
"Qualche giorno fa, ho letto sul Corriere della sera un'intervista con l'amministratore delegato dell'Utet, Gian Luca Pulvirenti. Annunciava un cambio di programma editoriale. Invece di opere di cultura monumentali, come nella sua tradizione, l'Utet avrebbe prodotto, d'ora in poi, opere di cultura più brevi e leggere. Non c'è alcuna ragione di protestare e di indignarsi. Il primo dovere di un Amministratore delegato è prestare attenzione ai bilanci della propria azienda. Da almeno quarant'anni, tutti i governi italiani, formati molto spesso da ministri che hanno letto i libri in sogno, fanno campagne perché gli italiani leggano. Esaltano il libro, 'fiore della civiltà umana', elargiscono aiuti all'editoria, favoriscono e onorano con la loro presenza premi letterari. Tutto questo è inutile o dannoso: come la recente farsa del premio Grinzane, grandiosamente sorretto dalla Regione Piemonte, ha dimostrato. Esistono diverse strade per indurre gli italiani a leggere libri con gioia (si può leggere solo per gioia, non per obbligo). La prima è la famiglia. Ogni sera, per almeno tre quarti d'ora, i padri e le madri dovrebbero leggere, a puntate, un libro ai figli bambini: cosa che quasi in nessuna famiglia si fa, per ignoranza, confusione mentale, disprezzo dei figli, considerati noiosissimi e indegni di attenzioni così delicate. La lettura serale è un rito famigliare, al quale i bambini tengono moltissimo. La seconda strada è la scuola media e il liceo: i ragazzi devono leggere molti più libri, durante l'anno scolastico e le vacanze. La scelta dei libri è spesso cattiva. Non è possibile che un sedicenne legga La coscienza di Zeno: per lui è incomprensibile, e gli farà detestare la lettura per il resto della vita. Dategli Delitto e castigo o Anna Karenina: gli occhi gli scintilleranno di passione e di piacere. La terza strada sono le adozioni universitarie. Fino a vent'anni fa, ogni studente universitario doveva leggere molti o moltissimi libri durante gli esami più importanti. Per esempio, alla Sapienza di Roma, veniva adottato Il pensiero storico classico di Santo Mazzarino: il più grande storico italiano del secolo. E' un libro bellissimo, dal quale si imparano molte cose: il pensiero storico classico e medievale, la storia antica, la storia del Cristianesimo, quella della Cina o del Messico. Allora l'editore Laterza ha venduto, credo, 40.000 o 50.000 copie di questi tre grossi volumi con vantaggio dell'autore, dell'editore e soprattutto degli studenti, i quali vedevano apparire davanti agli occhi uno spazio mentale quasi illimitato. La Riforma Berlinguer ha ucciso quasi completamente le adozioni; e le riforme successive (le riforme si susseguono, in Italia, col ritmo demoniaco dei monsoni) non hanno migliorato la situaizone. Così i governi italiani hanno distrutto l'editoria italiana di cultura: la quale veniva venduta, almeno per il cinquanta per cento, all'Università. Di qui, la decisione dell'amministratore delegato dell'Utet; e negli anni scorsi, le nuove collane economiche di Laterza, del Mulino e di Carocci. Secondo i ministri e i funzionari del Ministero dell'Istruzione, gli studenti italiani devono conoscree le Crociate, ma in un testo che non superi le 120 pagine. Altrimenti, le loro povere menti verrebbero irrimediabilmente lese, ferite, straziate." (da Pietro Citati, Le inutili campagne per far leggere il Belpaese, "La Repubblica", 13/07/'09)
lunedì 13 luglio 2009
Citati: "Le inutili campagne per far leggere il Belpaese"
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Poesie di viaggio

"«Ma insomma - si chiedeva nel 1929 Henri Michaux, imbarcato su un transatlantico salpato dall'Olanda e diretto in Sud America - dove è questo viaggio»? Interrogazione geniale, che fa del viaggiare qualcosa di molto più complicato di una semplice faccenda di biglietti, passaporti, contemplazione di bellezze naturali e artistiche, auspicabile ritorno a casa. Michaux ha ben presente la sua meta, che è l'Ecuador. Ma non è il fatto di avere una meta che può mettere il viaggiatore al riparo da ogni insicurezza. Quanto più il suo viaggio è un'esperienza necessaria, e pensata fino alle sue estreme conseguenze, quanto più le distinzioni nette fra l'io che osserva e il mondo osservato vacillano, si fanno problematiche. La geografia diventa una branca della psicologia, e viceversa. E' proprio questo che vuol significare il grande poeta francese quando si chiede, contemplando l'Atlantico dal ponte della nave, dov'è il suo viaggio. E' col medesimo spirito paradossale che Roberto Mussapi ha concepito la sua bella e ricca antologia di Poesie di viaggio, pescando da molte epoche e molte lingue. Un libro che andrebbe letto da capo a fondo, per apprezzarne al meglio la sapienza della costruzione, e che ha l'indubbio merito di confondere le idee, erodere le certezze, generare imprevedibili illuminazioni. Sto descrivendo, me ne rendo conto, una specie di viaggio portatile. E non saprei inventare un complimento migliore per un libro, che sia in versi o in prosa, di questo. Un viaggio che si apre e si chiude nel segno di Ulisse: l'Ulisse di Dante col suo ultimo «folle volo», al quale fa da contrappeso la splendida scena del Libro XXIV dell'Odissea, quando Ulisse, finalmente tornato nel letto nuziale, prima si gode l'amore di Penelope, e poi le racconta i suoi viaggi per filo e per segno, fino all'arrivo del sonno «che scioglie le membra e dissolve le pene del cuore». Mussapi sa bene che, dal punto di vista strettamente storico-critico, il suo è un compito impossibile: non esiste una «poesia di viaggio» come genere a sé, paragonabile per esempio alla poesia d'amore, con la sua tradizione e le sue regole secolari. Il viaggio, semmai, è «un nervo, un cardine dell'esperienza letteraria stessa». Ciò rende superfluo, agli occhi del curatore, l'adozione di un ordine cronologico nella disposizione dei suoi preziosi materiali. Condivido pienamente la scelta: tutte le poesie raccolte sembrano in tal modo alludere simultaneamente a un oggetto inafferrabile, lontano da ogni spazio e da ogni tempo particolari. Riecheggia ancora, al plurale, la domanda di Michaux: il mondo è lì, ma i viaggi dove sono? Di che stoffa sono fatti? Che tipo di consistenza ontologica possiedono?
Proverò ad azzardare una risposta personale a queste sollecitazioni partendo dalla poesia che mi ha più colpito dell'intero libro, l'unica presente di Emily Dickinson. Ironicamente, si tratta di una persona che molto raramente ha varcato la soglia di casa, e che in certi giorni considerava lo spostamento dalla sua stanza al salotto un'impresa degna di Marco Polo. Quello che Emily ci racconta, è una visione, o meglio, una visione che svanisce nella lontananza. «Ieri», davanti agli occhi si dispiegava una meraviglia abbagliante, un «Paradiso». Come una «tenda» di un popolo nomade o di un circo, l'apparizione è sparita dopo aver avvolto i suoi «teli lucenti», e sollevato i pali che li sostenevano. Lo sguardo si perde nella lontananza senza più riuscire a cogliere una traccia o un indizio dello spettacolo («Show» dice il testo originale) svanito nell'indistinto, inghiottito da un simbolico settentrione. Che sublime intuizione, degna di Leopardi e Baudelaire, questa di Emily Dickinson. La realtà è un meraviglioso spettacolo la cui caratteristica principale è quella di sfuggire allo sguardo appena dopo averlo illuso e sedotto. Come una compagnia di saltimbanchi dotati di poteri magici, le apparenze incantevoli fanno fagotto e se ne vanno, osserva Emily, senza un rumore, esattamente come i sogni quando si dissolvono. Dunque, se è vero che noi viaggiamo nel mondo, anche il mondo, a sua volta, viaggia. Si potrebbe arrivare a dire, con quella libertà di pensiero che solo la grande poesia sa donarci, che il mondo è un viaggio. Ed è in questa perenne metamorfosi, in questo transito, in questa universale migrazione che dobbiamo imparare ad abitare." (da Emanuele Trevi, Quante odissee cercando la meta di verso in verso, "TuttoLibri", "La Stampa", 11/07/'09)
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La poesia si allea con la tv

"Piccolo esercizio di immaginazione. Provate a pensare a un programma tv dedicato alla poesia (naaah ... ma che siamo matti?), che non solo ha successo (questa poi!), ma aumenta anche le vendite di libri di poesia in libreria (certo, e come no?). Altre utopie, già che ci siamo? Sì, ce ne mettiamo anche altre: è un programma molto ben fatto, condotto d aun poeta e scrittore giovane e di talento, che sa bene di cosa si sta parlando (e si vede, e si snete), non annoia e anzi rende interessante il suo argomento anche a chi lo conosce. Ma voglio esagerare: ci aggiungo che non c'è traccia di trombonerie, niente poeti ispirati che ci ammorbano con la loro visione del mondo, nessun attore che legge tronfio liriche scadenti. Bene. Torniamo sulla terra. E andiamo in Gran Bretagna dove si è appena conclusa la serie di sei puntate di A Poet's Guide to Britain, ideata e presentata da Owen Sheers, all'interno, per altro, di una sostanziosissima Poetry Season messa a punto dalla Bbc. Le puntate, di mezz'ora ciascuna, con ottimo script, si sono concentrate su poeti 'nazionali' inglesi e loro opere particolari, cercando di descrivere come tali opere siano legate al paesaggio. Si è partiti da Wordsworth e il suo sonetto composto sopra Westminster Bridge. Così il Times ha scritto del sonetto: 'bello, semplice e breve, come il programma che lo ha descritto'. Le puntate sono andate in onda su BBC4 (d'accordo, non il canale di punta), alle 21, e hanno fatto il pieno di recensioni estasiate e spettatori. I quali, poi, si sono riversati in libreria. Nielsen BookScan ha rilevato vendite (rispetto alle sei settimane precedenti) del 92% in più per Sylvia Plath; T. S. Eliot +222%; John Donne +300%. Il poeta delle isole Orcadi George Mackay Brown ha addirittura un +844% dopo che Sheers ne ha parlato nella sua serie. Va bene: sono numeri piccoli; migliaia di copie, in alcuni casi solo centinaia. Ma volete mettere la soddisfazione di realizzare un'utopia? (...) Immaginate, gente, immaginate." (da Sefano Salis, La poesia si allea con la tv, "Il Sole 24 Ore Domenica", 12/07/'09)
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sabato 11 luglio 2009
Il paese delle stelle nascoste di Sara Yalda

