mercoledì 14 settembre 2016

Harry Potter, l’indagine Doxa sui fan del maghetto: lettori più forti

"In occasione dell’uscita di Harry Potter e la maledizione dell’erede (Salani), lo studio esplora gli effetti della saga: un classico che fa crescere i lettori.
Chi legge Harry Potter ha più poteri nella vita? La risposta arriva da un’indagine Doxa realizzata per Salani in occasione dell’arrivo in Italia di Harry Potter e la maledizione dell’erede, l’ottava storia della saga creata da J. K. Rowling (testo della pièce teatrale in scena a Londra) che, alle 00.01 del 24 settembre, sarà accolta nelle librerie con aperture straordinarie ed eventi speciali. Lo studio, presentato a Milano martedì 13 settembre, prova a capire chi sono i giovani della «Generazione Harry Potter» (18-30 anni) cresciuti con il maghetto e indaga il fascino esercitato sui nuovi piccoli lettori (5-13 anni).
I fans di «prima generazione» (il 73% dei 615 giovani intervistati sono lettori della saga, il 43% dei quali hanno letto almeno 4 libri) riconoscono nei libri di Harry Potter valori quali amicizia, coraggio e gioco di squadra che li hanno accompagnati nella crescita. I «lettori forti» di Harry Potter tendono ad avere, una volta cresciuti, molte passioni che spaziano dalla letteratura ai viaggi, dal cinema all’arte, dal giardinaggio alla cura degli animali» e nell’analisi si definiscono più aperti e sorridenti e più in armonia con il proprio contesto rispetto ai coetanei che i libri non li hanno letti (ma che comunque riconoscono di essere stati influenzati dalla Pottermania; tutti infatti conoscevano la saga).
Per molti degli intervistati (il 46% dei «lettori forti») la passione per la lettura è nata proprio con Harry Potter, poi alimentata negli anni con gusti eterogenei in fatto di generi. Un «classico contemporaneo» — lo ha definito Ferruccio de Bortoli alla presentazione della ricerca — che resiste nel tempo e conserva un posto di rilievo anche per i più piccoli (il 37% dei 1.689 bambini intervistati). Le vendite lo confermano: i piccoli che hanno conosciuto Harry Potter nel 2015 sono 6,6 volte quelli che lo hanno incontrato nel 1998 (quando arrivava in Italia il primo libro) e sono destinati a crescere con l’arrivo della nuova storia. «Si ritorna a casa — afferma Luigi Spagnol, presidente Salani e traduttore del volume imminente — in un magico mondo che non ci ha mai lasciati»." (da Cecilia Bressanelli, Harry Potter, l’indagine Doxa sui fan del maghetto: lettori più forti, Corriere della sera, 13/09/2016)

lunedì 30 maggio 2016

Contro i videogiochi: mezz’ora di lettura al giorno. Tutti insieme

La «ricetta» proposta in Gran Bretagna: leggere diventi una materia scolastica.

"I bambini non leggono abbastanza? Preferiscono perdersi dentro i videogiochi? c’è un solo rimedio: leggere, possibilmente ad alta voce, meglio ancora se tutti insieme. La pensa così Kornel Kossuth, responsabile del dipartimento di inglese in una scuola primaria inglese, che ha proposto di introdurre come nuova materia proprio la lettura. Mezz’ora al giorno di lettura in classe per i bambini della primaria e anche per quelli dei primi anni del secondo ciclo. Per invogliare i giovani a dedicarsi ai libri e a scoprirne il fascino e per «costringere» i più reticenti a farlo comunque. E perché – come ha raccontato alla rivista Prep School Magazine «la lettura sta al centro dell’educazione, della cultura, dell’identità e dell’avventura, oltre che ovviamente dell’apprendimento della grammatica». Per questo concentrarsi sulla lettura risulta fondamentale. Una proposta che in fondo, almeno per le elementari, ha già dei precedenti.
 
Leggere a scuola, sì: ma in famiglia?
Tra i compiti dei bambini, dalla prima in poi, si prevede un tempo di lettura quotidiano. Con un giorno fisso di passaggio dalla biblioteca della scuola e la responsabile di settore che segnala a casa con una lettera se il volume che era in prestito la settimana prima non è stato riportato oppure se l’allievo non ha fatto il suo dovere e ha letto solo poche pagine. I tempi imposti per la lettura, ovviamente, cambiano in base all’età, dai dieci minuti della prima elementare fino alla mezz’ora, che inizia in quarta e non viene più cancellata. Il problema è che questo programma spesso non viene portato avanti adeguatamente dalle famiglie. Quindi alla fine, proclami dei docenti a parte, i bambini continuano a non leggere. Recenti studi psicologici in Gran Bretagna raccomandano l’uso terapeutico dei libri per superare problemi di depressione e ansia. Anche in questo caso la «dose» giornaliera è chiara: due capitoli al giorno. Un rimedio consigliato a bambini e adulti, con tanto di bibliografia ad hoc, persino dal medico curante. " (da Caterina Belloni, Contro i videogiochi: mezz’ora di lettura al giorno. Tutti insieme, "Corriere della sera", 30/05/2016)

lunedì 22 febbraio 2016

In un labirinto di libri: con Umberto Eco nella sua biblioteca



'... Quel che mi domando è, visto che a questo punto si deve comunque tornare, se non sia il caso che io mi ci fermi ... Tanto vale che io  mi conceda un riposo di qualche decina di migliaia di anni, e lasci il resto dell'universo a continuare la sua corsa spaziale e temporale sino alla fine ...'

Italo Calvino,  Ti con zero





In un labirinto di libri: con Umberto Eco nella sua biblioteca
Un lungo piano sequenza attraverso migliaia di libri. La scena, tratta dal documentario Umberto Eco, Sulla memoria. Una conversazione in tre parti, 2015 di Davide Ferrario, prodotto da Codice Italia, è diventata virale su Facebook nelle ore successive alla morte del grande scrittore e semiologo


"In anni remoti, correva il 1981, uscì nella collana I Castori, la bella monografia di Maria Teresa De Lauretis su Umberto Eco allora quarantanovenne ma già celebre. In copertina lo schermo di un computer Ibm dell'epoca, oggetti di ferro e schermi poco confortevoli, tastiere in cui (incredibilmente) non c'era ancora la @ dell'e-mail. Appariva un simbolo perfetto per Eco di cui era uscito l'anno prima Il nome della rosa che era stato definito da critici malevoli 'scritto con il computer', come una volta si diceva 'scritto a tavolino'. Chi l'avrebbe detto che vent'anni dopo avrebbe parlato delle 'legioni di imbecilli' sul Web? Qualunque lettore di buon senso ma, sappiamo, il buon senso è merce rara. All'obiezione 'scritto con il computer' Eco non rispose 'Come volevate che lo scrivessi? Con una stilografica? O magari su tavolette di cera?'. Si limitò a notare, nel suo secondo romanzo, Il pendolo di Foucault, che il brano che un critico aveva reputato come il solo autentico, frutto di un gesto autentico, spontaneo e sorgivo, ossia il racconto del giovane Umberto che a Nizza Monferrato suona la tromba per commemorare la morte di un partigiano, era in effetti l'unico che avesse scritto con il computer e senza un solo ripensamento, avendolo raccontato prima un gran numero di volte. Più meditatamente, osservò che per il computer vale il principio Trash in - Trash out: se quello che ci metti dentro è spazzatura, allora anche quello che viene fuori è spazzatura.
Il pessimismo antropologico del filosofo amico della tecnica emergeva in modo profetico. Perché non c'è contraddizione tra il venire rappresentato come il primo autore italiano che si sia servito del computer ed essere il moralista alla Flaiano che ricorda che se a scrivere sulla tastiera tecnicamente più avanzata c'è un imbecille, allora il risultato sarà lo scritto di un imbecille, sia pure impaginato in modo impeccabile e diffuso alla velocità della luce. Qui cogliamo il nucleo filosoficamente rilevante della visione della tecnologia in Eco. E anche la ragione di quella frase, pronunciata nello scorso giugno in occasione dell'honoris causa a Torino, che ha fatto storcere tanti nasi; e cioè che sul Web si possono leggere tante cose intelligenti ma il Web è anche lo spazio in cui si possono scatenare legioni di imbecilli. Come si permette? A chi allude? Allude a me a te, per esempio, 'gente curiosa di conoscere la vita altrui ma infingarda nel correggere la propria', come diceva Agostino. Gente pronta a dire (d'accordo con il classico paradigma dell'alienazione) che l'umanità è perfetta e viene pervertita dalla tecnica. E che lo fa per evitare di considerare che, invece, la tecnica è rivelazione di quello che noi siamo, pronti, poniamo, a dire la peggiore delle stupidaggini grazie a mezzi che permettono di diffondere urbi et orbi la nostra vanità e imbecillità.
In un divertissement di vent'anni fa Eco si immaginava il dialogo fra Socrate e un discepolo in cui Socrate sostiene che per morire senza rimpianti bisogna convincersi che il mondo è pieno di imbecilli. Non subito, ovviamente, non da giovani, altrimenti si diventa nichilisti. Ma nel corso del tempo bisogna prepararsi, bisogna imparare a morire, e capire che è proprio vero che il mondo è pieno di imbecilli. Come negarlo? Osservando che la tecnica non è corruzione o alienazione ma rivelazione della imbecillità di massa, Umberto Eco l'11 giugno del 2015 ha anticipato una presa di congedo dal mondo degna di Seneca, che corona una vita piena di tenerezza e curiosità per il mondo.
" (da Maurizio Ferraris, E quando maledi' il Web, "La Domenica di Repubblica", 21/02/'16)

Addio Umberto Eco, intellettuale del mondo (La Repubblica)

Addio a Umberto Eco, scrittore da best-seller e gigante della cultura italiana (Il Sole 24 ore)

Umberto Eco, Italian novelist and intellectual, dies aged 84 (The Guardian)

Umberto Eco, Internet el memorioso (L'indice dei libri del mese)

