della corrispondenza, con la sua gratificazione a scoppio ritardato eccita e regola allo stesso tempo le emozioni', come nel carteggio fra Mary McCarthy e Hannah Arendt, c'è chi all'inizio dell'Ottocento ha la premonizione di strumenti nuovi che devono ancora essere inventati: Charles Lamb - il grande divulgatore di Shakespeare - scrive che imbucare una lettera è come 'sussurrare dentro a una tromba molto lunga'. Una bella immagine per il telefono di là da venire, strumento che - è ancora Zweig - 'permette agli uomini di dirsi tutto con la precipitazione che li caratterizza prima che i fatti ancora caldi siano potuti penetrare all'interno di loro stessi, nel loro sangue vivo'. [...]" (da Pico Floridi, L'eterno ritorno delle lettere. Festival e libri: così resiste l'epistolario, "La Repubblica", 06/01/'10)

martedì 5 gennaio 2010

La fine dello stupore


"Gli storici del Medio Evo ci dicono che, all'epoca, per l'abitante di un villaggio c'era la possibilità che non andasse mai nel corso della sua vita nel villaggio o nella città distante dieci chilometri, ma alcune possibilità che visitasse come pellegrino San Giacomo di Compostela o Gerusalemme. Quindi conosceva certamente le sculture e le vetrate della sua chiesa, ma cosa avrà visto e capito degli edifici che incontrava nel corso del suo pellegrinaggio? Di fronte a qualcosa di mai visto, che sfida le nostre stesse capacità di percezione, è molto facile non volerlo vedere. Qualcuno ha messo in dubbio che Marco Polo fosse stato veramente in Cina perché non parla della Grande Muraglia, del tè, e dei piedi fasciati delle donne. Ma si possono passare molti anni in Cina senza rendersi conto di cosa loro bevono, senza mai osservare il piede di una donna, se non altro per educazione, notando al massimo che alla corte del Gran Khan le dame camminano a piccoli passi, e senza passare nei pressi della Grande Muraglia, o passarci, e credendola una fortificazione locale. Questo per dire che, sino a questo secolo, la conoscenza che le persone avevano dell'arte di altri paesi e civiltà era molto ridotta. Peraltro si vedano le bellissime incisioni del China di padre Athanasius Kircher: è molto difficile da quelle ricostruzioni visive (fatte seguendo le descrizioni verbali dei missionari) riconoscere una pagoda. Quante opere d'arte della propria civiltà vedeva un cittadino francese sino al XIX secolo? Una volta chiarito che l'accesso alle collezioni private e persino ai musei era riservato a una élite, e in ogni caso a una élite cittadina, sino all'invenzione della fotografia per sapere com'era un' opera, poniamo, conservata a Firenze, si faceva ricorso a delle incisioni - ahi, quegli splendidi libri di Lacroix in cui le madonne di ogni secolo (fossero bizantine o rinascimentali) avevano il volto delle fanciulle che popolavano i racconti storici dell'epoca romantica! Ricordiamoci che una delle etimologie di Kitsch - ma le ipotesi sono molte - è sketch, schizzo, disegno sommario e affrettato: i gentiluomini inglesi nel corso del Grand Tour in Italia, per conservare memoria dei monumenti e delle gallerie che visitavano, chiedevano ad artisti di strada di fargli appunto uno schizzo, sovente molto affrettato, dell' opera vista una volta sola. Così anche la memoria dell' esperienza artistica diretta era mediata da rappresentazioni infedeli. Né si può dire che anche con l'invenzione della fotografia le cose siano andate molto meglio, e basta consultare qualche libro famoso di storia dell'arte della prima metà del XX secolo, sino a che non sono diventate possibili le riproduzioni a colori. Quello che succedeva per le arti visive accadeva anche per il mondo dello spettacolo. È nota quella splendida novella di Borges in cui Averroè, che inutilmente cerca di tradurre da Aristotele i termini "tragedia" e "commedia" (perché quelle forme d'arte non esistevano nella cultura musulmana), sente raccontare di uno strano evento a cui un viaggiatore ha assistito in Cina, con persone che sopra un palco, mascherate e travestite come personaggi d'altri tempi, agivano in modo incomprensibile. Gli si stava raccontando cos'era il teatro, ma lui non capiva di cosa si trattasse. Nel mondo contemporaneo la situazione si è ribaltata. Anzitutto la gente viaggia, anche troppo, a costo di vedere ovunque lo stesso luogo, hotels, supermercati e aeroporti l'uno simile all' altro, a Singapore come a Barcellona, e molto si è detto sulla maledizione dei "non luoghi". Ma in ogni caso qualcosa la gente vede e c'è anzi la possibilità che un francese abbia visto le Piramidi o l'Empire State Building ma non la Tapisserie di Bayeux (un poco come accadeva al contadino medievale ...). Il museo, che prima era riservato a persone colte, oggi è meta di flussi continui di visitatori d'ogni strato sociale. Forse molti guardano ma non vedono, ma in ogni caso acquisiscono informazione sull'arte di diverse culture. Inoltre i musei viaggiano, le opere d'arte si spostano. Vengono organizzate mostre sontuose su culture esotiche, dall'Egitto dei Faraoni agli Sciti, il gioco dei prestiti reciproci d'opere d'arte si fa vertiginoso, talora pericoloso. Lo stesso si può dire degli spettacoli e certamente un abitante di una città anche secondaria ha più possibilità di vedere uno spettacolo del Berliner Ensemble o un No giapponese di quanto non accadesse ai suoi genitori. Si aggiunga l'informazione virtuale: non dico il cinema o la televisione, che quasi rendono superflua una visita a Los Angeles, che si percorre meglio sullo schermo che facendo una gimkana convulsa da un'autostrada all'altra, senza mai sbarcare in un nucleo abitato; ma Internet, che ci mette oggi a disposizione tutte le opere del Louvre, o degli Uffizi, o della National Gallery. Che questo provochi una internazionalizzazione del gusto è provato dalla travolgente esperienza di chi prenda contatto col mondo artistico cinese: usciti da poco da una situazione di isolamento quasi assoluto gli artisti cinesi producono opere difficilmente distinguibili da quelle esposte a New York o Parigi. Ricordo un incontro tra critici europei e cinesi, con gli europei che credevano di interessare i loro ospiti mostrando immagini di varie ricerche artistiche europee, e i cinesi che sorridevano divertiti perché quelle cose le conoscevano ormai meglio di noi. E infine, si pensi a tanti giovani di ogni paese che conoscono la musica leggera solo se cantata in inglese ... Si andrà verso un gusto generalizzato, per cui un pop cinese sarà indistinguibile da un pop americano? O si delineeranno delle forme di creolizzazione, per cui culture diverse produrranno interpretazioni diverse dello stesso stile o programma artistico? Certamente il nostro gusto sarà segnato dal fatto che non pare più possibile provare stupore (e incomprensione) di fronte all' ignoto. Nel mondo di domani l'ignoto, se ci sarà ancora, sarà solo oltre le stelle. Questa mancanza di stupore (e di rigetto) contribuirà a una maggiore comprensione tra le culture o a una perdita d'identità? Di fronte alla sfida non vale fuggire: meglio intensificare gli scambi, le ibridazioni, i meticciati. In fondo in botanica gli innesti favoriscono le colture. Perché no nel mondo dell'arte?." (da Umberto Eco, La fine dello stupore, "La Repubblica", 02/01/'10)

lunedì 4 gennaio 2010

Sanguineti di Gilda Policastro


"Vatti a fidare delle collane accademiche. Quella ben curata da Romano Luperini per l’editore Palumbo ricostruisce la fortuna critica dei «classici» del nostro Novecento, e stavolta tocca a un classico sui generis: parlo del Sanguineti, appena uscito, della bravissima Gilda Policastro. Classico paradossale, Edoardo Sanguineti, capofila dell’ultima delle avanguardie: il Gruppo 63. Ma autenticamente tale: non a caso alla nozione di «classico» ha sempre dedicato acute considerazioni (si veda, pure fresca di stampa, la conversazione con la stessa Policastro nell’Almanacco Bur curato da Roberto Andreotti).
Si potrebbe appunto pensare che una storia e antologia della critica non possa riservare frissons; ma qui si scopre, invece, un’autentica sorpresa. Uno di quei dettagli che può ridisegnare le mappe più accreditate, così riaprendo un «processo» - quello appunto alla neoavanguardia - che si dà in genere per passato in giudicato: col negarle una produzione all’altezza dei presupposti teorici. Uno dei testi più ambiziosi, e più spesso adibiti a prova a carico, è il primo romanzo di Sanguineti, Capriccio italiano, uscito proprio nel ’63. E in questa riduzione hanno insistito soprattutto critici ispiratisi al meno «formalista», al più «esistenziale» dei maestri: Giacomo Debenedetti. Non era un mistero, tuttavia, la stima reciproca di Sanguineti e Debenedetti.
Il primo aveva dedicato al secondo, nel ’56, uno dei suoi saggi più penetranti; e la leggenda voleva che, in una presentazione alla libreria Einaudi di Roma, proprio Capriccio italiano fosse stato oggetto di un’apertura di credito da parte di Debenedetti. Proprio questo testo, perduto, è stato ora ritrovato da Policastro. Debenedetti, che memorabilmente ne aveva parlato a proposito di Proust, non fatica a ricondurre Capriccio italiano all’archetipo della nekyia, la catabasi agli Inferi (del resto l’autore condivideva col critico una forte attrazione per Jung), ma da un altro motivo antropologico, quello della gestazione maschile, deduce un’interpretazione metanarrativa: la gestazione è proprio quella del romanzo che leggiamo.
Al di là della lettura (per me geniale; ma so di dire, parlando di Debenedetti, una banalità), l’episodio vale come incunabolo di una lettura esistenziale dell’avanguardia che in seguito è per lo più mancata: sicché l’avanguardia, in Italia, è stata letta coi suoi medesimi strumenti linguistici e ideologici. Oggi - che l’avanguardia non c’è più ma i suoi testi, piaccia o no, restano - è venuto il momento di raccogliere quell’esempio." (da Andrea Cortellessa, La fortuna di Sanguineti, classico paradossale, "La Stampa", 30/12/'09)

La profezia del dottor F.: saremo sempre nevrotici


"A settant´anni dalla morte di Freud vien da chiedersi che cosa sopravvive della sua teoria e che cosa invece si è rivelato caduco. È questa una domanda legittima, ma che forse vale solo per le scienze esatte, dove verifiche oggettive e sperimentazioni sempre più approfondite consentono di validare o invalidare una teoria. La psicoanalisi non è una scienza "esatta", ma si iscrive nell´ambito delle scienze "storico-ermenutiche". E questo perché la psiche è così solidale con la storia da essere profondamente attraversata e modificata dallo spirito del tempo, che è possibile cogliere e descrivere solo con l´arte dell´interpretazione o, come oggi si preferisce dire, col lavoro ermeneutico.
Questo spiega perché, a partire da Freud, si sono sviluppati tanti percorsi interpretativi, approdati ad altrettante teorie psicoanalitiche, da cui hanno preso avvio le diverse scuole. In comune esse hanno il concetto di «nevrosi» che Freud, dopo aver rifiutato di considerare la nevrosi una malattia del sistema nervoso come voleva la medicina di stampo positivista in voga al suo tempo, ha trasferito dal piano "biologico" a quello "culturale".
Lo ha fatto definendo la nevrosi come un «conflitto» tra il mondo delle pulsioni (da lui denominato Es) e le esigenze della società (denominate Super-io) che ne chiedono il contenimento e il controllo.
In questa dinamica è possibile scorgere il tragitto dell´umanità e il suo disagio che Freud condensa in queste rapide espressioni: «Di fatto l´uomo primordiale stava meglio perché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L´uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po´ di sicurezza». Questa interpretazione del disagio psichico, che sposta la lettura della sofferenza dal piano biologico a quello culturale, è la grande scoperta di Freud, tuttora alla base delle successive teorie psicoanalitiche che, per quanto differenti tra loro, rifiutano di reperire le spiegazioni della sofferenza psichica esclusivamente nel fondo biologico dell´organismo.
A questa intuizione Freud è giunto grazie alla sua assidua frequentazione della filosofia e in particolare di quella di Schopenhauer, che Freud considera suo «precursore»: «Molti filosofi possono essere citati come precursori, e sopra tutti Schopenhauer, la cui "volontà inconscia" può essere equiparata alle pulsioni psichiche di cui parla la psicoanalisi». Secondo Schopenhauer, infatti, ciascuno di noi è abitato da una doppia soggettività: la «soggettività della specie» che impiega gli individui per i suoi interessi che sono poi quelli della propria conservazione, e la «soggettività dell´individuo» che si illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti, che altro non sono se non illusioni per vivere, senza vedere che a cadenzare il ritmo della vita sono le immodificabili esigenze della specie.
Questa doppia soggettività viene codificata dalla psicoanalisi con le parole «io» e «inconscio». Nell´inconscio occorre distinguere un inconscio «pulsionale» dove trovano espressione le esigenze della specie, e un inconscio «superegoico» dove si depositano e si interiorizzano le esigenze della società. Sono esigenze della specie la sessualità, senza la quale la specie non vedrebbe garantita la sua perpetuazione, e l´aggressività che serve per la difesa della prole. Queste due pulsioni, proprio perché sono al servizio della specie, l´io le subisce, le patisce, e perciò diventano le sue «passioni», che la società, per salvaguardare se stessa, chiede di contenere, nella loro espressione, entro certi limiti.
Tra le esigenze della specie (Es o inconscio pulsionale) e le esigenze della società (Super-io o inconscio sociale) c´è il nostro io, la nostra parte cosciente, che raggiunge il suo equilibrio nel dare adeguata e limitata soddisfazione a queste esigenze contrastanti, la cui forza può incrinare l´equilibrio dell´io (e in questo caso abbiamo la nevrosi) o addirittura può dissolvere l´io sopprimendo ogni spazio di mediazione tra le due forze in conflitto, e allora abbiamo la psicosi o follia. La psicoanalisi, che per curare ha bisogno dell´alleanza dell´io, può operare solo con la nevrosi, aggiustando le incrinature dell´io, mentre è impotente con la psicosi, dove inconscio pulsionale e inconscio sociale confliggono corpo a corpo, senza uno spazio di mediazione.
Ma proprio perché la psiche è «storica» e perciò muta col tempo, non si può essere fedeli a questa grande intuizione di Freud, se non superando Freud, perché il suo concetto di nevrosi ben si attaglia a una «società della disciplina» dove la nevrosi è concepita come un «conflitto» tra il desiderio che vuole infrangere la norma e la norma che tende a inibire il desiderio. Oggi la società della disciplina è tramontata, sostituita dalla «società dell´efficienza» dove la contrapposizione tra «il permesso e il proibito» ha lasciato il posto a una contrapposizione ben più lacerante che è quella tra «il possibile e l´impossibile».
Che significa tutto questo agli effetti della sofferenza psichica? Significa, come opportunamente osserva il sociologo francese Alain Ehrenberg in La fatica di essere se stessi (Einaudi), che nel rapporto tra individuo e società, la misura dell´individuo ideale non è più data dalla docilità e dall´obbedienza disciplinare, ma dall´iniziativa, dal progetto, dalla motivazione, dai risultati che si è in grado di ottenere nella massima espressione di sé. L´individuo non è più regolato da un ordine esterno, da una conformità alla legge, la cui infrazione genera sensi di colpa, ma deve fare appello alle sue risorse interne, alle sue competenze mentali, per raggiungere quei risultati a partire dai quali verrà valutato.
In questo modo, dagli anni Settanta in poi, il disagio psichico ha cambiato radicalmente forma: non più il «conflitto nevrotico tra norma e trasgressione» con conseguente senso di colpa ma, in uno scenario sociale dove non c´è più norma perché tutto è possibile, la sofferenza origina da un «senso di insufficienza» per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare, o non si riesce a fare secondo le attese altrui, a partire dalle quali, ciascuno misura il valore di se stesso. Per effetto di questo mutamento, scrive Eherenberg: «La figura del soggetto ne esce in gran parte modificata. Il problema dell´azione non è: "ho il diritto di compierla?" ma: "sono in grado di compierla?"». Dove un fallimento in questa competizione generalizzata, tipica della nostra società, equivale a una non tanto mascherata esclusione sociale.
Del resto già Freud, considerando le richieste che la società esigeva dai singoli individui, ne Il disagio della civiltà si chiedeva: «Non è forse lecita la diagnosi che alcune civiltà, o epoche civili, e magari tutto il genere umano, sono diventati "nevrotici" per effetto del loro stesso sforzo di civiltà? [...] Pertanto non provo indignazione quando sento chi, considerate le mete a cui tendono i nostri sforzi verso la civiltà e i mezzi usati per raggiungerle, ritiene che il gioco non valga la candela e che l´esito non possa essere per il singolo altro che intollerabile».
Alla domanda iniziale: cosa resta di Freud a settant´anni dalla sua morte? Rispondo: l´aver sottratto il disagio psichico alla semplice lettura biologica, l´averlo collocato sul piano culturale, l´aver intuito per effetto di questa collocazione che il disagio psichico si modifica di epoca in epoca, per cui compito della psicoanalisi, più che attorcigliarsi nelle diverse denominazioni delle nevrosi, è quello di individuare le modificazioni culturali che caratterizzano le diverse epoche, che tanta ripercussione hanno sulla modalità di ammalarsi «nervosamente»." (da Umberto Galimberti, La profezia del dottor F.: saremo sempre nevrotici, "La Repubblica", 03/01/'10)

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mercoledì 30 dicembre 2009

Lettere a una sconosciuta. L'ultimo amore del Piccolo Principe


"Il Piccolo Principe è stato il compagno immaginario dello scrittore e viaggiatore francese Antoine de Saint-Exupéry e lo ha accompagnato fino all´ultimo anno della sua vita, come si può leggere in Lettere a una sconosciuta. L´ultimo amore del Piccolo Principe (Bompiani). Il libro raccoglie le lettere intrise di sconforto che Saint-Exupéry indirizzava a una giovane donna incontrata sul treno tra Orano ed Algeri, illustrate dagli schizzi ad acquerello che raffigurano l´esile e delicata figura del suo accompagnatore. È l´ultimo anno della sua vita, si trova solo ad Algeri in una strana condizione di attesa e di irrequietezza: la donna che ha incontrato si sottrae alle sue richieste e nello stesso tempo lo scrittore aspetta di essere richiamato in guerra per raggiungere il suo gruppo aereo di ricognizione. La tristezza e il vuoto lo invadono e ricompare ancora una volta il suo specchio immaginario, il Piccolo Principe, con cui si confida ricreando il mondo della favola.
L´irrequietezza è stata una costante nella vita di Antoine de Saint-Exupéry, che forse riusciva a sfuggire mentre volava, fuso con le ali del suo aereo, nei cieli di tutto il mondo sfiorando ripetutamente la morte, come ha recentemente raccontato il pronipote Fredéric d´Agay nell´ambito del "Festival della letteratura di viaggio" a Roma. Ma più che amore per il rischio, il suo era forse un corteggiamento romantico della morte quasi a volerla anticipare per renderla inoffensiva.
Ma accanto a queste imprese e a questi voli disperati, Saint-Exupéry era capace, anche, di viaggiare dentro di sé, come è testimoniato dal suo diario di bordo Il Piccolo Principe. Questa sua capacità di costruire viaggi interiori prese una forma poetica e grafica quando Saint-Exupéry precipitò col suo aereo nel deserto del Sahara e si trovò costretto all´immobilità, con poca acqua a disposizione e in attesa che qualcuno giungesse a salvarlo. Si tratta di una particolare condizione di impotenza e di deprivazione in cui possono riemergere i ricordi dell´infanzia quando il bambino è solo nel suo letto in attesa che la madre venga a lenire la sua sofferenza, come ha raccontato in pagine indimenticabili Marcel Proust. È lo stesso Freud a spiegarci come il bambino piccolo che si trova da solo senza la madre, ossia avendo perso l´oggetto d´amore, riesca a far rivivere la presenza materna dando corpo al suo desiderio tramite l´allucinazione. È una particolare capacità dei bambini di avvertire e di suscitare presenze minacciose o protettive nel buio della notte, come i bambini nei racconti di Stephen King in grado di vedere nel buio della propria stanza i mostri di cui i genitori, al contrario, non sono neppure in grado di sospettare la presenza.
Nel caso di Saint-Exupéry il viaggio interiore avviene con la comparsa di un bambino, il Piccolo Principe, che viene dal lontano pianeta dei suoi primi anni di vita, che normalmente nella vita di ogni persona viene sotterrato dagli anni che passano, dai nuovi ruoli e dalle responsabilità che si assumono, dal diventare adulti. È l´amnesia infantile, che Freud riteneva legata a una rimozione dei desideri sessuali, impossibili e incompatibili per un bambino, ma forse è legata al difficile accesso delle esperienze infantili nel mondo adulto, perché sono costruite su sensazioni e sentimenti delicati e indicibili, che il linguaggio della ragione e dei fatti non riesce a cogliere. Tutto questo si condensa nella figura senza tempo del Piccolo Principe, che si presenta con la sua tristezza e la sua fragilità accattivante e che guarda il mondo degli adulti cogliendone tutti i paradossi. Ai suoi occhi gli adulti sono solo preoccupati di se stessi, come il re che si trova sul pianeta dove giunge il Piccolo Principe che per esistere ha bisogno di comandare, anche se non c´è nessun altro tranne lui, oppure il vanitoso che si accorge degli altri solo se si dichiarano suoi ammiratori. Il mondo infantile del Piccolo Principe è fatto di sensazioni che potrebbero sembrare impalpabili, forse perché sono fatte della "stessa materia dei sogni", come gli acquerelli del libro che ricordano le immagini oniriche anche perché condensano significati diversi, spesso incompatibili. La preoccupazione che tormenta il Piccolo Principe è che il fiore che è cresciuto nel suo pianeta possa sfiorire e addirittura possa essere mangiato dalla pecora. Può sembrare una preoccupazione irrilevante agli occhi di un adulto che non capisce il particolare attaccamento del Piccolo Principe a questo miracolo della natura. L´incontro fra il Piccolo Principe e la volpe è un piccolo trattato sull´importanza dei legami nelle esperienze umane e sicuramente sarebbe piaciuto allo psicoanalista inglese John Bowlby, che è stato il grande teorico dell´attaccamento. Quando il Piccolo Principe incontra la volpe questa gli spiega il valore "di creare dei legami" e aggiunge; «Se tu mi addomestichi - traducendolo in termini psicologici: se avviene un´affiliazione reciproca - noi avremo bisogno l´uno dell´altro». Con un linguaggio poetico la volpe illumina il Piccolo Principe sulla ricchezza dei legami affettivi, «se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre comincerò ad essere felice ... ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora preparare il cuore».
Come ogni viaggio anche quello interiore si conclude e si può concludere positivamente, questa è la favola di Saint-Exupéry che ha trasmesso a molte generazioni di lettori, se non solo si è fatto uso degli occhi ma anche del cuore. In quest´ultimo libro, tuttavia, Saint-Exupéry è mestamente consapevole che la favola aiuta a vivere, ad affrontare le delusioni, a rendere meno amara l´attesa, ma poi, come si legge in una sua lettera, «una mattina ti svegli e dici 'Era solo una favola'»." (da Massimo Ammaniti, Il Piccolo Principe spiegato con Freud, "La Repubblica", 29/12/'09)