"La scrittura sfugge a chiare definizioni di genere, e forse è un bene che sia così. Parlare di narrativa al femminile ha ormai in Occidente un sapore un poco retrò, di tempi di lotta per i diritti primari, che sono ormai alle spalle. Le donne leggono e compongono più che mai, ma «ridurre» il tutto entro i confini del sesso di appartenenza risulta approssimativo, financo ingiusto. A chi verrebbe in mente di riflettere intorno alla «scrittura al maschile»? Il dato è scontato e inafferrabile. Ma anche quella femminile non fa quasi più notizia in questa parte del mondo: esiste, senza più bisogno di militare per la propria esistenza. Altrove, però, non è affatto così. Vi sono luoghi del mondo in cui scrivere è un gesto forte da parte delle donne. Una specie di riscatto, uno sfogo di dolore o di rabbia. Una fuga impossibile. Un modo efficace per documentare la propria realtà. «Nascondersi sotto un velo non è un gesto qualsiasi. Si diventa davvero qualcun altro. Soprattutto negli ambienti poveri. Tutto il santo giorno si ascolta la solita solfa: l’uomo non deve guardare la donna, e alla donna è proibito provocare l’uomo. Ma siccome la maggior parte degli uomini non riesce a tenere a bada le proprie pulsioni, la loro violenza repressiva cade sulle donne. In pratica, il sesso diventa un’ossessione», scrive Sara Yalda. In francese. Il suo libro, intitolato Il paese delle stelle nascoste, è un reportage narrativo e dal sapore autobiografico, in quell’Iran in cui ha vissuto soltanto i primi anni di vita, e che conosce in un modo astratto. Alienato. Al di là della vicenda umana, di una prosa brillante e sempre venata di una qualche ironia, il racconto è interessante perché esplora non un mondo soltanto, ma diversi. Teheran con i suoi tredici milioni di abitanti e lo smog che sovraccarica l’aria e irrita gli occhi, ma anche la campagna, la montagna, i paesaggi più strabilianti. A quei paesaggi, forse reali forse mitici, torna anche uno scrittore «uomo» (la definizione diventa d’obbligo, dato il contesto di queste letture). Hamid Ziarati è nato a Teheran, vive a Torino da molti anni e scrive non in farsi ma in un suggestivo italiano. Ne Il meccanico delle rose le donne, più o meno velate, sono quelle di un Iran dei grandi spazi - non solo fisici, anche della fantasia. Sono donne capaci di cambiare vita, di tacere ma non solo per sottomissione. Immagini niente affatto stereotipate, perché come dice ancora Sara Yalda, «la realtà in Iran è più complicata di quanto si creda in Occidente», nel passato così come nel presente. A lei, questa realtà desta nostalgia ma anche un senso di «esclusione»: «Sono proprio quegli sguardi - gli sguardi degli iraniani, nei quali speravo di riconoscermi - a farmi sentire in esilio». Solo la scrittura riesce a esorcizzare il miscuglio di sensazioni indefinibili e inaspettate che colgono l’io narrante di ritorno in Iran, dopo vent’anni e una vita lontana, in Francia.
Nessuna vita aspetta invece Fatemeh, protagonista e voce sola de La Muta (Bompiani), scritto da Chahdortt Djavann, figlia di Pascià Khan, imprigionato da Khomeini nel 1979. Anche lei vive in esilio in a Parigi, da allora. Il suo romanzo è un terribile memoriale alla vigilia dell’esecuzione. Fatemeh ha quindici anni. Racconta la propria storia di soprusi e abusi, e insieme ad essa quella della zia muta - che ne è lo specchio adulto e silenzioso. Qui, il lettore sprofonda nell’incubo. Il velo di Fatemeh è il simbolo di una condizione femminile aberrante, eppure reale. Di un Iran dove il fondamentalismo condanna ogni donna all’impotenza più irrimediabile. E la morte diventa per la protagonista una specie di liberazione, anzi l’unica concepibile. E’ così vero che, accostando queste letture, ci si accorge di quanto sia vario e complesso il mondo che sta dietro il velo. Di quanto la scrittura femminile sia capace di uscire dai luoghi comuni, rompere i ranghi e non lasciarsi adagiare su una comoda definizione di genere. Anche qui, in questo universo iraniano dove ci sono delle istanze sociali e politiche primarie, e dove, «per la legge iraniana, la donna conta in maniera ridotta». Attraverso la scrittura, la realtà viene letta e interpretata.
E a corredo di queste prove narrative, giunge a proposito l’ultimo libro della scrittrice indiana Arundhaty Roy, Quando arrivano le cavallette: sono saggi sull’India, l’islam, il fondamentalismo, i conflitti etnici dentro e fuori il subcontinente. Sono scritti a volte d’occasione, ma anche di riflessione. Anche la scrittrice indiana ci invita con le sue parole a uscire dagli stereotipi, ad accantonare l’indifferenza anche e soprattutto verso mondi la cui lontananza ci sembra un comodo riparo. Ma forse non è così." (da Elena Loewenthal, Tra dolore e rabbia, i segni delle donne, "TuttoLibri", "La Stampa", 11/07/'09)
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Bel Ami

"Mi è sempre piaciuto pensare che quella sulla strada di Etretat - a due passi dall'incantevole spiaggia con l'aiguille creuse di Arsenio Lupin e le due falesie d'Amont e d'Aval dirimpettaie - fosse la casa del racconto di Maupassant intitolato Chissà? da cui una sera il narratore, che sta rientrando da uno spettacolo teatrale, vede i mobili uscirsene uno a uno, come animati da una fantasia ebbra.
Dalla strada si vede solo il cancello, sovrastato da due splendidi elefanti turchesi. Anche arrampicandosi, si arriva a malapena a scorgere un vialetto alberato in fondo al quale s'indovina la casa. Niente di più, la vegetazione tenuta alta fa da ostacolo alle voglie dei curiosi. Me ne aveva parlato Bernadette, nata in un paesino limitrofo e che a Etretat vive da sempre, albergatrice appassionata. Mi aveva detto che la casa di Maupassant era in vendita perché la proprietaria, un'anziana signora inglese che vive a Parigi, non poteva più occuparsene. Questo due anni fa, nel luglio del 2007. Nel momento in cui scrivo, luglio 2009, la casa è sempre in vendita, per un milione di euro e poco più. Il comune di Etretat è interessato, ma avrebbe bisogno di un aiuto economico da parte della regione Normandia, che a sua volta è ben disposta, la pratica infatti è stata istituita. Ma l'anziana signora (che mi risulta essere una nota pianista) è ancora proprietaria, e il desiderio degli Amici di Maupassant - che la casa possa diventare un museo visitabile - è a tutt'oggi un'utopia. Per ora, accedere al giardino e alla dimora, se non ci si accontenta di un tour virtuale, richiede costanza e un po' di sfacciataggine. Maupassant avrebbe voluto chiamarla La Maison Tellier, perché per costruirla aveva usato i diritti d'autore di quel libro. Ma i futuri vicini, per pruderie, glielo impedirono. Diventò così La Guillette, da Guy. In effetti, quella era la sua casa, la madre Laure gli aveva regalato il terreno: lei a Etretat possedeva Les Verguies, la tenuta in cui aveva abitato con i figli dopo la separazione dal marito Gustave. Lì a Etretat Maupassant ragazzo, gran nuotatore, aveva salvato Swinburne che incauto rischiava di annegare tra le onde. Era poi stato ringraziato con un invito a pranzo nella villa dove il poeta abitava con l'amico Powell e una scimmia. Era rimasto impressionato dagli arredi macabri. Ne sarebbe nato il racconto sulla mano scorticata, con cui Guy aveva visto Swinburne e l'amico intrattenersi.
Diventato scrittore famoso, era giusto che il figlio avesse una proprietà in prima persona, pensò Laure. Era il 1883, Maupassant aveva 33 anni. Lì, sulla costa normanna, avrebbe passato lunghi periodi alternando feste e lavoro, fino all'89. Alla Guillette avrebbe scritto Bel Ami e in parte Le Horla, finito Pierre e Jean e Forte come la morte. Vi avrebbe conosciuto entusiasmi e angosce, momenti euforici (l'installazione dell'energia elettrica, del campo da tennis e di quello da tiro, delle docce in giardino con un sistema di pompe innovativo, le piante esotiche) e disforici (l'ossessione dei ragni, anticipazione di quella del doppio, l'altro da sé che lo avrebbe portato alla follia, notti insonni a spostare armadi e sollevare tappeti ...). Avrebbe poi dovuto disfarsene, incalzato dalla malattia, rinunciando all'idea che gli sarebbe stata cara di nominare erede François Tassard, il fedele segretario che con lui aveva condiviso alla Guillette sia il divertimento sia il ripiegamento.
Molti anni dopo la morte di Maupassant, Tassard sarebbe tornato alla Guillette. Era il 1921. Stava per subire un'operazione e temeva di non poter più vedere il rêve normanno del suo padrone. Ci arrivò al crepuscolo. L'uscio era chiuso e come il visitatore di oggi, come me quando ho cercato di entrarci senza chiedere, dovette fermarsi fuori, in giardino. Vide alzarsi dai sicomori un alone profumato, rivedette in quell'atmosfera di sogno Maître Guy in sedia a sdraio a leggere. Si strofinò gli occhi, e si mise a ricordare.
Nell'83, quando aveva dovuto farsi aiutare ad allestire la sua villa, Maupassant aveva sistemato François in una caloge, che aveva fatto piazzare nel giardino dove ancora è visibile, sorta di dépendance che chiamò les Deux amis e che serviva anche a lui come spogliatoio. Le caloges sono vecchie barche da pesca che a Etretat, quando vengono tirate in secca definitivamente, sono adibite a magazzino dopo esser state coperte con un tetto caratteristico, sul quale amano fare il nido i gabbiani. Una prima Guillette andò in parte distrutta in un incendio, e Maupassant ne approfittò per realizzare una casa più grande, su due piani, 250 metri quadri circa circondati da mezzo ettaro di terreno: al piano terra lo studio, la cucina, la biblioteca - uno splendido caminetto in ceramica blu di Vallauris, un altro sangue di bue e oro, boiseries alle pareti, un armadio dipinto dal cugino Le Poitevin (corvi minacciosi per un'anta, un fuoco sulla spiaggia per l'altra) con accanto una vetrata di Oudinot che raffigura un tenero girotondo di bimbi, la scrivania sulla quale la gattina Piroli si divertiva a contendere la penna allo scrittore quando lui, nottetempo, lavorava. Al primo piano sei camere da letto, la sua e quelle per gli ospiti: tapisseries orientali, tanti bibelots e statuette.
Le invitate, famose ed eleganti, venivano da Deauville e da Parigi per le feste d'estate. A Ferragosto Maupassant, che li amava molto, faceva sparare nel cielo normanno fuochi d'artificio spettacolari. Una sera, nel 1888, portò tutta la comitiva dei suoi ospiti in spiaggia a slogarsi le caviglie sui galets, perché assistessero alla cremazione di un Pascià. Lo attirava molto l'idea dello spettacolo che ne sarebbe scaturito, e non fu estraneo nelle settimane successive al fenomeno pubblicitario orchestrato intorno al commercio di vasetti di ceneri del defunto.
In Chissà? Maupassant descrive i mobili che scappano misteriosamente: «... la mia poltrona da lettura, le altre del salotto, il canapè basso poi tutte le sedie con balzi da capra e gli sgabelli trottando come conigli ... il mio piano, il mio grande piano a coda, con un galoppo da cavallo imbizzarrito ... e tutti gli oggetti, le spazzole, i cristalli, le coppe ...». Quale spavento li aveva mossi? Alla fine del racconto però, con simmetrico mistero, i mobili tornano. E da allora sono ancora lì." (da Gabriella Bosco, Tra le falesie di Etretat dove nacque Bel Ami, "TuttoLibri", "La Stampa", 11/07/'09)
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Lo scettro senza il re di Nadia Urbinati