Eco su IBS

lunedì 18 gennaio 2016

La Biblioteca di Borges? Ora la guida l'uomo che gli leggeva i libri


"Un grande borgesiano sulla poltrona che fu di Borges, alla direzione della Biblioteca nazionale di Buenos Aires. Il nuovo Governo argentino ha pensato in grande e per guidare l'istituzione libraria più importante del Paese ha richiamato in patria uno dei suoi più noti intellettuali, Alberto Manguel.
Nato a Buenos Aires nel 1948, Manguel - autore anche di La biblioteca di notte (Archinto) e Una storia della lettura (Feltrinelli) - vanta una biografia da cosmopolita. I primi anni li passa a Tel Aviv, dove il padre è ambasciatore. Torna a Buenos Aires a sette anni e qui, ancora giovanissimo, avviene l'incontro che gli cambia la vita. 'Dopo la scuola lavoravo da Pygmalion una libreria anglo-tedesca di Buenos Aires in cui Borges si faceva vedere spesso', ha raccontato in Con Borges (Adelphi). Il grande scrittore passava nel tardo pomeriggio, di ritorno da quella Biblioteca nazionale di cui dal 1955 al 1973 fu direttore: 'Un giorno dopo aver scelto un paio di volumi, mi chiese se la sera, quando non avevo nient'altro da fare, volevo leggere per lui, perché la madre, ormai ultranovantenne, si stancava facilmente'. Così dal 1964 al 1968 divenne uno dei lettori del maestro, l'autore di La Biblioteca di Babele.
Da allora è sempre stata all'insegna dei libri la vita di Manguel, come insegnnate universitario o lettore per le grandi casae editici, che vivesse a Parigi, Milano, Tahiti, Berlino, Toronto o in Messico, a New York o a Mondion in Francia, dove risiedeva fino a poco tempo fa e dove aveva riempito una stanza con quarantamila volumi. Ora il ritorno a casa, a Buenos Aires.
Il ministro della Cultura Pablo Avelluto, editore voluto al Governo dal neo presidente Mauricio Macri, ha ricordato che Manguel possiede 'due virtù che raramente si trovano nella stessa persona, è un eccellente scrittore e un manager culturale esperto di biblioteche. Manguel ha lasciato l'Argentina negli anni Settanta e il nostro Paese non gli ha ancora tributato il riconoscimento che merita. Questo incarico è la migliore opportunità per farlo'.
Manguel si è detto 'profondamente onorato' ma anche un po' impaurito: 'La lista dei precedenti direttori è una sfida che intimidisce'. Tra i suoi compiti ci sarà quello di mettere in Rete la Biblioteca nazionale con quelle internazionali (soprattutto di lingua spagnola), di avvicinare i giovani che secondo le ricerche non sanno più comprendere bene i testi, e di promuovere ancora di più la digitalizzazione dei volumi. Un compito quest'ultimo che aldilà delle apparenze è profondamente borgesiano. Qualche anno fa il New York Times ha ricordato come per diversi studiosi, tra cui Umberto Eco, Borges abbia in qualche modo immaginato il World Wide Web e così il giornale si è divertito a rintracciare nei suoi racconti prefigurazioni di Wikipedia o Gogle Books. Labirinti di storie e di sapere, come quei corridoi della Biblioteca nazionale di Buenos Aires in cui, dopo Borges, si perderà ora il suo erede Alberto Manguel." (da Daniele Castellani Perelli, La Biblioteca di Borges? Ora la guida l'uomo che gli leggeva i libri, Il Venerdi' di Repubblica, 15/01/'16)

Borges su IBS

Manguel su IBS

Borges and the Foreseeable Future (Noam Cohen, New York Times, Jan 6, 2008)

lunedì 9 novembre 2015

Ecco perché un buon romanzo riesce a «massaggiarci» i neuroni


"Leggere buoni romanzi è un gentile ma potente “massaggio” del cervello. La lettura attiva molte reti di neuroni, diverse a seconda del contenuto emotivo e visuo-spaziale. È quanto emerge da uno studio realizzato da ricercatori americani e canadesi, che hanno sottoposto alla Risonanza Magnetica Funzionale (che permette di vedere quali aree del cervello si accendono svolgendo un certo compito) alcuni volontari mentre leggevano brani tratti da romanzi, biografie, riviste, libri di auto aiuto. La lettura smuove il cosiddetto Default Network, la rete di neuroni che genera quel pensiero ondivago tipico della mente a riposo. Però, a seconda di cò che si legge, si attivano solo parti della rete: ad esempio brani che descrivono persone e pensieri attivano la corteccia cerebrale prefrontale mediale, nella zona anteriore del cervello; brani a contenuto più fisico attivano i lobi temporali mediali e il giro temporale mediale anteriore, situati a livello delle tempie.

Le diverse aree del cervello
«La corteccia prefrontale è la parte del cervello che nel corso dell’evoluzione si è sviluppata più nell’uomo rispetto agli altri animali» spiega Pietro Pietrini, psichiatra, direttore della Scuola di Alti Studi IMT di Lucca. «Non sorprende quindi che sia responsabile delle funzioni cognitive superiori, come il pensiero astratto, la capacità di pensare il futuro e di chiedersi il perché delle cose, il prendere una decisione, il distinguere il bene dal male. I lobi temporali contengono, invece, strutture importanti per la memoria, come l’ippocampo, e per la percezione e l’elaborazione del contenuto emotivo e affettivo di uno stimolo, come il sistema limbico e l’amigdala». L’impegno di queste aree durante la lettura è il substrato neurobiologico dell’effetto della narrativa sulla psiche: incremento delle abilità di comprensione delle relazioni sociali, intuizione dei sentimenti, dei pensieri e delle reazioni degli altri, quindi empatia. Effetto studiato anche attraverso l’utilizzo di test che esplorano la cosiddetta Teoria della Mente (Theory of Mind o TOM).
 
Che cosa significa «Teoria della Mente»
Un buon libro di narrativa è anche un grimaldello per la comprensione della mente umana e delle sue risonanze affettive ed emotive. Ciò è possibile perché gli esseri umani hanno l’abilità innata di attribuire un senso al comportamento delle altre persone, e quindi anche ai personaggi di una storia. A questa abilità ci si riferisce in psicologia cognitiva con il termine Theory of Mind, TOM. «Il termine viene usato in maniera intercambiabile con quelli di mentalizzazione e lettura della mente, intelligenza sociale, solo per nominarne alcuni» dice la psicologa americana Sara Schaafsma, in un articolo su Trends in Cognitive Sciences. Se non avessimo a disposizione questa alquanto misteriosa attività della mente, che ci consente di rappresentarci anche la nostra stessa mente, non potremmo godere della lettura di un romanzo, non potremmo entrare nei panni dei suoi personaggi.
 
Leggere 'Fiction' aumenta l’empatia
Dice Diana Tamir, del Department of Psychology della Princeton University, autrice di uno studio uscito su Social Cognitive and Affective Neuroscience: «Leggere Fiction per una settimana si associa ad aumento dell’empatia, ma solo nei casi in cui il lettore riporta un alto livello di trasporto verso la vita mentale dei personaggi e gli eventi della storia». La ricerca conferma precedenti risultati che indicavano come la lettura di fiction sia uno stimolo cerebrale che permette di sperimentare altri mondi, persone e stati mentali, quindi di vivere altre vite. Un altro studio, pubblicato su Science da David Comer Kidd e Emanuele Castano, della New School for Social Research di New York, ha dimostrato che l’effetto sull’empatia è evidente solo per la lettura di Fiction letteraria e non per quella di puro intrattenimento. Spiegano gli autori: «I lettori di Fiction letteraria devono mettere in campo risorse interpretative flessibili per dedurre sentimenti e pensieri dei personaggi, e quindi attivare processi TOM. La fiction di intrattenimento, invece, più leggibile, dipinge mondi e personaggi internamente coerenti e prevedibili, quindi conferma le aspettative del lettore e non promuove i processi TOM».
 
La poesia fa venire la «pelle d’oca»
In un articolo sugli aspetti neurocognitivi dell’espressione poetica, Arthur Jacobs del Dipartimento di Psicologia Neurocognitiva della Freie Universitat di Berlino, spiega come mai, in particolare, la poesia possa avere un effetto emotivo così intenso da provocare reazioni fisiologiche evidenti - può far venire la pelle d’oca - come aveva già segnalato la poetessa Emily Dickinson. È la cosiddetta ipotesi di Panksepp-Jakobson: l’evoluzione umana non ha avuto il tempo di inventare uno specifico sistema neuronale dedicato alla ricezione dell’arte o della parola letta. Così i processi estetici e affettivi che sperimentiamo durante la lettura devono essere sostenuti da antichi circuiti nervosi emozionali, condivisi con altri mammiferi. «Quindi, quando sperimentiamo passaggi testuali spaventosi, disgustosi o meravigliosi» dice Jacobs in un articolo pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience, «si attivano reti di neuroni associate a paura, disgusto, ricompensa e piacere, come lo striato ventrale e la corteccia orbito-frontale».
 
Leggere allunga la vita (agli uomini)
Più si va avanti con l’età, più bisognerebbe “massaggiare” il cervello con buone letture, come fa Richard Smith, ex direttore del British Medical Journal, che oggi ha 63 anni e scrive un seguitissimo blog, il cui ultimo post è dedicato ai benefici della lettura. «A parte le persone a cui voglio bene, le cose più importanti per me sono leggere, scrivere, ascoltare musica, passeggiare, guardare l’arte» spiega Smith. E cita uno studio pubblicato sul Journal of Gerontology, che ha dimostrato come chi legge tutti i giorni vive più a lungo rispetto a chi non lo fa. Stranamente, il beneficio in questo studio è emerso per gli uomini, ma non per le donne, anche se le donne abituate a leggere tutti i giorni erano più degli uomini. «Ciò solleva qualche dubbio su un legame causale» dice Smith, ma il dato per gli uomini resta anche dopo la correzione dei risultati tenendo conto di diversi possibili fattori di confusione.
 
Un maggior grado di felicità
I lettori italiani sono più felici dei non lettori. Come riportato da Annachiara Sacchi di recente in un articolo sul Corriere della Sera, lo testimonia  «l’indice di felicità» misurato con diversi metodi, come la scala Veenhoven o quella di Diener e Biswas-Diener che, in particolare, svela che chi ama saggi e romanzi sperimenta emozioni positive più spesso di chi non si dedica ai libri." (da Danilo Di Diodoro, Ecco perché un buon romanzo riesce a «massaggiarci» i neuroni, Corriere della Sera", 09/11/'15)
 
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venerdì 23 ottobre 2015

Più emozioni e più felicità per noi. Anche la statistica premia la lettura


"Francesco Petrarca, nel XIV secolo, lo sperimentava su se stesso ogni giorno. Parlando dei libri diceva: «Per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte. E v’è chi con festose parole allontana da me la tristezza». Non è stato il solo — e nemmeno il primo — a cantare i poteri terapeutici della lettura. Hanno usato espressioni simili Cicerone, Kafka, Salinger, Virginia Woolf («Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente, senza fine»). Ma questa volta il tema è scientifico e un’indagine lo dimostra con numeri, dati e tabelle: leggere rende felici. E aiuta ad affrontare meglio la vita.

