sabato 18 maggio 2013

Napolitano: leggiamo poco



"In Italia si legge troppo poco e così facendo «si crea uno svantaggio oggettivo nella vita individuale e collettiva anche sotto il profilo economico». Giorgio Napolitano cita le statistiche che «riflettono una debolezza di fondo della nostra realtà culturale», il fatto che siano «meno della metà gli italiani che leggono almeno un libro all'anno» e che, rispetto alla media nazionale, «la quota dei lettori scenda ancora di più nelle regioni meridionali». Il videomessaggio del presidente della Repubblica all'inaugurazione del Salone del libro di Torino è un grido d'allarme rivolto certamente agli operatori del settore ma anche e soprattutto alla politica che ha nelle mani le scelte strategiche per il paese. Perché, aggiunge Napolitano, anche la creatività - tema centrale della 26esima edizione delle kermesse torinese - «se vuole generare qualcosa di valido deve poter contare su una base adeguata di conoscenza» e dunque su una popolazione che attraverso la lettura abbia acquisito le nozioni fondamentali del sapere. No dunque alla creatività fai da te, quella che vive di improvvisazione più che di innovazione.
Messaggio accolto con favore dal presidente dell'Aie, Marco Polillo.
Soprattutto nella parte in cui Napolitano attribuisce agli editori la professionalità di chi «opera attraverso strumenti e scientifici e culturali senza limitarsi alla semplice funzione di stampatore» potendo in questo modo competere «con la nuda e cruda immissione in rete di qualsiasi testo da parte di qualunque soggetto». È in questa differenza, dice il presidente, «la centralità del lavoro editoriale». Passaggio accolto con grande favore dagli organizzatori del Salone, a partire dal patron, Rolando Picchioni, che ha voluto aggiungere «la difesa della competenza dei librai, quelli che rischiano di scomparire per la concorrenza dei grandi distributori, dei grandi scaffali dove, come nella notte di Hegel, tutti i gatti sono grigi». Appelli contro l'omologazione che tradiscono un timore diffuso nel mondo dell'editoria di carta, quello della progressiva scomparsa del libro per effetto della concorrenza della Rete. Così il tema del ruolo di mediazione dell'editore, torna nelle parole appassionate del neoministro Massimo Bray, giunto a Torino direttamente dalla serata al Festival di Cannes. Bray ammette che «oggi nelle casse del ministero ci sono pochissimi soldi» ma si impegna «a tutelare l'editoria come un bene comune che va valorizzato al pari degli altri beni culturali, anche in chiave occupazionale. Questo è un compito al quale sento, come ministro, di impegnarmi personalmente». Più in generale Bray annuncia che il progetto del suo ministero «è quello di rilanciare la cultura come motore del cambiamento politico e volano per la ripresa economica». Una nota positiva da cui partire, dice il responsabile del ministero, è «il fatto che il presidente del Consiglio, Enrico Letta, abbia detto che non ci saranno più tagli alla cultura».
Non un annuncio entusiasmante ma certamente un punto di partenza solido sul quale ricostruire.
Più difficile ottenere dal ministro dettagli su come riuscirà concretamente a realizzare quegli obiettivi che finora i suoi predecessori hanno sistematicamente mancato. Dove troverà i soldi, signor ministro? La risposta è un sorriso silente. Perché tace? «Perché non ho ancora il quadro completo della situazione. Fino a quando non sarò riuscito a comprendere qual è il vero stato delle cose, continueròa tacere». Una dichiarazione che ha certamente il pregio della sincerità." (da Paolo Griseri, 'Napolitano: leggiamo poco', "La Repubblica", 17/05/2013)

lunedì 29 aprile 2013

Noi scrittori e i nostri ''nativi''


"La carta batte - anzi straccia - il digitale, almeno per ora. I numeri parlano chiaro: #Natidigitali, una ricerca online (di Filastrocche.it, Mamamò, Happi e Nati per Leggere) che ha esplorato le abitudini di lettura delle famiglie italiane racconta che oltre il 60% dei genitori preferisce ancora leggere ai propri figli libri cartacei. Che solo il 30% ha usato libri digitali (app, pdf, ePub, eBook); che quasi il 18% è contrario e che il 14% non sa che esistono libri per pc o device mobili pensati ad hoc per bambini.

Entrando nelle case degli «scrittori con figli» la tendenza è confermata: lunga vita alla carta, ma con qualche sorpresa. Per Antonio Scurati, infanzia e libro vanno d'accordo solo se a unirli è la carta: «I bambini - dice pensando a sua figlia Lucia, 4 anni - vogliono reggere il libro tra le mani, mentre glielo leggi, scorrere il ditino sulla parola e strappare una pagina se li rende tristi». E aggiunge: «Il digitale arriva dopo. E in quel momento qualcosa va perduto». Luca Crovi, scrittore e conduttore radiofonico, si assume la «colpa» di aver cresciuto bambini (quattro, di età tra i 9 e i 5 anni) che cui piace, ancora, il libro da sfogliare.

«L'approccio è anzitutto tattile. Partono dal contatto fisico con l'oggetto-libro e poi passano alle immagini». Le storie digitali per ora sono off limits, anche perché, ammette, «in casa non abbiamo un ereader o un tablet; accadrà presto e allora vedremo». Dove, invece, i supporti digitali non mancano è in casa Zaccuri: «Stefano, l'ultimo dei miei tre figli, - spiega Alessandro, scrittore e giornalista - è un nativo digitale e si vede. Ama leggere e passa senza soluzione di continuità dai volumi della biblioteca al Kindle». Ultimo download? «L'ebook-app The Fantastic Flying Books of Mr. Morris che poi abbiamo letto insieme».

C'è, poi, chi come Francesco, 9 anni, ha iniziato la «guerra dell'ereader» contro papà e mamma, la scrittrice Elisabetta Bucciarelli. «Ne abbiamo due in casa - spiega -, ora lui ne vuole uno tutto per sé». L'importante è che «guardi al libro come a un gioco, tutto sommato sia o no di carta poco importa». Poi precisa: «Certo con il digitale la lettura è meno continuativa, ci sono più "distrazioni", ma è anche più stimolante e coinvolgente». E proprio queste, insieme all'aspetto educativo e alla possibilità di far pratica con le lingue straniere, sono le virtù che i genitori riconoscono e ricercano in un libro digitale. Il timore più grande (71,8%), invece, è che faccia perdere la magia del libro, soprattutto delle storie della buonanotte.

Infine, da chi al digitale deve il suo successo ci si potrebbe aspettare una difesa d'ufficio, invece Anna Premoli, mamma di Marco, 4 anni, e scrittrice del bestseller nato in ebook Ti prego lasciati odiare, è contraria ai libri per bambini su tablet e ereader. «Marco sa già navigare, si cerca i video dei cartoni, gioca con il tablet. Se avesse un libro digitale non leggerebbe, devierebbe per mettersi a fare altro. Io leggo solo su ereader ma per mio figlio preferisco libri di carta».

E gli esperti che ne pensano? Secondo uno studio del Joan Ganz Cooney Center, gli ebook - in particolare quelli «potenziati» con video, audio e contributi multimediali - distraggono i bambini dalla storia e impediscono loro di ricordare i dettagli narrativi. A essere penalizzati sono, secondo i ricercatori, «apprendimento e comprensione del testo».
Ma la lettura non è solo questo. I libri elettronici grazie all'aspetto ludico e di coinvolgimento riescono, infatti, «a catturare l'attenzione di bambini che non sono attirati dalla lettura tradizionale», osservano gli esperti.
Insomma la questione è calda e il dibattito aperto. Se ne parlerà anche alla prossima edizione di Kids - Generazione 0-10, il 10 e l'11 maggio al Palazzo delle Stelline, che ha per tema: «Crescere bambini digitali»." (da Severino Colombo, Noi scrittori e i nostri ''nativi'', "Corriere della sera", 27/04/2013)

martedì 23 aprile 2013

Il mondo (del libro) salvato dai ragazzini

"Il mondo (del libro) salvato dai ragazzini: al cospetto del lavoro svolto in questi ultimi trent’anni anni dalla libreria Giannino Stoppani di Bologna, intitolata a Gian Burrasca e pensata per il pubblico dei bambini e degli adolescenti, viene in mente il titolo della celebre raccolta di poesie di Elsa Morante. È dal 1983 infatti che a Bologna, dapprima a Palazzo Bentivoglio e poi nei centralissimi locali di Palazzo Re Enzo, la Giannino Stoppani contribuisce a formare nuovi lettori. E intende assolutamente continuare. «Eravamo in cinque», racconta Silvana Sola, «studiavamo pedagogia e seguivamo le lezioni di Antonio Faeti, che allora era il solo a tenere un corso specifico sulla letteratura per ragazzi. Nessuna di noi aveva mai lavorato in libreria e non sapevamo nulla né di mercato né di economia. Però avevamo questo sogno, che era anche una sfida: come avrebbe risposto Bologna? L’idea di dedicare la nostra libreria al monello del Vamba era il nostro manifesto».

All’epoca le librerie che trattavano la letteratura per l’infanzia e l’adolescenza la relegavano in fondo a destra, non solo dopo i bestseller e la saggistica ma anche dopo il turismo. «Oggi non più, per fortuna. Ma noi avvertimmo subito il desiderio di offrire ai piccoli lettori uno spazio dove incontrare i libri pensati per loro. La nostra prima sede era molto piccola, appena sessanta metri quadri, e però cercammo di farla diventare uno spazio aperto, invitando le classi la mattina, organizzando visite guidate in cui gli scaffali erano come le sale di un museo o i sentieri di un parco. Già nell’85 ci adoperavamo per promuovere il libro e la lettura, chiedemmo a Lorenzo Mattotti di fare da noi una mostra a partire dai classici e lui disegnò il suo Pinocchio, destinato ad approdare al cinema. La mostra ebbe un tale riscontro che poi venne ospitata dalla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, per noi fu un segnale importante».

La Giannino Stoppani del resto ha sempre puntato molto non solo sulle storie ma anche sulle immagini che le illustrano. «Abbiamo organizzato tantissime mostre, anche con disegnatori americani, e le abbiamo portate nelle scuole e nelle biblioteche, cercando di aprirci, di portare la libreria fuori dai suoi spazi». Che nel 1991 si sono ampliati. «Col trasloco a Palazzo Re Enzo è iniziata un’avventura ancora diversa, perché nella nuova sede davvero potevamo accogliere con agio intere classi, dando vita a letture condivise, coinvolgendo i genitori, e ospitando autori e illustratori, cercando sempre di intessere nuove relazioni». E presto la Giannino Stoppani si è fatta conoscere oltre i confini felsinei, ha dando vita a una cooperativa culturale che promuove mostre e laboratori per ragazzi, incontri di formazione e programmi di promozione alla lettura. «Visti i risultati del lavoro sul territorio, con le scuole e le biblioteche, ci siamo dette che valeva la pena di allargare gli orizzonti, far girare le mostre e distribuire i cataloghi così da raggiungere realtà anche molto lontane, condividendo storie».