"Gli antichi consideravano la democrazia come il governo dei poveri. Si ha democrazia, si legge nella Politica di Aristotele, quando il potere supremo è nelle mani della moltitudine dei nati liberi (in alcuni casi, sia da parte di padre che da parte di madre), i quali sono in maggioranza poveri. Ma per i moderni la democrazia è il governo della classe media, come Alexis de Tocqueville aveva appreso nel corso del suo viaggio americano (1831). È corretto affermare che la storia della cittadinanza moderna prende avvio dalla fine del lavoro servo e che i moderni abbiano adattato la democrazia a una società fondata sul lavoro retribuito e lo scambio monetario, un ordine economico che ha bisogno di una moltitudine di consumatori, gente né troppo ricca né troppo povera.
Una conseguenza importante di questa conquista di civiltà è che nella democrazia moderna i cittadini e le cittadine devono essere responsabili in modo diretto del proprio sostentamento, con la conseguenza di disporre di un tempo limitato per la cura degli affari pubblici. Ciò ha indotto alcuni pensatori a sostenere, come ha fatto Montesquieu, che il governo dei moderni assomiglia a un governo misto, perché l´elezione – come ci hanno tramandato Erodoto e Aristotele – è un´istituzione «aristocratica», in quanto discrimina tra i cittadini (chi elegge deve scegliere e quindi escludere) e soprattutto non consente loro, a tutti loro indistintamente, di governare ed essere governati a turno. Ma dalla diagnosi di Montesquieu si può trarre anche un´altra conclusione: ovvero che, invece di essere alternativa alla partecipazione, la rappresentanza rende quest´ultima più complessa e l´esclusione meno appariscente.
L´eguaglianza universale ha arricchito il valore normativo della democrazia dei moderni facendola più inclusiva di quella antica, ma nello stesso tempo ha ristretto la possibilità della partecipazione e, soprattutto, ne ha modificato le modalità. Autorevoli filosofi politici hanno per questo considerato la rappresentanza un espediente necessario ma non un´istituzione democratica (...). Tuttavia la rappresentanza non è semplicemente un ripiego per ciò (la sovranità diretta) che noi moderni non riusciamo più ad avere, è invece un processo politico capace di attivare nuove forme di partecipazione politica, diverse ma non meno importanti delle forme dirette degli antichi.
È senz´altro vero che la rappresentanza è stata concepita come un espediente per limitare e non per realizzare la democrazia. Per secoli, del resto, la democrazia ha goduto di pessima fama, come governo dei peggiori perché governo della moltitudine, vendicativa contro i benestanti e incolta, perciò facile alla manipolazione da parte di demagoghi e tiranni. Anche nell´era democratica per eccellenza, quella iniziata dopo la seconda guerra mondiale, e nonostante la retorica contemporanea della globalizzazione della democrazia, molte istituzioni (certamente la rappresentanza) sono ancora giudicate secondo la stessa prospettiva degli architetti settecenteschi del governo rappresentativo, la cui agenda politica non contemplava certo l´obiettivo di facilitare la partecipazione delle moltitudini. Le premesse non-democratiche (e perfino anti-democratiche) difese dagli autori dei Federalist Papers (James Madison, Alexander Hamilton e John Jay) o da Emmanuel-Joseph Sieyès sono diventate luoghi canonici per molti studiosi di istituzioni politiche. Come si legge nel Federalist n. 63: «Il vero elemento distintivo tra queste forme politiche e quella americana è rappresentato dal fatto che quest´ultima esclude completamente il popolo nella sua capacità collettiva da una partecipazione diretta alla cosa pubblica, e non nel fatto che le prime escludessero completamente i rappresentanti del popolo dall´amministrazione». La pratica del suffragio universale non ha scalfito questa idea anti-democratica del ruolo della rappresentanza. Come ha scritto di recente uno studioso francese, Bernard Manin, le strutture portanti del governo dei moderni «sono rimaste le stesse» dal tempo delle rivoluzioni settecentesche, da quando cioè quello rappresentativo era ancora un governo di notabili eletti da pochi cittadini privilegiati»." (da Nadia Urbinati, Quando la democrazia era il governo dei peggiori, "La Repubblica", 11/07/'09; anticipazione dall´introduzione di Lo scettro senza il re, Donzelli, il nuovo libro di Nadia Urbinati)
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venerdì 10 luglio 2009
Uccidiamo la luna a Marechiaro di Daniela Carmosino

"Nel febbraio del 1994 si tenne a Galassia Gutenberg a Napoli un affollato incontro di scrittori meridionali, di più generazioni ma perlopiù molto giovani, che aveva per titolo Narrare il Sud, i cui interventi furono tempestivamente raccolti dalla Liguori in un opuscolo cui ora Daniela Carmosino, docente presso l’Università del Molise, fa risalire la data di nascita di una nuova narrativa meridionale, la cui vitalità è certificata dalla quantità di opere che ha preso in esame per questo utilissimo consuntivo ragionato.
Una nuova generazione di scrittori si andava proponendo, che si è affermata negli anni successivi e i cui risultati sono variegati e disparati, ma che ha all’attivo opere di assoluto rilievo, le quali hanno avuto il merito di aggredire gli stereotipi di una tradizione sfibrata e hanno affermato nuovi modi di “leggere” (“narrare”) il Sud dal dentro della sua mutazione, anche quando, forse, hanno teso frettolosamente a crearne di nuovi. Oggi nessuno può più parlare di una questione meridionale – come ancora nel ’94 si faceva a sinistra con ostinata cecità di fronte ai cambiamenti in corso – fatta di isolamento e arretratezza, oggi la “questione meridionale” non c’è più. Se regioni come la Campania e la Calabria (non omogeneamente) continuano a proporsi almeno nella cronaca come aree di ritardo a causa della massiccia presenza di organizzazioni criminali quali camorra e ‘ndrangheta, esse, nella loro mescolanza di vecchio e di nuovo, potrebbero anche rivelarsi, chissà, le anticipatrici di un futuro più vasto, dove la post-modernità si impone come intreccio di resistenze e corse in avanti, di ieri e di domani, di ritorni barbarici e nuove tecnologie. In molti casi, nuove alleanze hanno nascosto i vecchi modi di intervenire nella realtà o li hanno resi obsoleti (penso alla Sicilia) ma in generale tutto il sud è andato rapidissimamente omologandosi, dagli anni Ottanta in avanti, anche se la sociologia e la letteratura e la politica centrista se ne sono accorte in ritardo. In questo rapidissimo processo, molte regioni i loro ritardi li hanno coperti o tradotti in folklore per un Nord e un’Europa assetata di un turismo dalle diversità rassicuranti e fasulle.
Se la letteratura del Sud è andata omologandosi ed è entrata nel grande flusso dell’immaginario di questi anni di transizione (verso che?), spavaldamente confusi, a essere sconfitta dalla velocità della Storia è stata anche la pretesa dichiarata da Narrare il Sud di proporre per la letteratura meridionale una diversità attiva, non chiusa, dentro il nuovo ma capace di scalzare i pregiudizi e gli stereotipi in funzione di una diversità, ancora in qualche modo utopica, che ridesse fiato a quella vena ereticale della miglior cultura meridionale del passato, quella dei Silone, Degli Sciascia, dei Bene che la realtà ha rifiutato (e per molti degli autori che rincorrevano il nuovo vituperando ogni tradizione, come per altre persone di successo di altri campi, politici compresi, ci sembra doveroso citare la nota poesia di Penna, buona a tanti usi: 'Felice chi è diverso / essendo egli diverso. / Ma guai a chi è diverso / essendo egli comune'; cito a memoria).
Dapprima il nemico sono stati gli stereotipi consegnati dalla letteratura precedente, aggrediti da alcuni con impeto iconoclasta mentre altri prendevano semplicemente atto del cambiamento in corso. Alcuni si sono affrettati a dimostrare l’avvenuto ingresso in convenzioni nuove, nazionali ed internazionali. Altri hanno sentito il bisogno di esplorare e raccontare questa realtà mutata, mutante, con occhi nuovi e ben spalancati, attraverso una nuova commistione di narrazione, inchiesta, reportage. Altri si sono ancorati, per dire il nuovo, a generi vecchi; il romanzo di formazione, il romanzo storico-favoloso, il romanzo di sentimenti, il romanzo di spaesamento e di confronto tra “qui” e “altrove”, e soprattutto il noir. E i migliori sono certamente quegli autori, non incantati dalle nuove convenzioni né da ricorrenti astratti furori né dai ricatti dell’editoria e del successo mediatico, che, accanitamente addosso al presente, in modi diversi, interessanti proprio per la loro diversità, stanno nel presente, leggono il presente, ne tessono le fila e contribuiscono con le loro opere a rendercelo più chiaro (stupisce, nel repertorio completo e acuto della Carmosino la deprecabile disattenzione sull’opera di Nicola Lagioia, barese, una delle più ambiziose e delle più riuscite delle ultime leve non solo meridionali).
Il miracolo è forse, ma vale per tutto il paese, che dentro il magma confuso e deprimente del presente, cresciuti dentro la mutazione e senza la possibilità di far confronti, ci siano giovani bravissimi che sanno leggere e narrare la mutazione, e non solo in letteratura, anche in cinema e teatro e fumetto e giornalismo d’inchiesta eccetera. Questo saggio non lo dice abbastanza ma è davvero assai utile a chi voglia in futuro capire cosa è accaduto nel Sud, cioè in Italia, negli anni della grande e irreversibile mutazione." (da Goffredo Fofi, Utopie a Mezzogiorno, "Il Sole 24 Ore Domenica", 05/07/'09)
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La letteratura salvata dalle donne

"A domanda rispondo, pur non essendo certa che la domanda, cosa e dove sia la nuova narrativa italiana, sia giusto porla a una scrittrice: la quale in primo luogo aspira a farne parte, e quindi si vede costretta ad autoanalizzarsi, decomporsi in quella serie di categorie che dovrebbero definire l'oggetto, con la speranza di finirci, in una di queste. O corre il rischio, ben peggiore per gli altri, di inventarsi a bella posta un criterio di analisi che la contenga. Inoltre le categorie le deriviamo da processi induttivi, e quindi bisognerebbe aver letto moltissimo, se non tutto. E non è il mio caso. Leggo letteratura italiana contemporanea da pochissimi anni. Prima mi dedicavo quasi esclusivamente alla letteratura straniera, e alla saggistica talvolta. Per un paio di anni ho lavorato come commessa-libraia in una libreria della catena Feltrinelli, e ricordo che la narrativa contemporanea italiana in classifica ci arrivava poco e a stento. Altra cosa che mi affascinava, quando ero commessa-lettrice, era che la maggior parte dei nostri clienti erano donne. Davvero molte. E la maggior parte dei nostri scrittori erano uomini. Davvero molti. Io, con lo sconto dipendenti, me ne vedevo bene tra i nord americani, e prima ancora, come tutti, i francesi e i russi, e prima ancora, come molti, i greci, laddove e quando non ci si stava troppo ad arrovellare sui generi ma si leggeva e basta. Per me sedicenne la nuova narrativa contemporanea era Erri De Luca - sono nata nel 1974 - e Rossana Campo che mi faceva ridere assai. Posso piangere immantinente se ripenso a certi passaggi di Tu, sanguinosa infanzia di Mari. Trovavo molto sollievo nella vecchia narrativa contemporanea: Morante, Ortese, Arbasino, Busi, non chiedendomi assolutamente quanto fosse vecchia o dove trovasse una sua collocazione. Alcuni racconti di Anna Banti mi lasciavano con i ricci dritti sulla testa per lo spavento. Non ricordo quando è cominciata la nuova narrativa contemporanea, ero distratta a leggere. Forse quando Rosa Matteucci ha scritto Cuore di mamma (Adelphi), due anni fa, che è scalzante e apocalittico, di una cattiveria novissima rispetto al tema, o forse quando Diego de Silva ha scritto Non avevo capito niente (Einaudi), facendosi portavoce popolare del nuovo disagio italiano, ma soprattutto cambiando stile e lingua. Mi rifiuto difatti di pensare che avere già dei titoli in catalogo e i quarant'anni superati escluda dall'essere nuovi narratori. Comunque sia, tutta questa bella carriera di lettrice libera ha avuto il suo colpo di grazia nel momento in cui sono diventata scrittrice, e mi sono posta il problema dei canoni, della lingua, di cosa arrivasse di là, dopo che di qua c'ero stata io a scrivere la pagina. E questo, senza che io lo volessi, ha trasbordato dai miei piccoli e pochi libri per riversarsi sulla letteratura tutta e attaccare e attecchire proprio sul più vicino, il vicinissimo: la nuova narrativa italiana. Si chiama confronto. Quella cosa che si crede superata in quinta elementare, quella pedagogicamente sbagliata. Ma prima del confronto, era essa la diagnosi. Ho cominciato a vedere abilità e furbizia, mestiere o somma bravura, lì dove prima c'erano libri, storie e personaggi soltanto. Con il passare del tempo la situazione è peggiorata: dopo l'esordio, attraversando un bailamme di festival e fiere, incontri e premi, ho cominciato a conoscere di persona gli autori della nuova narrativa italiana. E da lì in poi è diventato un gioco enigmistico: li conosco, so come vivono e dove, le loro vite private. Non riesco più ad attribuire ai personaggi colori di capelli diversi da quelli del suo autore. E non vale l'assunto che Garboli portava per la Morante: di poterla meglio definire proprio perché la conosceva come le sue tasche. Per tanti motivi: il primo che mi viene in mente è che io non sono Garboli, e nessuno dei miei colleghi scrittori è la Morante. Aspetto il grande romanzo contemporaneo da Nicola Lagioia, ma la carica emotiva che metto in questa affermazione è la stessa di quando dico che mio figlio è un bambino meraviglioso. Può essere vero, ma non ho alcuna autorità per farmi credere, manco un briciolo. Ora, dopo aver 'consumato' due terzi dello spazioe per la premessa, tento un noiosissimo punto di vista dove mi si deve seguire per quello che affermo e non per quello che ometto: mi sembra di notare che i nuovi autori contemporanei si siano dedicati all'autofiction, che è un sistema generoso di far letteratura, ma consente pochi voli, invenzioni, storie che siano storie come fabulae (Scurati, Covacich, Piccolo, Bajani, Cavina, Genna di Italia de profundis). E anzi sono belli quesi libri, ci si trascorre un bel po' di tempo assieme senza pensare di averlo perduto questo tempo. Faccio un esempio dai libri di Pascale, rendendo noto un dubbio che gli avevo posto in conversazione privata (non me ne vorrà): l'ultimo libro di Pascale che mi è veramente piaciuto è stato La manutenzione degli affetti, lì Caserta non era Caserta e i Nappo erano la proiezione familiare di un mondo. C'era più trasposizione di quanto abbia fatto in seguito: gli altri libri sono degnissimi ma non mi hanno spaccato il petto per lo struggimento. Eppure ogni volta che io apro una sua pagina sento che la potenzialità e la potenza stanno riposando lì sotto da qualche parte. Eppure gli altri libri sono venuti quando anche io già scrivevo e pubblicavo, così che non sono davvero in grado di capire dove si sia verificata la cesura che sento. Mi sembra invece che mantengano quest'obiettivo, quello di trasportarti in altro luogo, farti saltar su dalla seggiola, le scrittrici donne. Hanno una capacità di allontanarsi dall'autofiction per vie traverse e strane, modi per smarrire la realtà nelle pagine: Strada provinciale tre della Vinci con la monolitica caparbietà della protagonista. Il giorno dell'indipendenza della Muratori con l'inverosimiglianza dell'intreccio. Senzaterra della Santangelo con la lingua monumentale e Accabadora della Murgia con l'epoca d'ambientazione. Noto ancora, come già Desiati in queste stesse pagine, che non esiste un grande romanzo così come ci spiegarono, a scuola, che erano fatti i grandi romanzi. Ma questo nuovo romanzo contemporaneo che non arriva, poi, preferendo tutti noi i racconti lunghi o i romanzi brevi (al punto che Lo spazio bianco spacciato dall'Editore con la mia supina acquiescenza come romanzo, mi pare chiaramente un racconto lungo anch'esso) perché mai dovrebbe arrivare? Mi faccio forte di una considerazione che Berardinelli ha offerto qualche giorno fa su Il Foglio. Quando ero una lettrice vera ho preferito i racconti di Buzzati al suo Amore, che sollievo scoprire che anche Pirandello ne scriveva, che Verga poteva stordirti in dieci pagine. Mio figlio frequenta una scuola materna che si chiama 'Lo cunto de li cunti': ci sarà un motivo, porca miseria. Se uno sente la mancanza de Le benevole di Littell, si vada a leggere Le benevole di Littell, dovesse tremarci il ciglio per I miserabili, esso è lì ancora. E ora basta. torno a leggere. Pardon, che lapsus: volevo dire scrivere." (da Valeria Parrella, La letteratura salvata dalle donne, "La Repubblica", 10/07/'09)
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mercoledì 8 luglio 2009
Le dieci storie più belle di sempre. Ecco come far leggere i bambini