Più ottimisti di chi non legge. Meno aggressivi, più predisposti alla positività. Ecco i lettori secondo la ricerca 'La felicità di leggere' voluta da Gems (gruppo editoriale Mauri Spagnol) in occasione del suo decimo compleanno e affidata a Cesmer, Centro di studi su mercati e relazioni industriali dell’Università di Roma Tre. Obiettivo del committente: capire come e quanto i libri, cartacei o digitali, incidano sul benessere generale dell’individuo. Il metodo usato: interviste su un campione di 1.100 persone (tra il 12 maggio e il 14 giugno scorsi) suddivise in lettori e non lettori (da ricordare il dato Istat 2014: il 58,6% degli italiani non ha letto un solo libro nei precedenti 12 mesi). La novità: non era mai stato affrontato prima il valore della lettura in ambito emotivo e cognitivo.
Ecco allora i risultati. Il più evidente: i lettori italiani sono complessivamente più felici dei non lettori. Lo dice un numero, l’indice di felicità complessiva (misurato con la scala Veenhoven, da 1 a 10): chi legge arriva a quota 7,44, chi non legge scende a 7,21, «una differenza statisticamente molto significativa», spiegano gli studiosi che hanno realizzato la ricerca (la media italiana è di 7,30). Altro elemento, altri sistemi di misurazione: secondo la scala di Diener e Biswas-Diener che misura la frequenza (da 6 a 30) di sei emozioni positive, i lettori hanno un indice superiore ai non lettori: rispettivamente 21,69 contro 20,93. Risultato: chi ama saggi e romanzi sperimenta emozioni positive più spesso di chi non si dedica ai libri. Allo stesso modo, e secondo la stessa scala, i lettori provano emozioni negative con minore frequenza rispetto a chi non legge: 16,84 contro 17,47.
E qui, a confortare i numeri, Montesquieu potrebbe aggiungere la sua: «Mai avuto un dolore che un’ora di lettura non abbia dissipato». In particolare, i lettori si sentono arrabbiati meno frequentemente rispetto ai non lettori. Spiegazione: «La lettura offre preziosi strumenti cognitivi per affrontare le difficoltà».
Il dato generale è confermato, leggere fa stare meglio. Ma la ricerca evidenzia altri aspetti. E soprattutto, fa notare Stefano Mauri, presidente e amministratore delegato di Gems, «fa emergere un profilo del lettore lontano dagli stereotipi». Non curvo sui testi, solitario, asociale, ma attento a godere ogni momento della giornata, soprattutto quando non è al lavoro. E infatti il lettore è più soddisfatto di come trascorre il tempo libero (7,59) rispetto ai suoi «opposti» (7,35); ritiene che leggere sia l’attività più importante quando non ha da fare (al secondo posto la musica, al terzo l’informazione attraverso giornali o siti); ma soprattutto considera che il maggior «generatore di felicità» — sempre durante il tempo libero — sia l’esercizio fisico (7,80), seguito dall’ascolto della musica (7,74), da mostre e concerti (7,52) e, solo al quarto posto, dalla lettura (7,24).
Mauri sorride: «Come si deduce dai numeri, chi legge impiega in modo più ricco e articolato i suoi momenti di libertà dal lavoro, è curioso, sa assaporare e scegliere le attività che gli danno gioia. Inoltre leggere amplifica le emozioni positive, consente di affrontare gli eventi negativi senza perdersi. Fa bene sul serio». Missione compiuta: «La ricerca — continua Mauri — ha risposto alle nostre domande: l’impegno e la passione che mettiamo nel nostro lavoro di editori si riflettono sulla vita dei lettori».
L’identikit è tracciato, ora si scende nei dettagli: la maggior parte degli amanti dei libri legge dal lunedì al venerdì dalle 19 all’una di notte. Oppure durante il fine settimana, anche nel primo pomeriggio. Curiosità: su cento lettori, 69,63 non leggono sui mezzi pubblici o privati, meglio il letto, l’autobus non aiuta. Aiutano invece la famiglia e la scuola: il 68,7% del campione sottolinea l’importanza dei genitori e degli insegnanti nell’incoraggiamento alla lettura. Per diventare «lettori felici» bisogna cominciare da piccoli." (da Annachiara Sacchi, Più emozioni e più felicità per noi. Anche la statistica premia la lettura, "Corriere della sera - La lettura", 21/10/'15)

L’indagine «La felicità di leggere» sarà presentata sabato 24 ottobre a Milano al Castello Sforzesco alle 14.30 nell’ambito di BookCity. A seguire la premiazione del torneo «Io scrittore»



martedì 6 ottobre 2015

Il mondo dei libri salvato dai ragazzini

"Sono in classifica da settimane. I tre capitoli di After di Anna Todd e Città di carta di John Green sono tra i libri più venduti in Italia, pur essendo storie che una volta si sarebbero definite «da ragazzi». E non è un fenomeno isolato: nei mesi si sono avvicendati in classifica la saga di Shadowhunters e quella di Divergent, i ribelli di Hunger Games e gli angeli caduti di Fallen. Gli editori lo chiamano genere «young adult» e domina incontrastato nelle librerie di tutto il mondo. Perché, sorpresa, gli adolescenti leggono molto più degli adulti.
Secondo l’ultimo sondaggio dell’Aie sui dati Istat la fascia di età tra i 15 e i 17 anni è l’unica che abbia segnato l’anno scorso un deciso incremento di lettura, +5,6%.  Ma non erano, i Millennials, la generazione già nata digitale, schiava dei videogiochi e degli smartphone, estranei al mondo di carta dei genitori? È vero, ma è vero anche il contrario: «Naturalmente vivono in rete e sui social - dice Grazia Rusticali, responsabile della fiction di Sperling & Kupfer - e spesso scoprono, o addirittura scrivono, le saghe su Wattpad (la community online per scrittori specializzata in fanfiction). Ma poi leggono e rileggono le storie preferite su carta, per ritornare a commentarle virtualmente su blog e social, andare a vederle al cinema e infine affollare gli incontri reali con gli scrittori. Si è accorciato il percorso tra autore, personaggio e lettore: il nostro profilo Facebook di After ha 32 mila followers, ma la cosa interessante è il tono con cui i ragazzi parlano dei personaggi. Come se fossero amici». Insomma, hanno perfettamente realizzato la tanto sospirata integrazione tra mondi diversi che gli adulti faticano anche solo a immaginare.

Figli di Harry Potter
«Sono tutti figli di Harry Potter - dice Sabrina Annoni di Rcs -, sono nati quando il fenomeno creato da J. K. Rowling già esisteva e ce l’hanno nel Dna: hanno succhiato con il latte l’idea che l’importante è la bella storia, l’universo fantastico totalizzante, e su più piattaforme lo si trova meglio è: libri, videogiochi, blog o film, poco importa. I ragazzi non sono snob». E infatti non si tratta sempre di proposte editoriali di qualità, come gli analisti più pessimisti si affannano a sottolineare, ma la cosa nuova è il fenomeno, più del contenuto. «Il primo elemento unificante di tutti questi libri - continua Annoni - è che i protagonisti sono adolescenti, che siano guerrieri del futuro o giovani studentesse innamorate, il che stimola l’identificazione. Spesso sono romanzi di formazione, di crescita: il tema che più interessa ai ragazzi è la loro identità, anche sessuale».
Le categorie sono grosso modo due: quelli realistici e quelli fantastici. Nel primo caso si parla moltissimo d’amore, molto di scuola, e molto anche di malattia e morte. «Amore e morte - dice Rusticali -, emozioni forti, sentimenti estremi che i ragazzi cercano di capire. Soprattutto l’amore contrastato, un classico della letteratura da Romeo e Giulietta in poi». Nei Fantasy invece c’è l’elemento della fuga dalla realtà, «ma anche e soprattutto - sottolinea Annoni - quello del potere in mano agli adolescenti, che sono i veri protagonisti del mondo, o perché gli adulti sono scomparsi, o perché hanno poteri magici o sovrannaturali. “Come ce la caveremmo senza adulti?” è la domanda che si fanno. E la risposta sottintesa è: “Meglio”».
Un altro elemento unificante di tutti questi libri è la bella storia, la trama avvincente e il gran finale liberatorio. «Sono paragonabili a Dumas, ai feuilleton dell’800 - dice Rusticali - a maggior ragione se nascono dall’autopubblicazione su Wattpad. Non saranno alta letteratura ma sono ben costruiti, perché devono mantenere alta la tensione a ogni capitolo. E l’intervento dei fan on line serve anche a dare idee e nuove direzioni, a costruire il romanzo».
In questo panorama gli autori italiani sono quasi assenti. «La narrativa italiana tipicamente non è per questa fascia d’età - dice Giovanni Peresson dell’Aie -, è intimista o di genere, cose che ai ragazzi non interessano. Gli unici che intercettano questo pubblico sono D’Avenia e Ammaniti». Non a caso, dopo il gran successo di Io e te, Anna, appena uscito, ha di nuovo una protagonista adolescente, in un mondo dove si muore al sopraggiungere dell’età adulta.