lunedì 28 dicembre 2009

Angeli. Ebraismo Cristianesimo Islam


"Dio non è solo. Unico, certamente, come proclama la professione di fede biblica da cui si dipanano i tre monoteismi – «Ascolta, Israele, il Signore è Uno» - ma non certo relegato entro quel supremo isolamento che regnava tutt’intorno a Lui prima che il mondo esistesse, quando non c’era altro che un muto e informe caos. Se la creazione ha fors’anche per movente quello di far compagnia al Signore, è pur vero che da quei cruciali sei primi giorni in poi, non Gli resta che girarsi intorno per trovare una confusione di voci e gesti molto diversa da quel vuoto disordinato di prima ch’Egli scandisse il creato. Come recita, infatti, un detto del Profeta, cioè Maometto, «il cielo scricchiola perché non c’è in esso lo spazio di un piede che non sia occupato da un angelo».
Sbarazzatosi di olimpi e totem, l’universo della fede s’è riempito di creature sospese fra terra e cielo, come per un horror vacui esistenziale che attraversa la preghiera e l’immaginario, la metafisica e l’arte, approdando magari a una perfetta «incarnazione» (con licenza parlando, trattandosi di angeli) del Kitsch, come osserva Giorgio Agamben nell’introduzione al monumentale trattato, che ha curato per Neri Pozza con Emanuele Coccia, Angeli. Ebraismo Cristianesimo Islam.
È pur vero che alle origini, del mondo e della storia, gli angeli sono tutto fuorché paffuti putti imbambolati con le alucce spiegate. La parola significa «messi» in greco e ripropone il calco dell’ebraico biblico: insieme alla funzione di «postini» del cielo, gli angeli coprono a volte quella di custodi (ma non in senso personale, piuttosto della collettività). Vanno su e giù tra basso e alto – come racconta splendidamente il sogno di Giacobbe e la sua scala sospesa. Si nascondono anche sotto spoglie umane, come quando, travestiti da viandanti nel deserto, vanno ad annunciare a Sara e Abramo la loro tardiva procreazione (ma se il patriarca fosse stato un poco attento, si sarebbe accorto che fingevano di mangiare le sue prelibate pietanze, perché loro non si nutrono).
L’annunciazione diventerà nel Nuovo Testamento una costante dei doveri angelici. Su questo e altro, ma soprattutto sulla loro presenza nella Bibbia, Catherine Chalier ha scritto un libro interessante e pieno di spunti, Angeli e uomini (La Giuntina). Ma non è tutto oro quello che luccica: gli angeli non sono creature propriamente angeliche. Non dimentichiamo che il più illustre – nel vero senso della parola – tra loro è nientemeno che Lucifero, caduto per troppa ambizione. Non per niente l’accostamento degli opposti in questo caso non stona, anzi, è quasi armonioso: Angeli e demoni (Dan Brown docet) sembra quasi l’accoppiata perfetta.
Insomma, come ben sa l’Eterno, che guarda alle Sue schiere con una certa diffidenza (lo dice Giobbe), gli angeli sono insidiosi. E invidiosi, soprattutto. Dell’uomo, la cui creazione non mancano mai di rinfacciare al Signore - «Che è l’uomo che ti debba preoccupare di lui?», Gli ripetono con l’eco di un salmo. Ma l’uomo ha una marcia in più rispetto a loro: come narra la tradizione ebraica, gli angeli dovettero riconoscere al giovane Adamo la capacità di dare il nome giusto alle cose, e incassare lo smacco di vederlo diventare il prediletto dell’Eterno, in virtù di quel suo talento: «Invidiosi del prestigio della specie umana, fanno di tutto per evitare che l’uomo possa superare la propria condizione e salire nella gerarchia cosmica. In realtà questa invidia sembra una sottile forma di snobismo» (scrive Emanuele Coccia nell’introduzione all’angelologia cristiana).
Ma chi, che cosa e come sono fatti, gli angeli? Difficile saperlo, meglio immaginarlo, come raccontano le migliaia di pagine di questo affascinante repertorio che attraversa fedi, epoche, universi umani. Agamben e Coccia hanno affidato a diversi esperti una analisi del tema (problema?) e una vasta scelta antologica: in parole povere, tutto quello che, forse, avreste voluto sapere di loro e non avete mai osato chiedere.
Gli angeli sono individui, dotati di nome e figura, come gli statuari cherubini raffigurati ai lati dell’Arca Santa o quelli con cui «interagisce» il profeta Ezechiele nelle sue strabilianti visioni. Ma sono anche schiere informi, una innumerevole moltitudine intorno al Signore, pronta a servirLo e inneggiarLo (quando non a spettegolare alle Sue spalle). Non hanno il dono della parola, che è stato assegnato ad Adamo e con lui all’umanità, però si esprimono eccome, oltre a volare. Tanto che a volte, nelle diverse tradizioni religiose, la loro voce inascoltabile sembra un po’ quella della coscienza celeste, una specie di grillo parlante nascosto fra le pieghe del trono divino su cui si reggono le sorti del mondo.
A ogni buono conto, ribelli o servili, fedeli postini o ornamenti fine a se stessi, schiere battagliere o araldi di pace, tutto si può dire degli angeli. Forse perché sono inafferrabili più di ogni altra cosa, in cielo come in terra. Astratti simboli di una metafisica per iniziati, quando non ingenue raffigurazioni di cartapesta, essi ci raccontano soprattutto di quell’ignoto a cui noi umani non riusciamo proprio a rassegnarci. E così, come un bambino di notte al buio, per scacciare la paura di questo universo nero e sconfinato, pieno di dubbi forse più che di stelle, cerchiamo anche noi un po’ di compagnia tra queste sfuggenti creature." (da Elena Loewenthal, Anche gli angeli sono invidiosi, "La Stampa", 28/12/'09)

mercoledì 23 dicembre 2009

La rivoluzione francese: Parigi mette in Rete le biblioteche


"Uno spazio culturale aperto, vivo, in movimento, che per la prima volta sarà accessibile a milioni di persone. L´idea stessa della vecchia biblioteca, polverosa e riservata alle élites intellettuali, sta mutando. «Fino a trent´anni fa venivano da noi poche migliaia di ricercatori. Oggi chiunque può collegarsi attraverso la rete e consultare parte del nostro patrimonio, a qualsiasi ora del giorno, da qualsiasi paese del mondo. E´ una rivoluzione paragonabile a quella della stampa di Gutenberg». Bruno Racine, presidente della Bibliothèque Nationale de France, è un uomo visionario. Ex direttore di Villa Medici, già presidente del museo Beaubourg, siede nel suo ufficio al settimo piano della Tour des Lois, una delle quattro torri del complesso voluto da François Mitterrand negli anni Novanta. Milioni di libri, giornali, nastri sonori e immagini video sono conservati in questa cattedrale moderna del sapere, affacciata sulla Senna. Non un luogo del passato, assicura Racine.
La Biblioteca del Duemila sarà il ponte tra il passato e il futuro della conoscenza. Cominciamo dalle recenti polemiche, la Bibliothèque Nationale de France è stata accusata di voler cedere il suo patrimonio al gigante americano Google. «Si trattava di discussioni esplorative e credo che la polemica sia ormai superata. Lo stato francese ha deciso di consentire uno sforzo senza precedenti per la digitalizzazione del patrimonio culturale. Il presidente Nicolas Sarkozy ha annunciato lo stanziamento di 750 milioni di euro: è un somma che non ha equivalenti in Europa e nel mondo. D´altra parte, è stata istituita una commissione che dovrà studiare le condizioni per i partenariati tra pubblico e privato in questo ambito. Il dialogo con Google, o con altre società, si farà d´ora in poi da questa nuova posizione di forza».
Quali sono i criteri con cui svilupperete il vostro portale di documenti digitali Gallica? «Per i libri vorremmo associarci ad altre biblioteche francesi in modo da fare una digitalizzazione collettiva. Considero anche urgente salvare la nostra immensa raccolta di giornali antichi: se non faremo in fretta gli esemplari andranno distrutti. Ci sono poi le collezioni di opere rare e preziose. Infine, i documenti sonori e video, che pure sono minacciati dal tempo. Abbiamo per esempio la più grande raccolta di registrazioni di canzoni francesi a partire dall´Ottocento».
Il lavoro di digitalizzazione delle opere è lungo e costoso. Come siete riusciti finora ad affrontarlo? «La digitalizzazione si è concentrata sulle opere in lingua francese e che non sono più protette dal diritto d´autore. Il programma Gallica ha un costo di 7 milioni di euro ogni anno, comprensivo del costo dell´infrastruttura informatica per la conservazione dei dati. Attualmente abbiamo 150.000 libri in formato digitale, ovvero 3% delle opere di dominio pubblico. Procediamo a un ritmo di 100.000 nuovi documenti digitali all´anno. Vorremmo arrivare al 10% del patrimonio librario nel corso dei prossimi cinque anni».
Perché Google fa paura? «E´ diventato uno strumento indispensabile alla nostra vita quotidiana e penso che sia proprio la sua potenza a scatenare qualche preoccupazione. In Francia, la reazione è stata più forte che altrove perché Google ha digitalizzato opere ancora protette dal diritto d´autore senza avere l´autorizzazione. E´ un elemento che ha senz´altro contribuito ad alzare i toni».
Il tribunale di Parigi ha appena condannato la società americana a risarcire il gruppo editoriale La Martinière. «Una pacificazione tra Google e gli editori francesi è necessaria. Sarà un condizione per poter andare avanti con una discussione più pacata e serena».
I nuovi fondi pubblici che la Bibliothèque Nationale riceverà rischiano comunque di non bastare. La digitalizzazione del patrimonio appare impossibile senza la collaborazione dei privati. «E´ vero. Sul lungo periodo il ricorso ad accordi con i privati appare inevitabile. Proprio per questo è importante la riflessione che la commissione ha avviato sui partenariati pubblico/privato e sulla definizione di regole che garantiscano la libertà di accesso al nostro patrimonio».
I milioni di libri che sono custoditi in questa sede rischiano di diventare delle reliquie. Ci abitueremo tutti a leggere sullo schermo?
«Non possiamo far finta di niente. Attraversiamo una fase di grande incertezza. C´è un problema normativo, ovvero definire un prezzo per le edizioni online che permetta a editori e autori di continuare la creazione di opere. E su questo punto, l´ideale sarebbe raggiungere perlomeno un quadro di regole al livello europeo. Penso inoltre che le pratiche di lettura cambieranno, ci saranno forme ibride. Conosco dei professori che leggono testi accademici sul loro Iphone ma continuano a comprare romanzi. Insomma no, non credo che il libro stampato morirà. Forse, soltanto, non avrà più la stessa posizione di privilegio».
Con la digitalizzazione delle opere nessuno avrà più bisogno di entrare in una biblioteca? «La biblioteca continuerà a lungo ad essere un luogo fisico. Tutto non sarà digitalizzato e penso anche che il contatto con l´opera originale rimane in molti casi insostituibile. La biblioteca del ventunesimo secolo sarà un´istituzione che avrà un pubblico molto più vasto. E´ una grande opportunità. Noi responsabili dobbiamo preoccuparci di creare un nuovo rapporto alla conoscenza. Prima c´erano studiosi di alto livello che sapevano maneggiare le banche dati. Oggi dobbiamo offrire servizi a un pubblico diversificato. Non possiamo più accontentarci di mettere semplicemente in rete le opere. C´è da fare un lavoro di elaborazione intellettuale e culturale dei contenuti».
La vostra missione è cambiata? «La Bibliothèque Nationale ha aperto le porte nel 1998, l´anno in cui è nato anche Google. In questi anni le cose sono andate molto veloci. Oggi vogliamo svolgere anche un´azione culturale attraverso esposizioni, conferenze, dibattiti. A volte nella nostra sede, altre volte attraverso la rete. Questo non è soltanto il luogo dove vengono conservati manoscritti del Medioevo o opere rilegate dell´Ancien Régime. Cerchiamo di stare al centro dell´attualità, di riflettere sulle sfide del mondo contemporaneo. A primavera, per esempio, inaugureremo due mostre molto diverse. Da una parte, avremo un´esposizione sui manoscritti del Mar Morto, risalendo alle radici spirituali dell´Europa. A cinquanta metri, ci sarà invece una mostra sulle innovazioni tecnologiche più recenti che hanno un impatto sulla lettura. Ecco come intendiamo la Biblioteca del Duemila»." (da Anais Ginori, La rivoluzione francese: Parigi mette in Rete le biblioteche, "La Repubblica", 23/12/'09)

lunedì 21 dicembre 2009

Gli editori dei miracoli: così i piccoli salvano i grandi autori


"Dopo Richard Yates, Donald Barthelme, James Purdy e altri piccoli capolavori, la collana Classics di Minimum Fax cala un altro sasso, ripubblicando l'opera omnia di un maestro della letteratura americana: Bernard Malamud. Corredando di eccellenti introduzioni - imperdibile quella di Philip Roth a Il migliore - e di una veste grafica ad hoc, con copertine facili da riconoscere, sebbene un pochino meste. Ma per chi compra conta la familiarità più dell'azzardo, un abito che sia una divisa, una garanzia di appartenenza. E' uscito in questi giorni Le vite di Dubin, romanzo che Malamud riteneva il più riuscito fra i suoi. Lo individuiamo al volo e lo compriamo, così come abbiamo comprato i precedenti. La gioia della serialità! E' così riposante non dover scegliere ogni volta. Poco importa che, anche nella bibliografia degli immensi, non tutti i libri siano capolavori. Non sono solo le eccellenze a insegnare, anzi. A volte anche i fallimenti, specie i fallimenti degli altri, indicano la strada con più esattezza. O seducono, come ogni imperfezione. E le case editrici fanno un lavoro santo quando si accollano il bellissimo ma anche il così così, pur sapendo che faticheranno a sbolognarlo. E' una specie di manutenzione dell'autore che permette a noi lettori di intonarci piano piano a uno stile, comprenderlo più profondamente. Ma soprattutto di disintossicarci dalla terribile malattia dell'evento. Abbandonando l'idea che un libro sia una epifania irripetibile, un'esplosione di senso intorno alla quale rimangono solo macerie. Un libro, mi pare, è piuttosto un epifenomeno, una manifestazione secondaria di una carriera dell'intelligenza e dell'immaginazione, riconoscibile solo con un po' di pazienza. A cosa serve aver letto Il giovane Holden se non si ha sentore delle avventure della famiglia Glass, indimenticabile protagonista di tutto il resto della produzione di Salinger? Aver cura di un autore, aver cura di qualsiasi cosa, è il compito più difficile del mondo. Non è da tutti. Occorre, per esempio, non dover vincere ogni volta, come sono costrette a fare le grandi case editrici. Se invece puoi accontentarti di mille o duemila copie, puoi rischiare di più, azzardare autori raffinati, o controversi, comunque non ecumenici. Come Edmund White, del quale la casa editrice Playground pubblica adesso, dopo My Lives e Hotel de Dream, una raccolta di racconti, Caos. White, docente all'Università di Princeton, considerato autore di culto in Francia e negli Sati Uniti, era già arrivato in Italia. [...]" (da Elena Stancanelli, Gli editori dei miracoli: così i piccoli salvano i grandi autori, "La Repubblica", 21/12/'09)

sabato 19 dicembre 2009

Siamo poeti maledetti, la top ten ci è proibita


"Davanti alle indicazioni di sei esperti, scelti per segnalare i dieci migliori libri del decennio, sorge spontanea una domanda: perché non c'è neppure un libro di poesia? Se in un elenco simile non compare una raccolta di versi, dov'è che dovremmo cercarla? Dove sono finiti i suoi cultori? la situazione non è semplice, e bisogna prendere atto dello stato di cose: la poesia si è sottratta alla lettura. Altrimenti detto, essa si colloca altrove rispetto ai tempi e alle modalità di un lettore 'normale', in uno spazio differente e parallelo. Con un certo cinismo, Edoardo Sanguineti ha suggerito di rassegnarsi al dato di fatto che i versi, come la filatelia o gli scacchi, sono ormai condannati a un'esistenza di nicchia e di macchia, votati a una fruizione circoscritta, paragonabili a un intrattenimento per pochi appassionati. Gli studi sociologici non sono mancati, né le interpretazioni più specificamente letterarie. Basti soltanto ricordare uno studio di Guido Mazzoni - Sulla poesia moderna - e consacrato alla fine del mandato sociale del poeta, sostituito dla cantante rock. Autoreferenziale e solipsistica, la lirica moderna avrebbe cioè ceduto alla musica giovanile il peso 'politico' di raffigurare l'esperienza comunitaria. Quanto a me, resto dell'idea che alla base di tutto stia una questione legata al puro sforzo. Qualche anno fa, sfogliando un fortunato stupidario, mi imbattei in questa impagabile confessione: 'La televisione non fa fatica, perché ti scorre sempre sotto gli occhi. Invece, con i libri, gli occhi li devi muovere tu'. Certo, un saggio o un romanzo non sono la tv, ma il discorso non cambia poi troppo. Infatti, tanto l'analisi quanto la narrazione immergono il lettore in un flusso potente e continuo, in una corrente di senso che lo trascina via quasi suo malgrado. Con la poesia, invece, accade il contrario. Qui, sta al lettore mettere in moto il testo. Sta a lui e soltanto a lui farsi forza, sospingerlo, azionarlo. E' un tipo di lettura diverso, impegnativo e energetico, in quanto esclude ogni forma di passività. Sanguineti ha ragione; un hobby del genere rimane appannaggio di pochi. Chi affronta una poesia, fa eserciizo fisico. Noi siamo i bodybuilder della lettura." (da Valerio Magrelli, Siamo poeti maledetti, la top ten ci è proibita, 19/12/'09)

Non basta un bel pacco per fare un buon libro

John Steinbeck, l’autore di Furore e Uomini e topi, scrisse a inizio Anni '50 questi Appunti sparsi e ribaldi sui libri inediti per l’Italia, che si rivelano oggi più che mai attuali. Uscirono nel 1951 in The Author Looks at Format, a cura di Ray Freiman, American Institute of Graphic Art. Li pubblica ora l’editrice Alet, nella traduzione di Fabio Zucchella, in una plaquette fuori commercio offerta ai librai come dono natalizio. Ne anticipiamo qui alcuni passi.



"Questa è l'era del packaging. Tutto ha un packaging, una confezione: dagli animaletti impagliati e vestiti alle locomotive. E attraverso un processo lento e costante, l'involucro sta diventando più importante del contenuto. Cosa inevitabile, visto che l'acquirente moderno compra merce confezionata.
I libri americani sono delle confezioni, e immagino che le stesse regole usate per le pillole e per il cibo in scatola debbano applicarsi anche ai libri. Pare ormai assodato che se tu metti delle pillole identiche in due scatole di diverso colore, una gialla e una bianca, la gente comprerà quella gialla.
Abbiamo tre tipi di confezione per i libri: quella che attrae come un fiore attira gli insetti, quella che sancisce la loro profondità con copertine austere e noiose (perché in genere la profondità viene ritenuta noiosa) e infine quelle che grazie all'illustrazione in copertina indicano o mentono a loro riguardo. In ogni caso, si tratta dello stesso meccanismo utilizzato per catturare le mosche.
In generale gli editori pensano che se a un libro di mezzo chilo ne viene accostato uno di un chilo, l'articolo più pesante è quello più desiderabile. È il medesimo istinto grazie al quale ogni ragazzino prima o poi scambia il suo dieci cent d'argento per un nichelino da cinque. I libri spessi e pesanti sono più richiesti di quelli leggeri e sottili, indipendentemente dal contenuto.
Questo fatto una volta mi ha spinto a dare un paio di consigli ai miei editori, i quali stupidamente non li hanno seguiti. Se venissero usate copertine di piombo, il problema del peso sarebbe risolto. E se i libri venissero stampati su fette di pane di segale, sarebbero molto più spessi. Inoltre, un libro fatto di pane risolverebbe due problemi. Il lettore non perderebbe mai il segno perché mangerebbe le pagine man mano che le finisce; si ovvierebbe anche all'inconveniente del mancato guadagno per un libro dato in prestito. Perché alla gente piace davvero mangiare mentre legge. Qualche anno fa, in una biblioteca pubblica di Birmingham, in Inghilterra, venne calorosamente richiesto a tutti gli iscritti di non usare come segnalibri il bacon o l'aringa affumicata, perché il grasso avrebbe impregnato le pagine e l'odore avrebbe potuto essere repellente per i futuri lettori. Ho la sensazione che l'arte della rilegatura non sia stata adeguatamente sfruttata... per esempio incollando sul retro della copertina delle bustine di cellophane ripiene di marmellata di arance o di pâté di fegato d'oca. [...]
Il libro in quanto tale ha assunto il proprio carattere magico, sacrale e di autorevolezza in un'epoca in cui c'erano pochissimi libri, e quei pochi erano posseduti da persone estremamente ricche o colte. Allora il libro era l'unico modo che aveva la mente di abbandonarsi a luoghi lontani e a pensieri elevati. Si poteva uscire da se stessi soltanto tramite il talismano del libro. Ed è una cosa meravigliosa il fatto che anche oggigiorno, con la concorrenza dei dischi, della radio, della televisione e del cinema, il libro abbia mantenuto la propria natura preziosa. Un libro è qualcosa di sacro. Un dittatore può uccidere e massacrare la gente, può sprofondare ai peggiori livelli di tirannia e per questo essere odiato, ma quando vengono bruciati i libri assistiamo alla forma suprema di tirannia. E questo non possiamo perdonarlo. L'uso del libro come mezzo di propaganda è più potente ed efficace di qualsiasi altro medium. Una trasmissione ha una certa autorevolezza, ma un libro non mente. La gente non si fida automaticamente dei giornali. Ma automaticamente crede ai libri. È strano, ma è così. Da quelle parti del mondo sottoposte a rigidi controlli e a censura ci arrivano messaggi con i quali non si chiedono radio, giornali o opuscoli. Invariabilmente chiedono libri. Credono nei libri pur non credendo a nient'altro. Ed essendo tutto ciò vero, mi domando come mai i governi non usino i libri più spesso di quanto non facciano. Un libro viene protetto e fatto circolare. È rarissimo che un uomo distrugga un libro, a meno che non lo odi veramente. La distruzione di un libro è una sorta di omicidio. E vista la tendenza sempre maggiore a censurare e a controllare la gente per il suo bene, i libri sono l'unica forma di espressione che ancora vi sfugge. Un quadro può essere tagliato a strisce, ma una qualunque forma di restrizione imposta a un libro viene combattuta fino alla morte. [...]
Mi interrogo continuamente sul futuro dei libri. Possono continuare a competere con forme espressive rapide, economiche e facili che non richiedono la lettura o il pensiero? Io devo dire di sì, o che alcuni di essi tentano di fare proprio quello. Al giorno d'oggi ci sono tantissimi libri che vengono scritti avendo in mente il cinema. Si dice che certi editori non stampino libri che non abbiano la potenzialità di essere venduti al mondo del cinema. In molti casi anche lo scrittore viene considerato in parte scrittore e in parte venditore. Dovrebbe starsene in una libreria a etichettare il suo prodotto con il proprio nome. Dovrebbe partecipare agli spettacoli televisivi e diventare una scimmia ammaestrata. Dovrebbe esporre la propria vita privata, sessuale e i propri muscoli, perfino i peli del proprio corpo, agli sguardi adenoidei dei suoi potenziali lettori. Si dice che deve lasciar perdere la scrittura, se non intende fare questo genere di cose. Che è un asociale, se si rifiuta di far pubblicare sulle pagine patinate di una rivista illustrata le fotografie che lo ritraggono quando fa colazione, o quelle della moglie (o delle mogli).
Io non credo che un libro possa competere con i suoi rivali sul loro terreno d'azione. D'altra parte, neppure loro possono competere con il libro nel suo specifico terreno d'azione. All'infuori della musica, nessun'altra forma espressiva è in grado di «incoraggiare la mente e le emozioni». Non si può pensare a un film come a qualcosa di così personale come un libro che si ama. Nessuno spettacolo televisivo è un amico così come è un amico un libro. E nessun'altra forma espressiva, sempre all'infuori della musica, stimola la partecipazione del destinatario come un libro." (da John Steinbeck, Non basta un bel pacco per fare un buon libro, "La Stampa", 19/12/'09)

Daniel Mendelsohn: "Perché i buoni film devono tradire i libri"