"In Italia l'indagine non è ancora stata fatta, ma si può scommettere che i risultati sarebbero più o meno uguali a quelli registrati negli Stati Uniti. O forse anche peggiori, visto che da noi le vacanze scolastiche durano all'incirca tre mesi e non due come in America. Un interregno fatale, rivela la ricerca, per il cervello di bambini e ragazzi, in quanto la mancanza di esercizio mentale non soltanto abbassa il loro livello di lettura ma fa anche precipitare di un paio di punti il loro quoziente intellettivo. E se i figli delle classi alte più o meno riescono a salvarsi da questo infausto destino in quanto i genitori li iscrivono a corsi estivi o insistono perché si dedichino ogni tanto alla lettura, gli altri, lasciati per due mesi a televisione e playstation, vedono precipitare in modo significativo le loro capacità di apprendimento. Anche colpa delle vacanze, dunque — conclude l'indagine — se i percorsi scolastici degli alunni economicamente svantaggiati risultano così spesso peggiori rispetto a quelli degli studenti più abbienti.
Nicholas Kristof, editorialista del "New York Times", scandalizzato dai drammatici risultati della ricerca, ha sollecitato i lettori a tener lontani quest'estate i figli da tv e pc e a indurli, invece, a leggere, costi quel che costi. E per facilitarli nel compito ha fornito una lista dei — per lui — dieci più bei libri per l'infanzia, tra i quali, accanto a una serie di titoli da noi poco noti, si trovano le avventure di Harry Potter, Il piccolo Lord Fauntleroy o Il principe e il povero che, tra i romanzi di Marc Twain, egli considera appassionante almeno quanto Tom Sawyer.
Una analoga lista di libri per l'estate di bambini e ragazzi italiani potrebbe comprendere:
Emilio Salgari. «La tigre della Malesia» è sempre viva. Malgrado l'Oriente non sia più così misterioso, la serie dei pirati inventata dallo scrittore veronese continua a far sognare: parola di fan, figlia e sorella di fan nonché madre di fan.
Zanna bianca di Jack London. Come erano miserabili i cacciatori di pellicce e come erano intelligenti gli animali braccati, nel segno di un nobile animalismo ante litteram che i ragazzi di oggi apprezzano forse anche più di quelli di ieri. Per maschi, certo, ma se le rudi avventure estreme elettrizzavano le bambine antiche, figurarsi quelle moderne.
La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrell, scrittore ed etologo che, per la gioia particolare dei giovani lettori, ha raccontato con uguale umorismo i comportamenti strampalati, imprevedibili, un po' pazzi di familiari e animali.
La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl, tra i primi autori a capire che ai ragazzini piacciono — anche — l'horror, la paura e gli eroi malvagi (ma un po' ridicoli): non sempre solo storie etiche troppo melense per le nuove generazioni.
La serie di Harry Potter. Le avventure dell'apprendista mago piacciono ai bambini americani come a quelli italiani. E spesso rappresentano ciò che lo spinello rappresenta per la droga pesante: la porta d'ingresso dalla quale non c'è ritorno.
La serie di Geronimo Stilton, il sapiente topo giornalista di origine italiana che, incredibile ma vero, è riuscito, quasi, a fare le scarpe a un mitico topo americano.
La serie gialla del Battello a vapore perché, sulla falsariga di quel che succede tra i lettori grandi, anche tra quelli piccoli giallo e mistero conquistano sempre più.
Cipollino di Gianni Rodari, ma va bene anche un altro dei suoi tanti titoli, «alimento» quasi obbligatorio per i giovani lettori italiani, grazie alla perfezione dello stile che dà l'impressione di poter «bere» il libro in pochi lunghi sorsi.
Diario di una schiappa, irresistibile memoriale di un ragazzino sfigato a cui vanno tutte storte. Fino a un certo punto, però, perché poi c'è la rivincita che lascia sperare in un domani luminoso i tanti che si sentono, appunto, schiappe.
Ultima della lista, una personale passione infantile: La Primula Rossa, perché tra i tanti aristocratici malvagi e codardi della letteratura, mi consolava il protagonista, sir Percy, eccezione di nobile altruista e coraggioso, «resistente» contro la rivoluzione francese." (da Isabella Bossi Fedrigotti, Le dieci storie più belle di sempre. Ecco come far leggere i bambini, "Corriere della Sera", 07/07/'09)
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Starobinski: "Medicine per l’anima. Se le persone contano più dei farmaci"

"Il mio rapporto con la scienza è avvenuto in ambito medico, più specificatamente nell´ambito clinico. Ho fatto esperienza di pratica ospedaliera, ma non nei laboratori della ricerca di base dove le conoscenze biologiche si costruiscono con il supporto delle scienze cosiddette "esatte". Per cinque anni sono stato assistente in un reparto ospedaliero di medicina interna. Ho così avuto la possibilità di constatare, ancora alla fine degli anni Quaranta, come si morisse di poliomielite o di tubercolosi in un Paese benestante. Ho avuto la fortuna di poter somministrare i nuovi preparati che il progresso scientifico andava mettendo a nostra disposizione: antibiotici, corticosteroidi, antipertensivi, anticoagulanti, vaccini. Ho dunque toccato con mano come potessero cambiare i destini dei malati, come si arricchisse l´assortimento delle risorse terapeutiche disponibili, e come si allungasse l´aspettativa di vita. I cambiamenti ai quali ho potuto assistere nella mia vita mi hanno reso poco recettivo nei confronti delle svariate forme di contestazione nei confronti della scienza medica che si sono susseguite da allora.
Più avanti, nel 1957, quando sono entrato a far parte dello staff medico dell´Ospedale psichiatrico di Cery nei pressi di Losanna, ho assistito ad altri progressi ancora: la calma, nelle sale e nei corridoi, regnava da poco. Era tuttavia inquietante. La clorpromazina (disponibile nel preparato Largactil) si era rivelata un neurolettico efficace contro l´irrequietezza degli schizofrenici, solo che molti di questi malati, un po´ recalcitranti, cominciavano a evidenziare i sintomi di un Parkinson indotto dal farmaco, a riprova, impressionante, dell´importanza degli "effetti collaterali" in farmacologia!
In quegli stessi anni 1957-1958, raccolsi con i miei colleghi alcune osservazioni cliniche sulla recentissima terapia farmacologica della depressione: l´imipramina (Tofranil di Geigy) era appena stata immessa sul mercato e la sua efficacia era apprezzabile: i grandi depressi uscivano quasi miracolosamente dalla loro prostrazione. Tuttavia, questo farmaco ci obbligava a tenere rigorosamente sotto controllo i suoi effetti collaterali, perché con il ritorno della mobilità e dell´istinto a muoversi si assisteva a un risveglio degli impulsi suicidi. Insomma, per alleviare la sofferenza della depressione si sarebbero resi necessari ulteriori progressi. Nel caso specifico io contribuii prendendo parte a uno studio storico: nel 1958 avevo già pubblicato diversi testi di critica letteraria, ma la prassi accademica mi imponeva di pubblicare ancora un´ultima ricerca per ottenere il titolo di dottore in medicina. Lo feci, a partire dalla mia recente esperienza in ambito medico e dalla mia prima formazione in lettere classiche, redigendo una Storia della terapia della depressione, che fu pubblicata, fuori commercio, nella serie degli Acta Psychosomatica dei laboratori Geigy. Il mio studio riporta il sottotitolo Dalle origini al 1900. La restrizione della finestra temporanea può apparire enigmatica: perché mai fermarsi infatti alla data arbitraria del 1900? Perché lo studio dedicato alla storia recente della terapia della depressione era toccato a Roland Khun, che era stato lo scopritore dell´efficacia antidepressiva dell´imipramina. Nelle sue vesti di responsabile medico dell´ospedale psichiatrico di Münsterlingen (nel cantone di Turgovia), egli aveva accettato di sperimentare questa nuova sostanza che il laboratorio di produzione sperava potesse rivelarsi efficace in un ambito completamente diverso da quello della psicosi depressiva. L´attenzione, il metodo, l´intuizione clinica di Roland Khun lo portarono a scoprire la proprietà basilare di quel farmaco, che l´avrebbe fatto diventare – al pari di preparati analoghi – indispensabile nella pratica psichiatrica.
Per diverse ragioni, però, Roland Khun dovette rinunciare a scrivere la monografia. Nel frattempo, avevamo iniziato a comunicare per corrispondenza, diventando interlocutori e infine amici a distanza. Ciò che ho maggiormente amato in lui – e che mi pareva avere somma importanza nella pratica psichiatrica – era il modo col quale sapeva mettere in atto un approccio medico e psicoterapeutico completo, che interessava due aspetti intellettuali di ordini diversi ma complementari: da una parte la spiegazione scientifica, dall´altra una simpatia illuminata, ovvero una comprensione partecipe e riconosciuta derivata dalla riflessione.
Ho l´impressione di essermi trovato, all´epoca, a un crocevia molto trafficato, in corrispondenza del quale confluivano e si intersecavano molti itinerari di ricerca del secolo scorso. Roland Khun aveva scritto un interessante studio sul test di Rorschach e la percezione delle maschere da parte di alcuni soggetti sottomessi a quel test. Scrissi un resoconto su quello studio per la rivista Critique, diretta da Georges Bataille, perché la questione della maschera mi aveva interessato sul piano dell´espressione letteraria. Nello specifico, la mia attenzione era attirata dalle opere letterarie il cui intento dichiarato o il cui tema era la denuncia della menzogna e dell´inautenticità. Il mio primo progetto di saggio letterario, presentato al mio maestro e amico Marcel Raymond, si intitolò I nemici della maschera. Avevo in mente di parlare, in uno stesso volume, di Montaigne, La Rochefoucauld, Rousseau, Stendhal, Kierkegaard, Valéry. Più avanti vi aggiunsi Freud, non tanto come maître à penser, quanto come oggetto di studio. Nel caso di alcuni di loro, era doveroso ammettere che quegli amanti della verità non avevano esitato a ricorrere a pseudonimi, e che altri ancora si erano immedesimati in diversi personaggi della Storia o della finzione letteraria…Le mie opere si sono ampliate progressivamente e al contempo allontanate. Mio vivo desiderio era quello di analizzare, in modo quanto più aderente possibile al testo, il gesto dello "smascheramento", la sua messinscena, e soprattutto le illusioni che avevano potuto accompagnarlo. Caddi perfino in trappola, facendo di me stesso uno smascheratore di smascheratori. [...]
La ricerca scientifica ha dotato gli uomini di poteri immensi, ma ciò di cui la scienza in ogni caso non ci avverte è che uso convenga fare di tale potere, o da quale uso astenersi. La scienza non è in grado di dirci le motivazioni e gli imperativi morali che dobbiamo rispettare sia nella fase di acquisizione sia in quella di applicazione del sapere scientifico. Forse un giorno ci sarà uno scienziato che sulla base delle sue sole convinzioni personali ce lo comunicherà, ma in tal caso non sarà il sapere scientifico in toto a mettercene al corrente. Il concetto di "prossimo", per esempio, e l´imperativo di rispetto del prossimo non sono un prodotto della scienza, in quanto essa ci riporta unicamente dati di fatto, quantificati e verificati. Di conseguenza, l´imperativo del rispetto del prossimo assume tanta più importanza in quanto non è garantito da alcuna prova "oggettiva". Per ciò che concerne l´acquisizione del sapere e la sua applicazione, non deve essere lecito dichiarare «Faciamus experimentum in anima vili». Queste parole, presenti in un racconto del XVII secolo, sono proferite da un medico privo di scrupoli in un ospedale dove si curavano i poveri. L´umanista Muret, dopo averle ascoltate, esclamò: «Come se fosse stata miserabile l´anima per la quale Cristo non si è sdegnato di morire!». Queste parole non erano dettate dal sapere scientifico, perché la scienza stessa non ha argomenti per vietare l´abuso del suo potere. Conosco l´esclamazione di Muret perché Diderot, non credente, le cita a due riprese nei suoi scritti. Non resta che auspicare che siano quelle a costituire il punto di convergenza tra coloro che credono che Cristo è morto per tutti gli uomini e coloro che stimano che la Terra è in ogni caso il nostro solo e unico paradiso." (da Jean Starobinski, Medicine per l’anima. Se le persone contano più dei farmaci, "La Repubblica", 08/07/'09)
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martedì 7 luglio 2009
Storia del pianto di Alan Pauls