E se li leggono i grandi?
«Non è detto che questi libri vadano in classifica perché li leggono solo i ragazzi - ammonisce Peresson -. Ci sono molti lettori adulti: è un portato dell’infantilizzazione della società: i quarantenni si vestono da adolescenti, si innamorano da adolescenti, ascoltano musica da adolescenti e quindi leggono libri da adolescenti». Il dibattito è esploso quest’estate in America, lanciato da un articolo molto critico su Slate, per cui gli adulti «si dovrebbero vergognare di leggere storie per ragazzi, semplificatorie, con finali scontati». E anzi, anche i ragazzi dovrebbero leggere i grandi romanzi piuttosto che Divergent, perché se non si legge Guerra e pace a 18 anni non lo si legge più. Vero, naturalmente, ma il trend degli ultimi anni è mescolare tutto, vestiti firmati e vintage, Bach e One Direction: perché non anche Dostojevskij e Lauren Kate? In fondo quando si tratta di adolescenti, richiamarsi alla categoria del «dovere» è l’unico indice sicuro di cattiva riuscita. " (da Raffaella Silipo, Il mondo dei libri salvato dai ragazzini, "La Stampa", 04/10/2015)

Against YA (da The Slate Book Review)

martedì 8 settembre 2015

Maria Corti, cent'anni di incantesimi



"Pensare che Maria Corti è nata cent’anni fa, il 7 settembre 1915, pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia: pensare che è passata un’era geologica, eppure sentirla ancora viva, vitale, attiva tra noi. Per i suoi allievi e per i suoi amici, Maria non se n’è mai andata davvero, anche se ci ha lasciati la notte del 22 febbraio 2002, carica di medicine per la sua artrite reumatoide, assalita da una crisi respiratoria durante un’influenza micidiale. Pare che nel pomeriggio abbia detto alla sua governante filippina, Bambi: «È finito l’incantesimo, andiamo in ospedale». E dopo qualche ora è morta dolcemente al San Paolo di Milano. La mattina mi telefonò Cesare Segre, che era stato il suo compagno per anni. Mi disse di andare a farle visita all’obitorio: «Vai, è sola». Era sabato, andai sotto la pioggia all’altro capo di Milano. Il lunedì, passai a prendere Segre e sua moglie Marisa per andare al funerale a Pavia: era un tipo di poche parole e di profondi silenzi, Cesare, ma in quel viaggio, chiuso nel suo cappotto con il collo di pelliccia, parlò ancora meno del solito, si limitò a indicarmi la strada più breve, conoscendola benissimo visto che per decenni aveva viaggiato da Milano per fare lezione nella stessa università della Corti.
Quando arrivammo, con il freddo che faceva e con il Borsalino grigio in testa, mi disse soltanto: «Tu sei ancora giovane, ma io sto perdendo tutti i miei amici, pensa come ci si sente». In effetti, non lo sapevo ancora come ci sente, l’avrei saputo più tardi. Nel cortile del Cinquecento, a due passi dal Fondo manoscritti che negli ultimi anni era stato la creatura più cara di Maria, fu un funerale con tante persone e insieme molto raccolto: Dante Isella, che aveva avuto diverse polemiche filologiche con lei (Fenoglio, Montale...), era lì anche se faceva fatica a camminare, avendo avuto un incidente in casa. Ricordo che si tolse il cappello per mostrarmi la cicatrice alla testa. C’era Umberto Eco che con la Corti, con Paolo Volponi, Antonio Porta e altri aveva fondato il mensile di battaglia culturale e di critica «Alfabeta» e che parlò dello spirito da «ragazzina» di Maria, del suo entusiasmo vitale nella ricerca; c’erano Gianluigi Beccaria e Bice Mortara Garavelli venuti da Torino, più giovani allievi dello stesso suo maestro (di Maria Corti, ma anche di Segre): il linguista Benvenuto Terracini. Non c’era il grande filologo, solitario e fraterno, Cesare Bozzetti, della stessa scuola pavese, perché era morto tre anni prima: ma era come se fosse presente, c’erano i suoi tanti fedelissimi allievi, un paio dei quali erano già in cattedra.
C’erano gli allievi della Corti che lei chiamava ancora «figlioli» e «figliole» (specialmente quando aveva da sgridarli o da spronarli) e che già insegnavano a Pavia: Angelo Stella, Maria Antonietta Grignani, Silvia Isella. E molti altri. Ricordo che la commozione interruppe Stella quando provò a dire che Maria era spirata serenamente. C’era anche Mauro Bersani, che si era laureato con lei all’inizio degli anni Ottanta ed era allora (come oggi) editor einaudiano; c’era il ticinese Fabio Pusterla, anche lui laureato in Storia della lingua e tenuto a battesimo dalla Corti come poeta. In un angolo c’era il vecchio amico Roberto Cerati, storico direttore commerciale dell’Einaudi; c’era Paolo Mauri della «Repubblica», il quotidiano per cui aveva sempre collaborato; non c’era Giorgio Orelli perché con Mimma, sua moglie, sarebbe andato il giorno dopo a Pellio in valle Intelvi (il paese della madre) per salutare l’amica; c’era Peppo Pontiggia, che avrebbe avuto ancora soltanto un anno di vita; c’era Giulia Maldifassi, che era più che un capo ufficio stampa alla Feltrinelli; c’era la Bompiani, con Elisabetta Sgarbi, Mario Andreose e Benedetta Centovalli: alla Bompiani Maria curava una collana da anni; c’era Anna Grazia D’Oria della Manni, editrice della sua Lecce, del suo Salento, terra del padre. Credo che ci fosse anche Alberto Arbasino, i cui manoscritti Maria volle a Pavia; c’era l’amico Emilio Tadini: qualche volta ci si trovava a cena tutti insieme nella sua casa-atelier, in via Jommelli. C’era un mondo.
Era questo l’incantesimo di Maria Corti. Il mondo. Quel mondo. In fondo non è passato molto tempo: neanche quindici anni, ma è cambiato tutto, il mondo, appunto. Quel mondo. Maria Corti non era solo Maria Corti, ma era anche quel mondo di maestri, di allievi, di vecchi e giovani amici, di affetti, di amici-nemici, di scrittori amati, di editori ed ex editori, di colleghi temuti e rispettati. Negli ultimi anni il suo mondo si era allargato alle ombre: quelle del Fondo manoscritti, i tanti scrittori le cui carte ha voluto conservare perché venissero studiate, gli autori «entrati nel passato di chi li ricorda», quelli che «proiettano la loro assenza sul nostro presente», diceva, e che con il loro aspetto di ombre appartenevano a una categoria nuova della realtà. La loro assenza non era dolore e neanche nostalgia, ma felicità mentale allo stato puro, nuova idea di tempo proiettata nel futuro: con la stessa felicità mentale Maria Corti era filologa e semiologa, teorica della letteratura e analista dello stile, parlava di Cavalcanti e di Fenoglio, dell’Ulisse di Dante, dell’aristotelismo radicale, del rock demenziale, del Sessantotto italiano (che si ostinava a pensare precedente a quello francese: una sera a cena non parlò d’altro, aveva appena trovato documenti per lei fondamentali che lo provavano), delle lettere di Calvino a Elsa De Giorgi, che considerava l’epistolario d’amore più bello del Novecento e riteneva scandaloso il divieto di pubblicarlo imposto dalla famiglia.
Il titolo di Maria Corti che meglio la definisce è quello sotto cui raccolse i saggi danteschi: La felicità mentale, del 1983, dedicato a suo padre e a Terracini. Felicità significa illuminazione dell’intelligenza, passione, gioia e fatica della ricerca, ma anche «attenzione alla vita in ogni forma», come ha scritto Pusterla in un ritratto in versi. Questa era Maria Corti. Quando t’incontrava voleva sapere del lavoro, delle letture, delle ricerche, degli incontri ultimi, e se ti sapeva in difficoltà ti chiedeva dei figli (lei che non ne aveva avuti dava consigli su come tirarli su), della moglie o della compagna, ti dava consigli da zia amorevole e severa. Non per cortesia e tanto meno per pettegolezzo, ma per autentica curiosità intellettuale e adesione umana. Il suo era un senso di fiducia nel (suo) mondo, contagioso, irradiante — talmente positivo che a volte poteva apparire ingenuo — nella cultura, nella conoscenza, nei rapporti umani. Con tutta la serietà e il senso del dovere anche arcigno, e con tutta la forza che questo comportava (specialmente per una donna in un contesto di uomini).
Negli ultimi tempi era raggiante quando depositava in cataste sotto la sua casa di via San Vincenzo certi romanzi che non le interessavano o alcuni doppioni. Diceva con un sorriso: «Pensa, spariscono quasi subito, significa che la gente ha proprio voglia di leggere, di imparare, se gliene dai la possibilità ...». Poi qualcuno scoprì che molti di quei libri venivano portati via per essere rivenduti alle bancarelle, ma ce ne guardammo bene dal dirglielo."
 
 
Per il centenario della nascita di Maria Corti si terrà, dall’8 al 31 ottobre, a Palazzo del Broletto di Pavia la mostra Maria Corti. Le voci della scrittura, con materiali tratti dall’archivio personale della studiosa, epistolari, bozze, prime edizioni. La mostra, diretta da Maria Antonietta Grignani, conterrà anche un video biografico e documentario, a cura di Paolo Lipari, sulle vicende della protagonista. Maria Corti, dopo la morte prematura della madre, visse per lo più in collegio, mentre il padre ingegnere lavorava in Puglia. Si laureò in Storia della lingua con Benvenuto Terracini e in Filosofia con Antonio Banfi. Cominciò a lavorare come insegnante di scuola media a Chiari, poi a Como e a Milano. Partecipò attivamente alla Resistenza. Dopo la guerra, insegnò Storia della lingua all’Università del Salento e, in seguito, all’Università di Pavia. Studiosa dello stile, filologa, teorica delle letteratura, ha avuto interessi molto vasti, dal Medioevo alla contemporaneità, da Dante a Fenoglio e Vittorini. Nel 1969 creò il Fondo manoscritti di Pavia. Scrisse anche romanzi e racconti, come L’ora di tutti (Feltrinelli, 1962). (da Paolo Di Stefano, Maria Corti, cent'anni di incantesimi, "Corriere della sera", 07/09/'15)