Il tutto facendo i conti con un mercato che intanto cambiava, perché nel frattempo i libri per ragazzi avevano iniziato a ritagliarsi spazi più importanti all’interno di librerie indipendenti e di catena.
«Certo anche la Giannino Stoppani ha attraversato fasi alterne, momenti più o meno felici. Noi abbiamo deciso che la nostra arma in più non poteva essere la politica degli sconti, ma la competenza: le nostre libraie e i nostri librai dovevano conoscere i libri, leggerli, e anche criticarli, ma in ogni caso mostrarsi capaci di rapportarsi con un pubblico di bambini, ragazzi e adulti facendo loro sentire che cosa c’era dentro i libri». E non a caso, dieci anni fa la Cooperativa Culturale Giannino Stoppani ha dato vita all’Accademia Drosselmeier. «Continuavamo a ricevere richieste da parte di persone che ci domandavano di aprire laboratori e corsi per ragazzi, e allora abbiamo pensato di fondare un’accademia per librai e giocattolai, rivolta ai giovani intenzionati a intraprendere un percorso formativo nell’ambito della cultura per l’infanzia. In tanti poi hanno aperto librerie: a Rimini, Vignola, Cagliari, Cremona. E la soddisfazione più grande per noi è l’aver creato questa rete di condivisione di contenuti». Quanto alla crisi del settore, che nel 2012 ha colpito duro tutti i soggetti operanti nel mondo del libro, dai librai agli editori, Silvana Sola ha un’unica ricetta: «In un contesto come quello attuale, in cui si sente la difficoltà di mantenersi indipendenti in città dove gli affitti sono altissimi e si fatica a far quadrare i conti, noi abbiamo sempre cercato di non abbassare la qualità delle nostre proposte, casomai di alzarla ancora. Quest’anno abbiamo messo in piedi tre mostre: una sui libri che in paesi diversi parlano di migranti, una sulla nuova famiglia nei libri per ragazzi, e una sul rapporto tra infanzia e natura».

E il luogo comune dei ragazzi che leggono meno rispetto ai loro coetanei di un tempo e agli adulti? «Vede, io credo che sia necessario ribaltare il tutto. Se a leggere è il 60% dei ragazzi, il problema è avvicinare alla lettura il 40% rimanente. Ma se uno non incontra i libri sulla sua strada come può esercitare il diritto alla lettura? Quel 40% è fatto di ragazzi potenzialmente pronti per leggere. Dobbiamo dare loro la possibilità di accedere ai libri. È una questione di consuetudine: ci vogliono più biblioteche, più librerie, e più libri nelle case degli italiani. La qualità della vita di ciascuno di noi passa anche per i libri che ha letto, non crede?». Altroché." (da Giuseppe Culicchia, Il mondo (del libro) salvato dai ragazzini, "La Stampa", 23/04/2013)

sabato 13 aprile 2013

Adolescenti e ricerca di sé, il diario è meglio di FaceBook


"Commenta Anna Frank nel 1942, dal rifugio clandestino in cui vive per sfuggire alle persecuzioni naziste contro gli ebrei: «Per una come me, scrivere un diario fa un curioso effetto. Non soltanto perché non ho mai scritto, ma perché mi sembra che più tardi né io né altri potremo trovare interessanti gli sfoghi di una scolaretta di tredici anni. Però, a dire il vero, non è di questo che si tratta; a me piace scrivere e soprattutto aprire il mio cuore su ogni sorta di cose, a fondo e completamente».
Quel diario non solo le permetterà di emergere dalle strettoie di una convivenza forzata ma anni dopo, tradotto in quasi tutte le lingue, sarà inserito dall’Unesco nelle Memorie del mondo. Poche ragazzine aspirano a tanto ma il diario rimane ancora oggi la più diffusa forma di scrittura femminile e adolescenziale. Tenere un diario, per lo più scritto a mano, in bella calligrafia e con una ricerca di stile, è una scelta controcorrente nell’epoca del Web, quando si digita per impulso, senza riflettere, senza selezionare.
Premendo rapidamente i pulsanti, i ragazzi cercano di sincronizzare i battiti del cuore con quelli del telefonino, di trasmettere le emozioni nel momento stesso in cui le provano. La scrittura tradizionale richiede invece di attendere il tempo e il luogo più opportuni, sottraendosi alla fretta di concludere, alla tentazione di restare perennemente connessi per sfuggire alla solitudine.

Il diario costituisce un appuntamento con sé, un incontro programmato con la propria intimità. Spesso, sigillato da un lucchetto più simbolico che reale, pretende il segreto. Anche se «casualmente» viene dimenticato in modo che la mamma lo possa leggere, altrettanto casualmente. Ma non è lei l’interlocutore privilegiato, chi scrive, anche quando evoca un corrispondente immaginario, si rivolge a se stesso nell’intento di scandagliare le parti in ombra della sua personalità e di fissare le ambivalenze e le intermittenze dei sentimenti.
Le pagine del diario sono uno schermo su cui l’adolescente delinea la propria identità in modo creativo e personale, sottraendola alle attese degli altri e agli stereotipi della cultura. In esse palpitano amori immaginari e fantasie erotiche che si confidano solo all’amica del cuore, ma anche spirazioni e i desideri che orientano il futuro. Mentre le comunicazioni digitali si disperdono nella nebulosa mobile e illimitata di una fantasia collettiva, il diario conserva, nella forma autobiografica, l’unicità e la continuità della propria storia.
Durante l’adolescenza, nonostante una progressiva omologazione, i maschi s’impegnano soprattutto nella conquista del mondo esterno, le femmine nell’esplorazione del mondo interno, nella forma romantica dell’introspezione e del sogno d’amore. Prende così forma l’autobiografia, intesa come racconto congiunto dei fatti e delle emozioni, come nucleo stabile di una identità sempre più frammentata nella pluralità dell’Io e nella fragilità delle relazioni. La scrittura periodica del diario consente all’adolescente di operare un distacco critico dalla famiglia senza esasperare i conflitti, senza provocare dolorose lacerazioni. Le immagini dei genitori, mediate dalla scrittura, si allontano e si ridimensionano pur restando insostituibili figure di riferimento, mentre il dolore di vivere si stempera in una narrazione che protegge e cura. Molti anni dopo sarà possibile riconoscere, in quell’opera letteraria in miniatura, il filo rosso della propria vita, quello che ci ha aiutato a diventare al tempo stesso autrici e protagoniste della nostra storia.
Per molte donne e per tante «piccole donne» il diario rappresenta quella «stanza tutta per sé» in cui Virginia Woolf riconosceva l’ambito di una fragile libertà femminile da proteggere e conservare. Ma la scrittura autobiografica, non è solo una faccenda di donne, serve anche agli uomini per ritrovare ed esprimere la parte femminile di sé.
Per la sua capacità evolutiva andrebbe incentivata nella scuola senza scindere, come spesso accade, l’allievo dall’adolescente, la ricerca di sé dall’apprendimento, l’introspezione dalla conoscenza obiettiva. Il compito di disegnare la propria identità è fondamentale perché dà senso a ciò che chiediamo ai ragazzi e significato ai loro inquieti processi creativi. Accompagnandoli in questa impresa, gli educatori stabiliscono con loro una alleanza che dura nel tempo e che offre , al diventare adulti, un orizzonte possibile e desiderabile." (da Silvia Vegetti Finzi, Adolescenti e ricerca di sé, il diario è meglio di FaceBook, "Corriere della sera", 13/04/'13)

Silvia Vegetti Finzi su IBS

mercoledì 10 aprile 2013

I bambini nell'era di Facebook leggono più di mamma e papà

"Leggono più di mamma e papà. Resistono alle lusinghe totalizzanti di Facebook, YouTube, Nintendo e iPad e considerano il libro il miglior amico dell'uomo.
Sono il 58% dei bambini e ragazzi che, dai 6 ai 17 anni, si appassionano a romanzi, fantasy, gialli e favole. Basta che siano libri. Mentre i loro genitori non hanno mai tempo.
Gli adulti, di fronte alle pagine stampate, riscoprono l'ozio o al contrario il fascino di un'esistenza workaholic.
Solo il 46% si salva. Ben il 12% in meno di figli o nipoti. A dimostrare che gli intellettuali si nascondono tra i più piccoli, naturalmente escludendo i libri di scuola, è una ricerca dell'Associazione Italiana Editori.
E le sorprese aumentano entrando nel dettaglio. Tra i più accaniti lettori ci sono quelli che non sanno ancora leggere, cioè il 63% dei bambini tra i 2 e i 5 anni. I piccoli sfogliano, colorano e guardano volumi tutti i giorni mentre si disinteressano allegramente di internet. I fratelli più grandi, quelli dai 6 ai 10 anni, in più della metà dei casi leggono con gusto mentre nel 4,7% scoprono il piacere del web quotidiano. Sono ancora innamorati di Harry Potter o della Schiappa il 60% dei ragazzi, tra gli 11 e i 14 anni, e solo il 33% li tradiscono con una dose quotidiana di internet. Con gli adolescenti le cose cambiano: il 59,8% divorano libri e quasi la stessa percentuale preferisce internet. Insomma, purtroppo sono diventati grandi.
I maschi come le femmine? Neanche a parlarne. Le differenze di genere si cominciano a sentire da piccoli e le bambine, sin dai 5 anni, leggono molto di più dei bambini. Tra i poteri taumaturgici del libro c'è il miglioramento dell'autonomia e delle relazioni con i genitori: se l'82% legge da solo, l'85% lo fa con mamma e papà.
«I ragazzi sono sempre stati dei buoni lettori», spiega Giovanni Peresson, responsabile ufficio studi di AIE, «ma la vera novità è come il dato della lettura under 18 resista all'aumento delle sollecitazioni esterne e addirittura aumenti. Se qualche anno fa la forbice di separazione dagli adulti era di 8 punti ora sono addirittura 12. I bambini e gli adolescenti hanno un'intensa vita sociale fatta di nuoto, ginnastica, calcio, scuola di lingue, diciamo che avrebbero tutte le giustificazioni per leggere meno e invece si oppongono con forza». Non solo. «Negli ultimi anni i ragazzi hanno stravolto la loro vita grazie a internet tanto che già nel 2008 il 91% possedeva un telefono o un computer o usava quello dei genitori. Incredibilmente nel 2012 la media dei lettori è addirittura aumentata».
Un "mistero positivo" che Peresson spiega in molti modi: «Nella prima fascia di età la lettura crea un elemento di relazione tra bimbo e genitore, poi c'è stata la capacità degli editori di rinnovarsi inventando nuovi formati e generi, illustrazioni moderne, diverse fasce di prezzo. Tramontano così i grandi classici alla Giulio Verne e i nuovi eroi vivono nei cartoni animati come nei film».
Un'altra chiave di successo sta nelle librerie. Dice Antonio Monaco, responsabile del settore ragazzi dell'AIE: «Nascono librerie dedicate e anche nelle tradizionali ci sono spazi piacevoli dove coinvolgere i giovani». E nella capacità di diversificare: «La letteratura junior risponde a un'esigenza di differenziazione degli interessi con micro segmenti come il fantasy, la serialità e persino una certa visione negativa del futuro, inevitabile dato il momento che stiamo vivendo». Ad esultare per la passione dei più piccoli sono naturalmente gli editori. Titoli come Pimpa o La principessa dei ghiacci trainano le vendite anche in periodi difficili. «Negli ultimi tre anni il settore si è assestato su un valore di 200 milioni di euro con circa 200 editori attivi e più di 20 milioni di copie distribuite», spiega Monaco, «il 2013 è partito bene con il successo della Schiappa e le conferme di Peppa Pig e di Geronimo Stilton». Non aiutano le biblioteche scolastiche: con un solo nuovo libro per 10 studenti e una spesa di 68 centesimi per alunno destinati all'acquisto di volumi." (da Irene Maria Scalise, I bambini nell'era di Facebook leggono più di mamma e papà, "La Repubblica" 07/04/'13)

venerdì 5 aprile 2013

La nostra Repubblica fondata sulla cultura. Ecco perché leggere un libro è alla base della democrazia