"Sorretto da uno stile raffinato e da una bella traduzione, il romanzo Storia del pianto (Fazi) di Alan Pauls recupera un momento cruciale della storia argentina, dal 1965 al 1976: due golpe militari, acuirsi di lotte sociali e politiche, inizio della guerriglia e rappresaglie feroci della triple A. Tuttavia, visti dagli occhi del protagonista, prima bambino sensibile e silenzioso, poi ragazzino confuso, gli eventi politici rimangono sullo sfondo, insieme con la tragedia personale del divorzio dei genitori, anche se le pagine dei fine settimana col padre, in una piscina di donne appassite e sole, hanno una forza notevole ... Così la storia di un'infanzia votata a non attirare l'attenzione, chiusa in attività solitarie, tra giornalini e telefilm di fantascienza, diventa quella di una progressiva perdita dell'innocenza, raccontata attraverso le cadenze di una storia fantastica: dalla primaria identificazione con Superman, di cui indossa un patetico costume, tentando di imitarlo per le scale - le braccia tese in avanti, in una rozza simulazione di volo - fino a ravvisare nei militari, che riempiono le strade, gli alieni di Invaders, che immagina emergere ogni mattina da capsule di vetro, con il loro aspetto assolutamente impeccabile, la pulizia meccanica dei loro gesti, il passo sincronizzato quando camminano in coppia ... Naturalmente, come per tutti i bambini che vivono nel clima angoscioso delle catastrofi del mondo dei grandi, cresce nel piccolo protagonista una personalissima concezione del mondo: prima di tutto, esiste il Dolore che lascia annichiliti, come per la kryptonite che sbaraglia Superman; in secondo luogo la Felicità si costruisce regolarmente intorno a un nucleo di dolore intollerabile, una piaga che si può forse dimenticare, eclissare o ingentilire fino a renderla irriconoscibile, ma non si potrà mai cancellare; terzo cardine di questa infantile visione della vita è la Vicinanza che risiede nell'orecchio, nella capacità di sapere ascoltare. E di tale vocazione all'ascolto, che il bambino si ritrova, approfittano tutti - madre, nonni, la domestica, il misterioso vicino militare - riversando in lui segreti che lo inondano di una specie di stupefatto terrore. Da qui, attraverso una lunga serie di esperienze - l'incontro con il cantautore di protesta tornato dall'esilio e con l'oligarca torturato, l'incendio del palazzo della Moneda di Santiago de Chile, la rottura con la fidanzatina di destra, la lettura di riviste clandestine - nasce poco a poco il rifiuto per quei valori che gli sono stati inculcati e a cui ha ubbidito come un soldatino obbediente; valori rappresentati dal padre, di cui tutto all'improvviso gli appare stantio, viziato dal particolarissimo e tossico tanfo dei cibi andati male. E' un'ineluttabile iniziazione alla nausea; e, come corollario, ecco l'impossibilità di piangere, insieme alla voglia di far piangere gli altri. Attraverso le spesse penombre della memoria infantile, emergono allora vaghe scene di crudeltà e di morte, notti piene d'echi, doveri immotivati, sensibilità incongrue e, soprattutto, il ricordo dello strano vicino militare, che sa cantare canzoni, che porta baffi falsi, che sa - unico tra tutti gli adulti - carezzare le spellature delle dita del protagonista - che il bambino si procura tuffandosi in piscina, per toccare le fauci aperte del polpo dipinto sul fondale - e leggervi il segreto del dolore. E allora, per il nostro, arriva un feroce risveglio: come se la persona dormiente nel famoso quadro di Fussli si tirasse su all'improvviso e vedesse il volto animalesco del succubo, che la comtempla fra i lembi del cortinaggio." (da Laura Pariani, Iniziazione alla nausea, "Il Sole 24 Ore Domenica", 05/07/'09))
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lunedì 6 luglio 2009
L'epoca geniale di Bruno Schulz

"Leggere i racconti di uno dei più grandi scrittori del Novecento attraverso gli occhi di uno scrittore contemporaneo di rara sensibilità: questo ci offre la raccolta L'epoca geniale. Il primo era l'ebreo polacco Bruno Schulz, il secondo è l'ebreo israeliano David Grossman. Il primo pubblicò due libri celeberrimi: Le botteghe color cannella e Il Sanatorio all'insegna della Clessidra, dopodiché venne trucidato dai nazisti in circostanze ancora oggi non del tutto chiare. Il secondo ha scoperto il primo dopo aver scritto il suo romanzo d'esordio, Il sorriso dell'agnello, e da alora lo ha eletto a proprio maestro. Dedicandogli in Vedi alla voce: amore un ritratto assieme fantastico e reale, che fa rivivere l'idea dell'epoca geniale di cui Schulz parla nei suoi scritti. A cosa allude quell'idea? Allude a un tempo mitico in cui le nostre potenzialità immaginative non sono ancora ingabbiate da un ordine sociale asfittico, scialbo. In cui non sono soggette all'opacità della routine e al fantasma della noia. E dunque viaggiano libere, a briglia sciolta, in una fanciullesca frenesia che accoglie con febbrile eccitazione lo spettacolo inesauribile e incontrollabile del mondo. L'epoca geniale è l'età dell'infanzia, dell'inizio. Soltanto tornando alla sorgente, si possono abbattere le sbarre che tengono l'universo 'ermeticamente chiuso, murato nel suo significato'. Il protagonista del racconto andrà incontro con baldanza a quell'inondazione vitale che lascia beati e tramortiti. Che fa piangere di 'felicità e impotenza'. E proverà a restituire quell'esperienza travolgente, grazie all'uso dei colori: 'azzurri così intensi da mozzare il respiro con un brivido di paura', 'verdi più verdi dello stupore'. Schulz, la cui creatività si espresse anche nel disegno, si trovò a insegnare per l'appunto disegno e applicazioni tecniche. Ma ben presto si convinse che attraverso quella materia non avrebbe mai guadagnato il rispetto degli alunni. Così prese a raccontare storie magiche e misteriose, 'come se disegnasse con le parole'. Gli andirivieni e gli scarti, del resto, furono frequenti nella sua tragica vita. Non a caso Grossman, nel romanzo Vedi alla voce. amore, lo spingerà ad unirsi a un branco di salmoni. Perché i salmoni incarnano l'istinto del vagabondaggio. Il che - afferma lo scrittore israeliano - ricorda in qualche modo l'ebraismo. Ma prima ancora perché l'opera di Schulz, come accade ai salmoni, torna sempre all'origine, alla sorgente primaria. A quella supposta epoca geniale, 'in cui sussisteva l'ardente speranza di un significato, di una spiegazione, della convinzione che la vita potesse esere ricreata grazie alla forza dell'immaginazione, della passione, dell'amore'. Leggere questi meravigliosi racconti dimostra una volta di più l'inesauribile forza della letteratura, capace di rigenerarsi di continuo. Di riscaldare il cuore e la mente del vecchio e del nuovo lettore. E assieme di offrirsi come luminoso testimone per l'opera di un altro scrittore." (da Franco Marcoaldi, Il verde stupore dell'infanzia, "Almanacco dei libri", "La Repubblica", 04/07/'09)
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Non succede mai niente di Josè Ovejero

"José Ovejero lo sa, che non è vero: a dispetto del titolo del suo ultimo romanzo, Non succede mai niente, nelle nostre vite, per quanto ordinarie, accade sempre qualcosa, qualcosa prima o poi turba le nostre esistenze, perfino nei momenti che sembrano più abitudinari e sono invece tenuti spesso in piedi da muri di silenzio e ipocrisia. E Ovejero è come sempre bravissimo a scavare in quei momenti e in quelle vite, fornendoci un riuscito esempio di analisi riflessiva della realtà immediata attraverso la letteratura, di esplorazione dei rapporti umani sullo sfondo della rabbiosa evoluzione della società. Stavolta lo scritore spagnolo trapiantato a Bruxelles racconta la storia di una coppia della classe media che vive nei dintorni di Madrid. [...] Nessuno dei personaggi di José Ovejero è mai esattamente come appare: come nella vita vera, restano spesso fuori dal romanzo molti elementi che potrebbero definirli meglio, così come è sfuggente il loro futuro. E' anche per questo che quei personaggi sono così vivi e solidi, costruiti con un'attenzione rara, da acuto osservatore dei comportamenti umani. Ed è per questo (per questo particolare realismo che ha portato alcuni critici ad accostare Ovejero a Baroja) che il lettore è costretto a mettersi in gioco, a inoltrarsi a tentoni nella nebulosa delle loro esistenze, a cercare di catturare nella narrazione indizi che gli facciano comprendere meglio quelle vite. Alla fine, quasi senza rendersene conto, avrà imparato molto sulla società che lo circonda e sugli uomini e le donne che la abitano." (da Bruno Arpaia, Da vicino nessuno è banale, "Il Sole 24 Ore Domenica", 05/07/'09)
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Manoscritti ritrovati