venerdì 28 agosto 2015

Leggere ci cambia il cervello

"'Desocupado lector', così inizia il Don Chisciotte. L'espressione è ancora oggetto di controversia, forse perché ogni traduttore sente il peso di cimentarsi con il significato della parola 'lettore'. Per alcuni è sfaccendato, per altri beato.  Per Sciascia era disoccupato - 'cioè in grado di essere occupato dalla gioia della lettura' - o al limite ozieggiante, perché l'ozio è anche inteso come il tempo votato al nutrimento intellettuale. Recentemenete anche le neuroscienze e la psicologia si sono appassionate al dibattito, formulando il problema a modo proprio: chi è cognitivamente parlando un lettore? Negli ultimi trent'anni numerosi studi hanno tentato di rispondere a questa domanda, arrivando, per strade diverse, a una medesima conclusione: chi legge perfeziona la propria 'teoria della mente'. Il termine anche abbreviato in ToM, corrisponde all'incirca a ciò che colloquialmente chiamiamo empatia. Per gli scienziati è la capacità di comprendere gli stati mentali, i nostri e quelli degli altri, e di metterli in relazione ai comportamenti.
Quanto più è sviluppata la nostra ToM, tanto più saremo compassionevoli, tolleranti e intuitivi, perché capire il prossimo ci consente non solo di predirne le azioni ma anche di accettarle. Che relazione c'è tra la lettura e la ToM? Innanzitutto un'affinità strutturale: secondo uno studio del 2014 coordinato dalla psicologa Cecilia M. Heyes dell'Università di Oxford, entrambe si sono sviluppate grazie all'adattamento di circuiti cerebrali che si sono evoluti per altri scopi, entrambe si basano sull'interpretazione di  segni ed entrambe sono soggette a specifici disturbi dello sviluppo (secondo alcuni, l'autismo sta alla ToM come la dislessia alla capacità di leggere).
In sostanza decifrare la mente altrui è come decifrare un testo scritto. E anche la 'lettura della mente' pur avendo un substrato genetico, ha bisogno di stimoli ed esercizio. Diversi studi provano, ad esempio, che guardare troppa televisione in età prescolare riduce in modo sensibile le facoltà empatiche e introspettive, e lo stesso effetto produce la Background Television, la TV di sottofondo. Al contrario leggere storie ai bambini dai tre ai cinque anni ha un impatto significativo sul loro sviluppo cerebrale ed emotivo. E i benefici non sono soltanto intellettuali e relazionali: diversi studi attestano l'efficacia terapeutica della lettura sia nella cura dei disturbi d'ansia e dell'alimentazione che in quella di patologie psichiatriche più gravi, tanto che la psicologa Rosa Mininno ha fondato nel 2006 un sito web dedicato alla divulgazione e all'apprendimento della biblioterapia: il primo e per il momento l'unico in Italia.
Il merito delle discipline cognitive è quindi quello di aver verificato scientificamente un'ipotesi già largamente condivisa: leggere è importante. Ma negli ultimi cinque anni la ricerca ha anche affinato il quesito: un libro vale l'altro? Pare proprio di no. La ToM si nutre soprattutto di romanzi. E di bei romanzi, per giunta. Altrimenti compassione, tolleranza e intuizione non se ne giovano granché.
Innazitutto c'e' il potere della Fiction, intesa come finzione: le storie riproducono la vita e leggerle significa un po' viverle. Nel 2014 neuroscienziati della Carnegie Mellon University di Pittsburgh hanno riscontrato che il nostro cervello reagisce agli stimoli di un romanzo proprio come se stessimo vivendo ciò che in realtà stiamo solo leggendo. Ma per 'vivere' un romanzo bisogna appropriarsi delle dinamiche psicologiche dei suoi personaggi. E' precisamente questo sforzo di immaginazione e di immedesimazione a stimolare la nostra capacità di comprendere gli altri attraverso noi stessi e, di conseguenza, di accettarli. Lo illustra bene uno studio coordinato da Loris Vezzali, docente di psicologia sociale dell'Università di Modena, pubblicato quest'anno sul Journal of Applied Social Psychology: i ragazzi che leggono Harry Potter, sostiene, hanno meno pregiudizi. La saga com'è noto pullula di personaggi umili o emarginati, tanto che il critico inglese Christopher Hitchens l'ha definita 'un giovane mondo di democrazia e diversità'. A tale diversità i ragazzi reagiscono modificando l'approccio nei confronti di categorie discriminate come immigrati e gay, come è risultato da diversi esperimenti.
Le trasformazioni indotte dalla lettura tra l'altro non sono effimere: nel 2013 ricercatori della Emory University di Atlanta hanno riscontrato, grazie alla risonanza magnetica, effetti persistenti della lettura sui neuroni della corteccia somato-sensoriale, quella coinvolta, ad esempio, nelle sensazioni fisiche e nel sistema di movimento, il che suggerisce che il romanzo trasporti il lettore nel corpo e nei panni dei personaggi non solo mentre legge ma anche nei giorni successivi. Per grandi benefici però ci vogliono grandi romanzi. Nel 2013 Emanuele Castano e David Commer Kidd della New School for Social Research (New York) hanno pubblicato su 'Science' gli esiti di uno studio che continua a far discutere, soprattutto per una delicata scelta metodologica: i ricercatori hanno infatti distinto la narrativa letteraria da quella popolare. Lo hanno fatto sulla base di un criterio simile a quello proposto da Roland Barthes in Il piacere del testo: c'è il testo di piacere - quello che appaga, aiuta a trascorrere il tempo ma non richiede al lettore nessuno sforzo di interpretazione né mette in crisi le sue certezze - e il testo di godimento, quello, tipico della letteratura classica, che per essere letto ha bisogno in una certa misura di essere 'scritto', richiede cioè uno sforzo creativo e destabilizzante perchè per penetrarne le dinamiche il lettore deve abbandonare le proprie. Kidd e Castano, su questa base, hanno distinto in libri 'da leggere' e libri 'da scrivere'. Naturalmente tra i due generi esiste una differenza di grado che può essere fissata più o meno aleatoriamente dal giudizio della comunità letteraria: i ricercatori si sono anche serviti della prestigiosa antologia The O. Henry Prize Stories che raccoglie ogni anno i migliori romanzi in lingua inglese (o tradotti). Tra i grandi autori selezionati, Don De Lillo, Alice Munro, Cechov, Marguerite Yourcenar. Sono queste le letture che sviluppano la nostra 'teoria della mente'. Il libro di godimento non vuole intrattenere ma comunicare la sostanza di idee, avvenimenti e personaggi. Per questo, invece di una lineare e rassicurante narrazione di eventi, nelle sue pagine si incontrano contraddizioni e vuoti che sono sia l'inconveniente che il valore aggiunto della lettura: è infatti dipanando quelle contraddizioni e colmando quei vuoti che il lettore partecipa all'opera letteraria, la interpreta, e così facendo approfondisce se stesso e il mondo che lo circonda. Castano e Kidd si augurano che queste ricerche possano restituire un po' di attenzione al sapere umanistico che a quanto pare non ci rende solo più istruiti ma anche più 'buoni'." (da Giulia Villoresi, Leggere ci cambia il cervello, "Il Venerdì di Repubblica", 28/08/'15)

martedì 4 agosto 2015

I diecimila di #cosastoleggendo: più Dicker che 'Sfumature'


"Non aspettatevi la riproduzione speculare delle classifiche. Colpisce l’imprevedibilità; o meglio, i libri da vetrina ci sono, ma quasi non si vedono nel mare magnum delle preferenze. I titoli selezionati dagli italiani in ferie, almeno stando alle oltre diecimila risposte del «popolo» de «la Lettura» (#cosastoleggendo), sono spiazzanti per chi continua a ritenere che il mainstream sia ormai un pensiero unico impermeabile.

Due considerazioni preliminari: i romanzi travolgono la saggistica e la narrativa straniera supera quella italiana. Certo, non mancano Fred Vargas e Antonio Manzini, E. L. James e Luca Bianchini, i nomi che troviamo ben attestati tra i bestseller estivi, ma quel che stupisce è la libertà di scelta, che comporta anche una varietà quasi pulviscolare di segnalazioni.
Dunque, prevale quello che gli addetti dell’editoria chiamano il «catalogo», cioè il longseller da scaffale. È un dato che, a pensarci bene, si opporrebbe alla politica editoriale in auge, le cui energie sono concentrate soprattutto sulle mega novità di stagione. Invece, reggono i classici moderni: da Dostoevskij e Tolstoj a García Márquez, da Orwell a Scott Fitzgerald, da Vonnegut a Carver. E non bisogna meravigliarsi se c’è ancora qualcuno che mette in valigia i tomoni di Proust e di Joyce e giustamente se ne vanta, come l’eroico lettore dell’Etica nicomachea.
Sul versante italiano, la quadriglia scolastica Fenoglio-Pavese-Primo Levi-Calvino è sempre ben salda e inattaccabile, affiancata, udite udite, da presenze non ovvie, come lo Zeno di Svevo, Gli indifferenti di Moravia, l’Ernesto di Saba, il Buzzati di Un amore, anch’essi esibiti con comprensibile fierezza nelle fotografie inviate. Per non dire dell’Adalgisa gaddiana. Mentre tra i più gettonati di fresca uscita compaiono il premio Strega Nicola Lagioia, Marco Missiroli, Andrea Genovesi, Elena Ferrante, Wanda Marasco.
Va da sé che la dibattuta vicenda Harper Lee ha avuto il suo effetto anche sotto l’ombrellone (non solo sul primo romanzo, ma anche sul secondo, letto ovviamente in edizione originale). Ma accanto ai romanzi di cui si è parlato nell’annata editoriale (Houellebecq, Carrère, Donna Tartt ed Eco), fanno riflettere le persistenze decennali di Sándor Márai e di Agota Kristof, i sempreverdi ungheresi, l’onda lunga di Philip Roth, la passione per un autore non facile come Murakami (il giapponese più amato con la Yoshimoto), la scalata di decimo grado sulle fiancate di Infinite Jest di Foster Wallace. Insomma, non proprio (non solo) quelle che si chiamano letture d’evasione, se si aggiunge che tra i titoli pervenuti si segnala l’enciclica del Papa, che certamente, fuori dalla quotidianità, può essere un’occasione per riflettere con calma sui nostri destini.
Ultimo rilievo interessante, che può valere come segnalazione per chi non li avesse ancora avvicinati. I tre romanzi prediletti finiti nell’hashtag #cosastoleggendo sono: Ricordami così dell’esordiente Bret Anthony Johnston, e due conoscenze piuttosto recenti ma non di questi anni, Stoner di John E. Williams e La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker. Tre fior di libri. Quando gli editori hanno la vista lunga vengono ripagati, non solo per questa estate ma anche per la prossima e per quella dopo. Una sfida al futuro e non solo al presente più prossimo. Il motto è: fai oggi quel che potresti far (leggere) anche domani." (da Paolo di Stefano,  I diecimila di #cosastoleggendo: più Dicker che 'Sfumature', "Corriere della sera, 04/08/'15)

sabato 1 agosto 2015

La libraia di Voghera e «l'opportunità» della crisi

"Gentile Direttore, nel 2016 saranno vent'anni che dirigo la Libreria Ticinum qui, in via Bidone a Voghera. Quasi due anni fa la crisi stava mettendo in serio pericolo l'attività così ho cercato di capire come resistere. Che si creda o meno al caso, proprio in quel periodo uno scrittore vogherese mi ha parlato di un suo manoscritto che aveva quasi dimenticato in un cassetto e me lo ha mostrato. Si trattava di un lavoro legato alla tradizione popolare locale che ho trovato di grande bellezza e interesse. Così ho deciso di stamparlo io evolvendo la mia libreria in casa editrice, diventando Libreria Ticinum Editore. Abbiamo salvato la libreria, pubblicato a tutt'oggi 10 titoli e siamo un'attività in crescita. Mentre i grandi gruppi si fondono e le piccole e medie case editrici tentennano sotto una distribuzione capestro, abbiamo avuto il coraggio di iniziare un'attività profondamente attenta al territorio e capace di creare cultura, con libri di grande qualità e cura grafica, con un gruppo di amici collaboratori che sta credendo nel progetto. Stampiamo in digitale e in maniera tradizionale a seconda dei volumi, distribuiamo in un raggio di poche decine di chilometri, spediamo i libri a chi ce li richiede e siamo presenti in rete essendo nel circuito Arianna. Un'attività da cui rinascerà un modo di fare cultura senza aiuti dalle istituzioni. Insomma un modo che trova nella crisi un'utilità nel momento di cambiamento. Crisi dunque non come frenata ma come opportunità. Abbiamo capito che per andare avanti bisognava tornare indietro di tre secoli, quando i librai diventavano editori cercando solidità economica nell'unione di due mestieri. Non un'idea innovativa quindi, ma antica, settecentesca."
Elisabetta Balduzzi