"Daniel Mendelsohn ama in egual misura la letteratura ed il cinema, e nei saggi che pubblica su The New York Review of Books, analizza sempre con profondità, e a volte con grand eironia, la relazione tra i romanzi ed i rispettivi adattamenti letterari. La pubblicazione di una biografia di Patricia Highsmith, The Talented Miss Highsmith (chiaro riferimento al titolo originale di Il talento di mr. Ripley), e la notizia che otto film di successo su venti sono tratti da libri, offrono l'occasione di riflettere sul rapporto tra la parola scritta e l'immagine, che ha prodotto spesso risultati deludenti, e quasi sempre opposti alla qualità dell'opera originale: sono stati realizzati film di alto livello da libri di scarsa qualità narrativa, e pellicole a volte imbarazzanti da capolavori letterari. Ovviamente non mancano alcune eccezioni, a cominciare da Il Gattopardo, ma chiunque abbia mai lavorato ad un adattamento sa che nella matrice letteraria sono da cercare gli elementi prettamente cinematografici in termine di sviluppo della storia e del carattere: personaggi forti e un plot avvincente e ben strutturato. L'evoluzione psicologica interna interessa se dà luogo ad azioni che hanno una valenza visiva, ed è questo il motivo per cui Il padrino che certamente non è un capolavoro letterario, è stato il terreno fertile per un grandissimo film, mentre non si ricordano adattamenti indimenticabili tratti da Dostoevskij. Ed è lo stesso motivo per cui diventano inevitabili tradimenti e tagli che possono turbare ed offendere gli autori originali. Se non si opta per una semplice illustrazione, è necessario apportare dei cambiamenti che favoriscano la struttura drammaturgica di un film: cambiare tutto affinché non cambi niente: 'E' una condizione salutare e inevitabile - racconta Mendelsohn in preparazione per un lungo viaggio in Italia. Nel momento in cui il film è buono, ha una propria autonomia, e quindi deve tradire la fonte originaria: si tratta di un medium diverso, e i migliori adattamenti provengono dai racconti o dalle commedie. I film usano le parole in maniera diversa'.
Jean Luc Godard adatterà per lo schermo il suo libro Gli scomparsi. 'Ho chiesto specificamente di non essere coinvolto. Ed è giusto che sia così, che mi tradisca'.
Quali sono gli adattamenti che preferisce? 'Oltre a Il Gattopardo, mi viene in mente I morti: è straordinario quanto ha fatto John Huston con il racconto di Joyce: un film che vive autonomamente e nello stesso rende omaggio ad un grandissimo testo. Ma voglio sorprendere: ritengo che Il paziente inglese sia tutto tranne che un bel film, tuttavia è un adattamento interessante, per il modo in cui mescola fedeltà e libertà rispetto al testo. Amo anche Quel che resta del giorno e due adattamenti da Moravia: Il conformista e Il disprezzo. I film non devono trascrivere gli eventi, ma trasmettere l'atmosfera e il senso ultimo del libro. L'errore più grave è quello di telegrafare tematicamente tutti gli eventi del testo, invece di concentrarsi sul cuore. Mi vengono in mente altri buoni esempi: il vecchio David Copperfield e Il mago di Oz. La Hollywood classica ci ha regalato molti prodotti eccellenti. Più recentemente ho apprezzato Ragione e sentimento mentre, per rimanere nel mondo di Jane Austen, ho detestato Orgoglio e Pregiudizio'. [...]" (da Antonio Monda, Cinema e letteratura: 'Perché i buoni film devono tradire i libri', "La Repubblica", 17/12/'09)

venerdì 18 dicembre 2009

Com'è british la biblioteca nella cabina telefonica


"Da mesi il furgone della biblioteca circolante della contea aveva smesso di far tappa a Westbury-sub-Mendip, un piccolo villaggio del Somerset, nel sudovest dell'Inghilterra. Quando British Telecom ha comunicato che avrebbe rimosso l'unica cabina pubblica in funzione, gli ottocento abitanti di Westbury si sono riuniti in assemblea e hanno deciso: avrebbero acquistato la cabina per trasformarla in biblioteca autogestita. Pochi giorni fa l'inaugurazione: circa duecento volumi sono stati sistemati sugli scaffali di elgno collocati sulle pareti della inconfondibile cabina rossa disegnata nel 1935 dall'architetto Gilles Gilbert Scott, mentre sul pavimento scatole che contengono libri in stoffa per bambini. La spesa complessiva, ha rivelato in un'intervista Bob Dolby, dirigente amministrativo del Comune, è stata assai modesta: appena trenta sterline. 'British Telecom ci ha chiesto solo una sterlina a titolo simbolico, il resto lo abbiamo investito nei materiali necessari a realizzare la mini-biblioteca, mentre i volumi sono stati donati dalle famiglie del villaggio'. L'iniziativa, racconta la stampa locale, sta ottenendo un grande successo e spesso nel tardo pomeriggio si creano file di fronte alla singolare biblioteca per restituire o prendere in prestito i volumi. Un dirigente di British Telecom ha spiegato che la Compagnia nel corso degli ultimi mesi ha ricevuto oltre 700 richieste da parte di piccole comunità di 'adottare una cabina dismessa' e destinarla a uso pubblico, aggiungendo che oltre la metà è stata già accolta." (da Roberto Bertinetti, Com'è British la biblioteca nella cabina telefonica, "Il Venerdì di Repubblica", 18/12/'09)

Sos per la lettura: qualcuno salvi le biblioteche italiane


"Se è vero che l´identità di un paese si rispecchia nelle sue biblioteche, la fotografia nazionale appena prodotta dal ministero dei Beni Culturali ci restituisce il ritratto di un´Italia smarrita, priva di memoria, che volge le spalle alla sua stessa tradizione. Nell´arco di cinque anni, le risorse finanziarie per l´attività delle biblioteche pubbliche statali - quarantasei istituti, tra cui la Braidense, la Laurenziana, la Malatestiana, l´Angelica e la Casanatense - sono state ridotte della metà (da trenta milioni a sedici milioni di euro), con un depauperamento ancora più marcato per le due Biblioteche Nazionali Centrali di Roma e di Firenze, custodi delle stesse fonti dell´identità nazionale italiana. Dall´acquisizione dei libri alla valorizzazione, dalla prevenzione alla tutela, dai servizi per il pubblico all´informatizzazione, non c´è passaggio nell´attività delle biblioteche che oggi non mostri limiti e disfunzioni. Il confronto con la British Library di Londra o la Bibliothèque Nationale de France finisce per essere mortificante. E per l´istituto romano di viale Castro Pretorio, si rischia la chiusura.
Il merito di aver prodotto un quadro aggiornato del "costume bibliotecario degli italiani" è della stessa Direzione generale per le Biblioteche. «Mi auguro che sia lo strumento per ottenere maggiore attenzione politica e soprattutto un incremento di fondi», spiega il direttore Maurizio Fallace. Il rapporto redatto da una commissione di esperti non è sospettabile di ambiguità: la situazione appare molto critica, quasi disperata. Diminuisce la qualità dei servizi, decresce di conseguenza anche la domanda, ossia il numero dei prestiti e delle persone ammesse al servizio. «Se non si aggiornano le collezioni librarie e se non si ha la possibilità di catalogare tempestivamente il materiale acquisito, anche l´utenza è scoraggiata», recita il rapporto del ministero. Per inquadrare il malessere, basterà qualche cifra. Se nel 2005 si spendeva per il patrimonio bibliografico 8.263.311 euro, la previsione per il 2010 è di 3.605.877. La spesa per il funzionamento del servizio bibliotecario informatico passa da cinque milioni a meno di quattro milioni di euro, mentre per la tutela dei libri e dei documenti la perdita è ancora più secca: da 3.525.966 a 650.000 euro (consentita appena la manutenzione degli impianti di sicurezza, antifurto o antincendio, mentre mancano le risorse per i lavori di spolveratura, rilegatura, disinfestazione). Anche la catalogazione nel Servizio Bibliotecario Nazionale mostra una vera emorragia: dagli 823.821 euro del 2005 agli 84.645 euro previsti per il prossimo anno. Cifra del tutto inadeguata: solo per il materiale del Novecento, sono almeno cinque milioni i volumi non ancora catalogati (il loro recupero costerebbe circa venti milioni di euro).
Emblema del grave declino è rappresentato dalle due Biblioteche Centrali, di Roma e Firenze. Quella romana risulta oggi la più sacrificata, con una dotazione di 1.590.423 euro (rispetto al 2001 la decurtazione è pari al 50 per cento): per un buon funzionamento occorrerebbero almeno trenta milioni di euro. Il paragone con le sorelle europee è schiacciante: la dotazione annua della Bibliothèque Nationale de France è 254 milioni di euro, quella della British Library supera i 159 milioni. Se riferiti al personale, i dati sono ancora più clamorosi. Anche in questo caso, la comparazione può essere utile: alla Bibliothèque Nationale lavorano 2.651 persone, in quella inglese 2.011, a Firenze 205, a Roma 264: complessivamente le due biblioteche nazionali italiane hanno un patrimonio librario equivalente a quello parigino - circa 14 milioni di volumi - ma vi lavora meno di un quinto del personale impiegato a Parigi.
Le conclusioni del rapporto non fanno presagire niente di buono. Per la Biblioteca Nazionale di Roma, «le risorse attualmente disponibili non bastano a garantire neppure la pura e semplice sopravvivenza dell´istituto». Come distruggere la propria carta d´identità, quella in cui siamo venuti meglio." (da Simonetta Fiori, Sos per la lettura: qualcuno salvi le biblioteche italiane, "La Repubblica", 18/12/'09)

lunedì 14 dicembre 2009

Figlia d'arte di Guido Davico Bonino


"All'inizio della Montagna incantata di Thomas Mann un'infermiera dice al protagonista, Hans Castorp, che si è recato a trovare il cugino malato e comincia a sentire la seduzione del sanatorio, di misurarsi la temperatura. Sorpreso, egli risponde di essere abituato a misurarsi solo quando ha la febbre, al che lei replica che ci si misura per sapere se si ha o no la febbre. Entrambi i comportamenti hanno una loro logica. Quella di Castorp è la logica del pre-giudizio; come nel caso della febbre proclamata prima di essere accertata, spesso si decide a priori in quale categoria rientra un fenomeno, per poi valutarlo secondo le regole di quella categoria. Un giorno di molti anni fa, ad esempio, nella famosa galleria d'arte di Leo Castelli a New York, culla di tante grandi avanguardie contemporanee, tutti i quadri erano parati a lutto, coperti da drappi neri, per protesta contro la condanna inflitta a un artista. La galleria era vuota ma, come ho già raccontato, ad un tratto è entrata una giovane donna che, ignara di quella protesta e credendo si trattasse di una mostra di una nuova corrente o di un nuovo artista, si è soffermata a lungo dinnanzi a ogni quadro coperto, prendendo pure appunti. Non so se quei quadri invisibili le piacessero o no; comunque lei valutava quei panni secondo criteri estetici mentre, se avesse saputo che si trattava di una protesta, i suoi metri di giudizio e dunque i suoi giudizi sarebbero stati diversi. Questa consapevole o inconsapevole decisione preliminare di come porsi dinnanzi a un fenomeno è un pre-giudizio che condiziona la valutazione. Ineliminabile, spesso pericoloso e fuorviante, il pregiudizio è anche necessario perché, offrendo inquadrature e orizzonti, ancorché discutibili, in cui collocare le cose, difende dalla vertigine che ci coglie quando le cose ci arrivano addosso senza etichetta e senza cornice, in un vortice caotico perché ci manca un angolo prospettico da cui guardarlo e ordinarlo. L'arte e la letteratura, che pure dovrebbero infrangere ogni gerarchia e ogni classificazione prestabilita, soggiacciono spesso a tale preconcetto, oggi in modo particolare. Si decide a priori - o viene suggerito e imposto a priori dal meccanismo editoriale e mediatico - quali libri sono importanti, prima che siano stati letti; quali sono i libri che si devono leggere. Non è l'opera che, letta, giustifica il suo autore; bensì è l'autore, se famoso, a giustificare una sua opera anche eventualmente priva di qualità o estranea alla letteratura. Come nel Pendolo di Foucault di Umberto Eco, una banale lista viene scambiata per un pericoloso documento segreto perché la si ritiene a priori tale, così la più banale frase di Kafka che annoti, poniamo, il ritardo di un treno può venir letta come una parabola metafisica, grazie alla grandezza di ben altri testi di Kafka. Talvolta lo stesso successo in un campo preclude il riconoscimento di risultati che si conseguono in un altro settore, perché tutto viene valutato secondo i criteri che si è abituati ad applicare a quell'autore. Anni fa notavo come il giusto successo di Michele Serra quale giornalista e autore delle acute, godibili - talora fatalmente pure stantie - amache satiriche avesse ostacolato la consapevolezza dell'originale, alta qualità narrativa di un suo libro come Cerimonie, perché il suo autore era già etichettato quale stimato esponente di un altro ramo. O, per fare un altro esempio, il ruolo così rilevante di Alberto Asor Rosa nella critica letteraria e nel dibattito ideologico ha frenato il riconoscimento della forza poetica delle sue Storie di animali e altri viventi, che valgono più di molti testi di autori da lui studiati e magari celebrati. Così dubito che ora un breve racconto di Guido Davico Bonino, Figlia d'arte (Manni) - un racconto perfetto che tocca con evidenza poetica e possente concisione alcune corde essenziali del vivere - venga considerato, come merita, uno dei testi narrativi più incisivi di questo momento. Davico Bonino è universalmente riconosciuto nel suo valore di editore che ha contribuito per anni a dare il tono, con Bollati e Pochiroli, alla casa editrice Einaudi, di studioso di letteratura italiana e di critico teatrale, accademico e militante. Paradossalmente, temo che tutto ciò possa rendere più difficile accorgersi che questo testo non è l'elegante capriccio di un letterato, ma un racconto che parla della vecchiaia, del rapporto fra la genialità e la violenta sopraffazione della seduzione e della colpa della vitalità. Si potrebbero fare altri esempi. Michelstaedter aveva colto anche tutto questo, quando parlava della retorica, dell'organizzazione del sapere che classifica, ordina, schematizza la vita. La retorica è un farmaco e ogni farmaco, come dicono le istruzioni che la pubblicità è obbligata a invitare a leggere, è ambivalente; aiuta a sopportare la vita altrimenti spesso insostenibile ma la ottunde, la imbalsama come, in un museo di storia naturale, un animale da preda che non può più mordere." (da Claudio Magris, Lettura e pregiudizio. Gli schemi mentali impediscono di riconoscere i valori autentici, "Corriere della Sera", 12/12/'09)

sabato 12 dicembre 2009

aNobii, il tarlo della lettura


"Quali sono i cento libri più conosciuti e più votati dai lettori di Internet (o, per meglio dire, da quella ampia parte di lettori presente sulla libreria virtuale di aNobii)? Per ovvie ragioni numeriche, ci sono i best- seller, sia pure fra loro diversissimi: Gomorra e Il cacciatore di aquiloni, Harry Potter e L’eleganza del riccio, Il nome della rosa e Novecento. Qualche sorpresa in più viene dai classici, il cui criterio di scelta farebbe probabilmente perdere il sonno ai letterati: Il giovane Holden e Siddharta, accanto a Il signore degli anelli e a Fahrenheit 451. E a Italo Calvino, presente con non poche opere: Il barone rampante, Il visconte dimezzato, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il sentiero dei nidi di ragno, Le città invisibili. E come mai è in ottima posizione un titolo disdegnato dall’accademia come Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams? Perché, fra i romanzi di Niccolò Ammaniti, Ti prendo e ti porto via è diciassettesimo, mentre il best-seller Io non ho paura è venticinquesimo e Come Dio comanda, con cui lo scrittore vinse il Premio Strega, è sessantatreesimo? E che dire di Q di Luther Blissett che precede Tre metri sopra il cielo di Moccia?
Impossibile chiedere un criterio unico ad una platea così vasta come quella degli aNobiani, le cui recensioni sono state raccolte in un’antologia curata dalla giornalista e blogger Barbara Sgarzi, aNobii, il tarlo della lettura (Rizzoli, con le illustrazioni di Chiara Rapaccini). L’intenzione è quella di rendere omaggio alla “critica democratica” dei lettori che hanno scelto di aprire una libreria su Internet. Sono tantissimi: dal 2005, anno in cui il coreano Greg Sung decise di fondare il primo social network dedicato ai libri, a oggi, gli iscritti superano i cinquecentomila e i libri sono quasi quindici milioni. Libri di ogni genere: romanzi e saggi, raccolte poetiche e fumetti, best-seller e pubblicazioni fai-da-te. La bellezza del social network, infatti, non sta tanto nella recensione “dal basso” di titoli notissimi: ma nel mettere in comune con migliaia di potenziali visitatori i contenuti dei propri scaffali virtuali.
L’importanza della nicchia si intuisce solo parzialmente dall’antologia: che giocoforza ha selezionato i cento libri più letti e le cinque recensioni più votate per ogni opera, offrendo come “bonus track” altri cento titoli selezionati dalle librerie dei singoli recensori per tentare di restituire su carta la complessità di quel che si trova in rete: e qui gli accostamenti diventano davvero impensabili, con L’ora segreta di Scott Westerfeld accanto a Ieri di Agota Kristof, e l’autrice del graphic novel Persepolis, Marjane Satrapi, recensita insieme a William Faulkner.
In tutto, le recensioni raccolte fra gli aNobiani sono seicento e sono assolutamente dissimili: ingenue, coltissime, approfondite, superficiali, fulminee, lunghe, corte. Si va dalla battuta astiosa al saggio breve, ci si divide fra quelli che vorrebbero arrostire Il gabbiano Jonathan Livingston e quelli che lo amano come un maestro di vita. L’invito, per chi non conoscesse aNobii, è quello di leggere tutte le critiche, di leggerle bene e possibilmente di tornare a leggerle in rete: perché non è vero che il recensore del web è sempre “urticante”, spiritoso e cattivello, e non di rado le sue valutazioni non hanno nulla da invidiare a chi scrive su carta. I 333 anobiani prescelti si sono comunque prestati al gioco, concedendo il permesso di pubblicare gratuitamente il proprio testo (i proventi del libro saranno devoluti al centro chirurgico di Kabul di Emergency)." (da Loredana Lipperini, Moccia o Hesse i cento libri più votati dai lettori sul web, "La Repubblica", 09/12/'09)

venerdì 11 dicembre 2009

Grandi classici letti da grandi attori, viaggio letterario per la penisola


"Nel Paese dei reality show e dei cinepanettoni, la cultura non ha nessuna intenzione di sparire. Anzi, scende in campo con alcuni tra gli attori più rappresentativi del cinema e del teatro italiano, da Toni Servillo a Anna Bonaiuto, per recitare i classici della nostra letteratura. L'idea è di Francesco De Sanctis jr, pronipote dell'omonimo critico, che sul finire dell'Ottocento scrisse la Storia della letteratura italiana e ricostruì lo sfondo storico e culturale di questi capolavori.
'Vogliamo ridare vitalità alle opere che si studiano a scuola, come ha fatto Benigni recitando Dante', spiega il giovane De Sanctis. L'eredità del suo avo è un viaggio letterario e nei grandi teatri della penisola: partita oggi al Carignano di Torino con Laura Morante e i versi di Eugenio Montale, si concluderà il 3 maggio al Teatro Massimo di Palermo, con Luigi Lo Cascio che legge Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
In mezzo, altri grandi interpreti: Fabrizio Bentivoglio che dà voce alle Lezioni americane di Italo Calvino (Roma, Teatro dell'Opera, 2 marzo), Alessandro Preziosi con Il Principe di Macchiavelli (Napoli, Teatro San Carlo, 12 aprile), Toni Servillo che fa rivivere Il Saggio sul costume degli italiani di Giacomo Leopardi (Venezia, Teatro la Fenice, 21 dicembre). E poi Pierfrancesco Favino che legge Carlo Emilio Gadda (Bologna, Teatro comunale, 11 gennaio), Massimiliano Finazzer Flory con I promessi sposi (Milano, Teatro alla Scala, 25 gennaio), mentre Anna Bonaiuto recita La Gerusalemme liberata (Bari, Teatro Petruzzelli, 22 aprile). Otto reading in tutto, otto autori a cui il De Sanctis diede rilievo, ma anche scrittori a lui successivi che ne hanno portato avanti l'eredità. "Sono passi famosi che si studiano nelle antologie, ma che danno altre sensazioni quando li si sente recitare da grandi attori", assicura De Sanctis jr.
A introdurre ogni serata, ci sono critici ed esponenti della cultura, come Giorgio Ficara, Massimo Cacciari, Sergio Romano e altri ancora. Il progetto è alla seconda edizione, dopo il successo della primavera scorsa quando alcune sedi istituzionali romane hanno aperto al pubblico per ospitare i reading, ed è "figlio" della Fondazione De Sanctis, creata due anni fa dal De Sanctis jr che ha ereditato la biblioteca e l'archivio personale del suo trisavolo. Destinario è il grande pubblico (l'ingresso è gratuito, su prenotazione), però la manifestazione strizza l'occhio ai ragazzi dei licei e delle università, che magari questi autori li hanno un po' subiti. Ma impareranno ad amarli perché, come sostiene l'ideatore, 'la lettura ad alta voce amplifica la bellezza dei classici'." (da Chiara Brusa Gallina, Grandi classici letti da grandi attori, viaggio letterario per la penisola, "La Repubblica", 10/12/'09)

Fabio Volo, trionfo del non scrittore


"Nell'ultimo weekend il romanzo di Fabio Volo, Il tempo che vorrei, ha venduto più di tre volte del Simbolo perduto di Dan Brown. Guerra totale in casa Mondadori. Non ce n'è per nessuno, nelle graduatorie, né per le Donne di cuori di Bruno Vespa né per Ammaniti, De Luca o Camilleri. In sé e per sé il successo di Volo è spiegabile soltanto su base empirica. Le classifiche sono classifiche. I tabulati sono tabulati. L'ex Iena, partner di Simona Ventura, ha accumulato negli ultimi sette anni centinaia di migliaia di copie di vendita. Il giorno in più, il suo libro precedente (2007) era arrivato al milione, comprendendo la pubblicazione in paperback e le edizioni Club del libro. Tutti gli altri volumi, fra le 650 e le 800 mila copie. Una decina di traduzioni all'estero, Spagna, Germania, Russia, Francia, comprese anche Turchia e Albania, più altre annunciate per la prossima primavera.
Più fenomeno di così si muore. Spiegabile, inspiegabile, impagabile, invidiabile. Trentasette anni, bergamasco di nascita e bresciano di elezione, ex panettiere ed ex barista, insidiosa calvizie incipiente, barba corta e compensativa: 'Sono un non scrittore', si autodefinisce. 'Sfogo in ogni modo una sorta di creatività, una ricerca di equilibrio, un bisogno di benessere'. Aldo Grasso ha detto di lui che qualsiasi cosa faccia 'se sent la vanga, la provincia che avanza'. Se è per questo Fabio Volo è stato anche un non cantante, un non presentatore, un non attore, un non protagonista televisivo: 'Non sono originale, ma sono autentico, senza filtri'. [...] Non è neppure un Moccia, non cammina tre metri sopra il cielo, non è oracolar-sentimentale. Sembrerebbe piuttosto uno baciato da una sorte glocal, dal genio della provincia abissale che entra nell'economia mondo, dotato di un carisma indefinibile ma che si sovrappone con immediatezza al gusto del pubblico. Fra chi lo frequenta, il giudizio è semplificatorio: 'Piace alle donne perché le fa ridere'. Le rassicura. E gli uomini? Misterio glorioso, come tutti i carismi autentici. Come non scrittore ha avuto l'audacia di mettere in exergo a Il tempo che vorrei una citazione di Cortazar e una di Borges ('Ho commesso il peggiore dei peccati che possa commettere un uomo. Non sono stato felice'). E poi di esordire così: 'Sono nato in una famiglia povera. Se dovessi riassumere in poche parole che cosa significhi per me essere povero, direi che è come vivere in un corpo senza braccia davanti a una tavola apparecchiata'. Si potrebbe facilmente parlare di trash letterario o di grado zero della scrittura, se non fosse che invece funziona alla perfezione un 'effetto specchio' verso il pubblico: qualsiasi lettore, completato il romanzo di Fabio Volo, si convince che quel libro avrebbe potuto scriverlo lui, provando le stesse sensazioni, avendo letto gli stessi libri, visto gli stessi film, amate più o meno le stesse donne, combattuto battaglie maschili con gli stessi amici della sera. Con qualche incursione nell'immaginario soul meno prevedibile: 'I'll trade all my tomorrows for a single yesterday ...', come canta Janis Joplin. O per rifugiarsi in menù da cena perfetta, secondo la penultima moda della seduzione a sfondo gastronomico: 'insalata, riso basmati e un'orata nel forno, con patate e pomodorini Pachino'. Il suo romanzo è diviso sostanzialmente in tre parti. Uno, la vita erotica del protagonista, Lorenzo. Due, la sua vita di lavoro. Tre, il ricordo della vita familiare, con il padre infilato ogni volta in iniziative commerciali fallimentari, bar troppo costosi, cambiali nel cassetto, creditori alle porte, e sempre in attesa di un responso su una malattia grave, un adenocarcinoma, ma forse operabile; non ci dovrebbe essere dramma nell'universo Fabio Volo. [...] E poi aforismi a iosa, 'L'amore è come la morte: non si sa quando ci colpirà'. Scene di ordinaria vita quotidiana e di fastidi reciproci con la morosa: 'Il rumore che faceva quando deglutiva. Al mattino quando aveva freddo e tirava su con il naso. Quando lasciava aperto il frigorifero. Quando masticava le fette biscottate. Quando con il dito pigiava le briciole a tavola e poi infilarsele in bocca ...'. Naturale che poi lei sposa un altro, anche se come in una canzone di Lucio Battisti viene da lui al mattino per un'ultima inferocita sessione d'amore. Mentre lui nel frattempo è diventato un genio della pubblicità e ha creduto di poter leggere l'Ulisse di Joyce 'perché ritenevo che, avendo studiato l'Odissea alle medie, sarei partito avvantaggiato' (poi il suo mentore lo fa ripiegare su On the Road di Kerouac. 'L'ho letto in due giorni e quando ho incontrato Roberto gli ho detto. "Ma questo non è un libro, questa è vita"'). Pura vitalità anche l'esistenza di Fabio Volo? 'Vado a Barcellona come a New York perché l'Italia mi sembra un Paese immobile: poltici vecchi, telespettatori vecchi, imprenditori vecchi. E' più facile diventare una rockstar che aprire un'impresina'. Ecco forse il segreto. Fabio Volo, da pronunciare e scrivere sempre con nome e cognome: uno qualunque. Il volto, di uno qualunque. Il talento, di uno qualunque. Lo stile, idem. E il suo libro, il manifesto inesorabile dell'Italia qualunque." (da Edmondo Berselli, Fabio Volo, trionfo del non scrittore, "La Repubblica", 03/12/'09)

giovedì 10 dicembre 2009

Is Poetry still Possible?