"C'è un modo per vedere come è nata la letteratura italiana. Ed è quello di andare in una delle biblioteche che a Firenze, Londra, Parigi, New York o in qualche altro posto del mondo conservano, nel buio di un armadio blindato, le carte su cui gli scrittori hanno composto le loro opere. Chi ha avuto la fortuna di farlo, difficilmente lo dimentica. Perché in quelle carte, fitte di ripensamenti e cancellature, è possibile vedere una cosa che la storia il più delle volte cancella: il dubbio e la ricerca che sta dietro alla quiete apparente dei classici. La ventina di fogli gelosamente custoditi nel caveau della Biblioteca Vaticana in cui Petrarca ha abbozzato il suo Canzoniere sono, in questo senso, una testimonianza emozionante. In quel fascicolo arrivato miracolosamente fino a noi vediamo Petrarca dialogare con se stesso in latino mentre è al suo tavolo di lavoro: notare le ripetizioni di un avverbio in un giro di versi (attende 'più' 'attenzione al più'), compiacersi per una scelta felice (hic placet), registrare il tempo di scrittura (nocte concubia) o le banali interruzioni (vocor ad cenam). Nessuna tra le letterature moderne può allungare tanto lo sguardo a fondo nelel proprie origini e allo stesso tempo vedere nascere una così alta realizzazione di se stessa. Anche perché non si tratta di una testimonianza unica: sempre in Vaticana è conservato un manoscritto con la Commedia di Dante che Boccaccio ha donato a Petrarca. Si tratta di un codice che - per la sua storia - sembra racchiudere in sé l'essenza stessa della letteratura italiana. Non solo unisce idealmente le 'tre corone' ma è poi passato nelle mani di colui che più di tutti ha contribuito alla loro promozione come modelli di lingua. Sarà infatti sul tavolo del giovane Pietro Bembo alle prese con il testo della prima edizione tascabile della Commedia di Dante, stampata nel 1502 da Aldo Manuzio. Sappiamo bene che in un Paese profondamnete diviso come il nostro, la letteratura è stata il primo laboratorio di una comune identità culturale. [...] Questo patrimonio di autografi disseminato in archivi e biblioteche del mondo ci mette in contatto con il farsi stesso della letetratura italiana. Ma non riguarda che un aporzione limitata dei testi che normalmente leggiamo: di molte opere non ci resta alcuna testimonianza autografa; di altre, abbiamo solo frammenti. Fortunatamente le copie ci permettono di ricostruire ciò che manca. E se molto è stato perduto (o non ancora ritrovato), altro - di certo - attende di essere riconosciuto. Anni fa Vitore Branca raccontò proprio su questo giornale la storia di un codice del Decameron, conservato a Berlino, che insieme a Pier Giorgio Ricci era riuscito ad attribuire definitivamente alla mano di Boccaccio. Simili acquisizioni cambiano radicalmente la nostra lettura dell'opera. Anche per questo, ogni volta che accadono, la mente di tutti va subito altrove: all'autografo della Commedia di Dante, santo Graal della nostra letteratura. Di quelle carte si sono perdute le tracce da secoli: non un rigo scritto da Dante è arrivato sino a noi. L'ultimo che dice di averne visto la scrittura, Leonardo Bruni, ai primi del Quattrocento la descrive così: 'Era la lettera sua magra e lunga e molto coretta, secondo che io ho veduto in alcune epistole di sua propria mano scritte'." (da Matteo Motolese, Manoscritti ritrovati, "Il Sole 24 Ore Domenica", 05/07/'09)
I manoscritti della Commedia
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sabato 4 luglio 2009
Ora per vendere i classici ci vogliono sponsor 'giovani'

"Da qualche anno ormai, in Italia, il recupero del classico, la ricerca affannosa
nel catalogo storico, inteso sia in termini estetici sia storici, è
diventato un tipo di operazione diffusa in collane riadattate per l'occasione, o del tutto rifondate. Se alcuni piccoli editori, pensiamo a Passigli, a Robin, a Frassinelli, hanno fatto della ristampa dei classici delle letteratura la loro principale vocazione, presso i grandi editori, sempre di più, si stanno aprendo cantieri dove ricostruire, per quanto possibile, dopo lungo abbandono, il tanto odiosamatocanone. Tutti quegli editori, dunque, che possano vantare un catalogo, se non storico almeno di una qualche durata, si sono posti la questione di come rivalutare, quando possibile, collane o singoli testi, che avessero qualità o passati illustri. E' così che li vediamo correre a perdifiato a ripubblicare un Charles Dickens con tanto di fascetta attorno alla copertina e volto d'attore in costume perché ne è stato fatto adattamento per il cinema o una serie a puntate in tv. Magari capita anche un Henry James semplificato, una sorella Brontë tutta in veste sentimentale, una George Sand misconosciuta, fino ad arrivare, nel Novecento, a Richard Matheson (quello di Io sono leggenda) che ora è declinato in tutte le sue possibili varianti, fantascientifiche e dopatissime. Aspettiamo adesso, dopo il film di Jane Campion, una reprise del carteggio tra John Keats e Fanny Browne in versione tardo romantica che taglierà via, naturalmente, tutti gli aspetti più materiali del loro contrastato rapporto. Quando invece non si trovano ragioni esterne trainanti, alcune case editrici, montanoil cosiddetto «caso» che, in verità, altro non è che un aggancio ad una tradizione di genere. E' successo a Somerset Maugham ripescato dopo almeno vent'anni da Adelphi: a cascata, ne è discesa l'edizione minuziosa e capillare di ogni suo minimo scritto per altri editori. Con successo la Bur Rizzoli ha provato, ma sembra che l'esperimento si sia già concluso, a riportare in luce scrittori e scrittrici molto noti nella loro epoca ma poi insabbiati dal cambiamento di rotta delle mode che li aveva eletti (Maeve Brennan e Mavis Gallant) inserendoli nel gusto per i personaggi eccentrici e consumati dalla vita, quel gusto cioè che predilige l'impasto tra vita e opere, come si diceva una volta, oltre il puro piacere della lettura. E poi, naturalmente, e per fortuna, ci sono le ristampe, quelle che vanno in automatico e che consentono ancora, nonostante tutto, di rintracciare per poche lire adeguatamente introdotti e annotati, con tanto di apparati biobibliografici, i grandi classici - e cioè i riconoscibilissimi Classici Garzanti, Oscar Mondadori, Bur, Universali Feltrinelli - dalla vita parallela, quella umile da grande tiratura, dove ancora le traduzioni risalgono al dopoguerra con buona pace di tutti, editori e lettori. Solo un editore raffinato come Quodlibet da Macerata (che gode di un comitato scientifico composto da Gianni Celati, Paolo Nori e Ermanno Cavazzoni) si può permettere il lusso di riproporre, intesa vecchia traduzione dell'Oneghin di Ettore Lo Gatto. Ma un simile episodio è in vera controtendenza rispetto al sentire degli editori più grandi: un classico, ormai (se non è inquadrato nelle letture scolastiche obbligate, se no nè compreso nelle liste dei libri da leggere per l'estate che ogni fine anno, alla chiusura delle scuole, i professori si scambiano pressoché immutate di generazione in generazione), si pensa fatichi a fare la sua strada, si perde, inciampa, finisce per non essere più ristampato, né dal suo primigenio editore né da altri, sballottato tra diverse collane, quando va bene, per la volontà di un singolo editor che coraggiosamente ci vuole provare ancora (pensiamo alla tragica vicenda dell'edizione di Georges Perec in Italia, pubblicato dapprima da Bollati Borighieri, poi da Bompiani e, da ultimo, rieditato a singhiozzo da Einaudi in una collanina collaterale, per fare un solo esempio).
E dunque, pensano ancora gli editori, sono necessarie delle sirene, degli specchietti per le allodole, delle strategie di mercato, per provare a rinverdire nomi che appaiono ammuffiti, in odore di abbandono. Uno di questi espedienti consiste nel creare un cortocircuito tra antico e moderno, accostando ad un autore classico uno scrittore contemporaneo che abbia il compito solenne di rifuggire qualsiasi intento pedagogico dalla sua prefazione. Piuttosto, allo scrittore di grido, si richiede una nota seducente, una chiosa evocativa, un cammeo autobiografico. Farà gioco la stringata quarta di copertina firmata da Andrea Bajani a Mark Twain? Quante copie riuscirà a guadagnare in più Melania Mazzucco firmando due righe di accompagnamento a Edith Wharton? E Simona Vinci, introducendo Alice nel paese delle meraviglie, farà sul serio la differenza? Joseph Conrad ha bisogno di Dacia Maraini per essere considerato «un grande scrittore»? L'emerita e mai abbastanza lodata Bur, ha poi deciso per festeggiare i suoi sessant'anni di vita, di utilizzare, in nuovo formato tutto colore, i titoli più prestigiosi del catalogo e di farli accompagnare da prefazioni ad hoc di noti intellettuali contemporanei. Se alcune accoppiate funzionano (Stendhal/La Capria; Campanile/Severgnini per citarne alcune) altre sono invece meno efficaci (Aristofane/Costa; Belli/Celestini). Certo però l'iniziativa è esemplare rispetto ad un fenomeno che ha ancora i tratti della sporadicità ma che, anche sulla scia delle operazioni popolari (e molto seguite) condotte dalla Newton Compton, sarà presto imitata da molti." (da Camilla Valletti, Ora per vendere i classici ci vogliono sponsor 'giovani', "TuttoLibri", "La Stampa", 04/07/'09)
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Brooklyn di Colm Toibin

"E’ impossibile per chiunque abbia fresco nel ricordo il recente capolavoro di
Colm Tóibín The Master (recensito su Tuttolibri l’8 gennaio 2005) non pensare che l’odierno suo ultimo romanzo Brooklyn non sia un omaggio deliberato a certi argomenti e anche alla maniera di Henry James. Proprio come, mettiamo in Ritratto di signora, la protagonista è una giovane donna sola, molto perbene ma inesperta della vita, ingenua sia quando si fida sia quando non si fida del prossimo, spaesata dal contatto con le maniere di una civiltà oltreatlantica apparentemente simile ma in realtà profondamente diversa da quella dov’è cresciuta. Pur comportandosi sempre in maniera moralmente corretta, questa giovane alla fine finisce per trovarsi esclusa da una felicità che pur avrebbe avuto ogni motivo di aspettarsi; esclusa nemmeno lei sa perché - non, almeno non principalmente, per le manovre di qualche persona malvagia - la sua unica colpa essendo la propria innocenza e le presunte aspettative altrui che si sente in dovere di soddisfare. Le differenze tra l’eroina di Tóibín e quella del Master sono di epoca - non l’Ottocento, ma i bui primi anni millenovecentocinquanta; di censo (le varie Isabel Archer, Milly Theale eccetera sono ereditiere, e anzi la loro disdetta viene proprio dal patrimonio che posseggono ma che non possono veramente controllare, mentre Eilis Lacey lotta per la sopravvivenza); e geografiche, quelle sono americane in Europa mentre Eilis è una irlandese in America. Jamesiano è tuttavia il procedimento: una descrizione di luoghi e di episodi accuratissima, una percezione di sfumature nei rapporti quasi soprannaturale, con cui senza bisogno di commenti o di prese di posizione si costruisce implacabilmente la tela di ragno che avviluppa e alla lunga soffoca la vittima. Eilis Lacey dunque vive con una sorella maggiore e una madre vedova in una cittaduzza dell’Irlanda meridionale; i fratelli sono emigrati in Inghilterra dove fanno gli operai. Estroversa, popolare, ma nubile, Rose lavora e mantiene tutte e tre, mentre Eilis deve accettare come una grazia l’umiliante impiego domenicale come commessa nello spaccio del luogo. Un energico prete di passaggio decide di risolvere la situazione di Eilis, cui trova lavoro e alloggio presso la comunità di Brooklyn che praticamente dirige. La traversata è un incubo per la ragazzetta sola e smarrita - tutti vomitano in preda al mal di mare ma le sue vicine di cabina hanno barricato la toilette - né sono meglio i primi tempi da pensionante con altre femmine più emancipate ma volgari, presso una burbera affittacamere irlandese come tutti. Al grande magazzino di indumenti dov’è stata assunta in prova, con orari da schiavi, le chiedono di sorridere incessantemente, il che la poverina fa lottando contro la propria malinconia. Però riga dritto, studia contabilità durante le poche ore libere, non si concede svaghi e non conosce nessuno, finché non incontra un italiano che si finge irlandese per socializzare.
Questi la corteggia con discrezione, e ben presto la conquista, o piuttosto la travolge. Accade però la tragedia. A casa la sorella muore improvvisamente,
Eilis si sente in dovere di tornare, almeno per un breve periodo. Per paura di non rivederla più, il corteggiatore italiano la convince a sposarlo prima di imbarcarsi. Ma una volta in Irlanda, Eilis si scopre diversa ... adesso emana il fascino misterioso della donna vissuta, i giovanotti del posto non la ignorano più, riceve anche delle offerte di lavoro interessanti. Proprio come per un’eroina di Henry James, noi spettatori muti abbiamo a questo punto il sospetto che farebbe meglio a rimpatriare, a diffidare delle promesse sempre ambigue dell’altro continente. Ma non sarà troppo tardi? E in ogni caso si rende conto, lei, di come le cose stanno davvero? Riuscirà a controllare il proprio destino? Ottima la traduzione, anche se sospetto che il Nathan dal quale Tony vuole far pranzare Eilis non sia un suo amico, bensì il famoso ristorante di Coney Island." (da Masolino D'Amico, Com'è sola la donna d'Irlanda, "TuttoLibri", "La Stampa", 04/07/'09)
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Libri per ragazzi: addio vecchio Salgari, spazio alla Rowling