"La società non è la mera somma di molti rapporti bilaterali concreti, di persone che si conoscono reciprocamente. È un insieme di rapporti astratti di persone che si riconoscono come facenti parte di una medesima cerchia umana, senza che gli uni nemmeno sappiano chi gli altri siano. Come può esserci vita comune, cioè società, tra perfetti sconosciuti?
Qui entra in gioco la cultura. Consideriamo l’espressione: io mi riconosco in… Quando sono numerosi coloro che non si conoscono reciprocamente, ma si riconoscono nella stessa cosa, quale che sia, ecco formata una società. Questo “qualche cosa” di comune è “un terzo” che sta al di sopra di ogni uno e di ogni altro e questo “terzo” è condizione sine qua non d’ogni tipo di società, non necessariamente società politica. Il terzo è ciò che consente una “triangolazione”: tutti e ciascuno si riconoscono in un punto che li sovrasta e, da questo riconoscimento, discende il senso di un’appartenenza e di un’esistenza che va al di là della semplice vita biologica individuale e dei rapporti interindividuali. Quando parliamo di fraternità (nella tradizione illuminista) o di solidarietà (nella tradizione cattolica e socialista) implicitamente ci riferiamo a qualcosa che “sta più su” dei singoli fratelli o sodali: fratelli o sodali in qualcosa, in una comunanza, in una missione, in un destino comune. Noi siamo immersi in una visione orizzontale dei rapporti sociali. Ma, ciò significa forse che non abbiamo più bisogno di un “terzo unificatore”, nel senso sopra detto? Per niente. Anzi, il bisogno si pone con impellenza, precisamente a causa dei suoi presupposti costituzionali: la libertà e l’uguaglianza, i due pilastri delle concezioni politiche del nostro tempo, che se lasciati liberi di operare fuori di un contesto societario, mettono in moto forze egoistiche produttive di effetti distruttivi della con-vivenza.
Non si può convivere stabilmente in grandi aggregati di esseri umani che nemmeno si conoscono facendo conto solo su patti degli uni con gli altri, come pensano i contrattualisti. A parte ogni considerazione realistica, una volta stabilita una regolazione contrattuale degli interessi in campo, a chi o a che cosa ci si potrebbe richiamare per richiedere l’adempimento degli obblighi assunti, ogni volta che l’interesse mutato spingesse qualcuna delle parti a violarli? Ogni contratto, senza una garanzia terza, sarebbe flatus vocis.
Per molti secoli, questa garanzia era riposta nella religione; oggi, nell’età della secolarizzazione, non può che essere la cultura.
«L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento », dice l’art. 33, primo comma, della Costituzione. Questa norma di principio è da considerare la base della “costituzione culturale”, così come esiste una “costituzione politica” e una “costituzione economica”, ciascuna delle quali contribuisce, per la sua parte, alla costruzione della “tri-funzionalità” su cui si regge la società, secondo quanto già detto. La Costituzione, senza aggettivi, è la sintesi di queste costituzioni particolari. Innanzitutto, dicendosi che l’arte e la scienza sono libere e che libero ne è l’insegnamento si dà una definizione. L’attività intellettuale non libera, cioè asservita a interessi d’altra natura non è arte, né scienza: è prosecuzione con altri mezzi di politica ed economia. Si dirà, tuttavia: non è arte la scultura di Fidia, perché al servizio della gloria di Pericle? Non è arte la poesia di Virgilio, perché celebrativa della Roma di Cesare Augusto? E non è arte quella di Michelangelo, commissionata da Giulio II e Paolo III? La loro non è arte perché voluta, comandata, perfino imposta da altri, che non l’artista? Naturalmente no. Ma non è arte per la componente priva di libertà, esecutiva del volere del committente; è arte, per la parte che l’artista riserva alla sua libera creazione.
Cose analoghe si possono dire per le opere dell’ingegno al servizio dell’economia, cioè della pubblicità di prodotti commerciali. Anche a questo proposito, l’impasto di attività esecutiva e di attività creativa è evidente. Il rapporto tra l’una e l’altra è variabile. Normalmente, prevale l’aspetto strumentale: far nascere bisogni, orientare il consumo, combattere la concorrenza, promuovere le vendite: tutte cose che riguardano gli stili di vita, le aspettative, i sogni, ecc. In certo senso, formano cultura, e nel modo più efficace possibile. Ma, per questo aspetto, non sono esse stesse espressione della libertà della cultura; sono invece funzione dell’economia. Non rientrano nella definizione costituzionale. Vale anche qui, però, la forza purificatrice del tempo. A distanza d’anni, quando s’è persa la nozione dell’interesse originario, anche le opere di pubblicità possono depurarsi dal loro aspetto strumentale ed essere rivalutate e apprezzate nel loro valore artistico.
Non si tratta, comunque, di teorizzare una “cultura per la cultura”, senza contenuto, come pura evasione. La cultura come cultura ha una sua funzione e una sua responsabilità sociale, come s’è detto: una funzione che esige libertà. Sotto questo aspetto, il verbo “essere” che troviamo nella norma costituzionale assume il significato non d’una definizione, ma d’una prescrizione: “la cultura deve essere libera”. La difficoltà nasce dal fatto che deve essere libera, ma non può vivere isolata.
La prima insidia, qui, sta nella tentazione della consulenza. Il nostro mondo è sempre più ricco di consiglieri e consulenti e sempre meno d’intellettuali. Questa – del consulente – è la versione odierna dell’“intellettuale organico” gramsciano, una figura tragica che si collegava alle grandi forze storiche della società per la conquista della “egemonia”: un compito certo ambiguo, ma indubbiamente grandioso. I consiglieri di oggi sono gli imboscati nell’inesauribile miniera di ministeri, enti, istituti, fondazioni, aziende, ecc., che si legano al piccolo o grande potere, offrendo i propri servigi intellettuali e ricevendo in cambio protezione, favori, emolumenti. La stessa cosa può ripetersi per i consulenti che vendono le proprie conoscenze alle imprese, per testarne, certificarne, magnificarne e pubblicizzarne i prodotti. Naturalmente, consiglieri e consulenti non sono affatto cosa cattiva in sé, ma lo sono quando sono essi stessi che si offrono e accettano di entrare “nell’organico” di questo o quel potentato. L’uomo di cultura diventa uomo di compiacenza.
La seconda insidia all’autonomia della funzione intellettuale è la tentazione di cercare il successo in questa, per poi spenderlo nelle altre funzioni. Ciò che è giusto in una sfera, può diventare corruzione delle altre sfere. Così, l’affermazione nella sfera dell’economia non deve essere usata strumentalmente per affermarsi nel campo della politica o in quello della cultura; l’affermazione nella sfera politica non deve essere il ponte per conquistare posizioni di potere nella sfera economica o in quella culturale; l’attività nella sfera culturale non deve corrompersi cercando approvazione e consenso, in vista di candidature, carriere e benefici che possono provenire dalla politica o dall’economia.
Merita qualche parola anche il binomio “libertà della cultura” e “democrazia”. La società del nostro tempo, dove le conoscenze sono sempre più approfondite e settorializzate; dove, quindi, è inevitabile delegare ad altri la conoscenza che ciascuno di noi, da solo, non può avere: in questa società dove pressoché tutte le decisioni politiche hanno una decisiva componente scientifica e tecnica, massimo è il bisogno di fiducia reciproca. Per prendere decisioni democraticamente e consapevolmente in campi specialistici, chi non sa nulla deve potersi fidare di chi detiene le conoscenze necessarie. Non in nome della Verità, che non sta da nessuna parte, ma in nome almeno dell’onestà, che può stare presso di noi. Se non ci si potesse fidare gli uni degli altri e, in primo luogo, di coloro che per professione si dedicano a professioni intellettuali, la cultura come indispensabile luogo “terzo” di convergenza e convivenza sarebbe un corpo morto.
Di quali mezzi si avvale oggi la cultura? Semplificando: chat o book? Dov’è la radice della differenza? È nel fattore tempo, un fattore determinante nella qualità di tutte le relazioni sociali. La chat e i suoi fratelli – blog, twitter, social forum, newsgroup, mailing list, facebook, messaggi immediati d’ogni tipo – appartengono al mondo dell’istantaneità; i libri al mondo della durata. I messaggi immediati appartengono alla comunicazione; i libri, alla formazione. La comunicazione vive dell’istante, la formazione si alimenta nel tempo. La comunicazione non ha onere d’argomentazione e non attende risposte. Il suo fine è dire e ridire su ciò che è stato detto, per aderire o dissentire, senza passi in avanti. Il libro – saggio, romanzo, poesia; cartaceo o elettronico – appartiene a un altro mondo. Nasce e vive in un tempo disteso, di studio e riflessione. Se sul bancone d’una libreria incontri L’uomo senza qualità o Moby Dick, innanzitutto è come se ti chiedessero: sai quanto tempo ho impiegato a essere pensato e scritto? E tu, quanto tempo e quanta concentrazione pensi di potermi dedicare? L’invasione degli instant books è la conseguenza della medesima risposta a entrambe le domande, rivolte agli autori e ai lettori: poco, molto poco, forse sempre meno tempo e meno concentrazione.
Ma, allora, è chiaro che la sopravvivenza del libro non è una rivendicazione a favore di una élite di pochi fortunati lettori. La diffusione della lettura non appartiene al superfluo di una società non solo, com’è ovvio, perché ha a che vedere con la diffusione dell’istruzione. Siamo, infatti, pienamente nel campo della cittadinanza, cioè della condizione di partecipazione attiva, consapevole e responsabile a quanto c’è di più decisivo per la tenuta della compagine sociale, cioè la partecipazione a una delle tre “funzioni sociali”: la funzione politica di fondo, meno visibile ma, in realtà, nel formare mentalità, più determinante della stessa azione politica in senso stretto, la quale, nella prima trova i suoi limiti e i suoi fini. Si tratta, per l’appunto, della cultura." (da Gustavo Zagrebelsky, ''La nostra Repubblica fondata sulla cultura. Ecco perché leggere un libro è alla base della democrazia'', "La Repubblica", 05/04/2013)

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martedì 26 marzo 2013

Giallo, blu, Rosellina ...