"Il pubblico della poesia e della critica, in Italia, è scomparso. Poeti e critici vagano nel nostro Paese come sonnambuli che la gente scansa, incredula. A che serve la poesia? Come potrebbe sopravvivere nel mondo dell’informazione? Le stesse domande che Montale poneva urbi et orbi nel discorso del Nobel (1975) trovano oggi una risposta chiara nei «niente» e «in nessun modo» che echeggiano da un ministero a un’aula di scuola a un programma tv. Il sogno di De Sanctis - una società progredita o progressiva in un grande racconto di sé - che è stato, pur traumaticamente, lo stesso sogno di Montale, è oggi infranto. E la poesia, anche quella dei poeti laureati, si è nascosta nelle catacombe, in attesa che qualcosa cambi.
Ma che cosa è accaduto? Perché la poesia è diventata un gesto che non ci riguarda? Montale, già all’epoca degli Ossi, in uno dei suoi Sarcofaghi ci dice che il fuoco nel caminetto «verdeggia» in «un’aria oscura»: cioè l’umanità si raffredda, l’«uomo umano» patisce e intristisce nel mondo «meccanico» dell’informazione. Difensore ironico, ma anche intransigente, della continuità umanistica di fronte alla disumanizzazione dell’arte e al male sociale che ne consegue, Montale oppone i suoi no all’ingranaggio globale.
L’individuo pensante e poetante è per lui la sola alternativa all’indecisione, poi allo spegnimento di quel focherello nel camino e in definitiva alla tenebra. Il poeta «soleil couchant» di Baudelaire è per lui l’artefice che umanamente, con il suo calore residuo e insufficiente, disegna figure angeliche «sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione»: l’irrequieta Clizia della Bufera, la cui fronte «si confonde con l’alba». Oppure è il dandy-utopista che protesta contro la disarmonia storica e il cui gesto «implica sfiducia e insieme ottimismo, disperazione e fede nel destino individuale».
Ma soprattutto, poeta è per Montale chi, pur attratto verso l’oscurità e l’aria che «grava», presta le sue cure al mondo: il viandante che aggiunge all’esigua e indecisa fiamma di quel focolare un ramo o una pigna, e riprende poi il suo cammino. La poesia stessa è essenzialmente pietà e comprensione: lo sanno il giovanissimo Montale spiritualista e contingentista del Quaderno genovese e degli Ossi di seppia (lettore di Boutroux, di Sestov) e il vecchio Montale scettico del Quaderno dei quattro anni.
Se la vita umana è stupida come il «sonno dell’abbandonato», priva di segni, segreti, miracoli, fini ultimi, smagliature nella rete che ci stringe, se è esattamente l’idiozia di cui parla l’amato Flaubert, la poesia è il paradosso che rende intelligente la vita. Nonostante il suo leggendario understatement, Montale parla chiaro: la vita da sola, da sé, senza i poeti (e il loro antico ruolo sociale) è simile a quella del vecchio «abbandonato» accanto al focolare freddo: un doloroso, sordo non senso. E quando, nel discorso del Nobel, si chiede: «è ancora possibile la poesia?», la risposta, dalla logica stringente, è affermativa: «Inutile chiedersi quale sarà il suo destino. È come chiedersi se l’uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte dal primo giorno della Creazione». Come dire: la poesia durerà finché durerà la pena degli uomini. (D’altra parte, se la pena non ci fosse, non sarebbe possibile la poesia).
Questa cosa che non ci riguarda più, in quanto collettività e nazione, per Montale è inscindibilmente legata al concetto stesso di umanità. Nell’Epigramma dedicato a Camillo Sbarbaro, vediamo una barchetta di carta che un bambino «affida alla fanghiglia mobile d’un rigagno»: il bambino è il poeta che scrive i suoi versi-barchette e li consegna al mondo-ruscello: il bastone di un «galantuomo che passa» deve poi guidarli al sicuro, a un «porticello di sassi». La poesia, dunque, è un bene di tutti, cui tutti contribuiscono. È una nota che deve centuplicarsi in noi con reti di risonanze ed echi «che rappresentano la sostanza dell’arte stessa». È il principio di qualcosa che si compie nella lettura, e non si compie mai del tutto in una sola lettura. Noi stessi siamo o dovremmo essere la sua dimora, il suo «porticello di sassi». Il punto è indovinare se ci siano o ci saranno, magari tra i nostri governanti, ancora galantuomini come quello che passa, o passava, nell’Epigramma di Montale." (da Giorgio Ficara, Se il poeta finisce nella catacomba, "La Stampa", 10/12/'09)

Montale nel catalogo Mondadori

mercoledì 9 dicembre 2009

Javier Marias: "Quei ragazzi convinti che il sapere è irrilevante"


"Una reginetta di bellezza ha detto che Colombo ha scoperto l´America nel 1780
Avrà saputo che cos´è un secolo? Se avesse detto «1789» avremmo potuto pensare che avesse confuso una data famosa con un´altra. Ma il 1780? Un mistero veramente. La notizia aggiungeva qualcos´altro, forse ancora più rivelatore e sintomatico: in un programma della televisione Tve avevano provato a svergognarla per la sua gaffe, ma lei si è difesa con disinvoltura, affermando che «è irrilevante sapere questa cosa».
È facile giudicarlo un evento trascurabile e consolarsi con la fondata idea che tutte le miss e aspiranti tali sono ignoranti per definizione e irrimediabilmente sceme. I loro gridolini, i loro pianti e le loro ovvietà sono stati parodiati fino allo sfinimento in film e programmi umoristici. Che ci si può aspettare da una miss? La cosa è nota. Però la giovane in questione probabilmente fino a quattro giorni fa era una ragazza normale. Sarà andata al liceo come tutte, e chissà, forse sarà arrivata anche a prendersi il diploma. Sarà arrivata ai diciotto-vent´anni con una qualche istruzione, e ne è prova il fatto che le sia venuta in mente la parola «irrilevante», che ai tempi nostri non è alla portata di tutti. Ho paura che le sue due risposte, quella del 1780 e quella dell´irrilevanza, le avrebbero potute dare parecchi giovani che non hanno mai avuto nulla a che fare con i concorsi di bellezza, e un numero non trascurabile di adulti, fra i quali, senza dubbio, alcuni di quei giornalisti televisivi che hanno voluto metterla alla berlina, solo che a loro non fanno queste domande difficili con le telecamere davanti.
«È irrilevante sapere questa cosa». Da un certo punto di vista la candidata al titolo di "Reina" non ha tutti i torti, perché la stessa cosa devono aver pensato certamente tutti i professori che ha avuto in vita sua, e i responsabili della Pubblica istruzione - nazionali e regionali - degli ultimi due o tre decenni, che hanno fatto tutto il possibile per trasformare la Spagna in una società di illetterati, di ignoranti fieri della loro ignoranza, di primitivi esperti in tecnologia; e come loro un buon numero di genitori, che si sono affannati a pretendere dai docenti che insegnassero ai loro virgulti «cose pratiche», che possano servire per guadagnarsi da vivere in futuro, senza perdere tempo con l´«irrilevante». Serve a qualcosa il latino, una lingua cadavere? A che serve la matematica, quando abbiamo le calcolatrici che ci forniscono il risultato di qualsiasi operazione lì, sul momento? A che servono la grammatica, la sintassi e l´ortografia se come si parla e come si scrive è lo stesso? A che serve conoscere la storia se basta cercare su Internet per appurare istantaneamente chi fu il tale personaggio e che cosa successe il tale anno? A che serve la geografia, se prendiamo aerei che ci portano in qualunque posto nel giro di poche ore e non ci importa nulla del tragitto? C´è qualcosa che serve a qualcosa? E che cosa sono, poi, le cose «pratiche»? Forse solo imparare a maneggiare il computer e la calcolatrice. In fin dei conti, perché è necessario andare a scuola? Per avere un´idea del mondo, del passato dell´umanità, della storia dell´arte e delle religioni, dell´evoluzione delle scienze, della nostra anatomia, dei testi che sono stati scritti, della moltiplicazione, della divisione, della somma e della sottrazione, del cerchio e del triangolo? Niente di tutto questo è «pratico» né aiuta a guadagnarsi da vivere, tanto meno a diventare Reina Hispanomericana. Eppure ...
L´istruzione non è solo conoscenza e dati. È un elemento essenziale di quella che un tempo si chiamava «formazione», cioè la trasformazione degli individui in persone, non esseri animaleschi che cadono nel mondo senza avere nozione alcuna di quello che c´è stato prima di loro, incapaci di associare due fatti, di distinguere fra causa ed effetto, di articolare due frasi intelligibili, di pensare e ragionare, di comprendere un testo semplice. Questo è il genere di esseri che abbonda ogni giorno di più nella nostra società intellettualmente rudimentale. Il problema è che, per qualche mistero, alla fine questi esseri non escono fuori né «pratici» né in grado di guadagnarsi da vivere, la vecchia aspirazione dei loro già abbrutiti genitori. Non è raro vedere in televisione giovani e non tanto giovani che dicono, in questi tempi di crisi: «Io non voglio studiare, quello che voglio è che mi diano un lavoro per guadagnare soldi». Spesso hanno un´aria talmente da scemi che mi scopro a pensare con pena: «Ma santo cielo, come può qualcuno darti un lavoro se è evidente che non ti hanno insegnato nulla e che non servi neppure per appiccicare un francobollo? Se io fossi un imprenditore, non ti assumerei». Temo che gli imprenditori veri pensino la stessa cosa: «Non ho bisogno di un animale tecnologico, che sa battere i tasti come gli viene ordinato ma senza avere la minima idea di quello che sta facendo. Non ho bisogno di una persona incompleta. Portatemi qualcuno civilizzato, con conoscenze irrilevanti, di quelle che ti permettono di cavartela nel mondo»." (da Javier Marias, Quei ragazzi convinti che il sapere è irrilevante,
"La Repubblica", 08/12/'09)

Javier Marias nel catalogo Einaudi

mercoledì 2 dicembre 2009

A cuore aperto di Raffaele La Capria


"Circondati come siamo da scrittori irreali, o falsi (e probabilmente incolpevoli: la realtà è più irreale di loro), quando ne leggiamo uno vero abbiamo l'impressione che un errore si commetta sotto i nostri occhi. Che la sua stessa «verità» sia un errore: la letteratura, dicono e hanno detto in molti (da Praz a Steiner ad Arbasino) si è fermata come un'automobile in panne e noi oggi non possiamo che girarle attorno. Praz addirittura estendeva la clausola a un'intera porzione di modernità ... Eppure no: l'errore di dire la verità - nel nostro stesso mondo, perfino in Italia - si commette ancora. Ecco ciò che pensavo leggendo A cuore aperto di La Capria (Mondadori). Vero scrittore in ogni suo libro, dal capolavoro Ferito a morte ai saggi di Letteratura e salti mortali a quelli dell'Armonia perduta, La Capria ha sempre teso l'orecchio al «suono della verità»: da uomo innamorato dell'umano e della vita, della «noncuranza della natura» - il mare e il fondo del mare di Capri, gli alberi, i cani, gli asini, le «belle giornate» - ha invariabilmente cercato nella vita stessa quella sottile musica essenziale.
Una musica di sottofondo cui si accompagna «un'idea profonda e una percezione radicata di ciò che è umano e di ciò che non lo è, di ciò che è vero e di ciò che è falso». S'intende, per raggiungere questo fine non è necessario scrivere romanzi. La Capria racconta della sua famosa spigola, «ombra grigia profilata nell'azzurro», nella prima pagina del suo romanzo Ferito a morte e qui, a distanza di quarantotto anni, nelle pagine eccentriche insieme saggistiche, diaristiche, narrative - di A cuore aperto. Inavvertito, come se nulla fosse, lo stesso pesce guizza da un genere all'altro, dal romanzo-romanzo alla prosa flessuosa e aperta del saggio: «Ora quando penso a quel pesce intelligente e al mio affannare dietro di lui, a quell'ostinato desiderio, io penso al Dio Irraggiungibile». Per La Capria tutto sommato i generi non esistono oppure sono mari contigui in cui nuotano gli stessi pesci: l'ambigua chimera del romanzo italiano novecentesco, che ha prodotto capolavori d'incompiutezza - la Cognizione di Gadda, ad esempio - o sublimi e sottili frammenti di prosa d'arte, non lo ha indotto mai alla stretta osservanza del precetto narrativo.
La Capria è uno scrittore vero in un Paese di romanzieri irreali: indifferenti alla sua religione dell'arte, alla sua pazienza e ironia, e ai suoi stessi fini civili: «ogni volta che riesco a comporre una frase ben concepita, ben calibrata e precisa in ogni sua parte - ha scritto - una frase salda e tranquilla nella bella lingua che abito, e che è la mia patria, mi sembra di rifare l'Unità d'Italia». Il libro che La Capria continua a scrivere non è né un romanzo, né un racconto, né un saggio critico e probabilmente delude i cultori dell'entertainment a tutti i costi. Ma è «letteratura», nel senso lato e adorniano di resistenza all'informazione (e alla falsa letteratura), anzi, secondo il suo aggiornamento più morbido, «distrazione» dall'informazione. «Posso chiedere il permesso di non registrare un discorso di D'Alema o di Berlusconi? Di cancellarlo subito come una gomma che non ne lascia traccia?» Civile in quanto distratta, la scrittura di La Capria qui e altrove interroga la realtà anche più degradata del nostro Paese. E' essenzialmente estranea ai sofismi che la rappresentano. Ritrova il fuoco dell'immagine. Napoli, ad esempio, è un luogo «irrisolvibile» che si trasforma
definitivamente in tristezza o «sentimento di continua frustrazione», senza altri o diversi velami nostalgici: il cantore del mito della «bella giornata» - dai primi romanzi alla trascrizione della remota fiaba di Colapesce alle prose anche minime e quotidiane - è qui alle prese con il peggio della civilizzazione, una mutazione urbanistica divenuta «mutazione morale», un degrado politico non reversibile, come quello che De Sanctis vedeva nell'Italia del Machiavelli: il Paese «meno serio del mondo».
Questo dandy, dunque, che abbiamo incontrato con il cane Guappo per le stradicciole di Capri, come ogni vero scrittore (e ogni vero dandy, da Baudelaire a Montale) è innanzitutto un critico del suo tempo. Ma in questo libro, come già con chiari avvertimenti ne L'estro quotidiano (2005), è un inquieto scrittore metafisico. A cuore aperto è una specie di catalogo di ciò che si lascerà nel mondo: un albero fiorito «bianco come dopo una nevicata»; una terrazza sul mare immersa nel mistero - il suo «piccolo Tibet» - a un passo dall'eternità; il mare che «incurva le spiagge» e, come in Ferito a morte, non lascia in pace la Storia, sgretola le pietre dei palazzi, finché un giorno «i pesci nuoteranno nelle stanze irriconoscibili»; e poi i fili d'erba, il rumore lontano d'una barca, la musica di Mozart: «Non sentirò mai più la musica di Mozart? Com'è possibile?» Visto dall'eternità, il mondo, si sa, è appena «un punto di luce nebulosa», è quasi nulla. Ma che altro può fare, che altro ha uno scrittore? Parlare d'angeli, o del confine fra visibile e invisibile, come fanno i poeti (anche il vecchio Montale del Quaderno), non può. Parlare di ciò che non si sa e non si vede, non può. Gli basta lo spicchio di Terra che conosce, sempre lo stesso, il «quasi nulla» amato come se fosse un «quasi tutto».
La metafisica di A cuore aperto non si spinge oltre: è il risultato di un eccesso di amore che rende il mondo più visibile e intelligibile. (Rimane il sospetto che, privo d'un tale «eccesso» d'interpretazione o letteratura, il mondo stesso esisterebbe un po' meno)." (da Giorgio Ficara, Un dandy orfano della bella giornata, "TuttoLibri", "La Stampa", 28/11/'09)

sabato 28 novembre 2009

Diario di lettura: Antonella Agnoli


"Quando nel 1999 l'ex manager dei Sex Pistols Malcolm McLaren si candidò per scherzo ma non troppo a sindaco di Londra, dichiarò che se mai fosse stato eletto avrebbe aperto bordelli per deputati e nuove biblioteche provviste di bar: «E' bello poter bere una Guinness mentre stai leggendo Dickens». Antonella Agnoli, storica bibliotecaria di Pesaro da poco passata alla libera professione, si occupa della seconda parte del programma elettorale del vecchio provocatore punk. E ha da poco pubblicato un libro assai interessante, Le piazze del sapere (Laterza), in cui propone di ripensare gli spazi urbani proprio a partire dalle nuove biblioteche, viste come luoghi della possibile rinascita di un Paese sempre più ignorante, alle prese ormai da anni con l'analfabetismo di ritorno, e in cui le università organizzano corsi di sostegno di italiano non per gli studenti stranieri ma per i nostri diciottenni, «incapaci di scrivere due paragrafi senza strafalcioni».
Signora Agnoli, in Italia come è noto si legge poco: quanto a lettori, siamo agli ultimi posti in Europa. E ci si rincuora se per caso il numero di chi compra almeno un libro all'anno cresce anche solo dello 0,1%. Eppure dal suo Le piazze del sapere traspare non solo un progetto, ma addirittura una speranza. Non le sembra di esagerare? «Il libro nasce da riflessioni che sto facendo da tempo: in biblioteca ho lavorato 33 anni. Di recente mi sono dedicata alla progettazione di luoghi e servizi con l'idea di ripensare la biblioteca. E volevo scrivere un libro che facesse capire che cosa è una biblioteca per una città anche da un punto di vista politico. In quella di Pesaro c'è questo mix di scelte architettoniche / orari / accoglienza. E' un luogo facile. E funziona. Direi che è un libro che i bibliotecari possono usare per dialogare con gli amministratori, che in genere non capiscono perché mai dovrebbero investire in una biblioteca.
Io non metto in discussione le biblioteche storiche, di conservazione. Oltre al fatto che in Italia si legge poco, dobbiamo tener presente che oggi la gente vuole tutto e subito: perché andare in biblioteca al tempo di Internet? Inoltre ci sono i tascabili, e almeno al Centro-Nord da noi le librerie non mancano. Tuttavia in un Paese come la Danimarca si è riscontrato un calo nel numero di prestiti ma un aumento di presenze: la biblioteca vissuta come piazza, alternativa al modello commerciale. Ecco perché la biblioteca può inserirsi in un progetto urbanistico. Il libro diventa un oggetto economico a causa dell’intrecciarsi di cose come la tecnologia, l’ignoranza e l’invivibilità delle nostre città. Io sono convinta che agganciare i giovani e invertire la tendenza sia possibile. Occorre dare loro luoghi e oggetti che abbiano attinenza con la loro vita, e dunque anche musica, cinema, fumetti. In realtà questo Paese ha deciso di non investire nell’istruzione: ma la biblioteca è un servizio trasversale a tutti i servizi della città. Fa da doposcuola al tempo dei tagli e da ritrovo per gli anziani sprovvisti di computer, e serve anche all'integrazione di chi arriva da fuori».
Dopo la sua esperienza a Pesaro è stata chiamata a Londra per collaborare al restyling degli Idea Store. Ci racconta qual è stato il suo percorso? «Ho iniziato a lavorare in biblioteca nel 1976, a Spinea, in provincia di Venezia. Non avevo studiato biblioteconomia e non avevo esperienze precedenti. La biblioteca era in una bella villa veneta con un grande parco. Mi sono detta che dovevo cominciare dai bambini. Ho scelto quelli della Emme, all’epoca all'avanguardia, e alcuni titoli di Munari. Sono stati i bambini a portarmi le mamme. Loro entravano ingobbite, timide. Ho capito che dovevamo tenere anche la narrativa rosa, compresi gli Harmony. In poco tempo un terzo della popolazione era iscritta alla biblioteca. Se avessi puntato sulla Treccani quelle mamme non le avrei più riviste. Dai bambini ho imparato tanto. Non puoi dirgli che non si possono prendere in prestito più di tre libri. La quantità è proporzionale al tempo che uno dedica alla lettura. Vale lo stesso per i film o per la musica».
Questo però è un Paese che i lettori bambini li perde per strada: se ne dolgono spesso anche i librai. «Io sono un'ottimista, o se vuole una militante. Bisogna
lottare, non arrendersi mai. Certo è faticoso perché abbiamo tutto contro: il tempo che manca, i tagli di ogni governo, la tivù, la mancanza di visione da parte della politica. Di recente hanno aperto una biblioteca a Bogotà, decidendo di investire in quella struttura per il recupero della città. Pare che funzioni, voglio andare a vederla. Per tornare ai bambini, spesso per quelli degli immigrati la cultura è ancora un valore. Per loro andare bene a scuola significa come per noi negli Anni Sessanta cercare un riscatto sociale».
Come è nato in lei l'amore per i libri? «Non so se amo i libri. Amo le persone, e certo mi piace che le persone leggano». Da ex commesso di libreria che se l'è sentita fare spesso, mi permetta una domanda ingenua: leggeva molto quando lavorava in biblioteca? «Non sono una grande lettrice. Oddio, non vorrei entrare nello stereotipo dei bibliotecari che non leggono. Ma vede, faccio tante cose, non posseggo una tivù e ascolto molta musica classica. Bach, Sciostakovic, i Quartetti di Beethoven, i Lieder».
Quali sono stati i suoi maestri? «Premesso che sono un'autodidatta, Luigi Crocetti è stato per me un grande bibliotecario. Lui non ci dava mai la soluzione di un problema, ci invitava a ragionare. A Venezia, quando lavoravo per la Biennale Cile, ho conosciuto tra gli altri Franco Basaglia e Luigi Nono. Si andava a cena fuori ed era facile conoscere persone così. Sono stati anni formativi. Prima, a Belluno, frequentavo le osterie e ascoltavo i racconti degli anziani».
E i suoi autori di riferimento? «Ogni periodo ha i suoi. Da ragazza, Mann, La montagna incantata. Ma ora? Le persone cambiano, si trasformano. Oggi leggo molti polar. Certi autori, penso per esempio a Jean-Claude Izzo, hanno saputo anticipare i fenomeni urbani, raccontandoci le periferie prima dei giornali».
Che cosa vuol fare da grande? «Vorrei mettere su un servizio, SOS Biblioteche, a cui ci si possa rivolgere per trasformare i luoghi: rendere accogliente e attraente una biblioteca costa meno che farne una nuova. La biblioteca si porta dietro un sacco di pregiudizi. Come scardinarli? Occorre pensarci»." (da Giuseppe Culicchia, In ogni città ci vuole una piazza del sapere, "TuttoLibri", "La Stampa", 28/11/'09)