"Salgari? 'Con le sue storie di Sandokan, i suoi corsari rossi e neri, le sue storie del Far West è ormai 'di una lentezza estenuante'. Stevenson? 'Con L'isola del Tesoro ha scritto uno dei capisaldi della letteratura mondiale dell''800, ma è maledettamente lento'. Anche Tom Sawyer, 'che pure contiene bellissime pagine d'amore per bambini e riporta momenti di altissimo livello narrativo, è lento'. Jules Verne? 'Non va più, la fantascienza è superata'. Dei classici della letteratura per ragazzi, l'unico libro che si salva è Pinocchio, 'dotato come è di una rapidità espressiva unica'. Non ha esitazione Roberto Denti, 85 anni, fecondo scrittore per ragazzi, fondatore, 37 anni fa, insieme con la moglie Gianna Vitali, della prima libreria italiana interamente dedicata ai ragazzi, La Libreria dei ragazzi di Milano, di cui ancora oggi lui e la moglie sono l'anima, nel dichiarare che la letteratura dei più giovani è nuovamente a una svolta. Cartoni animati, Tv, cinema, hanno abituato tutti noi a vivere una grande quantità di emozioni contemporaneamente e in tempi rapidissimi. 'In un minuto di cartone – spiega Roberto Denti - succede quello che richiederebbe quattro-cinque minuti se venisse rappresentato su una scena, e ancor più tempo se fosse letto dalla pagina di un libro. Del resto – osserva ancora - , chi oggi tra gli adulti, a parte gli addetti ai lavori, si legge più Maupassant, Zola, Flaubert? Ci vuole tra l'altro anche una struttura culturale notevole alle spalle. Così è per i ragazzi. Per 50 anni, generazioni di maschi italiani sono cresciute leggendo Salgari, e generazioni di ragazze si sono identificate nelle protagoniste di quello splendido e fondamentale libro che ha insegnato loro a stimarsi almeno un po' di più, che è Piccole donne. Ma chi li legge più oggi? Anche Pippi Calzelunghe, che pure è più recente, è ormai un testo lento. I libri di oggi hanno un ritmo narrativo assolutamente diverso'. Quali sono i nuovi autori che si fanno avanti per ragazzini e ragazzine? Quali sono i nuovi classici? 'Posto che pochi libri si possono imporre in assoluto come classici perenni, citerei Roald Dahl, inglese, lo scrittore più significativo del secolo scorso, autore di libri di successo come Le Streghe o GGG; Philip Pullman, uno dei più grandi scrittori contemporanei, Bianca Pitzorno, la premiatissima scrittrice inglese Jacqueline Wilson e ancora J. K. Rowling che con Harry Potter ha risposto al bisogno di magia che c'è nei ragazzi, come in tutti noi. La Rowling ha portato la magia nella Londra di oggi, l'ha resa attuale. Questa è una grande abilità'. Estate, tempo di vacanze da scuola e di letture da proporre ai figli, almeno a quelli che leggono. Ma, persi tra una marea di titoli, i genitori spesso non sanno come orientarsi e più che altro si sentono sconcertati. C'è un criterio guida, una bussola che li possa aiutare a scegliere bene i libri per i loro figli? 'No. Nessuna bussola. Bisogna avere pazienza, cercare di conoscere gli autori e i gusti dei ragazzi. Perché si tratta di adulti che comprano libri per i loro figli, i cui gusti magari non conoscono neppure tanto bene. Ci vorrebbe competenza. Poi i ragazzini hanno i loro momenti psicologici differenti. Un libro magari amato da tutti gli amici, a nostro figlio può non piacere in quel particolare momento. Non bisogna insistere, l'errore è spesso questo. Magari per lui è solo il momento sbagliato. Gli si può proporre altro'. E se il figlio amasse solo leggere testi molto popolari tra i ragazzi, come Geronimo Stilton, che fare? 'Se Stilton gli piace, va bene che lo legga. Il genitore però gli proponga anche altri libri. La chiave è questa'. Che motivazione trovare per convincere i ragazzi a leggere?
'Nessuna. Serve solo l'esempio. L'esempio di genitori che leggono, che parlano di libri tra di loro, l'esempio di amici che leggono. L'esempio è apprendimento'. La scuola media propone Calvino. Le sembra giusto? 'No, perché è uno scrittore per adulti e dunque spesso non è apprezzato dai ragazzi. Il rischio è che i ragazzi finiscano per non affezionarsi alla lettura e per non leggere Calvino nemmeno quando saranno grandi: e questo è davvero un peccato. E poi, la scuola non deve chiedere esercitazioni sul testo. I ragazzi non devono diventare tutti dei Benedetto Croce. Dei libri sarebbe meglio che i ragazzi parlassero spontaneamente, perché ne hanno voglia. Perché il libro è piaciuto, piuttosto che per didattica. Perché il libro è libertà. Io comunque ricordo sempre a tutti quello che dice Daniel Pennac, e cioè che il verbo leggere non sopporta l'imperativo"." (da Antonella Moro, Libri per ragazzi: addio vecchio Salgari, spazio alla Rowling, "Il Sole 24 Ore", 25/06/'09))
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venerdì 3 luglio 2009
Perché scrittori quali Virginia Woolf e Baudelaire, Nabokov e Pasolini hanno vissuto l´arte come maledizione

"Il titolo - Anime estreme - mi attira. In più in copertina c´è il volto della mia amata Virginia Woolf. Apro il libro di Manuela Maddamma (Vallecchi) con curiosità. A volte i libri mi vengono incontro così, per imprevedibili itinerari. A volte capita, per via di mistiche congiunzioni astrali, che finisca sul mio tavolo un libro che non ho cercato e ora è lì. E si impone. Questo definisco "mistico" - la scoperta che segretamente quel libro si intona e si accompagna con l´altro che sto leggendo, e ho cercato. E in un certo senso me ne dà la chiave. E mi aiuta a dipanare il pensiero che in quel preciso momento mi domina. Succede.
Stavo leggendo Louise Bourgeois, gli scritti e interviste che Marie-Laure Bernadac e Hans-Ulrich Obrist hanno con amorevole cura raccolto in volume, e Marcella Majnoni e Giuseppe Lucchesini con grande perizia tradotto per Quodlibet. Anche in questo caso, lo confesso, mi aveva affascinato il titolo che recita: Distruzione del padre. Ricostruzione del padre, Scritti e Interviste 1923-2000.
Non che Manuela Maddamma parli di lei, di quella grande artista che è Louise Bourgeois, ma potrebbe averlo fatto, chissà forse in futuro lo farà. Perché Louise Bourgeois ha senz´altro un´anima, ed è senz´altro estrema. "Estrema" è un aggettivo che mi piace, un aggettivo che dona al sostantivo a cui si lega una particolare intensità. Perfino lo sport, se estremo, acquista una carica eroica. È in questa tonalità che lo riprende Manuela Maddamma, quando riflette sugli aspetti mistici e religiosi dell´opera della beneamata Cristina Campo; o quando legge l´adorata Virginia Woolf, insieme con la sublime Anne Sexton e la più giovane Sarah Kane - tre donne artiste assai diverse, ma senz´altro unite da un fervore speciale, da uno slancio creativo che le rende acrobate capaci del salto estremo, se così si può definire il suicidio: un salto verso l´aldilà a venire, quasi una fame le spingesse a conoscere anzitempo quell´ignoto. Slancio estremo, ripeto, in cui si esprime il loro proprio élan vital. Naturalmente, v´è un che di romantico nel fascino che si prova davanti a vite estreme. Ma a me non disturba, un certo romanticismo di questi tempi bui. E neppure il culto della personalità - quando lo si tributi a questi che sono senz´altro geni, super-uomini e super-donne, che sanno vivere la propria esistenza a tale grado di calore. Nel libro di Maddamma si chiamano Kawabata, Pasolini, Nabokov, August Strindberg Maurice Sachs, Baudelaire. Più semplicemente, li potremmo chiamare artisti, e proprio in quanto impegnati nell´atto della creazione, esposti alla sua maledizione. O al suo privilegio. «Quel che mi ha motivato, e mi motiva, è la consapevolezza che essere artisti è un privilegio», afferma Bourgeois in conversazione con Robert Storr, il curatore del Museum of Modern Art di New York. Bourgeois non ha nessuna idea "romantica" del suo dono. Sì, è una maledizione, perché "sequestra" la vita. Ma è anche, insiste, una benedizione, una consolazione. «Quello che faccio», osserva, «mi costa fatica». E ha molto a che fare «con la mia capacità di sopportare le privazioni». E parla piuttosto di "disciplina". «Si è forgiati da ciò cui si resiste e dai fallimenti». Pensiero che l´avvicina a Virginia Woolf, quando si chiede: io sono io per tutto quello che ho fatto e mi è riuscito? O per tutto ciò che ho provato a fare, e non mi è riuscito? E inclina piuttosto per la seconda ipotesi.
Creare espone a questo salto nel buio. Creare non è sistemare in buon ordine tutto quel che ci riesce di fare e farlo al meglio. Non è quell´attività di bricoleur o bricoleuse che pure dà tanta soddisfazione, e con cui si soddisfano in molti sedicenti artisti. È piuttosto la "capacità negativa" di keatsiana memoria di incontrare il punto vuoto della propria capacità. Direi, della capacità umana.
Louise Bourgeois lo formula così: «Voglio essere padrona dei miei guai». Addirittura misura la propria crescita di artista in questi termini: «Il mio lavoro giovanile è paura di cadere. Poi è diventata l´arte di cadere. Cadere senza farsi male. Infine l´arte di non mollare». Affermazione che acquista tanto più valore, se messa accanto a un´altra dichiarazione: «Una donna non ha spazio come artista finché non ha ripetutamente dimostrato che non si lascerà eliminare». Quanto al padre, alla sua distruzione e ricostruzione, accennate nel titolo, c´entra con quel che muove la figlia Louise al suo destino? C´entra, io credo, con la confessione di Louise quando rivela: «Rompo tutto quello che tocco perché sono violenta», «rompo le cose perché ho paura e passo il tempo a ripararle». Oppure quando dice: «Sono sadica perché ho paura». Ha questo titolo - La distruzione del padre - un´opera di Louise Bourgeois del 1974. Un´opera che lei stessa definisce «molto cruenta», un gesto di "rivolta" contro chi ama di più. Vi campeggiano il tavolo da pranzo e il letto. Il letto dove si è nati, dove si muore. E il tavolo dove i genitori tormentano i figli perché mangino. Finché i figli si arrabbiano, prendono il padre, lo stendono sulla tavola, lo spezzano, lo smembrano, lo divorano. La ricostruzione del padre, per quanto io sappia, non allude a un´opera che Louise abbia dedicato al genitore. È forse però il titolo sotto cui potremmo rubricare tutto il suo lavoro, forse la somma totale del suo corpus artistico, che sfocia in un nome, che non è più quello del padre, ma il suo proprio: Louise Bourgeois. Un nome inventato, frutto cioè, dell´invenzione.
Alla figura del padre restauratore di arazzi, l´artista più volte ritorna in questi scritti. Al suo «amore severo». Torna alla madre in un´opera che le è dedicata, She-Fox del 1985, dove rappresenta se stessa come una figurina piccolissima, accoccolata sotto la zampa sinistra della statua in marmo nero. «Quell´esserino sono io», afferma. E continua: tutto quello che faccio è stato ispirato dai miei primi anni di vita. Tutti i miei lavori, tutti i miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia. La mia infanzia non ha mai perso la sua magia. Il suo mistero. Il suo dramma. Si riconosce presa nel triangolo famigliare, alla stessa maniera in cui Virginia Woolf - nel suo più bel romanzo, Al Faro - si ritrova posseduta dai fantasmi parentali. È il loro modo di affermare una verità niente affatto regressiva, né tantomeno infantile; e cioè, che la mente nell´atto di creare è sempre nel punto d´inizio. E dunque tutto sempre ricomincia daccapo, e sempre medesimo è il trauma. Il trauma di nascere, il trauma di dare la vita.
Ultimo libro a cadere nella rete di serendipity, nella trama di inattese e piacevoli scoperte di parentele che si sono tessute quasi a mia insaputa intorno al pensiero, o piuttosto alla preoccupazione di come l´anima possa raggiungere stati estremi, è Deliri di Antonella Moscati (Nottetempo). Con intelligenza, ironia e lucidità l´autrice racconta stati d´animo "estremi"; eccessi di sensibilità, scatti di tracotanza che sviluppano in slanci in altezza, cui non può seguire che lo sgomento della caduta. Bellerofonte in groppa a Pègaso e in lotta contro la Chimera è un´immagine che ci offre la filosofa. E noi capiamo: perché chi di noi non l´ha provata quell´ebbrezza dell´ascensione, e il senso di vertigine? Perché tutti abbiamo un´anima. A volte estrema." (da Nadia Fusini, Lo sguardo estremo. Quando creare ci espone al salto nel buio. Perché scrittori quali Virginia Woolf e Baudelaire, Nabokov e Pasolini hanno vissuto l´arte come maledizione, "La Repubblica", 02/07/'09)
Sculpture in the Age of Doubt di Thomas McEvilley (da GoogleBooks)
Fantastic Reality di Mignon Nixon, Louise Bourgeois (da GoogleBooks)
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mercoledì 1 luglio 2009
La realtà della finzione. Il vero e il falso in letteratura