"Piccolo blu e piccolo giallo adorano giocare insieme. Ma quando si abbracciano diventano verdi». Ma di che si parla? Dove sono le bambine riccioline delle fiabe tradizionali, quelle che, addette ai lavori femminili, mescolano la zuppa nel paiolo sulla fiamma del caminetto mentre i maschietti pirla si cimentano in qualche birichinata? Qui ci sono solo due macchie di colore che dialogano tra loro e nelle pagine appaiono anche minuscoli inserti coloratissimi. Siamo nel 1966 ed è in atto una piccola (si rivolge ai bambini)-grande rivoluzione. Esce il primo, stravagante libricino firmato da Lio Lionni, scrittore, grafico, ex futurista emigrato a Philadelphia che, come direttore di una grande agenzia di pubblicità, ha chiamato a collaborare non gli specialisti del settore ma artisti d’avanguardia: Andy Warhol, Alexander Calder, Willem de Kooning e Fernand Léger. A questo primo, insolito prodotto per i bambini ne seguirà un altro. Il palloncino rosso di Iela Mari, un librino addirittura senza parole per sollecitare un «linguaggio per immagini».

Sono le prime pietre di una nuova impresa della gran signora dell’editoria per i più piccini, Rosellina Archinto. Oggi nota per la pubblicazione di epistolari di personaggi famosi, negli anni Sessanta è sulla tolda di una navicella: la Emme Edizioni, che prende nome da Marconi, il cognome da «signorina», come si diceva allora, dell’Archinto. Terminerà le sue pubblicazioni nel 1985. Adesso circa 100 tomi di questo raffinato artigianato a cui si è applicata l’attivissima editrice, madre di cinque figli che quando erano piccoli portava in giro per il mondo a conoscere i mercati internazionali del libro, sono stati ritirati fuori dall’archivio (alcuni sono riproposti dalla Babalibri e da altri editori) e diventeranno parte di un progetto itinerante di lettura per le scuole. E saranno in mostra a Bologna, («Inventario. Fra le parole e le immagini di Emme Edizioni 1966-1985», alla Salaborsa, Piazza del Nettuno, da martedì al 13 aprile).

Questi tomi, a cui hanno dato il proprio contributo gli illustratori italiani e stranieri più in voga - Ungerer, Carle, Luzzati, Sendak, Mordillo, Munari -, appena apparvero in libreria si configurarono come delle vere bombe, ordigni esplosivi. Come mai? «Erano temuti per la loro dirompente novità; non era facile imporli a un mercato timoroso di qualsiasi trasformazione. Che fatica!» commenta l’imprenditrice. «Il terreno degli educatori e pure delle mamme era arroccato e friabile, pieno di pregiudizi e di ostacoli. Rientravo a Milano dall’America dove avevo trovato nuovi modi di raccontare storie e fiabe che mi avevano catturato. Trovavo veramente stucchevoli i testi old style che circolavano in Italia, rappresentavano un modo di narrare che tarpava le ali alla fantasia dei più piccoli. Dal punto di vista pedagogico le opere, ancora di stampo ottocentesco, erano piene di interdetti, divieti, moralismi accompagnati da una grafica vecchia e scontata».

A influenzarla nel suo progetto fu anche la vivacità milanese, la città-cuore pulsante della rivoluzione del design, anche di quello per giocattoli? «Munari era fantastico. Era un bambino anche lui. Non poteva essere altrimenti un artista che aveva progettato il Gatto Meo o la scimmietta Zizì in gommapiuma che con l’armatura in fil di ferro si poteva manipolare a volontà. Seduti per terra io e lui combinavamo carte e soprattutto colori, e venivano fuori opere come Nella nebbia di Milano, un meraviglioso viaggio dal bianco lattiginoso della bruma ai mille colori di un Circo carminio, blu, viola. Io ero anche molto influenzata dalle ricerche di Sonia Delaunay sulla rifrazione della luce. C’era una vita culturale molto intensa, si passava da un dibattito a una mostra, e gli amici erano personaggi del calibro di Vittorini, Soldati, Buzzati, Scalfari, Eco, Fernanda Pivano e Sottsass».

Come mai decise di imbarcare sul bastimento della Emme pure tanti famosi scrittori, Natalia Ginzburg, Calvino, Arbasino, Citati, Moravia, Soldati, Manganelli, Sciascia? «Volevo rinnovare anche il linguaggio della letteratura per l’infanzia, così stantio e arcaico. I più piccoli allora non godevano della considerazione e dell’importanza che hanno oggi, erano stimati, si potrebbe dire, un sottogenere dell’adulto. Nessuno pensava a dare peso alla loro libertà». Lei era anche una navigatrice solitaria nel mondo tutto maschile dell’editoria.

Come si è trovata? «Male, grazie. L’ho sempre detto: se avessi avuto barba e baffi avrei avuto più successo. Nessun editore, poi, si dedicava seriamente al genere per l’infanzia. La Mondadori sfornava i fumetti con Paperino e Topolino. Quindi per me l’impegno era doppio: dovevo cimentarmi su di un terreno considerato poco importante con l’handicap di essere donna, per cui la domanda più gentile che mi veniva rivolta sul mio lavoro era «come va il tuo hobby»? Per fortuna avevo fatte mie le parole di Munari: «Conservare l’infanzia dentro di sé per tutta la vita vuol dire conservare la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare». Questo mi ha aiutato a rimanere infantile come i miei lettori, senza arrendermi mai».  " (da Mirella Serri, Giallo, blu, Rosellina ...'I miei bambini a colori', "La Stampa", "TuttoLibri", 25/03/2013)

lunedì 25 marzo 2013

Silenzio, siamo in biblioteca



"'Patente, prego'. Lo sapevo che mi avrebbero fermata: mi si legge in faccia che sono in fuga. Sto cercando un  luogo dove trovare silenzio e raccoglimento. Ho provato in chiesa ma sembra un souk anche durante la Comunione, momento di massimo raccoglimento. E così mi sono recata in biblioteca. L'officer mi osserva mentre inserisce i miei dati anagrafici nel computer. Ma lo sfido a trovare qualcosa a mio carico: non ho mai guidato in stato di ebbrezza e non sono mai passata con il rosso (impossibile, a meno di essere la prima in corsia, dato che gli australiani iniziano a frenare non appena si accende l'arancione).
Il sorvegliante mi consegna calendario e mappa. Ora che ho varcato l'ingresso delal bibloteca, posso ''parcheggiarmi'' dove voglio purché sia libero. Nell'aula Baby ... direi proprio di no: c'è una lunga fila di passeggini che aspetta ancora fuori, con il suo carico scalciante e strepitante, per registrarsi al laboratorio gratuito di Sling Library, una specie di leggio che permette di portare in giro il neonato senza rinunciare ai piaceri della lettura.
'Provi più avanti, accanto alla veranda', suggerisce ua mamma ''imbracata'' con tre gemelli. 'Ma non si faccia troppe illusioni: oggi è venerdì e, come ogni fine settimana, anche la Toy Library è presa d'assalto'. Lì infatti si possono prendere in presito altalene, secchielli, puzzle, scivoli, go-kart, tricicli - tutit mrigorosamnete under 5 - a patto di abbinarli a un libro. E guai a imbrogliare: anche il volumeto deve essere dell'età giusta, per lettori sotto i cinque anni.
Il bambino non sa ancora leggere? I bibliotecari australiani sono molto comprensivi. Per genitori stremati ci sono i Pajama Party, almeno due volte a settimana, alle cinque in punto. Pensate la comodità: si porta il pargolo già in tenuta notturna, gli leggono la favola, gli somministrate il biberon o la pappina scaldati nel microonde accanto allo scaffale degli utlimi saggi sul linguaggio non verbale, sorseggiando una tazza di té gentilmente offerta dall'officer di turno. E vi addormentate, entrambi. Meglio lasciar perdere ...
Provo a cercare rifugio vicono all'asilo nido che dispone di un giardino di erba vellutata come pagine intonse e morbida più del mio letto. Il luogo perfetto per vagabondare e sdraiarsi con un libro in mano, in religioso silenzio. E' rinomato ormai anche tra gli homeless di Perth: ogni giorno la direttrice della biblioteca ne registra almeno una decina sistemati dentro e fuori, seduti, supini, in posizioen yoga, assorti e cogitabondi o innocentemente assopiti. Ma non ci pensa proprio a cacciarli: 'Tutti sono benvenuti in biblioteca, purché la usino per quel che è. Capita, in effetti, di doverne svegliare qualcuno all'ora di chiusura, ma - diciamo la verità - a chi non è mai successo di addormentarsi su un libro?'.
Ma oggi no, vagabondi non ne vedo, neanche appisolati all'ombra. Anzi, c'è un via vai dentro e fuori, sopra e sotto, come un cantiere alla vigilia dell'inaugurazione. Dentro stanno cambiando le lampadine, furoi trascinano sacchi di foglie, sopra martellano. 'La Worm Farm è quasi pronta', spiega il biblioetcario in galosce e grembiule da giardiniere, ovvero l'allevamento di lombrichi e affini a cui si accede dall'aula Verde, sede della collezione orticoltura.
Ho capito, inutile cercare quiete nelle iperattive biblioteche di quartiere. Andrò alla State Library, la Biblioteca nazionale, quel che si dice un'istituzione del Paese, custode di storia e tradizioni del Western Australia.
C'è folla però, davanti, di sicuro qualche gruppo di turisti in visita all'Art Museum lì accanto. 'Lavaggio o pizza?', mi chiede una ragazza sui roller vestita da Cappuccetto Rosso, solo che nel cestino non ha la torta per la nonna ma libri. Da oggi parte il progetto Laundry Reads: leggere mentre si fa il bucato, a casa tua o nelle lavanderie a pagamento, e alla State Library offrono dimostrazioni gratuite e il catalogo di libri, nonché dei detersivi, disponibili. Mi siedo e pesco dal cestino il primo libro che capita ...
 