mercoledì 25 novembre 2009

I Tir dei libri lungo l'Italia per conquistare lettori


"Libri con le ruote. Per inseguire il lettore che fugge, le autostrade reali sono più utili di quelle informatiche. 'Da gennaio saremo la prima casa editrice on the road', annuncia Fiorenza Mursia tra gli scaffali della sua (ancora sedentaria) libreria milanese. Tutto il catalogo della cinquantenne e prestigiosa sigla dell'editoria italiana sarà caricato su quattro Tir: 3.800 titoli, 9 mila volumi per camion. Freccia a sinistra e via per lo Stivale, ventiquattro le 'piazze' già prenotate per la prima tournée, nomadi come un circo, a vender libri nei piccoli centri dove le librerie muoiono come le farfalle d'inverno.
Papà Ugo, che fondò il marchio, sarebbe contento: era un appassionato di Salgari e di Verne, cioè di viaggi e di avventure. E questa è un'avventura viaggiante che sa di moderno e di antico assieme. 'Cercavamo idee per uscire dalla morsa di un mercato editoriale sempre più rigido - spiega Fiorenza - ci aspettavamo proposte di negozi online e cose così'. Invece i guru del marketing hanno soppesato tutte le possibilità offerte dalla tecnologia e hanno concluso che il futuro sta nell'antico. In strada. Come i colporteur, venditori ambulanti di Bibbie e fogli volanti nella Francia dell'Ottocento: andare nelle piazze, con i libri veri, da far vedere e toccare.
Certo, Internet funziona, eccome. Le vendite di libri in rete sono aumentate quest'anno del 22%, più del prevedibile. Ma cosa compra il lettore in rete? Solo i titoli che già cerca. Non è lì che si farà sedurre da un libro sconosciuto. Ma ormai neanche nelle librerie di catena, dove spadroneggiano le novità (il tempo di permanenza in scaffale è sceso a tre mesi). E le librerie tradizionali, quelle col libraio che dà consigli? Perdono clienti (meno 7%). L'insieme è letale per editori che, come Mursia, vivono di un enorme catalogo di long-seller. Come proporlo al lettore-massa? Sbarcare negli ipermercati? Anche lì, a sorpresa, le vendite calano nonostante i supersconti (meno 2,5%). In queste condizioni, l'incontro tra i libri non-da-classifica e il lettore si fa difficile. Bisogna sparigliare. Inventare. Copiare da altri settori, per esempio la moda, che con i temporary shop approfitta dei negozi provvisoriamente sfitti. Anche Mursia aveva carezzato l'idea: ma l'ha scartata. "Siamo una casa editrice con una tradizione, non ci piace dare l'idea del mordi-e-fuggi". Più suggestivo il modello alimentare: sbarchi, apri, cucini e servi ben caldo. Non c'è solo la porchetta: raffinati ristoranti sushi su ruote spopolano negli Usa. Ed è questo che farà Passapartù, il progetto Mursia.
Per ora i camion sono due, ma la flotta dovrebbe raddoppiare entro il 2010. Ciascuno porta un container lungo nove metri, che una volta posato a terra si apre da solo come un carillon e in pochi minuti diventa uno stand di cento metri quadri, design firmato da due giovani architette milanesi, Valeria Manzini e Yuri Mastromattei, scaffali colmi di novemila volumi, saletta conferenze da 30 posti, computer, video e angolo cocktail. Tre settimane stanziali e una di viaggio ogni mese. Piazze scelte con cura per setacciare la provincia italiana. Sindaci entusiasti di ospitare un'animazione culturale a costo zero: 'Nessuna difficoltà a ottenere i permessi'.
Come ogni buona idea, ha precursori. Un altro grande editore italiano, Valentino Bompiani, ci pensò nel 1955. Il suo 'Librimobile', furgoncino-libreria-salotto con grandi finestre-vetrine, lo fece carrozzare da un designer prestigioso, Enzo Mari (che apparteneva, non a caso, al movimento dell'"arte cinetica"). Anche gli editori di opere a fascicoli, come Fratelli Fabbri, disponevano di un proprio parco-mezzi motorizzato. E sempre negli anni Cinquanta i servizi di pubblica lettura di alcune province raggiungevano con camioncini i paesi più sperduti per prestare e ritirare libri, tradizione rifiorita qua e là con i 'bibliobus'. Albe Steiner propose perfino scompartimenti-libreria sui treni. Ma allora non c'era Internet. La sfida era far arrivare il libro dove altrimenti non sarebbe arrivato. Oggi la gara è fra libreria reale e libreria virtuale? 'Non sono mercati in competizione' per Giovanni Peresson dell'ufficio studi dell'Associazione italiana editori. 'Il lettore di oggi - spiega - è multi-canale, compra in rete ma ama anche frugare sulle bancarelle'. Ma è proprio la stessa cosa? 'Internet è velocità - ammette Fiorenza Mursia - ma il libro è pensiero lento, cioè ascolto, maturazione, scambio: il lettore ha bisogno di tempo e spazio per innamorarsi, noi proviamo a regalarglieli'." (da Michele Smargiassi, I Tir dei libri lungo l'Italia per conquistare lettori, "La Repubblica", 24/11/'09)

Il boom italiano dei libri per ragazzi


"Per fortuna che i più giovani continuano a leggere. E che l'editoria italiana per bambini e ragazzi sta viaggiando a gonfie vele: in una situazione di generale contrazione del mercato del libro , questo è infatti l'unico settore in crescita regolare. I dati sono eloquenti: in Italia, nel 2008, il fatturato è aumentato del 9,1%, raggiungendo 150 milioni di euro, con un aproduzione di 31 milioni copie (vale a dire circa il 9% della produzione totale di varia). La crescita è costante, come dimostra anche l'aumento regolare delle novità destinate ai lettori più giovani: nel 1987 erano 951, un decennio dopo erano diventate 1740, mentre oggi sono ormai più di 2700. La vitalità del settore è confermata anche dal volume delle traduzioni dei nostri autori, il quale aumneta di anno in anno: oggi un titolo italiano su tre venduto a un editore straniero è un titolo per ragazzi. Il crescente interesse all'estero per la nostra editoria destinata a bambini e ragazzi verrà confermato a Montreuil, alle porte di Parigi, dove, da domani al 30 novembre si terrà la venticinquesima edizione del Salon du livre et de la presse jeunesse, un appuntamento molto importante, dove l'Italia sarà quest'anno l'ospite d'onore. La Francia è sempre stata molto attenta alla nostra produzione, ma se in passato era soprattutto la creatività degli illustratori italiani a suscitare l'ammirazione degli editori francesi, da qualche anno anche gli scrittori sono riusciti a conquistarsi l'attenzione dei lettori d'Oltralpe. Autori come Silvana De Mari o Licia Troisi, ma anche Silvana Gandolfi o Roberto Piumini, hanno ottenuto lusinghieri riconoscimenti di pubblico e critica. [...]" (da Fabio Gambaro, Il boom italiano dei libri per ragazzi, "La Repubblica", 24/11/'09)

lunedì 23 novembre 2009

Diario di lettura: Andrea Zanzotto


"Andrea Zanzotto è un poeta e un uomo coltissimo, che legge e ha letto di tutto, sempre. Un intellettuale che parlava di Jacques Lacan quando in Italia era ancora sconosciuto, un poeta che nei suoi versi, fin dagli esordi di Dietro il paesaggio (1951) poteva passare da Virgilio e Petrarca a Hölderlin con estrema disinvoltura. Ora è tornato a sorprenderci con un nuovo libro di poesia, Conglomerati, che per la sua straordinaria vivacità intellettuale non sembra certo opera di un autore di ottantotto anni che ha già al suo attivo testi chiave per la nostra poesia contemporanea. D'atra parte la grande reattività di fronte ai mutamenti d'epoca, la capacità di antivedere i percorsi del suo tempo, e non solo quelli della letteratura e della poesia, insieme a un'acutezza mentale finissima sono sempre stati caratteri forti della sua personalità. Ti immagino seduto a rileggere Petrarca, ma forse hai tra le mani il romanzo di un giovane scrittore veneto ... Magari Federica Manzon ... «Leggo quello che capita, leggo un po' a caso. Però seguo regolarmente, per esempio, e da decenni, un mensile come "Le Scienze", che è l'ideale per chi, senza essere o poter essere neanche lontanamente uno specialista, voglia capire di più, entrare per quanto possibile nella realtà di un'altra cultura. Oltre tutto gli scienziati, i fisici e gli astrofisici in particolare, hanno spesso straordinarie invenzioni linguistiche, sanno a loro modo muovere il linguaggio, creare linguaggio. Hanno in questo senso risorse di fantasia che spesso ignoriamo, o sottovalutiamo. Poi ci sono parole misteriose e affascinanti. Per esempio, nel mio nuovo libro ci sono questi due versi: "Se su quel ghiaccio scivoli entri in un passaggio / da un mondo a un antimondo dalle nere scinbell", con nota a pie' di pagina, a proposito di "scinbell": nome dato a una “particella” ignota».
D'accordo, ma restiamo nel mondo dei libri, dei libri o del libro che stai leggendo o hai appena letto: «Di solito evito libri troppo grossi, però questa volta ho fatto un'eccezione e ne sono rimasto contento. Parlo di Santità e potere di Giancarlo Zizola, edito da Sperling & Kupfer, un libro di oltre 500 pagine sulla vita vaticana, sulle varie correnti interne, per niente conformista, che ho apprezzato molto e dal quale c'è molto da imparare. L'ho anche presentato in pubblico».
Sono certo che ai tuoi lettori interessa capire se ti tieni al corrente di ciò che accade in poesia, se segui le novità, o almeno le nuove uscite dei suoi coetanei. «Dei giovani, sinceramente, non saprei cosa dire. Anche in questo caso, le mie, sono letture un po' occasionali, non sistematiche. Ci tengo molto, invece, a non perdere i contatti, non solo personali, con chi era amico mio già venti o trent'anni fa, o ancora di più. Mi sento più vicino a queste persone che ad altre. Vedo che tutti continuano con opere valide, persuasive, autentiche. Penso a Luciano Erba, per esempio. E ho trovato notevole l'ultima uscita di Nelo Risi, Né il giorno né l'ora. Un libro di grande fermezza e di energia intatta. E pensare che Nelo è del '20, ha addirittura un anno più me ... Di recente ci siamo anche visti. E' venuto qui con una troupe, lui che è un ottimo regista, e ha fatto un documentario divertente. Siamo andati in giro per questi posti, compatibilmente con le nostre residue forze ... O meglio: con le mie, visto che lui è più in gamba, è molto in gamba. Siamo andati a visitare i luoghi della prima guerra ... A un certo punto gli ho detto: fatico a camminare, vedi. Lui, che va spedito, è stato molto carino e mi ha detto di appoggiarmi tranquillamente a lui ... Fatto sta che a un certo punto siamo caduti tutti e due davanti alle telecamere ...».
Vedo nei tuoi interventi a favore dell'ambiente un coinvolgimento sempre maggiore nella realtà d'oggi. In fin dei conti è una conferma ulteriore di quanto il vero poeta sia ben presente nelle cose del mondo, al contrario di ciò che il luogo comune vorrebbe far credere. A proposito dei cambiamenti d'epoca, della nuova realtà, c'è qualcosa che stai leggendo? «Sì, sto leggendo La Chinafrique, di autori vari, uscito in Francia. E' un libro che mostra certe straordinarie, diaboliche sottigliezze. Per esempio dice che i cinesi stanno cercando di cinesizzare tutti gli ex territori coloniali soprattutto francesi. La loro tecnica colonizzatrice inedita è in una libera offerta di aiuto. Loro dicono, per esempio: “Sappiamo che avete bisogno di strade. Bene. Vi mandiamo i nostri tecnici”. Un'infiltrazione capillare che mi fa impressione».
Nel nuovo libro citi Pascal, ancora Hölderlin ... Credo che per te siano state letture importanti, formative. Poi citi Celan, un tuo quasi coetaneo scomparso presto e tragicamente ... «C'è uno strano incrociarsi, che mi sembra di vivere, tra passato remoto e futuro prossimo. Così, le grandi letture di ieri, formative, appunto, riaffiorano con naturalezza alla mia memoria. Anche senza bisogno di vere e proprio riletture. Hölderlin, sempre, tra i primi. Ma ormai non ho più l'energia per rincorrere il mio passato, e Celan è in una dimensione intermedia».
Quali sono i grandi, magari della narrativa, magari della narrativa del Novecento, che prediligi? Proust, Kafka, Musil, Joyce, Faulkner, Nabokov, altri ancora? «E' una materia cangiante, varia e altissima. Penso a un'immensa montagna che ha sulla cima, in posizioni diverse e sporgenti, varie figure enormi. E per quanto mi riguarda posso dire che non ho le idee sempre chiare. Anzi, per me il primato cambia da un giorno all'altro».
Ma, infine, quali sono i libri ai quali, in ogni caso, non vorresti rinunciare o che vorresti consigliare? «Innanzi tutto il primato a Giacomo Leopardi. E soprattutto allo Zibaldone, specie se riusciamo a guardare alle sue trasparenze misteriose. Non è un libro, naturalmente, da leggere come altri, dall'inizio alla fine come un romanzo. Ci si tuffa, e se ne esce sempre con una preda nuova, con impressioni e scoperte nuove. Ma non dimentichiamo Alessandro Manzoni. Un personaggio formidabile, una personalità complessa e nevrotica che era tutto il contrario di quel che lui voleva apparire. Quando insegnavo dicevo agli studenti: guardate che non racconta di promessi sposi, ma racconta di peste, di fame e di guerra».
Consigli solo letterari? «Ribadisco la necessità di un valido aggiornamento scientifico. Le Scienze può essere ottimo strumento. Trattando di scienze, invito alla rilettura di Darwin, magari anche del suo Viaggio di un naturalista intorno al mondo, collegato all'idea totale di avventura, che passa dall'avventura intellettuale dello scopritore all'avventura concreta di chi viaggia nel mondo, sulla terra e nei mari, ancora scoprendo»." (da Maurizio Cucchi, Da Leopardi alle scinbell, che vertigini, "TuttoLibri", "La Stampa", 21/11/'09)

sabato 21 novembre 2009

I neuroni della lettura di Stanislas Dehaene


"Grazie perché state leggendo questo articolo. Il lavoro che affrontate è impegnativo. I vostri occhi esplorano il testo con rapidi movimenti a zig-zag in apparenza casuali. Quattro o cinque volte al secondo lo sguardo si ferma su una parola. A gran velocità la scompone in parti significative – eventuale prefisso, fonemi centrali, desinenza – poi il cervello la ricompone e interpreta.
Come e perché riusciamo a compiere con facilità operazioni così complesse è il tema che Stanislas Dehaene, psicologo cognitivo sperimentale al Collège de France, affronta nel saggio I neuroni della lettura (Raffaello Cortina), con l’autorevole viatico di Jean-Pierre Changeux.
Scrittura e lettura sono forse ciò che distingue più nettamente l’uomo dagli altri animali perché richiedono funzioni incredibilmente raffinate. Eppure la scrittura nasce soltanto 5400 anni fa, l’alfabeto fonetico ha 3800 anni. Tempi brevissimi rispetto a quelli dell’evoluzione biologica. Non è sorprendente che stiate scorrendo queste righe?
Il segreto sta nella plasticità cerebrale, spiega Dehaene, una proprietà studiata da pochi decenni. Il bambino che impara a leggere adatta i neuroni per riconoscere i volti e ogni altra forma, gli stessi degli altri animali, a cogliere significati astratti in quelle forme artificiali che sono le lettere dell’alfabeto. In pratica, è una riconversione di funzioni cerebrali preesistenti e molto più generali. Questo però è solo l’inizio della storia. Facciamo un esperimento. Pane, cielo, steca, voce, canto. Avete avvertito un lieve disagio leggendo la parola steca? Qualcosa come un inceppamento del pensiero? Il motivo è semplice. Steca non esiste, pur essendo una parola formata secondo un modello compatibile con la lingua italiana.
Dunque si può già distinguere la lettura in due fasi: nella prima l’occhio legge la parola, nella seconda il risultato della lettura viene confrontato con un vocabolario noto, nascosto da qualche parte del cervello. Se la parola non si trova nel deposito, parte un meccanismo di verifica: rilettura, tentativo di interpretazione attraverso il contesto, associazione con parole simili caso mai si trattasse di un errore di stampa.
Andando più in profondità, come avviene la lettura di una singola parola? Dehaene usa come esempio la parola «sbottonare». Occhio e cervello ne colgono subito inizio e fine: la «s» perché dà un senso privativo (togliere) e «are» perché rivela che si tratta di un verbo. Poi l’attenzione si concentra sulle sillabe centrali e afferra la parola sommersa «bottone». Infine tutto viene ricomposto: stiamo leggendo un termine che indica l’azione di togliere la chiusura data da bottoni. Il processo ha una struttura ad albero che parte dall’intero e si ramifica fino a separare le singole lettere.
Zone specifiche del cervello sono chiamate in causa, inclusi i nervi motori della fonazione: anche da adulti e lettori consumati, è come se interiormente pronunciassimo le parole che leggiamo. Ci si imbatte qui in un dualismo fndamentale: «tutti i sistemi di scrittura oscillano tra la scrittura del significato e quella dei suoni», così si può imboccare la «via fonologica che
decifra le lettere, ne deriva una pronuncia possibile e tenta di accedere al significato», oppure «una via diretta che prima recupera la parola e il significato, poi usa queste informazioni per recuperare la pronuncia».
Una grande sfida è scoprire a che cosa corrispondano questi processi nel cervello. Il primo lume si accese quando nell’ottobre 1887 il signor C., un commerciante di tessuti francese, si mise in poltrona per leggere il giornale e di colpo si accorse che per lui le lettere dell’alfabeto avevano perso ogni significato. Eppure riconosceva bene i visi e sapeva ancora scrivere, salvo poi non poter rileggere ciò che aveva scritto. Quando nel 1892 morì per un ictus peggiore di quello che aveva già subito, il neurologo Joseph-Jules Déjerine trovò nell’emisfero posteriore sinistro del suo cervello la lesione che gli impediva di leggere: fu la prima localizzazione di questa fondamentale funzione umana. La risonanza magnetica funzionale, un moderno sistema diagnostico che mostra quali parti del cervello «si accendono» durante la sua attività, ha aggiunto molte informazioni sui meccanismi della lettura e Dehaene ce li racconta: il processo si svolge in tre strati cerebrali di 8 millimetri, in prevalenza nell’emisfero sinistro.
Ma qui non possiamo entrare nei particolari, conviene saltare alle conclusioni. La prima è che la dislessia, pur avendo radice in 4 geni, è oggi più facilmente curabile grazie alle conoscenze acquisite sui neuroni della lettura. La seconda è che sta nascendo una pedagogia della lettura basata sulle neuroscienze dell’apprendimento. Il «metodo globale», che invita i bambini a guardare alla parola nel suo insieme come se fosse un disegno, molto di moda negli Anni '50-'60, è sconfessato perché il cervello non funziona «globalmente» ma analizza lo scritto suddividendolo in componenti fino alle singole lettere. Terza e ultima conclusione: più una lingua fa coincidere segni e suoni, più l’apprendimento è facile. E’ il caso dell’italiano e del tedesco. I nostri bambini dopo un anno di scuola leggono in modo sbagliato il 5 per cento delle parole, i francesi il 28 e gli inglesi il 67. Insomma: partiamo avvantaggiati. Peccato che poi molti da adulti smettano di leggere ..." (da Piero Bianucci, Che gran bella fatica è leggere, "TuttoLibri", "La Stampa", 21/11/'09)

venerdì 20 novembre 2009

Le notti insonni degli amanuensi del web. 'Copiamo libri per renderli eterni'


"I nuovi amanuensi sono un popolo variegato: studenti, pensionati, professori universitari. Paolo, operaio stagionale, lavora sui tetti. Quando piove deve restare a casa, quindi può dedicarsi alla sua vera passione: digitalizza libri, passandoli in uno scanner. Ornella, studentessa di Lettere, ha un libro nel cassetto che sta limando da molti anni, forse troppi. In attesa di completare la sua opera, copia quelle degli altri. Mentre Riccardo, pensionato dalle lenti spesse, è lo specialista nella messa a fuoco delle copertine a colori.
Il frutto del loro lavoro e di qualche notte insonne finisce nella collezione delle biblioteche online che - legalmente - rendono poi i libri accessibili a tutti, gratis. Come "Liber Liber", tra i primissimi progetti italiani (dal 1993) di biblioteche digitali, voluto da Marco Calvo. Il fenomeno è arrivato adesso al suo apice nel mondo, grazie al forte impegno di colossi come Google e di istituzioni come l'Unione Europea nel creare biblioteche di libri sulla Rete. Crescono anche i lettori, mezzo milione al mese sui testi di Liber Liber.
Dietro, c'è il lavoro di un piccolo esercito di volontari, circa 2 mila in Italia, che si coordina via telefono o e-mail. Lavorano nel tempo libero, circa due ore al giorno, per dare una vita eterna, in forma digitale, ai libri che amano. "Liber Liber" ha una sede fisica a Roma e una piccola redazione che supervisiona il lavoro, con una collezione di 2mila testi, di cui sono scaduti i diritti d'autore. "Ci sono chicche come l'audiolibro del Pinocchio con un accompagnamento musicale donatoci dal musicologo francese Eric Montbel. La nostra edizione della Bibbia ha richiesto un lavoro di quattro anni di dieci persone. Abbiamo una delle edizioni migliori del Corano", dice Calvo. L'amore per i libri poi può portare a sorprese: "Volete sapere chi ci ha donato l'edizione digitale del Manifesto del Partito Comunista, rinunciando a far valere i diritti d'autore? La Silvio Berlusconi Editore", aggiunge. Duemila opere possono sembrare poca cosa, al confronto con il monumentale progetto di Google, che ha già messo online 10 milioni di libri (anche coperti da diritto d'autore, in accordo con biblioteche o editori). Ma tra questi non è facile trovare testi in italiano, su cui invece si concentra il lavoro di progetti come Liber Liber, dove i volontari peraltro impaginano con cura certosina e rispetto filologico il testo originale. A volte lo arricchiscono con musiche e interpretazioni di attori.
Altre biblioteche digitali italiane sono il progetto Manuzio (associazione no profit), con centinaia di testi; e la Biblioteca Italiana (BibIt), gestita presso l'Università della Sapienza (1.700 testi). Gli archivi di libri italiani cresceranno nei prossimi anni, grazie a progetti come Arrow (dell'Associazione italiana editori), che aprirà al pubblico a maggio; e Europeana (dell'Unione Europea), che mira a 10 milioni di opere entro il 2010 (libri, foto, film e altro). Ora ne ha 4,6 milioni, di cui però solo 100 mila italiane (quasi tutte immagini).
Intanto, mentre maturano i progetti internazionali, i volontari italiani continuano a lavorare. Con pazienza e precisione, perché "se ci vogliono 10 ore per digitalizzare un libro, poi la fase di verifica e di impaginazione per pubblicarlo online prende molto più tempo. Da 2 mesi a 2 anni in media per un libro", dice Calvo." (da Alessandro Longo, Le notti insonni degli amanuensi del web. 'Copiamo libri per renderli eterni', "La Repubblica", 20/11/'09)