'Ho conosciuto Elisabetta («sono la libraia di Voghera») l'anno scorso a Parma, al festival della parola, era lì con lo scrittore e amico Guido Conti, che mi aveva intervistato sui vizi e le virtù del Bel Paese, le angosce degli italiani, lo smarrimento per una crisi senza fine, i piccoli grandi segreti della provincia italiana. Si capiva lontano un miglio che la libraia di Voghera non avrebbe mai mollato, mi ha detto che stava sperimentando qualcosa, ora so che è diventata editore, a modo suo, piccoli libri grandi tesori, la ricerca ossessiva di autori legati alla tradizione popolare, manoscritti inediti da stampare e distribuire «in un raggio di poche decine di chilometri» e in rete attraverso il circuito Arianna. È contenta Elisabetta perché abbiamo pubblicato sulla Domenica del Sole un aforisma di Edgardo Abbozzo che è uno dei suoi autori e ha voglia di farmi sapere fino a dove arriva l'intraprendenza e la determinazione di una libraia che rischia di chiudere perché nessuno compra più libri e si salva stampando libri eccellenti, di nicchia, dove stanno insieme qualità, grafica e amore, da vendere sul territorio. C'è qualcosa di romantico e di innovativo in questa signora che, al colmo della crisi dove il sentimento che prevale è la paura, capisce che per «andare avanti bisogna tornare indietro di tre secoli, quando i librai diventavano editori cercando solidità economica nell'unione di due mestieri». Intorno alla libraia di Voghera, Libreria Ticinum Editore, ci sono gli scrittori del territorio e un team affiatato, la voglia e la forza di cercare in casa l'autore che merita di essere stampato, ci sono insieme la bellezza e la forza della provincia, il gusto di misurarsi guardandosi di negli occhi. In una parola, il segreto educato di una signora di mezza età e piena di vita che vince la sfida della modernità con la testa e il cuore antico dei vecchi librai, quelli che piacevano a Umberto Saba («la libreria è un buco con un genio dentro») e passavano il tempo a annusare, sfogliare, leggere e rileggere la stessa pagina, saltando da un testo all'altro, senza mai stancarsi, divorati dalla curiosità e dalla passione. Questo tipo di libraio, lui a volte non lo sa, ma è l'editore perfetto perché respira da sempre l'aria genuina della cultura e l'amore per il libro e la lettura, molti di quei «luoghi da vivere» dove mi sono perso per anni non ci sono più, sono tante piccole luci che si spengono e nessuno prova a riaccenderle. Elisabetta ci è riuscita, in via Giorgio Bidone, a Voghera, senza l'aiuto di fondi pubblici, a non far spegnere la sua piccola luce, lo ha fatto con la testa e con il cuore, come dice lei, con «un'idea antica, settecentesca».' (da Roberto Napoletano, La libraia di Voghera, Il Sole 24 Ore, 26/07/'15)

lunedì 6 luglio 2015

Libri non proiettili. La campagna di Malala per i suoi 18 anni

 
"'Se i soldi spesi per le armi, fossero investiti in libri, la vita di molti bambini cambierebbe'.
E' questo il messaggio lanciato da Malala Yousafzai, la più giovane premio Nobel della storia
che per il suo diciottesimo compleanno ha deciso di festeggiare
lanciando la campagna #booksnotbullets,  libri non proiettili.
Un messaggio che da anni la giovane porta avanti con forza e ostinazione
e che l'ha fatta finire anche nel mirino dei talebani. L'attivista pakistana, diventata simbolo della battaglia per l'istruzione femminile e non, ha postato sul suo profilo Twitter
una foto con Il diario di Anna Frank invitando a fare altrettanto per sostenere
la causa dell'alfabetizzazione come 'cura' all'odio e alla povertà.
Sul sito del Malala Fund la giovane scrive: 'Tra pochi giorni compirò 18 anni. Questo è un momento speciale perché per la prima volta potrò dire di essere un'adulta.
Quest'anno per il mio compleanno non chiedo regali e auguri. Chiedo azione.'"

Malala su IBS

mercoledì 27 maggio 2015

Mio figlio è dipendente dai videogiochi


"In un mondo iperconnesso, bambini e adolescenti trascorrono la maggior parte della giornata tra smartphone, computer e videogiochi. Rischiando una dipendenza da tecnologia che può sconfinare in diversi disturbi: dall'isolamento all'aggressività, fino all'ansia e alla depressione. Con conseguenze negative su attenzione, controllo degli impulsi, tolleranza alla frustrazione. Ecco il parere dell'esperta su questo fenomeno, con alcuni consigli per riscoprire l'importanza del gioco, della socialità e della compagnia.

Dopo anni di ricerche sugli effetti negativi causati dai videogiochi, i risultati rimangono controversi, nonostante l’aumento degli interventi per il trattamento della dipendenza da tecnologia nei giovanissimi. Una recente ricerca della Radboud University in Olanda documenta i benefici sperimentati dai bambini e adolescenti utilizzatori di giochi interattivi sul piano cognitivo, emotivo e mentale. Ma la letteratura abbonda di studi che dimostrano tutt’altro. La preoccupazione si concentra sulla possibilità di dipendenza e sull’esposizione alla violenza. Non mancano poi correlazioni con disturbi del sonno, isolamento, aggressività, obesità, ansia e depressione. E conseguenze negative su attenzione, controllo degli impulsi, tolleranza alla frustrazione. Ciò di cui si parla meno forse è che giocare su uno schermo (cellulare, tablet o consolle) è da considerarsi fattore di stress psicologico con effetti fisiologici di una certa entità come variazioni della frequenza cardiaca, della pressione, dei livelli di noradrenalina e cortisolo (ormone dello stress), alterazioni dello zucchero nel sangue, ritardo nella digestione. È correlato anche a una maggiore assunzione di cibo negli adolescenti, a una diminuzione della precisione, alla sindrome metabolica (ipertensione, obesità) negli adolescenti indipendentemente da inattività fisica.
Secondo un’indagine condotta in Italia da Peter Pan onlus, conclusa a febbraio, un bambino su tre tra gli 11 e i 13 anni soffre di ansia e di sintomi neurovegetativi per l’uso di videogiochi violenti. E una ricerca del 2014 dell'Istituto di Ortofonologia di Roma (IdO), fatta su studenti dai 10 ai 19 anni, ha rilevato che il 75% degli adolescenti gioca ai videogiochi on line e in buona parte lo fa da solo. Il 40% imita personaggi negativi, uno su tre non sopporta la sconfitta e l'85% predilige giochi ''distruggi tutto" e altri più aggressivi. Le raccomandazioni da parte delle organizzazioni scientifiche di pediatri sono di limitare la quantità di tempo totale dell’intrattenimento con gli schermi a meno di due ore al giorno, evitare le esposizioni ai bambini sotto ai due anni, e controllarne i contenuti, spesso inadatti all’età dei giocatori.
Ma comunemente il tempo dello schermo per i bambini e ragazzi è ben altro. Tv, smartphone, computer, tablet, social media e videogiochi hanno invaso la loro giornata. Più di qualunque altra attività. Forse è proprio questo l’aspetto sul quale concentrarsi. Sullo spazio, il coinvolgimento, la pervasività di questa esperienza nella loro vita. E nella nostra, perché siamo noi adulti i primi a dare esempio. Non sono i videogiochi in sé ad essere buoni o cattivi. Però quando i bambini trovano noiose le attività senza schermo è un segnale di allarme: probabilmente si sono abituati a un livello innaturale di stimolazione. Così come quando preferiscono il video in solitaria alla compagnia di coetanei.
Il gioco o qualunque altra attività sullo schermo è un tempo sottratto a esperienze reali, a interazioni sociali, al gioco libero e spontaneo, alla possibilità di muoversi, esprimersi secondo modalità non programmate. Numerosi studi condotti negli Usa dimostrano che gli adolescenti che nell'infanzia non hanno avuto modo di sperimentare liberamente giochi di gruppo e di movimento con i coetanei sono più ansiosi, depressi e meno autonomi.
È di questi giorni l’uscita in Italia del saggio di Peter Gray, psicologo e biologo al Boston College Lasciateli giocare (Einaudi), già best seller negli Stati Uniti, dove questi concetti sono sviscerati. Per diventare creativi e affrontare la vita con coraggio non si ha bisogno di tastiere, video e playstation ma di gioco libero tra coetanei. Anche la disciplina rigida scolastica non aiuta. Le sue ricerche dimostrano il progressivo precipitare nella banalità degli indici di creatività dei ragazzi americani, sempre più depressi e aggressivi. Riscontri che dovrebbero indurre a rivedere i modelli educativi moderni.
Offrire esperienze ai nostri figli, allargarle ma non approfondirle, sta diventando la norma nel nostro vivere iperconnesso. Nel mondo cibernetico di oggi, i bambini sono esposti a messaggi che insegnano apatia, non empatia. La connessione intima, autentica sta diventando sempre più difficile. Instaurano rapporti numerosi, estesi, fatti di rapidi e brevi scambi a scapito di profondità e intensità. Sono sedotti da una miriade di semplificazioni, gratificazioni immediate con click dispensatori di dopamina, ma rischiano di privarsi della possibilità di costruire legami attraverso i quali imparare a essere pienamente presenti all’altro, acquisire fiducia, comprensione, profondo senso di connessione. A impegnarsi. Giocare guardandosi negli occhi. Per questo il tempo dei videogiochi per i bambini andrebbe confinato tra esperienze creative reali. Gli esseri umani sono programmati per la socialità e la compagnia, l'affetto e l'attaccamento. Come genitori, dobbiamo lavorare per mostrare ai nostri figli il valore di queste risorse." (da Brunella Gasperini, Mio figlio è dipendente dai videogiochi, "DLaRepubblica", 25/05/'15)