P. S.: E la patente, vi starete chiedendo? Non me ne sono dimenticata. Ufficialmente è considerato l'unico documento veramente efficace per accertare l'identità e la residenza di u n lettore. Ma sono convinta che, se tamponi qualcuno davanti alla cassetta di restituzione libri o superi sulla sinistra un concorrente impegnato nella Reading Marathon, ti tolgono almeno quattro punti ..." (da Alessandra Pon, Silenzio, siamo in biblioteca, "Elle", aprile 2013)

No Soap in This Literary Wash

mercoledì 6 febbraio 2013

L'appello di Jacques Le Goff per la lettura e le biblioteche

"I libri sono strumenti essenziali e insostituibili di crescita culturale e civile. Per questa ragione occorre moltiplicare le occasioni di incontrarli e in particolare i luoghi — come le biblioteche e le librerie — in cui sono disponibili a tutti. Occorre rivolgersi soprattutto alle giovani generazioni: tutte le biblioteche sono importanti — quelle specialistiche come quelle rivolte al pubblico generale — ma in particolare vanno potenziate le biblioteche scolastiche e quelle universitarie. Se le biblioteche svolgono compiutamente la loro funzione — specie a livello locale — realizzano la formazione della cittadinanza, che e’ una delle missioni più importanti dei libri. In Francia abbiamo una istituzione centrale per la promozione del libro, il Centre National du livre, dotata di un fondo cospicuo (42 milioni di euro, ndr) e molto attivo in diversi campi. Tra le sue attività c’è il sostegno delle librerie di qualità nel programma Lir, voluto e diretto da Antoine Gallimard. Il programma prevede tra le altre cose la concessione di un marchio alle librerie indipendenti che si sono contraddistinte per la qualità del loro lavoro sul territorio. In base a quel marchio le librerie ricevono significative agevolazioni fiscali e contestualmente si impegnano a tenere il catalogo e garantire un buon assortimento di autori (anche meno noti) e di editori (anche più piccoli). La pluralità delle librerie è un fattore essenziale per garantire la libertà del pensiero, che è a sua volta un ingrediente non sostituibile della democrazia. Dal 1988 gli editori francesi, insieme al Centro Nazionale del libro, finanziano le librerie piccole e indipendenti attraverso l’Adelc, ovvero l’associazione che difende le librerie “creative”, voluta molti anni fa da un piccolo e illustre editore come Jerome Lindon delle Éditions de Minuit, per compensare la crescita della catena Fnac. Negli anni l’Adelc ha aiutato più di 400 librerie indipendenti francesi a rinnovarsi, aprire sedi nuove, garantire la presenza dei libri anche in zone periferiche delle grandi città o in centri minori, cioè dove non esiste una immediata convenienza di mercato.
La creatività e la pluralità delle idee sono gli obiettivi centrali della legge Lang, che da trent’anni regola il mondo del libro francese. Obiettivi legati alla capacità dell’intero sistema editoriale di selezionare e promuovere i libri. Da questo punto di vista, vorrei anche sottolineare l’importanza della traduzione. Solo se le nazioni europee remunereranno equamente i loro traduttori e ne garantiranno il lavoro di qualità potranno conservare il patrimonio storico e tramandarlo alle future generazioni. Un obiettivo tanto più importante nell’epoca in cui globalizzazione vuol dire spesso omologazione. L’eredità storica dell’Europa è plurale, un’eredità fatta di molte diversità, che non si possono dimenticare quando si auspica una sempre maggiore integrazione. Quando lanciai la collana “Fare l’Europa” insieme a cinque editori europei questa diversità pensammo fosse un valore positivo, da mettere in rilievo. Una diversità che i libri hanno sempre rappresentato in maniera ricca e formativa. Anche nel Medioevo, quando nei monasteri e nelle corti come nelle città il lavoro collettivo sui testi si combinava con la creatività individuale. Senza dimenticare il ruolo essenziale delle università, grazie alle quali una classe di colti europei ha trasmesso nei vari paesi del nostro continente una cultura comune. Ancora oggi la qualità di una classe dirigente è misurabile nel suo rapporto con i libri. Ma occorre assicurare che questi abbiano una larga circolazione anche presso la classe media e non siano riservati solo a una élite. In questo anche gli intellettuali hanno una grande responsabilità: non devono chiudersi in circoli di iniziati al sapere, ma condividere le loro conoscenze, innanzitutto attraverso un modo di scrivere chiaro e comprensibile a tutti. Una chiarezza che peraltro occorre insegnare dalla scuola, l’istituzione che resta ancor oggi la più importante nel definire il livello di civiltà di un paese. Per questi motivi, forse troppo sinteticamente delineati, considero fondamentale la battaglia per promuovere la lettura e la diffusione dei libri e spero che le donne e gli uomini che saranno eletti al nuovo Parlamento italiano prenderanno molto sul serio le proposte dell’Associazione Forum del libro." (da Jacques Le Goff, Italia, difenditi come fa la Francia, "La Repubblica", 05/02/'13)

Le Goff su IBS

"Candidati, sostenete la lettura", l'appello di Andrea Camilleri ("La Stampa", 08/02/'13)

lunedì 28 gennaio 2013

Una poesia tutta per loro


"Lungo è l'elenco delle donne poeta morte suicide: Anne Sexton e Sylvia Plath, Nadia Campana e Antonia Pozzi, Marina Cvetaeva e Amelia Rosselli ... E perché no, io ci metterei anche Sarah Kane, la drammaturga, che è davvero poeta. E Virginia Woolf. E la più lontana di tutte, ma quanto vicina nell'anima: Saffo, che secondo una leggenda ripresa da Ovidio e da Leopardi si gettò dall'alto di un faro nel mare aperto, per amore. La parola di cui queste donne si appropriano in modo tanto creativo, dunque non le cura, non le salva. O solo in parte. A volte le mette in contatto con zone oscure e pericolose dell'anima. Con verità impossibili da portare alla luce. Verità scomode. Che le donne hanno custodito nel silenzio del chiostro o nell' inferno della follia. Conventi e manicomi sono stati luoghi di reclusione della parola di donna. Tra grida e silenzi però ci sono arrivati anche versi di rara potenza espressiva e di una forza comunicativa sorprendente. Come nel caso di quelli raccolti nel Meridiano Rosselli. Si sa: la forza di un Meridiano - la collana che cura Renata Colorni - consiste nella sua potenza inclusiva: un autore tutto intero in un volume (o in più volumi, se particolarmente prolifico): tutto lì, presente, in mano al lettore. E l'effetto di piacere (e di possesso) si raddoppia nel caso di autori per loro intrinseca natura "disseminati", "frantumati". Così finora io avevo percepito Amelia Rosselli: come un corps morcelé, per dirla con Lacan, un corpo in frammenti. Sì, lei, esposta al destino storico della sua famiglia, lei in bilico tra lingue e culture, lei musicista e poeta, lei così fragile e nervosa, dura e pura - e chi l' abbia conosciuta lo ricorda - lei così saggia e così folle, così reale e insieme capace di allucinare il reale, mi era sempre apparsa, alla lettera, presa a morsi da una smania che la sbranava. Ora la trovo qui "riordinata", "inclusa" in una collana, dove per l'appunto si accolgono i "grandi" poeti e scrittori. E sono felice: intanto, perché una donna - e non sono molte, ancora - entra nel pantheon. E poi perché la sua entrata è accompagnata dall'intelligenza e dall'amore di chi da anni la studia, Emmanuela Tandello; e dall'alacre acribia di Silvia De March e Stefano Giovannuzzi, di Gabriella Palli Baroni, Francesco Carbognin, Chiara Carpita ... Una vera e propria officina dove la scienza esatta del testo si accompagna a una profonda empatia. E che bella la cronologia, dovuta ai primi due: un brillante compendio di storia patria, intellettuale e politica, che vede come protagonisti insieme a Amelia gli esponenti di una tradizione tra le più nobili del paese. Anni fa, per definire Amelia Rosselli m'erano venute alla mente due immagini; quella del "paria", che mi offriva Hannah Arendt; e quella dello "sradicamento", che usava Simone Weil. Leggevo le sue poesie in inglese; e mi colpì come Amelia volesse straniarsi in quella lingua. Perché anche quella lingua non è la sua. Come non sono "suoi" né l'italiano né il francese. Amelia, del resto, non cerca una lingua sua. Non è la prima, non è la sola. Basta pensare a Beckett - che sceglie di scrivere in francese. I motivi sono diversi, ma uno stesso, non troppo segreto scopo accomuna i due artisti: la sconfessione che esista una lingua madre: semmai, la lingua del poeta è quella che lui crea, la lingua è figlia. Questo fatto biografico - vivere in più lingue - consegna Amelia al suo destino di grande apolide; la conferma nella sua condizione di straniera. Ma oggi grazie a questo Meridiano ho capito che Amelia Rosselli è sì straniera, ma perché è poeta. Perché "straniera" è la poesia. Ha ragione Jakobson: la poesia è una "patologia" della lingua. Una "follia" della lingua. Come spiegare altrimenti che d' improvviso si spezzi a quel modo, piuttosto che avanzare sulla pagina fino a riempirla? Perché s'incapriccia nella rima? Perché cerca il ritorno del verso e si contorce in assonanze, in allitterazioni? In poesia la lingua gioca e accade che nel disordine del vocabolario e della grammatica si insinui un altro significato. Il poeta cerca la verità della parola non nella sua pertinenza rispetto al senso, ma esponendosi a una vera e propria espropriazione. Ecco l'eccentricità di Amelia Rosselli poeta. Incontravo spesso Amelia negli ultimi anni. Confesso che quando mi parlava delle sue ossessioni come fossero realtà, io le credevo. Sì, credevo che oscure forze la perseguitassero. Era "vero"? Non so, ma la sua angoscia mi persuadeva. Accadeva poi che in poesia il poeta calmava quell' angoscia. Quell'angoscia ha sempre nutrito la sua poesia? Non so. Ma se ha senso cercare le ragioni della poesia nelle radici biografiche del poeta, esse sono tutte qui, ora, a nostra disposizione. Basta leggere con attenzione la già lodata "Cronologia". Quello che più conta però è il segreto della creazione poetica, cui Emmanuela Tandello ci introduce invitandoci a coglierlo nella «tensione tra l'opera e la storia del suo costituirsi». È l'opera che costruisce il suo autore. Questo Meridiano lo descrive perfettamente. In questo senso ci consegna un corpo intero, il corpus poetico di una donna che "si fa" poeta. Poeta, sì. Proprio come le tante che abbiamo nominato all' inizio. Nomi che ricordano a tutti quel legame tra poesia e sensibilità estrema. Nomi che noi vogliamo ricordare per la grandezza della loro poesia, non solo per la scelta e il senso di una fine." (da Nadia Fusini, Una poesia tutta per loro, "La Repubblica, 13/12/2012)