Anna Frank. Quell'ultimo bacio e poi l'orrore della tragedia finale


"Circa sessant´anni fa, quando apparvero I Diari di Anne Frank (Einaudi 1954, con una bella prefazione di Natalia Ginzburg), risvegliarono un´emozione profondissima: sembrò che il massacro degli ebrei trovasse per la prima volta una voce - la lieve, spiritosa, spensierata voce di una ragazza olandese. Ci furono edizioni successive, nelle quali fu ripristinato il complesso testo originale: la monumentale edizione critica a cura di David Barnouw, Harry Pape e Gerrold van der Stroom, tradotta in Italia nel 2002, sempre da Einaudi (euro 67). Ed ora Frediano Sessi ne cura una forma ridotta (traduzione di Laura Pignatti, con una intelligente introduzione di Eraldo Affinati, Einaudi), che riporterà i Diari originali a contatto con un pubblico vastissimo. Di solito, una testimonianza biografica - diario, o lettere, o vita - patisce il peso degli anni: la polvere e l´alone della storia. Ma i Diari di Anne Frank hanno attraversato questi sessant´anni, senza che noi ce ne accorgessimo: conservano l´immediatezza, la naturalezza, la grazia del cuore, che ci colpì allora; come se proprio in questo momento una ragazza di 13 anni stia attraversando le strade di Amsterdam, colla stella gialla sul braccio, per raggiungere lietamente la scuola ebraica.
Anne Frank ricevette in dono il diario - ricoperto da una stoffa scozzese - il 12 giugno 1942, il giorno del suo tredicesimo compleanno. Gli diede un nome, Kitty; e lo teneva nascosto, come se contenesse il tesoro della sua vita, insieme alla grande penna stilografica d´oro, che le aveva regalato la nonna. Kitty era un´amica, alla quale Anne voleva confidare tutti i suoi segreti, e le lettere non inviate alle sue amiche reali. Non era un semplice quaderno. Qualcosa di più: una vera e propria persona, un organismo vivente, con un corpo, un´anima, un cuore, nel quale si rispecchiava profondamente il suo cuore. Stava lì, di fronte a lei, e la consolava, la mitigava, dava consigli, alludeva, la educava. Possedeva una saggezza misteriosa che veniva da molto lontano; e a lei non spettava che ascoltare e obbedire a quelle parole. Sapeva che vi avrebbe scritto sempre - finché, forse, un giorno remoto, anche lei sarebbe diventata una scrittrice saggia come il suo diario.
Tutti conosciamo le sue fotografie. Lei le commentava vanitosamente: le piacevano le fossette sulle guance e quelle sul mento, mentre deplorava la bocca troppo grande - quella bocca ridente, che a noi pare l´incarnazione della sua inebriata felicità. Era civettuola: le piaceva che tutta la classe fosse innamorata di lei; ma avrebbe voluto ricevere anche dichiarazioni d´amore scritte nella più bella calligrafia. Apparteneva ad una famiglia ricca e privilegiata, e se ne rendeva conto. Disprezzava le ragazze povere che venivano dalle periferie. Era dura, crudele. Giudicava spietatamente i compagni: «J., vanitosa, spiona, odiosa, piena d´aria, falsa ed ipocrita»; R., «è un ragazzo falso, bugiardo, sventato e noioso». Nel diario parla delle sue gatte, del padre, che leggeva Dickens, della madre, di una pianta di rose, di una camicetta azzurra, del gioco di Monopoli, di un vasetto di crema, di una torta di fragole, di una moltitudine di regali che le giungevano da tutte le parti. Appena si guardava attorno, con i suoi occhi limpidi e lucidissimi, tutto si agitava, brillava, scintillava, entrava in quel movimento ininterrotto, che era il cuore della sua esistenza.
Nel luglio 1942, il padre di Anne, Otto Frank, decise di chiudersi insieme ad alcuni amici in un Alloggio segreto, a Prinsengracht 263. Vi rimasero più di due anni. In quel periodo l´ottica di Anne cambiò completamente. Non più le strade, la scuola, gli alberi, le amicizie, i giochi. Ma l´esperienza della più estrema concentrazione: ora Anne possedeva una specie di microscopio, con cui fissava i particolari più minuziosi della vita segregata, come un topo avrebbe scrutato un piccolo gruppo di topi in una soffitta o in una cantina. Tutto diventò minimo e romanzesco, come in una prigione del Seicento. Con questo crudele occhio d´adolescente, Anne guardava la vita dei genitori e degli amici; e tutto quello che una volta le sembrava normale, ora appariva meschino, miserabile, infimo: un orrore, che eccitava il suo disprezzo. Solo ogni quarto d´ora, il rintocco di una campana vicina dava un ritmo quieto al suo tempo interiore. Ma Anne era troppo vivace per lasciarsi opprimere. Mentre gli altri erano prigionieri e vittime del loro carcere, lei guardava, notava, si affacciava segretamente alla finestra, vedeva gli alberi, le nuvole, il cielo e si sentiva una creatura libera in una Natura liberissima e vasta. Nessuno avrebbe potuto rinchiuderla.
La persecuzione antiebraica le era sembrata, fino ad allora, una specie di gioco insensato e ridicolo. «Gli ebrei devono consegnare le biciclette; gli ebrei non devono prendere il tram: gli ebrei non devono salire su nessuna automobile, nemmeno privata; gli ebrei possono fare la spesa dalle tre alle cinque; gli ebrei possono andare solo da parrucchieri ebrei; gli ebrei non devono uscire per la strada dalle otto di sera alle sei di mattina; gli ebrei non possono trattenersi nei teatri, nei cinema e nei luoghi di svago; gli ebrei non possono andare in piscina, né nei campi di tennis, hockey o altri sport; gli ebrei non possono vogare; gli ebrei non possono praticare nessun genere di sport in pubblico?» Ma lassù, racchiusa nell´Alloggio segreto, la verità sui massacri cominciò lentamente a trapelare. Anne rimase sconvolta: «Non si salva nessuno, vecchi, bambini, neonati, donne incinte, malati, tutti, tutte camminano insieme verso la morte». Pensava che tutto sarebbe finito, che la loro isoletta protetta sarebbe stata trascinata via, che per loro non ci sarebbe stato nessun mondo normale, nessun futuro, nessuna salvezza. Presto cominciò a maturare in lei una limpida coscienza ebraica, e credette nella missione simbolica del suo popolo. «Chi ci ha costretti a servire così? È stato Dio a farci così e a risollevarci. Se sopporteremo questo dolore e alla fine resteremo ancora ebrei, allora gli ebrei da comandati che erano, saranno d´esempio». Sognava la redenzione; e, ciò che è più grandioso, la redenzione del mondo attraverso gli ebrei.
Mentre gli anni passavano, Anne cresceva, e sentiva che qualcosa si muoveva e si trasformava nel suo corpo: qualcosa che non capiva completamente. Entrava nell´adolescenza: ora gioiva della trasformazione che avvertiva in sé stessa, ora rimpiangeva dolorosamente l´ilare, frenetica infanzia, che la stava abbandonando. In apparenza, continuava la sua vita di sempre. Giocava con la gatta: cercava di conservare nel rifugio le abitudini della famiglia: ascoltava le notizie della radio inglese: rappresentava festosamente il teatro della vita segreta: leggeva i suoi libri di mitologia classica; attaccava al muro le fotografie delle sue dive; disegnava le tavole genealogiche delle famiglie reali. Ma qualcosa cambiò. Odiò, odiò violentemente, con un rancore che non si placava mai, le miserie, i litigi, le meschinità degli adulti, che vivevano, parlavano, mangiavano accanto a lei. Non perdonava niente. «Gli adulti sono soltanto invidiosi perché noi siamo giovani». «Quegli stupidi adulti, che comincino un po´ a imparare loro, prima di criticare tanto i figli». Il suo furore la portò a una specie di nichilismo.
Spesso odiava la madre. «Voglio molto più bene a papà». E l´odio per la madre cresceva: diventava meticoloso e feroce. Non ne sopportava il carattere né le prediche: diceva che aveva idee esattamente opposte alle sue; avrebbe voluto darle uno schiaffo, tanto era intensa la sua antipatia. La madre era fredda, gelida; Anne non tollerava il modo sarcastico con cui trattava i suoi affetti più cari. Poi, la riprendeva un´ondata di affetto infantile; e di nuovo questo calore scompariva, e accusava duramente la madre di non essere una vera madre, ma un´amica astiosa e irritata. Era gelosa della sorella maggiore, Margot, che trovava ingiustamente preferita e accarezzata. Per il padre, che chiamava affettuosamente Pim, aveva una tenerezza dolorosa e materna. Infine, spazzava dall´orizzonte tutta la famiglia. Nemmeno il padre la capiva, e usava con lei le parole che si usano con una bambina dall´infanzia capricciosa e difficile. Nessuno la comprendeva. Nella confusione e nel litigio dell´alloggio segreto, minacciata dalla deportazione e dalla morte, lei si sentiva «terribilmente sola, esclusa, trascurata». Le fossette delle guance si impietrivano, gli occhi si incupivano o balenavano luci fosche.
Sognava molto, e i sogni la consolavano e le aprivano il cuore gualcito e intirizzito. Nell´Alloggio segreto viveva un ragazzo, Peter, di due anni più grande di lei, per il quale non sentiva attrazione. Ma, una notte, Peter le apparve in sogno: lei guardava a lungo quei begli occhi marrone vellutato. Peter le diceva: «Se l´avessi saputo, sarei venuto molto prima», e accostava la propria guancia paffuta alla sua guancia magra. Aveva un sentimento di infinita dolcezza e freschezza. «Tutto era così bello, così bello». Quella notte, come in un racconto di Nerval, si innamorò in sogno. L´amore continuò, sempre più intenso, durante le ore del giorno. Malgrado il pudore, cominciò ad andare a trovare Peter al piano di sopra, dove il ragazzo dormiva. Parlavano di tutto, anche di cose intimissime. Peter era timido e un po´ goffo, e le sue parole erano incerte. Anne non capiva se avesse simpatia, o affetto o amore per lei. Ora Peter non la vedeva: il suo sguardo le passava sopra i capelli, e si perdeva sulle pareti della stanza. Ora, invece, le lanciava un´occhiata così calda e tenera, che anche lei si sentiva calda e tenera in cuore; ed era a lungo felice ripensando allo sguardo che aveva indugiato sui suoi occhi e sulle sue fossette.
A volte, era confusa. Non sapeva se era veramente innamorata di Peter, o se desiderava soltanto un´amicizia adolescente. Ma non poteva negare di essere innamorata: dalla mattina presto alla sera tardi non faceva che pensare a lui; si addormentava con la sua immagine davanti agli occhi, e si risvegliava mentre lui la stava ancora guardando. E, nel giorno, era difficile immaginare che non fossero veri i discorsi e i gesti del sogno. «Oh Peter, scriveva sul diario - di´ finalmente qualcosa, non lasciarmi più sospesa tra la speranza e la sconfitta. Dammi un bacio, o mandami via dalla stanza... Tutti pensano che io sia sfacciata, sicura di me e spiritosa, mentre non desidero altro che essere Anne per una sola persona. Per una persona sola vorrei essere sensibile». Un giorno, finalmente, lei gli diede il primo bacio: tra i capelli, sulla guancia sinistra, sull´orecchio. E il secondo. Anne gli buttò le braccia al collo: gli diede un bacio sulla guancia sinistra, e voleva spostarsi sulla destra, quando la sua bocca incontrò quella di Peter, ed entrambi premettero le labbra le une sulle altre.
Fu l´ultimo bacio. Proprio quando Anne sembrava avere aperto il suo cuore, si rinchiuse in sé stessa: si sentì superiore a Peter: lo disprezzava perché non aveva un obbiettivo davanti agli occhi, perché si sentiva insignificante, e non aveva mai conosciuto la sensazione di rendere felice qualcuno. «Non ha fede», scriveva. In quel momento, la sua anima si stravolse. Abbandonò tutto: il padre, la madre, Peter, gli abitanti dell´Alloggio segreto. Si sentì completamente sola, senza voce, senza parola, senza adolescenza e giovinezza. Capì che poteva fare a meno di tutto, perfino del padre, e concentrarsi nelle profondità conosciute e sconosciute del suo io. Guardò fuori dalla finestra, verso gli alberi primaverili, e sentì che il suo io sconosciuto era lì nel sole, sotto le nuvole, nel verde che rinasceva, nella Natura, o in una Natura-Dio, che riusciva a intravedere.
Notizie sempre più terribili giungevano dalla Germania: carri-bestiame, deportazioni, prigionie, mostruosi campi di concentramento, mitragliatrici, gas. Non c´era che Male e Male e Male, come non si era mai visto. «Vedo come il mondo pian piano viene trasformato sempre più in un deserto, sento sempre più forte il rombo che si avvicina e ucciderà anche noi». Proprio lei - una ragazza quindicenne che aveva appena intravisto sé stessa - ebbe la forza di scrivere che la sua vita era «migliorata, molto migliorata». Dio non l´aveva lasciata sola. Esaltava il cielo, gli alberi, le nuvole, la Natura, e ribadiva che Dio si rispecchiava in tutte le cose. Cos´era la morte, la sua morte, la morte dei suoi fratelli, un popolo spazzato via? «Tutto era come doveva essere e Dio voleva vedere gli uomini felici nella Natura semplice ma bella». Tutto si sarebbe volto al bene; e nel mondo sarebbero tornati la calma e la pace. Sono parole sconvolgenti: parole, sembra, che possono dire soltanto i santi. Con le sue civetterie e i suoi scherzi irrispettosi, Anne Frank a tutto somigliava meno che a una santa. Eppure proprio lei, come una santa, esaltò il trionfo finale del bene.
Il 4 agosto 1944, la polizia nazista arrestò tutti gli abitanti dell´Alloggio segreto. I Diari di Anne Frank rimasero a terra, confusi tra un mucchio di vecchi libri e riviste. Nell´autunno, qualcuno la vide, con gli "occhi radiosi" insieme a Peter. Nel marzo 1945 morì di fame e di tifo - certo non più radiosa - nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Non sembra che, secondo la sua profezia, il Bene sia ritornato vittorioso sulla terra." (da Pietro Citati, Anna Frank. Quell'ultimo bacio e poi l'orrore della tragedia finale, "La Repubblica", 19/11/'09)

lunedì 16 novembre 2009

Cinquant'anni di Polifilo


"Prima di tutto munirsi e (ri)leggere un libro delizioso: La febbre dei libri di Alberto Vigevani (lo pubblica Sellerio, qualche libreria seria magari ancora lo tiene a scaffale). Lì troverete - con un garbo, un'eleganza e una solidità di mestiere tutte d'altri tempi - una sequenza di ricordi, divagazioni, episodi che danno un ritratto fedele di cosa volesse dire un tempo, e in una città come Milano, voler fare dell'amore per i libri una missione di vita. Ecco: le edizioni Il Polifilo, che festeggiano i cinquant'anni di vita (Alberto Vigevani le fondò con il fratello Enrico, poi affiancandosi il figlio Paolo che, oggi, ne continua con serietà e qualità l'opera - ne sia prova la riedizione di Carlo Linati, recensita qui a fianco) sono il prodotto di un'editoria concepita come servizio al libro, nel suo complesso. Il nome stesso della casa editrice, per dire, riprendeva quello della libreria antiquaria ed era omaggio al libro più bello ed enigmatico del rinascimento italiano. Non solo, dunque, la qualità dei testi - spesso veri 'ritrovamenti' da bibliofilo - e delle curatele (scorrendo il catalogo storico, ripubblicato per l'occasione, si incontrano nomi di curatori di collane come quelli di Dionisotti, Benevolo, De Seta, De Robertis, Portoghesi), ha contraddistinto le edizioni Il Polifilo. Ma una costante attenzione agli aspetti materiali del libro: carta, qualità della stampa con autori come Maestri e Mardersteig, caratteri: insomma 'armonia' (è parola di Vigevani) dell'edizione. C'è uno scritto illuminante di Vigevani, ora ripubblicato anche nel sito della casa editrice, dal titolo Qualità nelle edizioni limitate e non nel quale è spiegata con amore e sapienza la sua concezione. Un'edizione non industriale, certo, ma nemmeno per snob o feticisti del libro. Lo sforzo del Polifilo è sempre stato di fare libri di qualità superiore dedicati a un pubblico di amatori, ma non solo. Tra le varie collane spicca una, oggi ferma, sulle Arti del libro. Se questa è il vertice di quei titoli pensati per innamorati dei libri in quanto oggetti, altre, come la più recente Biblioteca perduta, portata avanti da Paolo (anche ottimo fotografo e amante dell'immagine) con i consigli del fratello Marco, apprezzato agente letterario, continua nella tradizione di proposta di testi di qualità per un pubblico più vasto. Provate a cercarli: c'è sempre molto da scoprire a varcare le soglie di una libreria. E a far scelte magari non banali." (da Stefano Salis, 50 anni di Polifilo, "Il Sole 24 Ore Domenica", 15/11/'09)

sabato 14 novembre 2009

Politica pop di G. Mazzoleni e A. Sfardini


"Fra luglio e ottobre di quest'anno, un video scandalo su di un presidente di regione girava fra redazioni di testate e uomini politici accompagnato da un interrogativo: come lo si può usare politicamente? Potere delle immagini attraverso cui si conduce ormai la lotta politica. Nei Paesi anglosassoni è entrata in uso l'espressione «politica pop» per indicare fenomeni di volgarizzazione dell'informazione e della comunicazione politica, a cui soprattutto la televisione presta il fianco con impareggiabile efficacia. La «popolarizzazione della politica» - come la chiamano gli addetti ai lavori - offre una rappresentazione del sistema politico, e dei sui protagonisti, schiacciata sulle logiche delle produzioni televisive - spettacolarizzazione, sensazionalismo, personalizzazione, etc. ... - di cui «i media sono i motorimadi cui i politici sono entusiasti attori» come si legge nell’ottimo libro Politica pop (Il mulino)di Mazzoleni e Sfardini. E' paradossale: da sempre si sa che il «media più forte» impone i suoi format a tutto il sistema; e naturalmente è ancora la televisione a trovarsi in questa posizione. Di fatto sta accadendo però che la televisione colonizzi la comunicazione politica proprio nel momento in cui la sua egemonia comincia ad entrare in discussione (per fare solo un esempio, non è un mistero che dietro alla vittoria di Obama ci sia stato anche uno straordinario utilizzo di internet durante la campagna elettorale). Concretamente l'industria dell'intrattenimento risucchia la politica, definendo format specifici.
Gli studiosi parlano soprattutto di tre generi televisivi: infotainment, soft news, politainment. Il primo caso si ha quando l'informazione vuole anche intrattenere ed essere piacevole oppure, specularmente, quando i programmi di intrattenimento si interessano di fatti e personaggi della politica. Naturalmente questo format risponde a un criterio di «notiziabilità» classico: sensazionalismo a piene mani, perché bad news is good news! Il soft news tratta il lato umano, dando molto spazio a gossip e retroscena (mentre nell'hard news tradizionale sono i fatti a fornire la notizia). E' quasi inutile aggiungere che le soft news sono uno dei cibi preferirti dell'infotainment. Infine il politainment unisce - come nel neologismo che lo indica - politica e intrattenimento, nel contempo, volendo rendere la politica divertente e, attraverso di essa, qualificare l'intrattenimento.
Qualche esempio? Il Costanzo show è l'archetipo del talk show della nostra televisione, a cui sono seguiti i vari Annozero, Ballarò, etc. ... con la differenza sostanziale che quest'ultimi ospitano solo politici e sono politicamente orientati. Il talk show politico è il fratello maggiore dell'infotainment. La Domenica in degli ultimi anni ha spesso proposto dei «siparietti» con dei politici ospiti, a cui veniva chiesto di dialogare con il conduttore secondo le logiche semplificate dello show televisivo: è un esempio di politainment. E lo è in termini ancora più caratteristici Rockpolitik di Celentano. Lo stile informativo di ReteQuattro, di Studio aperto, di ItaliaUno e del TG di RaiDue rappresentano certamente degli esempi di infotainment legati alla cronaca. Il fenomeno televisivo degli ultimi anni, Porta a porta, è un meticcio di info e politainment, con profilo flessibile a seconda dei temi oggetto della puntata.
E il pubblico? Anzi, dovremmo dire i «cittadini» visto che parliamo di politica; gli intellettuali sono unanimi nel diffidare della «politica pop», sottolineando come non alimenti il tessuto civile, ma semplicemente dia la politica in pasto alla televisione, che la rumina secondo le proprie logiche. Come dare loro torto?" (da Davide Gianluca Bianchi, Il talk show fa piccola la politica, "Tuttolibri", "La Stampa", 14/11/'09)

venerdì 13 novembre 2009

I fantasmi delle biblioteche di Jacques Bonnet


"Camilleri ha due scaffali solo per quelli di Simenon. Falco ci lascia dentro matite, gomme, biglietti di tram. Lucarelli ha elevato una torre. Maraini combatte un fantasma che li fa sparire. Montanari compila una scheda per ognuno. pincio se li ritrova dappertutto (tranne in frigo, almeno per ora). E Rizzante impartisce un ordine da capitano di ventura: eliminate la zavorra, così si annega. I libri e gli scrittori. Prendete sette autori italiani e metteteli intorno all'ultima inchiesta in fatto di bibliomania, I fantasmi delle biblioteche (Sellerio), del francese Jacques Bonnet, editore, traduttore, scrittore. Per dirvi il personaggio, uno che, quando conobbe a Parigi Giuseppe Pontiggia, contrasse un accordo con lui per dare vita a una associazione di bibliofili. La condizione per parteciparvi? Possedere almeno ventimila volumi. Perché ventimila? Tanti, spiega, ne aveva il professor Ermanno Finzi-Contini, protagonista del romanzo di Giorgio Bassani. Un uomo, questo Bonnet, che quasi svenne quando, a Palermo, invitato a casa Sciascia, notò nella libreria dello scrittore siciliano il Journal dei fratelli Goncourt, un pezzo raro che lui (francese) non aveva mai visto. I libri oggi, spiega Bonnet, costano troppo, rivenderli non rende, occupano spazi menormi, hanno troppi nemici (polvere, topi, chi li chiede in prestito). Dividono drasticamente gli amatori in due categorie: collezionisti (gli amanti delle prime edizioni) e lettori insaziabili (che ne conservano pochi). I bibliofili avrebbero persino un santo protettore, il compositore Charles Valentin Alkan, schiacciato il 20 marzo del 1888 dal crollo della sua libreria. Le librerie, si sa, sono precarie, a furia (come disse Borges) di contenere mondi e specchiare universi. Da quella di Andrea Camilleri, per esempio, i thriller rischiano di tracimare. Gialli, polizieschi, noir: per il padre del commissario Montalbano sono un'ossessione. Ne possiede centinaia. 'Amo Hammett più di Chandler, P. D. James più della Christie, Van Dine più di Edgar Wallace. Fu Poe a dimostrare che non esistono barriere fra giallo, grande narrativa e poesia', spiega. E grazie a Gadda e Sciascia, aggiunge Camilleri, anche il giallo italiano (capostipite il suo amato Augusto De Angelis) è uscito dalle secche, legandosi ai luoghi geografici. Camilleri cita Fois per la Sardegna, Carlotto per il Nord, Lucarelli per Bologna. Anzi, esattamente Mordano. Qui Carlo lucarelli, vate dell'italian noir, ha ricoperto di libri i due piani di una piccola torre (un estro simile alla libreria a forma di libro di A rebours di Huysmans?). I volumi sono sistemati per argomenti, a loro volta suddivisi per nazione, ordine alfabetico, area tematica. 'Per mafia, terrorismo e servizi segreti ho inventato la sezione criminalia' dice. Sorride, interrogato, Giorgio Falco, autore einaudiano (L'ubicazione del bene la sua ultima fatica): 'La mia libreria invece è disordinata. Alterna un'archiviazione per autori affini a improvvise sequenze di ordine alfabetico e infine ordine casuale. Beh, non proprio casuale, ma che deriva dall'aver letto quasi contemporaneamente libri inconciliabili, tuttavia pertinenti a quel che voglio scrivere. Questo comporta incertezza, soste ansiogene davanti la libreria, con lo sguardo in aria, alla ricerca di ciò che non trovo'. Non parlate neppure di libri che non si trovano a Dacia Maraini (Il treno dell'ultima notte, Rizzoli). Rivela la scrittrice: 'Ne posseggo diecimila, divisi per categorie. Ma spariscono. Mi dimentico di metterli a posto, li presto, li perdo. E così li ricompro. Perché io vado sempre in giro con un libro, in valigia, in borsa, in tasca, nel taschino. Ne ho di piccolissimi. Sono sempre con me' (una borsa da passeggio zeppa di libri era il vizietto del sinologo Peter Kien, in Auto da fé di Elias Canetti). Organizzatissimo è al contrario Raul Montanari, scrittore e traduttore italiano di Cormac McCarty (Strane cose, domani, Baldini Castoldi). 'La narrativa è tutta in ordine alfabetico. Dei libri che leggo scrivo una scheda. Impiego anche un'ora, per farla bene. E nella mia scuola di scrittura creativa da dieci anni impongo di farlo anche ai miei allievi. Aiuta ad avere una vera forma di intimità con il libro che si è letto'. Vai a parlare di libri con gli scrittori. Finisce che ti schiudono la porta della loro officina. Come nel caso di Montanari e le sue schede. E allora gettiamo un occhio, dentro questa bottega di alchimisti delle parole. Il segreto? 'Un destino perfido' spiega Tommaso Pincio, esperto di letteratura nordamericana (Cinacittà, Einaudi). 'Volevo fare l'attore' racconta ' e ho frequentato l'Accademia di belle arti. La mia maestra in casa aveva libri ovunque. Quando una volta ho aperto il forno e li ho visti anche lì mi sono angosciato. Ho giurato a me stesso: non diventerò mai così. E invece lo sono diventato. Abito in una casa minuscola, tutta occupata dalle librerie che mi sono costruito da solo'. Massimo Rizzante ha una bella faccia da attore scespiriano. Insegna letteratura all'Università di Torino. Ha fatto rumore con il saggio letterario Non siamo gli ultimi (Effigie). Cresciuto a Parigi ('dove le case sono piccole') consiglia di far dimagrire la propria libreria. 'Alla mia età, 45 anni, si comincia a rileggere. E poi per me la critica è scegliere, non emettere giudizi. Avere il coraggio di fare delel scelte è un antidoto al mercato. Lo spirito del tempo è l'enciclopedia. L'intellettuale deve essere contro il suo tempo, andare controcorrente. Non si può vedere il lettore come un consumatore dell'oggi, cui vendere un prodotto effimero. Un libro deve restare e far crescere i cittadini del futuro'. Cittadini? Futuro? Ma dietro l'angolo non c'è l'apocalisse? Non saremo tutti, presto o tardi, volenterosi carnefici di internet? Lucarelli nega: 'Il coltello e la forchetta, ottimi modi per mangiare, non sono mai stati soppiantati. Anche il libro resta la tecnologia più comoda. Cammino davanti alla mia libreria, guardo i volumi, mi viene voglia di leggere qualcosa, mi porto il libro in bagno, lo poso sulla lavatrice'. Maraini è d'accordo: 'Un libro è materia organica, simile al corpo delle persone, non sarà mai sostituito dal metallo'. Montanari teorizza nuove forme di lettura. 'Pontiggia criticava il mito della compiutezza. Compra un libro, diceva, anche se non lo leggerai dall'inizio alla fine. Non trattarlo in mdoo sacrale. Il libro sid eve strapazzare, coem quando si fa l'amore'. Falco invita a ripensare anche le immagini. Lui adora i libri di fotografia. Sembra che le istantanee, dice, escano dai volumi per occupare i muri. 'Sono i pezzi di mondo che preferisco: la vita, quando assomiglia alla fotografia'. Per Pincio i libri sono già condannati. Ma le previsioni possono sbagliare: 'Quando l'uomo rinunciò all'avventura nello spazio, le aziende cercarono nuovi mercati. Nacquero internet e il pc. Eppure l'Ibm disse che non vedeva prospettive nell'uso domestico del pc'. E Pincio ricorda ancora un black out. 'Quando ho letto per ore a lume di candela ...'." (da Piero Melati, Biblioteche. Guida d'autore su come trovare, catalogare (e perdere) libri, "Il Venerdì di Repubblica", 13/11/'09)