Il futuro della biblioteca


"Il mondo dei media sta cambiando molto velocemente, più velocemente che mai, ed è per questo che anche le biblioteche stanno radicalmente cambiando in questo periodo. Per non parlare della storia della biblioteche nel mondo antico, esaminando solo gli ultimi 400 anni, la lunga continuità dell'istituto “ biblioteca” oggi è interrotta dall'avvento del mondo digitale che è qualcosa di completamente nuovo. E' possibile che qualcuno degli oltre 1.174 milioni di visitatori delle circa 70.000 biblioteche europee possa immaginare un mondo senza biblioteche, senza avere la possibilità di usare uno stock di media – ovviamente non solo libri - di 1.7 miliardi di testi e di poter usufruire di oltre 1.9 miliardi di prestiti? Sicuramente no, ma ciononostante è giusto chiedersi se una istituzione tanto amata potrà sopravvivere in un contesto in cui moltissime persone vivono la loro vita in un modo diverso anche solo da ieri, con l'accesso a internet disponibile anche all'aperto, leggendo un e-book sulla metropolitana senza avere per forza bisogno di luoghi come le biblioteche.
Ma il luogo fisico della biblioteca non è solo un edificio. Prevede che qui si possa accedere liberamente e senza ostacoli a ingenti risorse informative e culturali, un luogo di valore, fidato, uno spazio di democrazia. Prevede anche che la biblioteca sostenga tutte le richieste di informazione dei propri utenti. Certamente la biblioteca deve diventare più flessibile grazie all'integrazione di informazioni e strumenti provenienti dalla rete, con una presenza anche sui social media.
Quindi le biblioteche stanno diventando molto più che degli edifici riempiti di libri, dove si prendono in prestito libri, cd, dvd etc., stanno diventando un servizio virtuale accessibile tutto il giorno e ogni giorno della settimana. Stiamo quindi pensando che tutte le fonti delle informazioni digitali siano accessibili a tutti; sappiamo che sarebbe bello, sappiamo che non è così. Le biblioteche di questi tempi dovrebbero tenere ben presente che sono proprio le biblioteche stesse a dover operare per colmare il divario tra i soggetti che hanno tutte le opportunità e quelli che invece hanno difficoltà, perché non hanno accesso alla rete, perché non sono abili nel ricercare, perché non hanno dimestichezza con le nuove tecnologie. Le biblioteche devo assicurare che nessuno sia escluso da questi luoghi, così popolari, di conoscenza e informazione o che sia lasciato indietro. E anche se ogni informazione fosse accessibile a tutti – io non credo che questo avverrà perché l'informazione diventerà sempre più un prodotto con un prezzo – le biblioteche rimangono un necessario supporto per gestire tutta questa massa di informazioni e di materiali.
Cosa perderemmo quando non ci fossero più le biblioteche nell'era digitale? Un luogo per promuovere l'alfabetizzazione, uno spazio di apprendimento, un luogo senza limiti al consumo, in cui tutti pongono esigenze legittime. E significherebbe che ai cittadini non sarebbe più fornito l'accesso alle ricchezze della conoscenza, dell'immaginazione umana sia che stiano fisicamente nella biblioteca, da qualche altra parte oppure online. Ma per il bene dei cittadini, i buoni politici nella società digitale devono rafforzare le biblioteche per quanto riguarda il loro status giuridico, le loro caratteristiche rispetto al copyright per il digitale, il loro finanziamento e il loro ruolo nei campi della ricerca e dell'istruzione. Come le altre istituzioni culturali - i cinema, i musei, i teatri - le biblioteche sono resilienti e persistenti – quindi anche il loro futuro è una storia senza fine ma con un happy end." (da Klaus-Peter BöttgerIl futuro della biblioteca, "Il Sole 24 ore", 21/05/'15)

martedì 19 maggio 2015

Ragazzi, è festa per chi legge!


"Uno dei più importanti psicologi cognitivi di oggi, il tedesco Gerd Gigerenzer, racconta di come certi «genitori competitivi», soprattutto negli Stati Uniti, vorrebbero che i loro bambini imparassero prestissimo a parlare per farli entrare nel giro delle scuole di élite. Niente di disdicevole in questa pretesa, naturalmente, a patto di saperla affrontare con gli strumenti concettuali opportuni. Non è il caso di quei genitori che Gigerenzer definisce «fanatici». A un bambino su tre hanno a lungo rifilato “baby dvd” con programmi come Il Piccolo Einstein e Il Piccolo Cervellone, che insegnano parole nuove per arricchire il vocabolario: è dunque evidente – scrive Gigerenzer in Imparare a rischiare. Come prendere decisioni giuste (Cortina) – «che certi genitori fanatici ignorano un principio psicologico base dell’apprendimento iniziale del linguaggio: imparare la lingua madre dipende in buona parte da interazioni sociali come il contatto oculare con i genitori. Si è visto che se i genitori leggono tutti i giorni qualcosa ai figli quando questi hanno un’età fra gli otto e i sedici mesi, i risultati dei piccoli nei test sul linguaggio salgono», mentre scendono sensibilmente per ogni ora al giorno in più passata a guardare dvd: «imparare senza interazione sociale può trasformare un Piccolo Einstein in un Piccolo Homer Simpson».
Lo stesso principio vale per consolidare nei bambini la consuetudine alla lettura. Un libro può essere un’esperienza molto stimolante, come e più di un gioco: la lettura ad alta voce è un’opportunità di relazione, contatto, condivisione, complicità con il genitore estremamente importante. Con il vantaggio non indifferente che, una volta conquistati alla lettura, non la lasceranno per tutta la vita. Le prove in questo senso sono notevoli e confermate da esperimenti e testimonianze dirette, a volte provenienti dagli stessi ragazzi quando vengono spinti a riflettere sul perché tanti di loro sono così refrattari ai libri e perché nel nostro paese solo il 41% della popolazione legge almeno un libro all’anno. Quando, ad esempio, tre settimane fa, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricevuto al Quirinale (nel cui sito web è possibile trovare il suo bel discorso) i membri del Centro per il libro e la lettura (Cepell) insieme ai ragazzi del liceo Lombardo Radice di Roma, da parte loro emergeva proprio questo dato: a chi da piccolo, sulle ginocchia dei genitori, erano state lette favole e storie ad alta voce, veniva naturale ora passare con naturalezza da un libro all’altro. Agli altri no. Tra le iniziative in corso promosse dal Cepell vi è «Il maggio dei libri», che ha per sottotitolo «Leggere per crescere». Non a caso si sottolinea l’idea del rapporto tra la lettura e la crescita individuale. Anche «Il Sole 24 Ore» vuole dare il suo contributo alla diffusione della lettura lanciando una collana che si propone come supporto ai genitori in questo importante processo dello sviluppo cognitivo: a partire da sabato 23 maggio La biblioteca dei ragazzi – per piccoli lettori dai 6 agli 11 anni – raccoglierà i libri vincitori delle diverse categorie del Premio Andersen, uno dei più importanti riconoscimenti attribuiti alla narrativa per i ragazzi, unendo il piacere della lettura alla raffinatezza grafica. Quest’anno il premio giunge alla sua 34ª edizione e verrà assegnato proprio il 23 maggio a Genova, al Museo Luzzati. Un giorno di festa, preceduto da una settimana di eventi costruiti insieme al Comune di Genova e a una rete di realtà impegnate nell’ambito della letteratura e dell’illustrazione per l’infanzia. È l’occasione per fare il punto sull’ultimo anno di libri per bambini e ragazzi pubblicati in Italia e infine assegnare i nuovi premi. La giuria è composta da Barbara Schiaffino, Walter Fochesato e Anselmo Roveda (rivista Andersen), da Gianna Vitali (fondatrice della Libreria dei ragazzi di Milano) e da Pino Boero (docente di Letteratura per l’infanzia, Università di Genova).
La biblioteca dei ragazzi parte con Mio nonno era un ciliegio di Angela Nanetti, vincitrice nel 2003: le avventure estive di un bambino con suo nonno Ottavio offrono l’occasione per parlare di temi importanti come la memoria, il rapporto tra le generazioni e le differenze tra città e campagna. Seguirà sabato 30 maggio L’incredibile storia di Lavinia, tra i libri più amati di Bianca Pitzorno, narratrice di storie filosofiche e fantastiche, vincitrice nel 1988: il dono di un anello dal potere insolito ricevuto dalla piccola fiammiferaia Lavinia costituisce lo spunto di partenza per raccontare la sfida al conformismo dell’età adulta.
È proprio l’elemento sovversivo e per questo altamente educativo della letteratura, per l’infanzia o meno, quello che fa scrivere all’insegnante e scrittrice Giusi Marchetta un libro come Lettori si cresce (uscito in questi giorni per Einaudi). È un libro avvincente, sincero, efficace, privo di autoinganno nel considerare quanto sia impervia l’impresa di spingere chi non è motivato a provare i piaceri della lettura, cioè della scoperta di mondi possibili e paralleli che ci liberano dall’angusta prospettiva egocentrica cui la vita quotidiana, e le modalità degli altri mezzi di comunicazione, ci costringono. È un libro anche impietoso verso i tentativi più ingenui di promozione della lettura, e che conferma le osservazioni degli psicologi da cui siamo partiti sull’importanza delle relazioni che accompagnano la lettura: «Prendete un bambino piccolo. Spiegategli la morte; illustrategli i molteplici modi in cui si può essere traditi e abbandonati. Ammettete che esistono ferite e malattie e che voi e lui non ne siete affatto immuni. Portatelo nel bosco, nel buio, in una grotta, in modo che affronti la più invincibile delle paure e ne esca spaventato e agguerrito. Lasciate che si chieda di chi è bene fidarsi e che venga sorpreso inerme da nemici che non sapeva di avere. Applaudite le vittorie e consolate le lacrime amare della sconfitta. Leggetegli una fiaba. Ne ha bisogno». " (da Armando Massarenti, Ragazzi, è festa per chi legge!, "Il Sole 24 Ore", 17/05/'15)

lunedì 27 aprile 2015

Leggere ai bambini prima della scuola li aiuta nel linguaggio


"Molto spesso i genitori iniziano a leggere libri ai loro bambini anche quando sono molto piccoli, nella speranza che questo possa facilitarli nel linguaggio e farli affezionare alla lettura. Adesso ci sono le prove scientifiche del beneficio di questa attività proprio in questi termini.
L’impatto della lettura
Uno studio del Centro Medico dell’ospedale pediatrico di Cincinnati (Ohio, Usa), condotto da John Hutton con risonanza magnetica funzionale, ha mostrato infatti come «l’esposizione alla lettura durante la fase dello sviluppo del bambino che precede la scuola materna sembra avere un significativo impatto misurabile su come il cervello del piccolo elabora le storie e si pone nei confronti della lettura» spiega il ricercatore, il cui studio è stato presentato al convegno annuale delle Pediatric Academic Societies a San Diego.
 