Il museo del mondo

"Tutti i musei in cui sono stata, le gallerie, le esposizioni, le chiese, le cripte, i gabinetti di disegni e stampe, i siti archeologici, le caverne, le regge, le rovine, mi hanno lasciato qualcosa. A volte un ricordo molto concreto. Per molto tempo, ho scattato la foto oppure comprato la cartolina dell' opera che aveva dato un senso alla penosa fila in strada magari sotto la pioggia, alla fatica di aver attraversato cento stanze di un museo sterminato, al viaggio stesso che mi aveva condotto, che so, ad Algeri, a Teheran, a Washington, alla Chaise-Dieu ... Con gli anni, quel mucchio disordinato - eppure non casuale - è diventato alto come una colonna. Poi è franato, e ha cominciato a vagare per la mia casa, di scatola in scatola, tracimando sul pavimento. Ogni tanto lo frugo alla ricerca di un'immagine. I miei gusti sono cambiati, le mie conoscenze si sono arricchite. Eppure, ogni cartolina ormai sbiadita racconta una folgorazione, un innamoramento, talvolta una rivelazione. O anche l'inizio di un'avventura durata anni e anni e destinata a orientare la mia stessa vita, come fu per La Presentazione al Tempio di Tintoretto alla Madonna dell'Orto di Venezia. C' è di tutto. Tavole, quadri dipinti a olio, affreschi, graffiti, vetrate, idoli di legno e di pietra, statue, maschere, cammei, exvoto, bronzetti, noccioli di pesca, disegni, reliquiari, cariatidi, capitelli, miniature ... Opere disparate di cinque continenti e almeno cinquanta secoli: create come amuleti, preghiere o bestemmie, da uomini e donne, cacciatori e stregoni, assassini e santi, illetterati e intellettuali, gente in stato di alterazione alcolica, psichica o tossica oppure in pieno possesso delle facoltà mentali. Create per fede o per soldi, per mestiere o per amore. Nessun museo reale potrebbe contenerle. Neanche il collezionista più folle potrebbe sperare di comprarle tutte in una sola vita. Nemmeno nel mio museo immaginario possono entrare tutte. Devo selezionarne solo 50 - per raccontarvene una alla settimana, per un anno. Dunque ho dovuto operare una selezione crudele, e vi devo qualche spiegazione preliminare. Parlerò solo di pittura - che meglio può essere riprodotta su un giornale: niente arti plastiche, niente land art, body art o arti decorative. Solo opere di artisti coi quali vale la pena trascorrere del tempo - anche solo i dieci minuti che ci vogliono per leggere il mio articolo. Non necessariamente i maestri più celebrati, che pure non saranno certo esclusi. Ma anche gli irregolari, gli anomali, quelli che non hanno fondato scuole, non si lasciano etichettare o che hanno vissuto per concepire un solo capolavoro. Nel mio museo non c' è biglietto di ingresso, e dunque nemmeno ingresso. Insomma, le opere non saranno esposte in ordine cronologico. Non ho mai creduto che il tempo sia una strada a senso unico, da percorrere in una sola direzione. Esso può essere reversibile. Inoltre dalle deviazioni e dagli andirivieni si impara molto, talvolta più che da una linea retta. Né le opere saranno esposte in ordine gerarchico o tematico - per generi: tipo pittura sacra, di storia, paesaggio, fiori, ritratto, astrazione. Per un artista, sono distinzioni senza senso: non è il soggetto che conta, ma la pittura stessa. Né in ordine geografico (intendo la classificazione accademica per "scuole" - regioni, nazioni, etc.). Gli artisti non vedono l'arte così. Velázquez può illuminare Nicholas de Staël, anche se nulla apparentemente unisce la pittura figurativa di corte di un maestro spagnolo del XVII secolo alle sperimentazioni di un giovane russo degli anni Trenta del XX. Non seguirò nemmeno un criterio unicamente estetico. Cioè, non intendo costruire un' antologia dell'arte mondiale né un canone. Mi mettono a disagio quelli degli altri, e non aspiro a crearne uno mio. La mia selezione del 2013 rispecchia solo ciò che sono oggi, e non ciò che ero o che sarò domani. Siamo fluidi e mutevoli, tutto ci cambia, e il senso del percorso è nel mutamento stesso. Perfino i veri musei si riallestiscono continuamente: dai depositi emergono opere dimenticate, e nei depositi finiscono opere sopravvalutate, degradate dalla nuova generazione a lavoro di routine o di bottega - imitazione o copia. Ciò non mi impedirà di parlare di opere "canoniche" - famosissime. Ma inevitabilmente vi sembreranno sorprendenti alcune omissioni. Inoltre: devo aver visto l'opera coi miei occhi. Da vicino. Averle girato intorno, averla annusata, aver visto le crepe sulla superficie. Devo averne visto i colori, la dimensione, il supporto, la pennellata, la tecnica usata: la sua pelle, la carne, la materia. Insomma, devo essermi trovata davanti a lei - aver iniziato un dialogo che non si è più interrotto. E infine, ma soprattutto, devo desiderare di rivederla. Il desiderio di un'opera è l'unico criterio veramente fondamentale della mia selezione. Non perché abbia mai desiderato possederla, o collezionarla (collezionare è da troppo tempo un privilegio del denaro, degli imperatori, dei re, dei finanzieri: i veri musei sono spesso una lezione di storia economica, e le opere i trofei dei vincitori). Ma perché ho il desiderio di ascoltarla ancora, consapevole che essa ha tutto da insegnarmi, e non smetterà mai di parlarmi. Ne scrivo appunto per ritrovarla, e rivivere l'esperienza di quell' incontro. Se dopo aver letto questi articoli, o qualcuno di essi, sentirete anche voi voglia di vedere (o rivedere) questa o quell'opera coi vostri occhi, allora questo museo esisterà davvero e sarà nostro." (da Melania Mazzucco, Il museo del mondo, "La Repubblica, 04/01/2013)

venerdì 28 dicembre 2012

La resistenza del libro che profuma di carta

"È appena uscito un mio libro, ma non riesco a leggerlo perché, come milioni di persone, ho dei disturbi alla vista. Devo usare una lente di ingrandimento ed è una procedura lenta e macchinosa, perché il campo visivo è ristretto e non posso vedere una riga intera in un colpo solo, per non parlare di un intero capoverso. Quello di cui avrei davvero bisogno è un'edizione a grandi caratteri, che possa leggere (a letto o in bagno, che è dove leggo di solito) come qualsiasi altro libro. Alcuni dei miei libri precedenti sono disponibili in questo formato, e mi è preziosissimo quando devo fare una lettura pubblica. Ora mi dicono che una versione stampata a grandi caratteri non è "necessaria": ci sono i libri elettronici, che ti consentono di ingrandire a piacimento la dimensione dei caratteri.

Ma io non voglio un Kindle, o un Nook, o un iPad, tutta roba che potrebbe cadermi in bagno o rompersi, e ha comandi che per vederli mi servirebbe la lente di ingrandimento. Voglio un libro vero, fatto di carta stampata: un libro che abbia un peso, che odori di libro, come sono stati i libri negli ultimi cinque secoli e mezzo.

Voglio un libro che possa infilarmi in tasca o tenere insieme ai suoi confratelli sugli scaffali della mia libreria, riscoprendolo per caso perché mi ci cade l'occhio sopra. Quando ero ragazzo, alcuni dei miei parenti anziani, e anche un cugino giovane che vedeva male, usavano le lenti di ingrandimento per leggere. L'introduzione di libri a grandi caratteri, negli anni Sessanta, fu una manna dal cielo per loro e per tutti i lettori ipovedenti. Spuntarono fuori case editrici specializzate in edizioni a grandi caratteri per biblioteche, scuole e singoli lettori, e nelle librerie o nelle biblioteche trovavi sempre qualche libro del genere.

Nel gennaio del 2006, quando cominciai ad avere problemi alla vista, mi chiedevo come avrei fatto. C'erano gli audiolibri - qualcuno ne avevo registrato io stesso - ma io sono essenzialmente un lettore, non un ascoltatore. Sono un lettore incallito da quando ho memoria: spesso conservo nella mia mente quasi automaticamente numeri di pagina o l'aspetto dei capoversi e delle pagine, e sono in grado di trovare all'istante un certo passaggio in quasi tutti i miei libri. Io voglio libri che mi appartengano, libri la cui impaginazione intima mi diventi cara e familiare. Il mio cervello è tarato sulla lettura e quello che mi serve sono sicuramente i libri a grandi caratteri.

Ma oggi trovare testi di qualità in questo formato in una libreria è un'impresa. L'ho scoperto di recente quando sono andato da Strand, la libreria newyorchese famosa per i suoi chilometri di scaffali, dove mi rifornisco da mezzo secolo. Avevano una sezione (piccola) dedicata ai libri a grandi caratteri, ma era occupata prevalentemente da manuali e romanzi spazzatura. Nessuna raccolta di poesie, nessuna opera teatrale, nessuna biografia, nessun saggio scientifico. Niente Dickens, niente Jane Austen, nessuno dei classici; niente Bellows, niente Roth, niente Sontag. Sono uscito frustrato, e furioso: gli editori pensano forse che chi ha disturbi alla vista abbia anche disturbi al cervello?

Leggere è un compito enormemente complesso, che richiede l'intervento di varie parti del cervello, ma non è un'abilità che gli esseri umani hanno acquisito attraverso l'evoluzione (a differenza del parlare, che è in buona parte una capacità innata). Leggere è uno sviluppo relativamente recente, che risale forse a cinquemila anni fa ed è regolato da una minuscola area della corteccia visiva del cervello. Quella che oggi chiamiamo "area per la forma visiva delle parole" fa parte di una regione corticale che si è evoluta per riconoscere forme elementari in natura, ma che può essere riadattata al riconoscimento di lettere o parole. Questa forma elementare, o riconoscimento di lettere, è solo il primo passo.

Da questa area per la forma visiva delle parole bisogna creare connessioni bidirezionali a molte altre parti del cervello (tra cui quelle che sovrintendono alla grammatica, ai ricordi, alle associazioni e alle sensazioni) perché le lettere e le parole acquisiscano i loro significati specifici per noi. Ognuno di noi forma percorsi neurali unici associati alla lettura, e ognuno di noi apporta all'atto del leggere una combinazione unica non solo di ricordi ed esperienze, ma anche di modalità sensoriali. Alcune persone magari "sentono" i suoni delle parole mentre leggono (a me succede, ma solo quando leggo per piacere, non quando leggo per informazione); altri magari le visualizzano, consapevolmente o meno. Qualcuno può avere una percezione acuta dei ritmi acustici o dell'enfasi di una frase; altri sono più sensibili all'aspetto o alla forma.

Nel mio libro L'occhio della mente descrivo due pazienti, entrambi scrittori di talento, che avevano perduto la capacità di leggere a causa di un danno cerebrale all'area per la forma visiva delle parole, che è collocata vicino alla parte posteriore del lato sinistro del cervello (i pazienti affetti da questo tipo di alessia sono in grado di scrivere, ma non riescono a leggere quello che hanno scritto). Uno di loro, nonostante fosse un editore e amasse la carta stampata, per "leggere" si convertì seduta stante agli audiolibri, e invece di scrivere i suoi libri cominciò a dettarli. La transizione avvenne senza intoppi, apparentemente in modo quasi naturale. L'altro, un giallista, era troppo abituato a leggere e scrivere per rinunciarvi. Continuò a scrivere i suoi libri e trovò, o escogitò, un nuovo e straordinario modo di "leggere": la sua lingua cominciava a copiare le parole di fronte a lui, disegnandole sull'interno dei denti; in pratica leggeva scrivendo con la sua lingua, sfruttando le aree motoria e tattile della sua corteccia. Anche in questo caso la transizione sembrò avvenire in modo naturale. Il cervello di ognuno dei due, usando i propri punti di forza e le proprie esperienze specifiche, trovò la soluzione giusta, l'adattamento migliore alla perdita subita.

Per qualcuno che è nato cieco, senza nessun tipo di immagini visive, la lettura è essenzialmente un'esperienza tattile, attraverso i caratteri in rilievo dell'alfabeto Braille. I libri in Braille, come i libri a grandi caratteri, ora sono meno numerosi e meno facili da trovare, perché la gente si rivolge agli audiolibri, meno costosi e di più facile reperimento, o ai programmi vocali dei computer. Ma c'è una differenza fondamentale fra leggere e farsi leggere. Quando una persona legge attivamente, sia che usi gli occhi sia che usi le dita, è libera di saltare avanti o indietro, di rileggere, di fermarsi a riflettere o lasciar divagare la mente a metà di una frase: si legge con i propri tempi. Farsi leggere, ascoltare un audiolibro, è un'esperienza più passiva, soggetta ai capricci della voce di un'altra persona e che segue prevalentemente i tempi del narratore.