Des bibliothèques pleines de fantômes (Denoel)

L'Inferno è avere oltre ventimila titoli

Saviano: "I libri pericolosi per mafie e tiranni"


"'Pagine più forti della nitroglicerina'. Libri pericolosi, autori perseguitati, volumi capaci di far tremare i governi e crollare i regimi. Di smascherare le mafie e i poteri criminali.
Da I versetti satanici di Salman Rushdie alle inchieste di Anna Politkovskaja. Dalle poesie di Federico Garcìa Lorca ai racconti del gulag di Varlam T. Salamov. Dall'inferno che sembra prevalere in certi momenti, alla bellezza della parola scritta, che dà la possibilità di esistere e di lottare. Di questo ha parlato ieri sera con Fabio Fazio a Che tempo che fa, in uno speciale emozionante, dedicato a lui, Roberto Saviano, lo scrittore italiano costretto a vivere blindato, sotto scorta, per le minacce ricevute dalla camorra.
Seduto a un tavolino rotondo, ricoperto di libri e poi in piedi, davanti alle immagini che scorrevano alle sue spalle, Saviano ha raccontato alcuni casi emblematici nei quali "la parola è diventata pericolosa e straordinariamente bella". Ha parlato di "autori delegittimati". E ha spiegato come "l'unico modo per difendersi dalla delegittimazione per chi la subisce è sperare che le sue parole vengano credute": "Salman Rushdie quando ha scritto I versetti satanici non credeva affatto di imbattersi nella fatwa, nella possibilità che l'intero mondo islamico intorno a Khomeini potesse sentirsi offeso. Ma c'è un momento preciso in cui la parola, per una specie di alchimia, diventa pericolosa. Magari se un libro fosse uscito un anno piuttosto che un altro avrebbe avuto un destino completamente diverso". Libri bomba. Saviano cita il poeta turco Nazim Hikmet, che ha avuto il coraggio di ricordare il massacro degli armeni e ha subito 28 anni di carcere. "Perché le sue poesie erano lette dai soldati turchi. Erano lette dalla società civile. E il governo non sopportava tutto questo. Non poteva permettere che le parole di quello che consideravano un sovversivo potessero arrivare alle persone. Ma la maggior parte delle sue poesie non sono poesie politiche". E poi lo scrittore cubano Reinaldo Arenas, autore di Prima che sia notte. "Il regime comunista castrista costringe Arenas al carcere per due ragioni: è omosessuale ed è uno scrittore. Questo libro riuscirà a pubblicarlo perché lo scrive sulla carta igienica. E transessuale incarcerato userà questo libro come supposta e lo porterà fuori dal carcere". Cita i Racconti siciliani di Danilo Dolci. "I suoi scritti cambiano il corso delle cose. Porta avanti al Sud un progetto di sciopero davvero unico: disoccupati che si mettevano a lavorare". E poi Federico Garcia Lorca, "fucilato e scelto tra tanti intellettuali perché aveva firmato un documento di sostegno alla Repubblica spagnola, che aveva vinto attraverso le elezioni. Vengono punite le sue parole che si identificano con la sua vita". E ancora I racconti della kolyma di Varlam T. Salamov che dai gulag siberiani è riuscito a far arrivare i suoi scritti non svendendo l'anima né la dignità. Il bisogno di libertà di Vita e destino di Vasilij Grossman. Fino ai libri di Anna Politkovskaja, uccisa per i suoi racconti sulla Cecenia. Perché non c'era altro modo di fermare la sua implacabile testimonianza sulle crudeltà commesse dal governo." (da Carlo Brambilla, I libri pericolosi per mafie e tiranni, "La Republica", 12/11/'09)

mercoledì 11 novembre 2009

Poesie e incantesimi


"'Dolce corrida di uccelli / nello spazio di una sera azzurra / dolce mordere di canzoni /attorno al campanile della chiesa / dolce reato mio / che guardo in alto e spero / in una gioventù perduta fors ein mezzo aglòi uccelli / che squittiscono fieri di una notturna allegria' dice Alda Merini, morta una settimana fa, nella raccolta Testamento che Crocetti ha stampato nell'88 con introduzione di Giovanni Raboni, il quale osserva: 'Sì, la poesia della Merini è tanta, oltre che vera; e anche di questo, quel giorno, bisognerà tenere conto'. Pochi poeti del nostro tempo, e mi riferisco a tutto il Novecento, hanno sentito con la sua intensità questa urgenza del dire, questa necessità di dare parola all'insieme delle emozioni e delle azioni, ai movimenti che un'anima umana sente vibrare in sé durante l'intera vita. Lei stessa scrive in un libro Padre mio, uscito quest'anno da Frassinelli: 'Non sono morta, e per quanto la morte mi affoghi e mi faccia sudare, io, padre, non sono mai stata così viva e presente, e pare che la follia mi conferisca una tale lucidità, un tale tormento, una tale avarizia e una tale prodigalità da fare di me un incantesimo di amore sacro e profano'. Dunque una poesia come 'sudore' della vita, come incessante manifestazione di un 'sentire' che ci accompagna in ogni istante e rivela a noi stessi il fiato interiore e quello cosmico in cui siamo coinvolti. 'Oh Eterno movimento, / tu trasformi la materia in sostanza ardente' scrive in un'altra poesia. Così era, in ogni circostanza, Alda Merini. Me la fece conoscere almeno vent'anni fa Nicola Crocetti in un caffè, mentre si attendeva di andare a leggere poesie nel castello di Melegnano. C'erano con noi altri poeti, e Crocetti, indicando uno di loro, disse a Alda: 'Perché non fai una poesia su di lui ...', lei ribatté ridendo: 'No la farò su quell'altro ... perché è più timido ...'. Penso che quella poesia, come tante altre inedite, sia conservata dall'editore, vero grande amico di Alda, e a lungo, insieme a Scheiwiller, sostenitore dei suoi bisogni economici. Da allora partecipammo insieme a tante letture pubbliche. Memorabile fu un viaggio in taxi con lei e il poeta Davoli da Milano a Civitanova Marche. A un certo punto mi chiese: 'Perché non scrivi una poesia per me? Io ne scrivo una per te e tu ne scrivi una per me ...' e s'interruppe: 'Che ridicola che sono! Le poesie per una donna non si fanno su richiesta ...'. [...]" (da Franco Loi, Poesie e incantesimi, "Il Sole 24 Ore Domenica", 08/11/'09)

martedì 10 novembre 2009

Intorno alla legge di Gustavo Zagrebelsky


"'Che cosa è la legge?' – chiede il giovane Alcibiade al saggio Pericle nei Memorabili di Senofonte, ricevendone una risposta tutt´altro che soddisfacente. Se essa è 'tutto ciò che chi comanda, dopo aver deliberato, fa mettere per iscritto', cosa la differenzia da una semplice imposizione? Qual è la sua fonte di legittimità e quali i suoi effetti sulla vita associata? In forza di cosa, in definitiva, essa è legge – di un comando divino o di una decisione umana, di una necessità naturale o di un principio di ragione?
E´ la stessa domanda che lega i saggi di Gustavo Zagrebelsky in un libro affascinante, appena edito da Einaudi, che coniuga la tensione della ricerca sul campo – sperimentata nella lunga attività di giudice costituzionale – alla misura, ormai classica, di una scrittura limpida e coinvolgente. Il suo titolo, Intorno alla legge, non allude solo all´argomento trattato, ma, in senso più letterale, al periplo argomentativo, ricco di riferimenti filosofici, antropologici, letterari, con cui l´autore si approssima ad esso per cerchi concentrici, fino a penetrarne il nucleo incandescente. Anziché definita in quanto tale, la legge è interrogata a partire dai suoi presupposti e dalla sua ulteriorità – lungo i margini sottili che la congiungono, ma insieme la distinguono da ciò che la precede e da ciò che la eccede, vale a dire da un lato dal diritto e dall´altro dalla giustizia.
Quanto al primo, la legge – intesa come la regola formale che determina i nostri comportamenti – è lungi dall´esaurire quel complesso di norme e consuetudini, di vincoli e pratiche che una lunga tradizione ha chiamato "diritto". Naturalmente il passaggio dall´antico diritto alla moderna legge – di cui l´Antigone di Sofocle rappresenta in modo insuperato la tragica problematicità – costituisce una svolta irreversibile nei confronti di una concezione non più in grado di organizzare razionalmente la relazione tra gli uomini. Ma non al punto di cancellare la memoria di un ordine non ancora chiuso nella rigidezza formale di comandi e divieti, ancora aderente al flusso magmatico della vita associata. Anche quando, nei primi secoli della modernità, l´equilibrio tra i due mondi si spezza a favore della legge, ormai saldamente insediata al centro della civiltà giuridica, resta l´esigenza di non perdere del tutto i contatti con quell´origine da cui essa trae la propria linfa ed il proprio significato.
Lo stesso nesso problematico che la lega al diritto rapporta la legge, in maniera sempre difettiva, all´esigenza universale della giustizia. Qui il contrasto tra principio e realtà è ancora più stridente. Se la giustizia assoluta è inattingibile dalla legge, se questa non obbliga perché giusta ma solo perché legge, da dove trae la propria legittimità sostanziale? Cosa la distingue da un comando arbitrario? D´altra parte tutte le volte che la legge ha sorpassato i propri limiti costitutivi, proclamandosi giusta per decreto divino o secondo natura, ha prodotto esiti negativi se non anche catastrofici. Volendo portare sulla terra il paradiso, l´ha consegnata all´inferno. L´unico rapporto possibile con la giustizia, da parte della legge, è individuato da Zagrebelsky non in un´idea astratta e artificiale della ragione, ma in un sentimento di rifiuto nei confronti dell´ingiustizia palese.
Qui l´autore torna a riproporre l´antitesi, già formulata in opere precedenti, tra logica dei valori e semantica dei principi. Pur ponendosi gli stessi obiettivi – dalla protezione della vita alla salvaguardia della natura, dalla difesa dei diritti alla diffusione della cultura – valori e principi divergono nella modalità con cui si presentano. Mentre i primi esprimono criteri morali assoluti e dunque sottratti al confronto, i secondi sono norme aperte, modelli di orientamento, destinati a favorire l´integrazione sociale. Perciò essi sono, o vanno posti, alla base delle moderne costituzioni. Arriviamo così al cuore stesso del libro, in cui il discorso di Zagrebelsky si articola in un quadro fitto di riferimenti alla storia del diritto costituzionale ma anche di rimandi a Platone e a Sofocle, a Shakespeare e a Dostoevkij, a Canetti e a Brecht – ad ulteriore riprova che i veri problemi del diritto non giacciono inerti nei codici o nelle decisioni dei giudici, ma nella falda profonda che essi interpretano in forma sempre precaria e provvisoria.
La costituzione, oltre che come garanzia della legittimità e dei limiti dei poteri all´interno dello Stato, va intesa, in senso culturale, come luogo di confluenza, e di rielaborazione, di quell´insieme di valori, aspirazioni, sensibilità collettive che costituiscono l´orizzonte razionale ed emozionale della convivenza. In questo senso, nella sua capacità di tenere insieme punti di vista diversi, essa travalica di gran lunga i confini formali del diritto positivo, per diventare la condizione basilare della democrazia pluralista. Non solo, ma anche un punto d´incrocio decisivo tra le dimensioni del tempo e dello spazio.
Da questo punto di vista la dottrina costituzionale cui Zagrebelsky si richiama non costituisce soltanto una variante rispetto ai tanti modelli precedenti, bensì un vero e proprio cambio di paradigma. Assumere la costituzione non più come norma sovrana, ma come norma fondamentale scaturita dall´intera dialettica sociale, vuol dire situarla in rapporto da un lato con la storia e dall´altro con la nuova configurazione globale del mondo contemporaneo. Anziché modello fisso e immutabile, o anche atto creativo volto ad istituire un ordine completamente nuovo, la costituzione è quella linea di continuità capace di collegare in un nodo complesso passato e futuro. Di attivare una dinamica storica non racchiusa nei confini di un singolo Stato, ma aperta alle richieste che arrivano da un mondo sempre più unito dalle stesse angosce e dalle stesse speranze." (da Roberto Esposito, Norma e diritto, da Platone a Brecht, "La Repubblica", 10/11/'09)

lunedì 9 novembre 2009

Diario di lettura: Ginevra Bompiani


"A distanza di decenni, Ginevra Bompiani ha conservato la stessa figura sottile, nervosa, come di adolescente in perenne movimento, tra elfo e folletto gioioso ma anche meditabondo che graviti in uno spazio a sua misura, conquistato e difeso con protervia. Dopo aver letto il suo bellissimo romanzo L'orso maggiore - racconto di una ferita infantile rivisitata sul filo dei sentimenti provocati dalla morte della madre - non si può non ritrovare in lei la bambina che costruendo la sua vita di donna ha dimostrato, con i suoi libri, che l'esperienza - come riteneva Proust - è veramente portata a compimento quando diventa materia di scrittura. Cresciuta tra i libri, all’ombra del padre Valentino fondatore di una delle più prestigiose case editrici italiane (oggi, a Milano, si presenta il numero speciale di Panta per gli ottant’anni della Bompiani), ha cominciato a scrivere prestissimo, per «battere» una coetanea inglese di otto anni, ma la sua Storia di un fiammifero si fermò alle prime due pagine: un grande incendio in cui la giovane protagonista perdeva con un sospiro casa e famiglia. Ha studiato e vissuto a Parigi. Ventenne ha esordito come brillante editor per poi dedicarsi alla letteratura inglese e diventare docente universitaria.
Autrice di racconti, saggi e romanzi, dove realtà e invenzione si amalgamano in una scrittura tersa e suggestiva, sette anni fa è tornata all'editoria fondando con altri nottetempo. Vive tra Parigi e Roma dove da trent’anni abita una casa affacciata sull’Orto botanico che - dice - «con i suoi semi volanti ha reso il mio terrazzo una foresta». Anche il suo studio è un po’ la sua foresta di carte e di libri.
Per costruirla, quanto l’ha influenzata la figura di un padre come Valentino Bompiani? «Il rapporto con mio padre si muoveva su due binari. In quanto bambina, con lui il rapporto era di semplice autorità, ma in quanto essere pensante, c'era un dialogo quasi alla pari. Avevo otto anni e mi leggeva il suo teatro che io commentavo. Mi leggeva anche ad alta voce Emily Dickinson, Leopardi, la Ortese.
Li sento ancora con la sua voce. Fino a dodici anni ho letto tutta la produzione per ragazzi della casa editrice, da Il piccolo principe a I ragazzi della via Paal, da Mary Poppins (di cui conobbi bene l'autrice Pamela Travers) a Emilio e i tre gemelli.
Ma leggevo i libri della Scala d'Oro di nascosto. Essendo riscritture per bambini di celebri capolavori, lui le considerava diseducative. Quello che più ho amato è stato I cavalieri della tavola rotonda. Certo, la regina si chiamava come me, e questo mi rendeva molto sensibile a Lancillotto e all’infedeltà».
Audacia, coraggio, sfida, competizione, sono gli stessi sentimenti che caratterizzano i comportamenti infantili dell’io narrante nell’autobiografico L’orso maggiore. «Da bambina non amavo i libri di avventure, ma il collegio svizzero che racconto nell’Orso maggiore mi ha buttato in alto mare e ha fatto di me, tranquillo passeggero, un piccolo capitano di nave in tempesta. Fra
l'altro, L’orso maggiore è solo in parte autobiografico. L'idea è che l'infanzia possa dar luogo a diverse vite, non ne determini una sola, quella che hai poi vissuto. E nel libro ce ne sono due, infatti: narratore e personaggio hanno la stessa infanzia ma due vite diverse».
Quali altri libri sono poi stati formativi? «A tredici anni ho attaccato Dumas, che mi ha svezzato dall’editoria infantile, con la serie de I tre moschettieri. Poi, i russi, soprattutto Cechov e Tolstoj. Cechov mi fece da balia, particolarmente nella scrittura, Tolstoj mi diede il senso dell’inevitabilità. Ricordo, più tardi, a vent’anni, in piedi in un caffè di Parigi, una discussione con Nanni Filippini, in cui sostenevo che non è possibile mancare il proprio destino. In me parlava la voce di Tolstoj, in lui un senso più acuto del possibile, e in qualche modo la vita gli diede ragione. Cechov mi ha insegnato che il narrare è curvo, disegna una parabola: all'apice della curva la linea comincia a scendere (questo succede a partire dall’Ottocento, mentre fino ad allora la narrativa si lanciava come una freccia verso il lieto fine). L'apice, in Cechov, è raggiunto nel momento in cui si profila l'idea che la vita potrebbe essere diversa, ma poi l'apertura si rivela un'illusione e la curva precipita nel non lieto fine. La lettura di Freud, per ragioni sanitarie, e insieme di Cervantes, sono seguite poco dopo».
In Le specie del sonno rivisita temi e figure mitologiche. Una fascinazione che, immagino, risale allo stesso periodo. «Sì, era cominciata al liceo, direi. Poi ho cominciato a leggere sia le fonti che i grandi libri sul mito, da Kerenyi a Walter Otto. Ho amato molto le Metamorfosi di Ovidio e i Caratteri di Teofrasto, di cui mi sono servita anni dopo in un periodo in cui riflettevo sul carattere. Le Specie del sonno sono nate da un primo testo sui Centauri. Lo sguardo sui miti era letterale, o meglio figurativo: mi piaceva immaginare come dormivano e com’era modificata la loro vita dalle posizioni e dalle limitazioni del loro corpo».
Molti suoi testi danno l'impressione di esemplificazioni filosofiche. Da Platone a Deleuze, citazioni esemplari compaiono in esergo a libri e racconti. «Non sono filosofa, ma c'è stato un lungo periodo della mia vita in cui ho frequentato la filosofia. Ho vissuto accanto a un filosofo per molti anni, e mi è capitato di incontrare grandi filosofi del nostro tempo: Heidegger, Derrida, e soprattutto Deleuze. Da quando ho sentito una sua lezione, a quando poi l'ho incontrato, a tutto quello che ho letto di lui, non c'è una sillaba che non mi riempia e non mi insegni. Ho avuto la fortuna di incontrare molti “grandi” nella mia vita, ma di incontrarli nella vita quotidiana, senza aura, e questo, credo, ha fatto sì che quello che erano mi toccasse in modo profondo e struggente, mi raggiungesse, come dire, il cuore prima del cervello: lo sguardo di Heidegger, la voce di Ingeborg Bachmann, la gentilezza di Derrida, l'avvenenza di Calvino, la torva comicità di Manganelli ...
Fra tutti, due mi hanno abitata, non come fantasmi, ma come padroni di casa: José Bergamin e Gilles Deleuze».
Insieme al filosofo di grande valore che ha sposato, Giorgio Agamben, nel 1968 ha creato per Bompiani il «Pesanervi», una magnifica collana di letteratura fantastica. Quale, la scoperta più importante? «Direi Bioy Casares, all'epoca completamente sconosciuto».
Da editrice, ha pubblicato La risata del ’68, un omaggio a un momento
di grande apertura, anche nell'editoria ... «Sì, quarant'anni dopo il ’68, tutti si affannavano a negarne la grande felicità e ricchezza. Ho chiesto ad alcuni protagonisti di raccontare il loro ’68: un momento di “vacche grasse”, checché se ne dica ... Il degrado attuale, o per meglio dire la vergogna, è così profonda che
non si può attribuire a un solo fattore. Anche se ce la mette tutta, la distruzione della cultura non è solo opera del governo. A cambiare la cultura sono, in gran parte, i tre strumenti della solitudine contemporanea: la televisione, Internet
e il cellulare».
Come vede la situazione della piccola editoria? «Difficile. I piccoli editori sono
stretti fra molte morse: grande editoria, grande distribuzione, grandi catene librarie. E' difficile restare indipendenti ... Alcuni recentemente hanno stretto alleanze, e uno dei progetti più ambiziosi è ottenere il prezzo fisso dei libri,
che, pur esistendo teoricamente, viene eluso discriminando l'editoria indipendente. Alla fine il pubblico sceglie lo sconto piuttosto che il libro».
Sconti in cambio di vetrine in affitto, a scapito di libri di qualità? «Esattamente. Solo la legge potrebbe porvi rimedio, e la piccola editoria indipendente si sta muovendo in questa direzione».
Tra i suoi libri d'affezione non ha citato nessun italiano. «Amo moltissimo Anna Maria Ortese, scrittrice straordinaria, ancora misconosciuta dalle antologie e dalla critica del Novecento, come d'altronde Elsa Morante. In Ortese mi affascina il continuo rovesciarsi di miseria e splendore, di realtà e immaginazione. Questa doppia visione c'è anche in Fabrizia Ramondino, altra grande scrittrice di cui abbiamo pubblicato il libro di racconti Il Calore. Tutte e tre, Ortese, Morante, Ramondino, sono legate a Napoli, una città molto narrativa. Forse è una qualità legata anche al suo emblema: Pulcinella che balla e a ogni giro mostra una faccia diversa - la faccia che ride e il volto della morte. In queste scrittrici, le due facce sono sempre presenti, e a ogni giro di danza appare l'una o l'altra».
Perché tanta distrazione? «Perché sono donne! In realtà, verso le donne che scrivono c'è un interesse per così dire “mondano”, ma le istituzioni sono cambiate poco ... Mi piace la narrativa pensante, amo molto Calvino, Caproni, Celati, Manganelli ... E penso sinceramente che Milena Agus sia una delle voci più autentiche della nostra narrativa»." (da Paola Decina Lombardi, Tre donne e Pulcinella ballano per me, "TuttoLibri", "La Stampa", 07/11/'09)