Il metodo di ricerca
Per la ricerca Hutton e colleghi hanno studiato 19 bambini in età prescolare tra i 3 e i 5 anni, il 37% dei quali provenivano da famiglie a basso reddito. Sono stati compilati questionari che misurassero quanto ogni singolo bambino in casa venisse stimolato con la lettura. I piccoli poi sono stati sottoposti alla risonanza magnetica funzionale, che ha misurato la loro attività cerebrale mentre ascoltavano in cuffia la lettura di storie adatte alla loro età.
Le conclusioni
Ne è emerso che i bambini che a casa avevano maggiore abitudine ad ascoltare storie lette dai genitori, attivavano in modo molto più significativo specifiche aree cerebrali che supportano l’elaborazione semantica (l’estrazione di significato dal linguaggio), aree fondamentali per la lingua orale e in seguito per la lettura. In particolare l’attivazione più marcata riguardava aree cerebrali che supportano le immagini mentali, quelle che aiutano il bambino a “vedere la storia al di là delle figure”. «Sviluppare questa capacità diventa sempre più importante nel tempo, in quanto i bambini dai libri con disegni passano a libri solo scritti, dove devono immaginare da soli cosa sta succedendo nel testo», ha sottolineato Hutton.
 
L’invito alla lettura
Le organizzazioni come l’American Academy of Pediatrics e i gruppi di amanti del libro da sempre incoraggiano i genitori a leggere ai loro bambini fin dalla nascita per favorire l’apprendimento precoce e creare connessioni nel cervello che promuovono lo sviluppo del linguaggio. Una prova così chiara degli effetti sul cervello, tuttavia, non c’era ancora. «Ci auguriamo che questo lavoro indurrà ulteriori ricerche sulla lettura condivisa e il cervello in via di sviluppo, così che si possano migliorare gli interventi in questo campo e identificare i bambini a rischio di difficoltà il più presto possibile, aumentando le loro probabilità di avere un buon rapporto con il meraviglioso mondo dei libri», ha concluso Hutton." (da Leggere ai bambini prima della scuola li aiuta nel linguaggio, "Corriere della sera", 25/04/'15)
 

mercoledì 4 marzo 2015

L'algoritmo sembra un racconto di Tolstoj




"In una lettera del 1839, il diciottenne Fëdor Dostoevskij scrisse al padre: «Che strana scienza la matematica, e che sciocchezza occuparsene». E quando da adulto dedicò alla geometria una pagina dei Fratelli Karamazov, non poté fare a meno che scriverne sciocchezze, appunto.
Il suo alter ego Lev Tolstoj disseminò invece sensate metafore matematiche in Guerra e pace, arrivando ad affermare: «Solo ammettendo all'osservazione quelle quantità infinitamente piccole che sono le aspirazioni degli uomini, e raggiungendo l'arte di integrare queste unità infinitamente piccole in una somma, come nel calcolo infinitesimale, noi possiamo sperare di comprendere le leggi della storia».
In che cosa risiede la misteriosa natura della matematica, la cui comprensione sfugge a un ex-studente di ingegneria come Dostoevskij, e si lascia invece catturare da un ex-studente di lingue orientali come Tolstoj? Anche se ci si sarebbe potuti attendere esattamente il contrario, essendo il primo un "veggente dell'anima", ossessionato dall'astrazione e perso con la testa nelle nuvole, e il secondo un "veggente del corpo", immerso nella concretezza e ben saldo con i piedi per terra?
A cercare di rispondere a queste domande ci prova una nuova serie di snelli testi del Mulino, curata da Alessia Graziano e intitolata Raccontare la matematica, che fin dal suo programmatico titolo sottolinea la contiguità e la continuità tra il "contare" matematico e il "raccontare" letterario.
Non a caso la citazione di Dostoevskij compare nella prefazione del primo volume della serie: Algoritmi, di Carlo Toffalori. E non a caso egli, già autore di due saggi su matematica e letteratura (Il matematico in giallo e L'aritmetica di Cupido, Guanda), fa subito notare come la parola "algoritmo" sia un anagramma di "logaritmo", quasi a voler appunto ricordare l'affinità tra i procedimenti matematici e quelli letterari.
Ma mentre "logaritmo" deriva dalle venerabili parole greche logos e arithmos , l'una e l'altra sovraccariche di significato, "algoritmo" non ha un analogo pedigree. È invece un adattamento del toponimo al-Khwarizm , e ricorda il luogo di nascita (la regione del Khorezm, nell'odierno Uzbekistan) di un celebre matematico del secolo IX, fiorito alla corte persiana. Dalla parola aljabr, "ricostruzione", che compariva nel titolo di uno dei suoi libri,deriva invece l'odierna "algebra".
Ed è proprio perché in quel libro di al-Khwarizm si trovano le prime esposizioni sistematiche dei procedimenti algoritmici oggi tipici dell'algebra, da un lato, e dell'informatica, dall'altro, che il suo nome è oggi diventato il loro sinonimo. Ma per secoli esso fu usato in un senso più ristretto, per indicare i calcoli aritmetici effettuati con il sistema posizionale inventato dagli Indiani e mutuato dagli Arabi, tra i quali lo stesso al-Khwarizm l'aveva divulgato in un altro suo influente libro.
In origine gli algoritmi non avevano dunque a che fare astrattamente con le equazioni o i programmi, ma concretamente con i numeri. E non è di nuovo un caso che il secondo volume della serie del Mulino sia Numeri di Umberto Bottazzini, che si propone di spiegare cosa essi siano e da dove vengano. Una storia, questa, altrettanto antica di quella degli algoritmi, e strettamente legata e complementare ad essa. Ad esempio, la parola "calcolo", che oggi indica appunto l'esecuzione di un algoritmo, in origine indicava invece un numero (o meglio, una pietruzza che serviva a rappresentare concretamente un numero).
Bottazzini è uno dei nostri più titolati storici della matematica, e agli ininumeri di quest'anno è stato insignito dall'American Mathematical Society dell'ambìto Whiteman Prize. Gioca dunque in casa nel raccontare gli sviluppi del concetto di numero: dagli intagli effettuati su ossa e bastoni dagli uomini primitivi, alle definizioni fornite dai filosofi della matematica di fine Ottocento. Tra questi due estremi egli vola sui contributi forniti da Egizi, Babilonesi, Greci, Indiani, Maya, Arabi e Cinesi, mostrando di passaggio l'universalità dell'impresa e del pensiero matematico.
Ma l'aspetto più interessante della storia del numero è che, per poterne parlare anche brevemente, come si prefiggono di fare i testi di questa nuova collana, bisogna comunque allontanarsi dal ristretto ambito dei numeri interi, e ampliare lo sguardo ad alcune delle loro estensioni che è stato necessario introdurre nel corso della storia.
I Pitagorici si erano infatti illusi, all'alba del pensiero occidentale, che i interi fossero sufficienti per trattare razionalmente l'astronomia e la musica, e più in generale la scienza e l'umanesimo. Ma ben presto si accorsero che il loro motto "tutto è numero intero" era solo una pia illusione, perché già nella geometria esistevano grandezze (come la diagonale e il lato del quadrato) il cui confronto non si poteva ridurre a un rapporto di numeri interi: cioè, a un numero "razionale".
I Greci non lo fecero, perché preferirono rimuovere il problema. Ma i moderni capirono in seguito che la sua soluzione stava nell'introduzione di un nuovo tipo di numeri, chiamati appunto "irrazionali". E altri problemi portarono in seguito all'introduzione di tutta una serie di nuovi tipi di numeri, ciascuno dei quali reca nel suo nome ("negativo", "immaginario", "complesso", "ipercomplesso", "iperreale", "surreale", "ideale", eccetera) le tracce del disagio psicologico da esso provocato al suo arrivo.
Quanto ai logaritmi, nel breve periodo tra la loro nascita e il loro battesimo essi vennero chiamati numeri "artificiali". Oggi invece si chiamano "naturali", a dimostrazione che la percezione di cosa sia artificiale o naturale in matematica, come in qualunque altro campo, cambia col tempo. E nel caso dei logaritmi cambiò proprio grazie a un algoritmo: quello che Isacco Newton e Nicolò Mercatore, l'uno all'insaputa dall'altro, trovarono tra il 1666 e il 1668 per calcolarli. Fu quell'algoritmo a permettere la compilazione delle famose tavole logaritmizi che, usate fino a qualche tempo fa da tecnici e scientifici di ogni genere per semplificare i calcoli complessi.
Ma mentre i numeri, di qualunque tipo essi siano, sono pur sempre oggetti matematici, gli algoritmi possono anche non esserlo. O, almeno, possono riguardare cose che non hanno nulla a che fare con la matematica. Toffalori mostra molti esempi al riguardo, notando come sono algoritmi la ricetta per cuocere un uovo al tegamino, l'istruzione per produrre il codice fiscale, il procedimento per determinare il giorno della Pasqua, etc.
Per i matematici, però, il bello dei numeri e degli algoritmi sta nel fatto che se ne possono fare delle teorie generali astratte, profonde e attraenti. Ad esempio, oltre a trovare algoritmi che risolvono certi problemi, quando ci sono, si può fare un salto di qualità e dimostrare che ci sono problemi che non si possono risolvere con algoritmi. In altre parole, nella matematica e nell'informatica esiste l'incalcolabile.
Addirittura, l'informatica è nata proprio dalla risposta data da Alan Turing, il protagonista del recente film The Imitation Game, al problema se esistono problemi senza soluzioni algoritmiche. Il che conferma, se ce ne fosse bisogno, che la matematica non è uno sterile gioco, ma una feconda impresa intellettuale, sulla quale vale sempre la pena imparare qualcosa. A partire, ovviamente, dai Numeri e dagli Algoritmi." (da Piergiorgio Odifreddi, L'algoritmo sembra un racconto di Tolstoj, "La Repubblica", 02/03/'15)

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Andrew Hodges, Alan Turing. Storia di un enigma (Bollati Boringhieri)