Se nel corso della nostra vita ci troviamo costretti ad apprendere nuovi modi di leggere, magari perché abbiamo sviluppato problemi alla vista, ognuno di noi deve adattarsi a suo modo: qualcuno si converte all'ascolto, altri continuano a leggere finché possono; qualcuno ingrandisce i caratteri sul lettore di e-book, altri i caratteri sul computer. Io non ho mai adottato nessuna di queste tecnologie: almeno per il momento rimango fedele alla buona vecchia lente d'ingrandimento (ne ho una dozzina, di forme e gradazioni differenti).

Gli scritti dovrebbero essere accessibili nel maggior numero di formati possibili: George Bernard Shaw chiamava i libri la memoria della razza. Non dobbiamo consentire la scomparsa di nessuna forma di libro, perché siamo tutti individui, con esigenze e preferenze fortemente individualizzate: preferenze radicate nei nostri cervelli a ogni livello, con i nostri modelli neurali e le nostre reti neurali individuali che creano un dialogo profondamente personale fra autore e lettore.'' (da Oliver Sacks, La resistenza del libro che profuma di carta, "La Repubblica", 27/12/2012; trad. di Fabio Galimberti)

Oliver Sacks su IBS

martedì 27 novembre 2012

Automate this



"Gli algoritmi hanno conquistato il mondo, scrive il giornalista e ingegnere Christopher Steiner in Automate This (Portfolio Penguin), uscito recentemente negli Stati Uniti. Una dittatura silenziosa, partita da Wall Street e giunta fino ai confini della nostra quotidianità.


Così, se nel 1945 perfino un visionario come Vannevar Bush, precursore della nozione di ipertesto, poteva scrivere che «pensiero creativo e ripetitivo sono cose molto diverse», e argomentare che solo per quest'ultimo ci possono essere «potenti aiuti meccanici», oggi tutto è cambiato. Come racconta il volume di Steiner, infatti, sono gli algoritmi a decidere quali canzoni saranno le prossime hit radiofoniche o a valutare il successo al botteghino di un film prima ancora che venga realizzato. Anzi, subordinandone la realizzazione alle stime di incasso computerizzate. Non solo: in alcuni casi l'algoritmo diventa l'artista. Un artista che non soffre di blocchi compositivi, non invecchia. E non teme rivali. Già nel 1987 Emmy, ideato dal professore emerito alla University of California di Santa Cruz, David Cope, è stato in grado di creare 5 mila composizioni sulla falsariga di Johann Sebastian Bach in una pausa pranzo. Dieci anni più tardi, le sue opere erano talmente credibili da indurre un uditorio di esperti a considerarle umane - passando così una sorta di test di Turing musicale. Alcuni si sono chiesti: lo spartito era di Cope o di Emmy?

Ma anche questa domanda sarà presto consegnata alla storia, dato che il nuovo algoritmo di Cope, Annie, «impara a imparare». Certo, Steiner ammette che c'è ancora un dominio dell'umano dove l'automazione arranca. Il poker, per esempio: regno dell'infingimento, del bluff, dell'irrazionale che si rivela tutt'altro che irrazionale. Ma se sono righe di codice a studiare la personalità dei clienti così da fornire a ciascuno l'interlocutore telefonico adatto (grazie ai suggerimenti del software, i call center risolvono il doppio dei problemi nella metà del tempo), e se gli indici di influenza online iniziano a determinare le nostre chance di successo nell'ottenere un posto di lavoro, si comprende come quel dominio sia destinato a restringersi ulteriormente.

«Il nostro futuro sarà pieno di bot che ci giudicheranno, indirizzeranno e misureranno», scrive l'autore, sostenendo che «l'abilità di creare algoritmi che imitino, migliorino, e da ultimo rimpiazzino gli esseri umani è l'abilità di primaria importanza dei prossimi cento anni». E che, di conseguenza, gli studenti dovrebbero puntare sulla programmazione: «Questi posti di lavoro non scompariranno».

Se creare algoritmi serve a combattere la crisi, giova ricordare come questi ultimi siano anche sul banco degli imputati. Il tema è materia di dibattito, ma non manca chi fa notare che se oggi il mercato azionario statunitense è controllato per il 60% da algoritmi senza alcuna supervisione umana, e se il mercato fallisce, è impossibile considerare l'automazione del tutto innocente.

In un'epoca in cui si investono milioni e milioni di dollari e si squarcia il terreno per posare connessioni in fibra ottica che consentano un vantaggio competitivo di pochi millisecondi, il panico finanziario è questione di istanti. Come per il cosiddetto «flash crash» del 2010, quando pochi minuti sono bastati per far perdere, e poi altrettanto misteriosamente riguadagnare, circa 1.000 punti (il 9%) all'indice Dow Jones. All'epoca cinque secondi di stop alle transazioni furono sufficienti per fermare la spirale distruttiva, ma il problema è che - a distanza di due anni - non c'è ancora chiarezza su cosa sia realmente successo. È un aspetto imprevisto della dittatura dell'automatico: non necessariamente coincide con una perfetta conoscenza e prevedibilità delle sue conseguenze. Anzi, «stiamo scrivendo cose che non riusciamo più a leggere», ammoniva il consulente e imprenditore tecnologico Kevin Slavin a luglio 2011 durante una conferenza Ted in cui parlava dell'intrusione degli algoritmi nella creatività come della «fisica della cultura».

E se interagire con altri esseri umani dovesse diventare un problema da risolvere attraverso un numero finito, e prestabilito, di passi? La domanda non è peregrina, dato che la scuola, l'ospedale e perfino la politica, secondo Steiner, sono i prossimi territori di conquista dell'automazione. Non c'è il rischio di spersonalizzare i rapporti sociali? «Sarà una sfida», risponde l'autore alla «Lettura», immaginando il futuro: «Credo che finiremo per avere una società segregata non solo secondo fattori classici quali reddito e razza, ma anche secondo il crinale che separerà chi cercherà attivamente interazioni umane da chi non lo farà».

Comunque vada, il rischio è che l'offerta di prodotti culturali, alla mercé del giudizio di un codice, sia sempre più omogeneizzata. Steiner concorda. Perché, da un lato, è vero che «le nostre classifiche di musica pop traboccano già di musica assolutamente generica, a volte straziante». Ma, dall'altro, «dobbiamo chiederci: un algoritmo troverebbe i Nirvana?». Difficile, dato che parte della grandezza della band di Kurt Cobain è stata proprio portare alle masse ciò che prima si riteneva di nicchia. Più in generale, pensando alla quantità di funzioni svolte dagli algoritmi - dai motori di ricerca alla crittografia, dal riconoscimento facciale all'e-commerce - parrebbe corretto concludere, con l'imprenditore John Bates, che siano «i nuovi schiavi». Ma, all'alba di un'epoca in cui imparano ad autoregolarsi, il rovesciamento di prospettiva diventa un'ipotesi da prendere in seria considerazione. Senza necessariamente sposare l'assunto computazionalista - la mente è un calcolatore, quindi dal calcolo può nascere una mente - che aleggia in tutto il testo di Steiner. E che forse ne motiva l'unico difetto: la mancanza di approfondimenti critici.

Dopotutto, il titolo (in italiano «Automatizza questo») si presta a una lettura di segno opposto: questo, cioè una riflessione sui limiti degli algoritmi, è ancora impossibile da automatizzare." (da Fabio Chiusi, La dittatura degli algoritmi, "Corriere della sera", 25/11/2012)

martedì 25 settembre 2012

Sono nato in America



"Credo che Italo Calvino non avrebbe mai raccolto in volume le sue interviste, che Luca Baranelli e Mario Barenghi hanno curato con grande attenzione per la casa editrice Mondadori, Sono nato in America. Interviste 1951-1985). Calvino diceva di provare una specie di disgusto, e addirittura di schifo, per la parola parlata: questa cosa molliccia e informe, che riempiva la bocca e usciva dalla bocca come una pappa; questo balbettio confuso, che farfuglia e procede a tentoni. Ma Calvino aveva torto. Sono nato in America è un libro bello, intelligente e piacevolissimo, che affascinerà molti lettori. Non ha nulla di molliccio: nessun balbettio informe. Queste pseudointerviste sono scritte in una lingua scorrevole, che non è parlato, ma imita elegantemente, e da lontano, un parlato immaginario.

La cosa che più colpisce in Sono nato in America è la curiosità che Calvino prova verso se stesso: una curiosità divertita, insaziabile, disperata, che non lo abbandonò mai dalla giovinezza al settembre 1985, quando il terribile ictus lo abbandonò al suolo sulla riva del mare. Calvino era curioso di sé stesso senza possedere un io, e soprattutto senza ostentarlo: non c'è una sola pagina qui, e in generale in tutta la sua opera, in cui egli si esibisca, si esalti, o aggredisca gli altri scrittori, vedendo in loro dei rivali o dei nemici. Non avrebbe potuto essere più discreto. Calvino non era un io: ma una serie sterminata di figure e di personaggi, che gli assomigliavano almeno in parte. Qui lo troviamo giovane, mentre aveva bisogno di nascondersi, perché si sentiva come senza guscio: lo ritroviamo maturo, quando, al contrario, aveva l'illusione di essere un guscio che gli faceva da nascondiglio, dovunque egli fosse. Fingeva di diventare vecchio precocemente, così da avere una vecchiaia lunga, vivendola in condizioni fisiche robuste. Fingeva persino - lui che era la persona più mite della terra - di essere un vecchio astioso, malefico, un po' ripugnante e bieco. Oppure fantasticava - al tempo di Palomar - di trasformarsi in un signore grasso, calvo, che innaffiava i fiori del suo giardino, con un cappello di paglia in testa, e calzoni corti che gli arrivavano al ginocchio, come se lui, così magro, nascondesse in sé stesso un inverosimile corpo grasso.


Qualche volta Calvino immaginava di essere uno scrittore ideologico e meccanico. Parlava di ideologie, di progetti scrupolosi, di partiti presi, di meccanismi, di programmi esattissimi, come se tutto quello che scriveva fosse stato deciso e stabilito prima della scrittura. È un autoritratto completamente falso, che va attribuito sopratutto ai critici ed editori francesi, che vedevano in lui un uomo-macchina e nei suoi libri dei meccanismi. In realtà, la parola che ritorna più spesso in queste interviste è l'amatissimo dubbio: non sa quello che fa, è incerto, cambia, muta, si contraddice, va indietro, avanti, guarda dall'altra parte. Abita sempre nel non so dove; e la pedagogia del dubbio e del non so dove è l'unica che possa insegnare agli uomini del suo tempo. «Ogni volta che scrivo un libro cerco di cominciare ex novo, come se fosse il primo libro che scrivo». «Scrivo ogni libro come se fosse il primo, come se non avesse rapporto con nessuno degli altri».