sabato 7 novembre 2009

La vita dei dettagli di Antonella Anedda


"Gli storici dell'arte conoscono bene, ahiloro, quel gioco che consiste nel riconoscere un'opera a partire da un suo minimo dettaglio. Più in generale si sa come Carlo Ginzburg abbia potuto accostare la pratica dell'attribuzione ai «paradigmi indiziari» di Conan Doyle e Sigmund Freud.
In quest'aureo libretto che direi il suo capolavoro - La vita dei dettagli (Donzelli) - Antonella Anedda (la quale, nella sua favolosa giovinezza, studiò alla scuola di Augusto Gentili) sceglie di fare il percorso inverso. Invertendo il circolo ermeneutico, isola trentadue dettagli da immagini più o meno celebri (dall'iconografia tardoantica alla videoarte di oggi) «usando lo sguardo come coltello». Così dando vita a uno straniamento assoluto, «una nuova consapevolezza dell'alterità misteriosa del mondo», quasi un senso di minaccia (la suspense di Hopper!). Prose brevissime, descrittive o narrative (come nei precedenti libri «saggistici» della poetessa romana d'origine sarda: il magnifico Cosa sono gli anni del '97 e La luce delle cose del 2000), commentano i frammenti. È un gioco (la premessa s'intitola Istruzioni per l'uso; le «attribuzioni» sono definite Soluzioni), ma quanto mai serio: ogni prosa rinvia all'altra sogni, ossessioni, coazioni a ripetere.
Per questo sono in numero di trentadue: come le Goldberg di Bach, variazioni su un medesimo tema. Come le poesie più belle, in sardo, nell'ultima raccolta Dal balcone del corpo (Mondadori, 2007) rinviano a una storia taciuta, troppo bruciante per essere narrata («tutto è reticenza» è detto sempre a proposito di Hopper). Una storia di lutto, più in generale di perdita. Non a caso in explicit Anedda pone una voce da dizionario, appunto Perdita. E questo breve testo - come nell'altro suo splendido libro segreto, Nomi distanti (Empirìa, 1998) - a sua volta è «variazione» di una poesia celebre, Un'arte di Elizabeth Bishop («L'arte di perdere non è una disciplina dura»). Fra i trentadue «ritagli» quello chiave è il quindicesimo, con gli occhi del più celebre ritratto del Fayum (II sec. d.C.): «la ragazza è morta». L'ultimo, poi, è davvero inconfondibile: i piedi del Cristo morto del Mantegna ovvero «il ritratto della nostra vertigine davanti a ogni morte». Non si pensi però a una contemplazione della morte macabro-dannunziana; inquieta semmai che, com'è evidente negli occhi di Fayum, ad essere risvegliato sia lo sguardo dei morti. Sono loro che ci guardano, come poi in certo senso (quello del Barthes della Camera chiara) è connaturato alle immagini. Ci interpellano, ci mettono in questione. (Come nel Torso di Rilke: «non c'è punto che non veda / te, la tua vita. Tu devi mutarla».) Ne consegue che chi dice «io» (per esempio nel diario di una visita ad Arles, nei bellissimi saggi su figure sacrificali come Nicolas de Staël e Mark Rothko, o nel fuoriformato conclusivo di frasi e fotografie) lo fa solo «per curarsi dallo spavento » che incutono, sempre, le visite dei «fantasmi». La sua è «una passione di spossessamento».
Riprendeva una lunga tradizione Aby Warburg quando diceva che nei dettagli, appunto, si nasconde «il buon Dio». Si potrebbe simmetricamente argomentare che sia piuttosto, questa, una pratica perversa (e dunque diabolica); ma senza dubbio il cortocircuito descritto redime la materia più feriale, «totalmente terrena, non mistica», nella sfera del trascendente, diciamo pure del religioso (nel senso più ampio possibile: dove, dice Anedda commentando Dostoevskij, può venir meno «la distinzione tra credere e non credere»).
Non a caso tale spossessamento viene un paio di volte definito da Anedda «esicasmo», una pratica ascetica dei Padri del deserto e in genere degli asceti orientali: una preghiera ossessivamente ripetuta in condizioni di totale isolamento - ad esempio al chiuso di una cella - per lo più di fronte a un'icona. Quel che conta per l'esicasta, comunque, è la pratica dell'attenzione. Si comprende allora la lezione di «stoicismo» (come viene detto a proposito di un'impietosa poesia di Zbigniew Herbert) che con risolutezza Anedda trae da questi esercizi di contemplazione.
Per questo - credenti e non - possiamo commuoverci con lei per perdite, magari, meno tragiche delle sue. Lo ha detto una volta per tutte Walter Benjamin: «se Kafka non ha pregato - ciò che non sappiamo - gli era propria, in altissima misura, ciò che Malebranche definisce "la preghiera naturale dell'anima": l'attenzione. E in essa, come i santi nelle loro preghiere, egli ha compreso ogni creatura»." (da Andrea Cortellessa, Gli occhi a coltello dentro un quadro, "TuttoLibri", "La Stampa", 07/11/'09)

Romano Bilenchi, il Conservatore dell'adolescenza


"Ogni epoca scrive e aggiorna il proprio romanzo di formazione, ma l’invenzione narrativa dell’adolescenza è un archetipo, una fase simbolica primaria. Ci sono scrittori che come Bilenchi rimangono centrati su quella stagione per tutta la vita. Da Anna e Bruno a Conservatorio di Santa Teresa, ai racconti La siccità e La miseria, che a quarant’anni di distanza si chiudono con Il gelo nel trittico degli Anni impossibili, Bilenchi scrive il suo romanzo unico e continuo sull’infanzia e sull’adolescenza. E di questo grande romanzo Il gelo è miniatura perfetta, apice e colmo. Come Jerome D. Salinger e Henry Roth, che hanno fissato nella loro narrazione l’età più incerta e impossibile dell’uomo, come Elsa Morante nell’Isola di Arturo.
La scelta del racconto di formazione, di personaggi adolescenti intrappolati nella rete di un presente senza fine, assicura la libertà di continuare a essere nonostante e oltre la Storia. Questa è la prima ragione per cui leggere Bilenchi oggi, a un secolo dalla nascita, è un’esperienza sempre nuova. All’inizio degli Anni Ottanta, Bilenchi lavora al Gelo (1982) e ritorna attraverso il filtro della memoria a quel primo tempo. La lunga fedeltà a questi temi: il rapporto con la madre, la figura del nonno, l’amicizia, l’amore, la morte, l’odio, la vendetta, il paesaggio, denota il suo accentramento assoluto sull’uomo che si forma. Attraverso la lente dell’infanzia e dell’adolescenza Bilenchi coglie il flusso stesso dell’esistere, il suo eterno movimento. E al centro di questa scrittura c’è il libro-mondo Conservatorio (1940), uno dei grandi romanzi del Novecento, dove nulla veramente accade se non la vita. La narrazione viene risucchiata nel pieno dei sentimenti e delle emozioni, nella densità affettiva del racconto, in un vortice che annulla le coordinate temporali.
La seconda ragione per leggere Bilenchi è il paesaggio, centrale nella sua narrativa, paesaggio che ci viene incontro come un vero personaggio. È difficile pensare a uno scrittore che racconti più da vicino l’Italia e le sue tragedie. Bilenchi riesce a rivitalizzare elementi originari del paesaggio italiano, e la Storia, ridotta a sfondo, lascia il passo alle forme elementari e immutabili dell’esistenza: la casa, le colline, la pianura, il fiume, le crete, il campo di girasoli, la strada, il cielo stellato. Pochi libri ci costringono a un confronto tanto serrato, dove ogni luogo denota un modo d’essere e di abitare il mondo. A questa geografia memoriale si saldano i luoghi reali dell’autobiografia, e dopo Colle, Siena, cresce il ritratto di Firenze: la città aperta dei caffè e delle amicizie con Ricci, Rosai, Pratolini, Vittorini, Luzi, poi quella della guerra e della liberazione. Una Firenze buia e fangosa che si apre alla riconquista della coscienza civile negli anni del dopoguerra e del Nuovo Corriere: la città di Mario Fabiani e Giorgio La Pira, di Piero Calamandrei e Tristano Codignola, di Eugenio Garin e Ranuccio Bianchi Bandinelli.
Nei racconti di Bilenchi si fa esercizio di libertà, si allena la nostra capacità di essere e mantenersi liberi, e ieri come oggi non è cosa da poco. Ne deriva la terza motivazione di lettura, «politica» e civile: la libertà, da qualunque ideologia e dai condizionamenti della Storia.
Nel romanzo continuo di Bilenchi sull’età giovane la Storia viene apparentemente cancellata per riemergere in eventi minimi e quotidiani. Toccherà al Bottone di Stalingrado mettere in luce il fondo storico di Conservatorio, completandone il tragitto verso l’età adulta. In realtà fin dall’esordio, con Vita di Pisto, Bilenchi ha lavorato alla costruzione di un altro romanzo parallelo: il romanzo biografico e in chiaroscuro della sua generazione. Una generazione che ha attraversato tutto il Novecento: fascismo guerra resistenza, e ne è stata protagonista. Se il romanzo sull’adolescenza trova compimento nel Gelo, il romanzo di quella generazione include il tormentato Capofabbrica, il controverso Bottone di Stalingrado fino all'esito ultimo e sorprendente di Amici. Così temi e tempi storici si legano e intrecciano in un’unica ossessione: il racconto esatto del farsi di una coscienza, la chiarificazione di fatti ed eventi che concorrano alla comprensione dell’accaduto. Da una parte Bilenchi è fermo sull’età giovane, dall’altra sul fascismo e sulla resistenza: sono il chiodo fisso della sua narrazione, da cui mai si affranca e a cui sempre ritorna.
Bilenchi fu un fascista bolscevico e poi un comunista liberale (Corrado Stajano), dentro le grandi ideologie totalitarie del Novecento si mosse da uomo libero. Per tutta la vita sentì il bisogno di ripercorrere il suo apprendistato, di raccontare e testimoniare con chiarezza i fatti. Perché solo la precisione, solo il puntuale resoconto potevano spiegare la sua vicenda personale. La sua fu una lunga espiazione per quello che è stato il destino di una generazione. In mezzo ci fu il Nuovo Corriere, chiuso dal Pci nel 1956 perché schierato dalla parte degli operai polacchi insorti, prima dei moti d'Ungheria. Fu un atto di censura violento e un suicidio culturale. Non ci furono altre occasioni per Bilenchi direttore e Firenze perse con il suo più autorevole quotidiano la possibilità di rimanere capitale culturale del Paese. Uscito dal Pci nel 1957, Bilenchi rientrerà nel partito nel 1972. Nello stesso anno esce Il bottone di Stalingrado, il romanzo più dolente e più scorticato, quello che gli è costato di più.
L'ultima e quarta motivazione di lettura è la lingua, una lingua semplice e denotativa che conduce il lettore a un soffio dalle cose nominate. Lo stile semplice di Bilenchi, uno stile terso e nitido, è il risultato di un lavoro infinito che lascia in superficie una lingua magra, disossata. Eppure quello che colpisce e resta il tratto unico e distintivo di questo autore è l’assoluta coincidenza tra il suo percorso artistico e quello umano. C’è una progressiva presa di coscienza dell’uomo e dello scrittore che porta da un lato a una maggiore messa a punto linguistica e formale delle storie che riguardano l’infanzia e l’adolescenza, dall’altro la maturazione politica e intellettuale rivendica in un modo altrettanto ossessivo una ridefinizione della formazione giovanile. Quella moralità che guida Bilenchi alla riscrittura continua dei suoi testi è la stessa che porrà nella stesura della sua biografia artistica e umana, Amici. Come se ripercorrere parola per parola il proprio passato potesse ancora rimettere in gioco il secolo e soprattutto ridefinire chi siamo per il nostro futuro.
Lo scandalo di Bilenchi - la sua resistente inattualità - consiste proprio nella radicalità del suo lavoro, nel suo massimalismo morale, nell'irriducibile ricerca della verità. Tutta l’opera di Bilenchi è conficcata nel cuore del Novecento senza potere essere iscritta a nessun canone rassicurante, lontana anni luce da tentazioni sperimentali o dalla neoavanguardia quanto lo fu dal neorealismo o dal romanzo borghese. È un altro Novecento. Oltre alle quattro buone (o ottime) ragioni per leggere Bilenchi, c’è ancora qualcos'altro, quello che rimane da qualunque calcolo matematico il cui risultato sia un numero periodico. Quel resto incalcolabile, impossibile, indicibile, è ciò di cui si occupa la letteratura. È la ragione ultima per cui restiamo imprigionati dentro un libro. La narrativa di Bilenchi porta inciso a fuoco questo dato e resiste nel tempo. Anche per questo continuiamo a leggere e amare i suoi libri." (da Benedetta Centovalli, Romano Bilenchi, il Conservatore dell'adolescenza, "TuttoLibri", "La Stampa", 07/11/'09)

mercoledì 4 novembre 2009

Pour le livre


"Per i teneri sognatori c'è sempre il Centro per il Libro. Quello francese, ovviamente. Nel 2008, un bilancio di 35 milioni di euro erogati dallo Stato per sovvenzionamenti a progetti lungo tutta la filiera del libro: biblioteche, librerie, autori, illustratori, traduttori, etc. Non serve nemmeno fare dell'ironia sul nostro, di Centro, che quando nascerà ufficialmente - con organico e tutto - di milioni ne avrà (forse) tre, messi a disposizione, per altro dagli editori. Non è cosa. Per gli eterni illusi c'è sempre la Legge per il libro. Quella francese, ovviamente. In vigore dal 1981 (votata all'unanimità dal Parlamento), ha appena subito un tagliando, in forma di relazione affidata all'onorevole Hervé Gaymard. Ora la potete leggere in un aureo libello, Pour le livre. Rapport sur l'économie du livre et son avenir (Gallimard). Se invece volte sentire con le vostre orecchie cosa si può fare per 'proteggere' un mercato così particolare come quello editoriale, fate un salto a Ivrea il prossimo weekend, alla sesta edizione del Forum del libro 'Passaparola'. In programma infatti c'è un dibattito sulla fantomatica legge italiana per il libro. E lì Geoffroy Pelletier, del Ministero della cultura di Parigi, illustrerà le molte cose buone che in Francia ha permesso la legge. Intendiamoci: non è solo una questione di regolamentazione dello sconto (là al massimo 5%). Ma la legge ha consentito di mantenere una rete di diffusione e di distribuzione dei libri diversificata nell'intero Paese, con più di 3500 librerie indipendenti, senza nuocere all'emergere di nuovi attori. Altro effetto collaterale: il prezzo dei libri non è aumentato o lo ha fatto meno dell'inflazione media. A Ivrea, sentito Pelletier, sarà l'occasione buona per prendere spunto. Non che in Italia le proposte di legge siano mancate: una di quelle che possono avere maggiori chances di tagliare il traguardo è quella di Ricky Levi, a un'altra ipotesi sta lavorando un gruppo di piccoli editori. A parlarne, tra gli altri, ci saranno il presidente dei librai (Paolo Pisanti) e quello degli editori (Marco Polillo). Le parti sembrano più vicine del solito: magari è la volta buona (essendo noi iscritti d'ufficio tra gli illusi di cui sopra). La legge non ce la prescrive il medico, certo. Ma il rischio di un mercato non regolato è presto detto. Le cronache editoriali raccontano di sempre maggiori concentrazioni tra editori, della crescente influenza delle librerie di catena (che hanno il merito di avere modernizzato il panorama e il concetto stesso di libreria) e, soprattutto nei grandi centri urbani, dello stillicidio di chiusure delle librerie indipendenti, quelle, almeno, senza forte identità e legame con il territorio. Una situazione che può danneggiare non solo i librai indipendenti, ma anche i piccoli editori - sempre molto attenti alla 'bibliodiversità' - e, alla fine, persino i lettori. Un disegno di legge sul libro - ripetiamo: prendendo spunto da ciò che esiste, già a Mentone, non sulla Luna - deve tenere conto di tutto questo. Non solo dello sconto su cui, ormai, la frittata è stata fatta: i clienti ci sono abituati ... E' uno sforzo da fare insieme: librai, editori, bibliotecari e, soprattutto, politici. Ecco: questa è la vera nota dolente. I libri, in Italia, sono visti ancora come una roba per intellettuali noiosi e sfigati, non certo come un comparto economico serio che, tra l'altro, non chiede aiuti economici ma sostegno per aumentare la domanda. Forse saper fare, sanamente, lobby è la cosa che servirà di più, il giorno dopo la conclusione del Forum di Ivrea." (da Stefano Salis, Tutti insieme, legislativamente, "Il Sole 24 Ore Domenica", 01/11/2009)

sabato 31 ottobre 2009

Non siamo gli ultimi di Massimo Rizzante

'La letteratura è una fiammella da tenere
accesa specie in tempi segnati dalla velocità
e dal consumo, dalla fretta e dall’istantaneo.'

"Ho conosciuto Massimo Rizzante all'inizio degli Anni Novanta. Gianni Celati mi aveva parlato di lui. Dopo qualche tempo ricevetti per posta un suo libretto, Il geografo e il viaggiatore, stampato da una piccola tipografia dell'Italia centrale. Un libro sorprendente, dedicato a Italo Calvino e a Celati stesso; un libro di grande intelligenza, scritto in modo cristallino, che era insieme un'autobiografia intellettuale di un lettore accanito, di un poeta e di un flâneur: un «despatrio», andato a Parigi e rimasto lì per un po' di anni a seguire i seminari di Milan Kundera, di cui poi è diventato il traduttore in italiano. Solo anni dopo dopo ho incontrato Rizzante: alto, capelli neri appena stempiati, indossava abiti scuri, come certi artisti visivi. La sua passione per la letteratura è stata per me nel corso del tempo una bussola: indicava a volte il Nord estremo dell'Islanda, a volte il Sud caraibico o il cono meridionale dell'America, a volte l'Est di autori semisconosciuti, da lui compresi come maestri di vita, oltre che di scrittura, da Danilo Kis a Norman Manea. Ho imparato molto dalle conversazioni con lui, anche se adesso che sono trascorsi parecchi anni mi rammarico di non aver parlato di altri autori sconosciuti, oppure dei suoi amici della rivista L’Atelier du Roman, del modo d'incontrarsi, discutere, leggersi a vicenda di questo piccolo gruppo di scrittori, poeti e saggisti. Di quel lavoro intensissimo, di cui la comunità letteraria italiana, tutta rivolta ai premi letterari e alle loro vicende, pronta a beccarsi per un nonnulla, sa poco o niente, c'informa ora un bel libro di Rizzante, Non siamo gli ultimi (Effigie), dal programmatico sottotitolo: «La letteratura tra fine dell’opera e rigenerazione umana». Si tratta della raccolta di saggi, articoli, recensioni, interventi redatti per il trimestrale francese diretto da Lakis Proguidis, riscritti per l'edizione italiana. Non semplici note, ma appassionate e risolutive riflessioni su cosa è oggi la letteratura, quale il suo senso, quale il suo destino, accompagnate da una serie di piccole fotografie degli autori di cui tratta sul margine della pagina, un album visivo, ma anche una scrittura per figure. Rizzante pratica da tempo un'idea di letteratura come «rigenerazione umana»; ovvero, affida alla letteratura non il compito d'intrattenimento, bensì d'essere strumento privilegiato per una politica umana in grado di rifondare la possibilità d'una esperienza vitale; niente a che fare con il neo-umanesimo di tanti, o con il culto del postumano. La letteratura non finisce con i nostri padri e nonni, ma continua con noi, e con chi verrà dopo di noi. Una fiammella importantissima da tenere accesa nel buio lancinante di questo universo caotico e assurdo in cui viviamo. Ci sono pagine del libro dedicate a Coetzee e a Bellow, a Bolano e a Svevo, davvero vertiginose per capacità di penetrazione e per passione di vita, ma soprattutto c'è dentro una polemica continua, e tuttavia mai astiosa, contro il tempo in cui viviamo, segnato dalla velocità e dal consumo, dalla fretta e dall'istantaneo. E' l'eterno presente che ci divora, giorno per giorno, cancellando quel deposito intangibile che è la letteratura stessa, quella del passato come quella del presente. In una bella recensione di Non siamo gli ultimi, che si legge in rete (NazioneIndiana) Gianni Celati parla dell’attuale letteratura industriale come il punto in cui ci si dedica maggiormente al massacro dell'eredità di cui i libri sono portatori. La cultura audiovisiva - televisiva in particolare - congiunta al lavoro dei manager fa dei libri «neutri oggetti di profitto». Rizzante è stato uno dei pochi a percepire attraverso il suo sguardo ampio e cosmopolita quello che stiamo perdendo. Ma il volume, diario autobiografico, contiene anche un'idea importante per il futuro: la letteratura odierna è una letteratura dell'esilio, della diaspora, delle frontiere erranti, una letteratura senza territorio, che prende le distanze dalla prigione dell’attualità e non perde fiducia nel dialogo con il passato e coi morti. Solo in questo modo è vero che oggi coloro che leggono e scrivono non sono gli ultimi, ma dei passeurs, dei passatori, «individui dediti a far passare nuove idee o scoperte» creando tramiti e canali di comunicazione. Qualcosa di superfluo, probabilmente, ma anche d'assolutamente indispensabile. Rizzante è un maestro in questo. Il libro lo racconta pagina dopo pagina." (da Marco Belpoliti, Da Svevo a Bellow le nostre lanterne, "TuttoLibri", "La Stampa", 31/10/'09)

Zio Valentino per l'Italia con il catalogo sotto braccio


"Ora che i tempi sono cambiati e al posto dell'editore c'è la casa editrice, ora che Bompiani, il mio editore di una volta, non c'è più, a chi parlerò con lo stesso calore del libro che sto scrivendo? È un buon libro? È un libro che richiede qualche ritocco? E in che punto? Si mantiene al livello degli altri libri che ho scritto? E ancora: il mio lavoro, le ore in cui i dubbi e le insicurezze assalgono lo scrittore mentre il suo romanzo si avvia alla pubblicazione, non meritano un po' di entusiasmo, un incoraggiamento e insomma una vera partecipazione? Lo scrittore in questo rapporto con l'editore non è una persona fragile e vulnerabile che ha bisogno di sentimento, di intelligenza, di comprensione, più che di un'accoglienza e di un parere favorevole? Tutte queste cose mi fanno sentire la mancanza di Valentino Bompiani. Ricordo le parole che mi scrisse quando nella primavera del '61 gli inviai la prima parte del libro che stavo scrivendo, quello che poi intitolai Ferito a morte: «Caro La Capria, la prima parte del suo libro mi ha incantato, se la seconda parte sarà della stessa qualità lei avrà scritto un libro importante che potremo sostenere con convinzione. Lo stesso giorno in cui arriverà il dattiloscritto lo passeremo in composizione», eccetera. Non ripeto queste parole di Bompiani per vantarmi, ma per far capire quale era il suo stile. E si può immaginare l'effetto che facevano queste parole a un giovane scrittore ancora sconosciuto? Uno dei più grandi editori italiani scrive al giovane scrittore sconosciuto che è incantato. Si può capire allora come il giovane scrittore si senta carico di energia e sicuro che porterà baldanzosamente a conclusione la seconda parte del suo libro. Questo è capitato a me quando c'era l'editore Valentino Bompiani.
Sì, lo so anch'io che «zio Valentino» aveva il suo caratterino e a volte aveva scatti d'ira memorabili, che però scomparivano con la stessa velocità con cui arrivavano. La sua era stata un'educazione militare, suo padre e la sua tradizione familiare erano improntati al senso del dovere, alla disciplina, all'onore e così via. In questo era un po' ottocentesco. Ma questo suo carattere lo portava a dare generosamente e a pretendere dagli altri la stessa dedizione. Lui poteva essere tenero e rigido, a volte appunto militaresco; più verso se stesso però.
Se non fosse stato così come avrebbe potuto portare a termine, in momenti difficili, in un'Italia ancora sotto i bombardamenti, il Dizionario delle Opere e dei Personaggi? Un'impresa alla quale aveva dato il meglio di sé, impegnandosi a suo rischio e pericolo con le banche, e da lui perseguita con tenacia e coraggio.
Lui per primo si sobbarcava fatiche non lievi, come quando andava in giro per l'Italia per far conoscere ai librai l'importanza di quest'opera che avrebbe dovuto entrare, come effettivamente avvenne, in tutte le famiglie. Mi è difficile immaginare un altro grande editore, Mondadori o Einaudi per esempio, a spasso per l'Italia con il proprio catalogo sotto il braccio. Ma Bompiani era un editore particolare, un editore artigianale, e anche un editore-scrittore che, come disse una volta, scriveva coi libri degli altri il suo libro. E da scrittore capiva i problemi dei suoi scrittori, aveva la capacità di entrare nella loro testa e sapeva perciò come trattare con loro con finezza di sentimento perché «i suoi scrittori erano la sua famiglia». Sapeva anche come sceglierli: quella doppia linea della letteratura italiana, quella degli «scrittori», che va da Savinio a Flaiano da una parte, e quella dei «romanzieri», da Moravia a Brancati a Piovene dall'altra, è ben rappresentata nel suo catalogo. Così come fu tempestiva la sua scelta degli stranieri, d