Quando Giulio Nascimbeni andò a trovarlo nella casa di Roma, trovò cinque tavoli di lavoro, su ognuno dei quali Calvino scriveva contemporaneamente cose diverse. Ci viene in mente la storia di Pascoli, che scriveva le Myricae, i Canti di Castelvecchio, i Nuovi poemetti, i Poemi conviviali e i testi latini su tavole diverse della sua stanza. Ma c'è un caso molto più grandioso: a distanza di pochi giorni, Leopardi scriveva dei Canti o delle Operette morali o pagine dello Zibaldone, ispirate a immagini, idee, visioni del mondo che si opponevano a vicenda, come se muovesse contemporaneamente la mano in molte direzioni. Così, esistono nello stesso tempo cinque, sei, sette Calvino, che giocano l'uno con l'altro. Quando finisce di scrivere un testo, Calvino (e i suoi lettori) non vedono mai un programma ideologico realizzato, ma dei testi mobilissimi, dove si agita la più libera immaginazione intellettuale: una geometria mentale, che si abbandona alla forza del vagabondaggio e del ricamo. Tutto è contraddizione: quella geniale contraddizione che ispira sia le grandi religioni sia la grande letteratura.

«Scrivo poco, pochissimo, quasi niente», assicura di continuo i suoi intervistatori. E quel poco che scrivo - aggiunge - mi costa un'immensa fatica: non è altro che un correggere il corretto, cancellare il cancellato, «ogni frase suppone un lavoro interminabile», Calvino dice con un accento stranissimo, a metà tra la gioia e la disperazione. Sulla sua calligrafia scrive un pezzo impagabile: «Io scrivo a mano. Faccio una prima stesura e poi correggo tanto, faccio tanti incisi, sempre più piccoli, così piccoli che alla fine non ci capisco più niente e debbo prendere la lente per decifrare quello che ho scritto ... Scrivendo piccolo piccolo, mi illudo di superare la difficoltà, di passare come attraverso cespugli che mi sbarrano la strada. Mi è difficile decifrare quello che ho scritto, anche se prima o poi ci riesco. Alle volte ci riesco soltanto ricostituendo quello che avevo pensato, e mi accorgo allora che nella stesura mi ero mangiato parecchie lettere o intere sillabe». Non si accontenta di definire la sua opera «stitica»: dice che, in fondo, le dedica pochissimo tempo. La mattina non fa che rinviare il momento di scrivere: poi esce a comprare i giornali (giornali che, peraltro, non legge, centellina appena), talvolta attraversando intere città; dopo cena, non scrive, perché se scrivesse, non riuscirebbe a dormire. Gli restano pochissime ore del pomeriggio, nelle quali scrive avvolto dal chiacchiericcio e dalle telefonate della moglie e della figlia: condizione che per me sarebbe infernale, ma per lui (come per Attilio Bertolucci) era invece nutritiva e fonte di ispirazione.

Così Calvino, parlando coi suoi intervistatori, ripete di essere uno scrittore sterile e arduo, autore di un'opera breve. «Sono sempre stato avaro di parole - dice -. Sono ligure, mia madre è sarda: ho la laconicità di molti liguri e il mutismo dei sardi, sono l'incrocio di due razze taciturne»; e così - insiste - sarebbe anche come scrittore. In realtà il caso di Calvino è (almeno per questo aspetto) abbastanza simile a quello di Gadda: caso di una vocazione feconda a abbondantissima, che riesce a esprimersi in tutte le forme e in tutti i modi - romanzi, racconti, saggi, recensioni, articoli, interviste, lettere. Come esempio di vastità e di rapidità, basta pensare al meraviglioso libro delle Fiabe italiane, dove la sua invenzione fu liberissima: lo compose in un tempo cinque volte minore di quello che sarebbe stato necessario a qualsiasi altro scrittore. O a queste interviste, che sono quasi sempre testi scritti: sono centouno, per un totale di 658 pagine; ma altre centoventisette sono state escluse dal curatore. E poi, sì, certo, la fatica, l'ansia, la correzione: ma quando Calvino è bello (quasi sempre), tutta questa fatica si scioglie in leggerezza. Mi accorgo che la parola non basta: quello di Calvino è una specie di balzo, spesso vertiginoso, al di là e al di sopra della materia fisica e verbale.

Calvino dice che non ha un vero interesse, né nella vita né nella letteratura, per tutto ciò che è psicologia; e ha perfettamente ragione. Ma ha torto quando afferma, in modo parallelo: «Le devo confessare che, per natura, non sono un osservatore». L'osservazione, in Calvino, è acutissima, ma avvolta da una specie di discrezione e silenzio mentale. Ricordo l'episodio di un viaggio compiuto in comune in Iran, circa quaranta anni fa. Eravamo insieme a Persepoli: uno dei luoghi più belli della Terra; almeno tre giorni sono necessari per osservare, con attenzione, quelle infinite statue e bassorilievi, sebbene siano spesso variazioni degli stessi temi e delle stesse figure. Calvino sembrava distratto e ozioso: come se Persepoli non gli interessasse o le dedicasse un'attenzione mediocre. Io mi irritai. Quattro anni dopo, lessi sul «Corriere della Sera» tre o quattro articoli su quel comune viaggio in Iran. C'era tutto: meravigliosamente visto e osservato, nei minimi particolari, e nelle conseguenze intellettuali che se ne potevano trarre. L'apparente distrazione rendeva più acuto, complesso e vasto il suo sguardo di osservatore.
Su Venezia scriveva le stesse cose che, molto tempo dopo, mi diceva Federico Fellini, quando negli ultimi anni di vita voleva fare un film sui canali e la laguna. «Nulla dà l'idea di una dimensione in più quanto le case di Venezia le cui porte s'aprono sull'acqua ... Quella è la vera porta, mentre l'altra, che dà sul campo o sulla calle, è solo una porta secondaria. Ma basta riflettere un momento per capire che la porta sul canale collega non a una particolare via acquatica, ma a tutte le vie dell'acqua, cioè alla distesa liquida che avvolge tutto il pianeta». Venezia, per lui, era l'esempio di ogni vera città e dei suoi percorsi. Immaginava una città piena di canali navigabili a diverse altezze: strade ferrate sotterranee o subacquee o sopraelevate; vie per pedoni, per ciclisti, per auto, per camion, dove avrebbero circolato le biciclette, i cavalli, i muli, i cammelli e persino le zebre (di cui parlava Fourier), che dovevano servire a portare i bambini a scuola. Specie al tempo delle Città invisibili, inseguiva con l'immaginazione una città che comprendesse tutte le città assieme; o la vera città messa assieme da frammenti di città particolari.

Calvino amava Amsterdam, Isfahan, Parigi, Roma: soprattutto New York, verso la quale nutriva un'ammirazione estatica. Ma, di fatto, la sua vera città era l'universo: dalle profondità degli Oceani alle profondità delle Galassie. «Credo - aggiungeva - in una società di tutti gli esseri viventi, e delle piante, e degli oggetti e delle pietre». Molto ci ricorda le visioni e i deliri dei poeti romantici inglesi e della Ginestra di Leopardi. «Il mondo è talmente ricco e inesauribile che la scrittura non può mai tenergli dietro ... Al di là dello scritto vorrei che si sentisse che c'è la molteplicità e l'imprevedibilità dell'esistente». Per questo, in tutta la sua vita, amò con più passione due libri: il De rerum natura di Lucrezio e le Metamorfosi di Ovidio; la totalità della materia, la totalità della mitologia." (da Pietro Citati, Calvino e il gioco dei destini incrociati, "Corriere della Sera", 24/09/'12)

martedì 21 agosto 2012

The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore




"Da app a cortometraggio d'animazione, che ha perfino vinto un Oscar. Per poi diventare libro illustrato, appena uscito in libreria per Simon & Schuster. Ma non è finita qui: grazie ad una nuova applicazione chiamata Imag-N-O-Tron, i disegni di The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore dei Moonbot Studios ora possono prender vita se inquadrati con la fotocamera dell'iPhone e dell'iPad. E questo significa personaggi che compaiono fra le pagine all'improvviso, musica e suoni, piccole animazioni che si aggiungono alle tavole. Tutto grazie alla cosiddetta "realtà aumentata", augmented reality, tecnologia che sovrappone elementi digitali a quel che ci circonda quando viene guardato attraverso una webcam, uno smartphone o un tablet. Parlare di nuovo genere letterario tout court forse è una esagerazione. Ma considerando la statura dei personaggi che stanno lavorando a questo tipo di libri il dubbio viene. Cominciando da Joanne Rowling, l' autrice della saga di Harry Potter, che assieme alla Sony ha concepito Book of Spells per PlayStation 3, atteso per questo autunno.
«È cominciato tutto due anni fa», racconta Dave Ranyard, omone dall'accento britannico a capo del team che ne ha curato la realizzazione. «Stavamo lavorando con la Rowling al suo social network, Pottermore, e le mostrammo un prototipo di libro a realtà aumentata. A lei piacque e decise di scrivere un volume di incantesimi». E così, impugnando il controller move della PlayStation 3 come fosse una bacchetta magica, potremo interagire con la storia di Book of Spells facendo sorgere dalle pagine castelli e draghi, toccando parole chiave del testo, lanciando sortilegi e saette. «È un versione moderna dei libri pop-up di una volta, arricchita dalla potenza del digitale e con una trama completamente nuova legata all'universo di Harry Potter», continua Ranyard. Il libro fisico, un volume con quattro pagine pieno di loghi da porre davanti alla webcam collegata alla console, sarà gratuito. Il software che permetterà di animarlo invece avrà lo stesso prezzo di un videogame tradizionale, dunque 60 euro circa. Che sono tanti per un libro, anche se a "realtà aumentata". Ma alla Sony sono fiduciosi. Puntano sul nome e non solo quello della Rowling. Già, perché Book of Spells è solo il primo. Ne seguiranno altri, da Walking with Dinosaurs della Bbc a Diggs Nightcrawler, realizzato guarda caso proprio dai Moonbot Studios. Un noir scritto dallo stesso William Joyce, che Newsweek nel 2011 nominò fra le cento personalità più influenti in circolazione. Uno capace di passare con nonchalance dalle illustrazioni, pubblicate spesso e volentieri sul New Yorker, ad animazioni hollywoodiante del calibro di Toy Story. Per poi fondare i Moonbot Studios con Brandon Oldenburg, mago degli effetti speciali. Certo, i limiti di questa nuova letteratura sembrano ancora tanti. Bisogna per forza passare per uno schermo, quello della tv o dell' iPhone, e non sempre il sistema funziona a dovere, soprattutto nei volumi di Sony, chiamati Wonderbook. Ma in prospettiva è un genere che potrebbe diventare importante. Perché tutti stanno puntando alla realtà aumentata, cercando di superare smartphone e webcam. Basti pensare agli occhiali di Google, i Google Glass, che usciranno nel 2013. O ai Fortaleza Glasses, che Microsoft pare stia sviluppando. E anche Apple e Sony hanno registrato brevetti per dispositivi del genere. Insomma, dai contenuti alle tecnologie, i protagonisti coinvolti non sono esattamente nomi qualunque." (da Jaime D'Alessandro, Magie ed effetti virtuali. La doppia vita del libro. "La Repubblica", 18/08/'12)