"Proprio perché ci parla di cose inventate, che pertanto non si sono mai verificate nel mondo reale, una asserzione romanzesca dovrebbe sempre essere falsa. Eppure noi non accusiamo Omero o Cervantes di essere stati bugiardi. Nel leggere un testo narrativo noi sottoscriviamo tacitamente un patto con l'autore, il quale fa finta di dire qualcosa di vero e noi facciamo finta di prenderlo sul serio, proprio come i bambini, usando il loro meraviglioso imperfetto finzionale, giocano dicendo 'io ero il bandito e tu eri il poliziotto'. Nel fare questo ogni asserzione romanzesca disegna e costituisce un mondo possibile e tutti i nostri giudizi di verità o falsità si riferianno non al mondo reale ma al mondo possibile di quella finzione. Così sarà falso nel mondo possibile di Arthur Conan Doyle che Sherlock Holmes vivesse ai bordi dello Spon River, e nel mondo possibile di Tolstoj sarà falso che Anna Karenina vivesse a Baker Street. (...) Noi di solito ammettiamo che l'asserto 'Anna Karenina si è uccisa gettandosi sotto un treno' non sia vero nello stesso modo in cui è vero l'asserto storico 'Adolf Hitler si è ucciso in un bunker a Berlino'. Tuttavia com'è che non solo bocceremmo all'esame di storia uno studente che dicese che Hitler è stato fucilato sul lago di Como ma bocceremmo anche all'esame di letteratura russa chi dicesse che Anna Karenina è fuggita in Siberia con Alioscia Karamazov? [...]" (da Umberto Eco, La realtà della finzione. Il vero e il falso in letteratura, "La Repubblica", 30/06/'09; lettura di Eco alla Milanesiana)
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Michel Foucault: "L’arte di vivere senza verità. Perché oggi ha vinto il cinismo"

"C’è una ragione che ha portato l´arte moderna a farsi veicolo del cinismo: parlo dell´idea che l´arte stessa, che si tratti di letteratura, di pittura o di musica, deve stabilire con il reale un rapporto che vada al di là del semplice abbellimento, dell´imitazione, per diventare messa a nudo, smascheramento, raschiatura, scavo, riduzione violenta dell´esistenza ai suoi elementi primari. Non c´è dubbio che questa visione dell´arte si sia andata affermando in modo sempre più marcato a partire dalla metà del XIX secolo, quando l´arte (con Baudelaire, Flaubert, Manet) si costituisce come luogo di irruzione di ciò che sta in basso, al di sotto, di tutto ciò che in una cultura non ha il diritto o quanto meno non ha la possibilità di esprimersi. A tale riguardo, si può parlare di un antiplatonismo dell´arte moderna. Se avete visto la mostra su Manet, quest´inverno, capirete quello che voglio dire: l´antiplatonismo, incarnato in maniera scandalosa da Manet, rappresenta a mio avviso una delle tendenze di fondo dell´arte moderna, da Manet fino a Francis Bacon, da Baudelaire fino a Samuel Beckett o a Burroughs, anche se non si identifica attualmente come elemento caratterizzante di tutta l´arte possibile. Antiplatonismo: l´arte come luogo di irruzione dell´elementare, come messa a nudo dell´esistenza.
Di conseguenza, l´arte ha stabilito con la cultura, le norme sociali, i valori e i canoni estetici, un rapporto polemico, di riduzione, di rifiuto e di aggressione. È questo l´elemento che fa dell´arte moderna, a partire dal XIX secolo, quel movimento incessante attraverso il quale ogni regola stabilita, dedotta, indotta, inferita sulla base di ciascuno dei suoi atti precedenti, è stata respinta e rifiutata dall´atto successivo. In ogni forma d´arte si può trovare una sorta di cinismo permanente nei riguardi di ogni forma d´arte acquisita: è quello che potremmo chiamare l´antiaristotelismo dell´arte moderna. L´arte moderna, antiplatonica e antiaristotelica: messa a nudo, riduzione all´elementare del l´esistenza; rifiuto, negazione perpetua di ogni forma già acquisita. Questi due aspetti conferiscono all´arte moderna una funzione che in sostanza si potrebbe definire anticulturale. Bisogna opporre al conformismo della cultura il coraggio dell´arte, nella sua barbara verità. L´arte moderna è il cinismo nella cultura, il cinismo della cultura che si rivolta contro se stessa. Ed è soprattutto nell´arte, anche se non solo in essa, che si concentrano nel mondo moderno, nel nostro mondo, le forme più intense di quella volontà di dire la verità che non ha paura di ferire i suoi interlocutori.
Restano naturalmente molti aspetti ancora da approfondire, e in particolare quello della genesi stessa della questione dell´arte come cinismo nella cultura. Si possono vedere i primi segnali di questo processo, destinato a manifestarsi in modo clamoroso nel XIX e nel XX secolo, ne Il nipote di Rameau e nello scandalo suscitato da Baudelaire, Manet, (Flaubert?). Ci sono poi i rapporti tra cinismo dell´arte e vita rivoluzionaria: affinità, fascinazione reciproca (perpetuo tentativo di legare il coraggio rivoluzionario di dire la verità alla violenza dell´arte come irruzione selvaggia del vero); ma anche il loro non essere sostanzialmente sovrapponibili, dovuto forse al fatto che, se questa funzione cinica è al cuore dell´arte moderna, il suo ruolo nel movimento rivoluzionario è solo marginale, almeno da quando quest´ultimo è dominato da forme di organizzazione, da quando i movimenti rivoluzionari si organizzano in partiti e i partiti definiscono la "vera vita" come totale conformità alle norme, conformità sociale e culturale. È evidente che il cinismo, lungi dal costituire un legame, è un motivo di incompatibilità tra l´ethos dell´arte moderna e quello della pratica politica, sia pure rivoluzionaria.
Si potrebbe formulare lo stesso problema in termini diversi: perché il cinismo, che nel mondo antico aveva assunto le dimensioni di un movimento popolare, è diventato nel XIX e nel XX secolo un atteggiamento elitario e marginale, anche se importante per la nostra storia, e il termine cinismo viene utilizzato quasi sempre in riferimento a valori negativi? Si potrebbe aggiungere che il cinismo ha molti punti di contatto con un´altra scuola greca di pensiero: lo scetticismo – anche in questo caso, uno stile di vita, più che una dottrina, un modo di essere, di fare, di dire, una disposizione a essere, a fare e a dire, un´attitudine a mettere alla prova, a esaminare, a mettere in dubbio. Ma con una grandissima differenza: mentre lo scetticismo applica sistematicamente al campo scientifico questa attitudine, trascurando quasi sempre l´esame degli aspetti pratici, il cinismo appare incentrato su un atteggiamento pratico, che si articola in una mancanza di curiosità o in un´indifferenza teorica, e nell´accettazione di alcuni princìpi fondamentali. Ciò non toglie che, nel XIX secolo, la combinazione tra cinismo e scetticismo sia stata all´origine del "nichilismo", inteso come modo di vivere basato su un preciso atteggiamento nei confronti della verità. Dovremmo smetterla di considerare il nichilismo sotto un unico aspetto, come destino ineluttabile della metafisica occidentale, a cui si potrebbe sfuggire solo facendo ritorno a ciò il cui oblio ha reso possibile questa stessa metafisica; o come una vertigine di decadenza tipica di un mondo occidentale divenuto ormai incapace di credere ai suoi stessi valori.
Il nichilismo deve essere considerato in primo luogo una figura storica particolare appartenente al XIX e al XX secolo, ma deve anche essere inscritto nella lunga storia che l´ha preceduto e preparato, quella dello scetticismo e del cinismo. In altre parole, deve essere visto come un episodio o, meglio, come una forma, storicamente ben definita, di un problema che la cultura occidentale ha cominciato a porsi già da molto tempo: quello del rapporto tra volontà di verità e stile di esistenza. Il cinismo e lo scetticismo sono stati due modi di porre il problema dell´etica della verità. La loro fusione nel nichilismo mette in luce una questione essenziale per la cultura occidentale, che può essere formulata in questo modo: quando la verità è rimessa continuamente in discussione dallo stesso amore per la verità, qual è la forma di esistenza che meglio si accorda con questo continuo interrogarsi? Qual è la vita necessaria quando la verità non lo è più? Il vero principio del nichilismo non è: Dio non esiste, tutto è permesso. La sua formula è piuttosto una domanda: se devo confrontarmi con il pensiero che "niente è vero", come devo vivere? La difficoltà di definire il legame tra l´amore della verità e l´estetica dell´esistenza è al centro della cultura occidentale. Ma non mi preme tanto definire la storia della dottrina cinica, quanto quella dell´arte di esistere. In un Occidente che ha inventato tante verità diverse e che ha plasmato tante differenti arti di esistere, il cinismo serve a ricordarci che ben poca verità è indispensabile per chi voglia vivere veramente, e che ben poca vita è necessaria quando si tenga veramente alla verità." (da Michel Foucault, L’arte di vivere senza verità. Perché oggi ha vinto il cinismo, "La Repubblica", 01/07/'09; traduzione di Stefano Salpietro; estratto da Lettera internazionale, 100)
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La chiesa, l’inquisizione e i libri all´indice

"Nella tradizione della chiesa cristiana d´Occidente la condanna dell´errore ha preso il nome latino di una istituzione dell´antica Roma: censura. Non è solo una questione di parole. La lotta contro l´errore, per la Chiesa, ha cessato presto di essere la parola carismatica dell´apostolo che corregge Simon Mago per diventare la funzione di un potere regolato dal diritto. Da correzione fraterna dell´errante si è trasformata in volontà di uniformazione del consenso e domanda di adesione acritica secondo la formula recitata dall´eretico pentito: «Credo quod credit Sancta Mater Ecclesia» (credo quello che crede la santa madre chiesa). Il percorso storico è stato lungo ma lo spirito del dubbio e della disobbedienza è sempre stato identificato col volto di Satana, il tentatore. E col costituirsi della Chiesa come società gerarchica dominata da un potere sacrale accentrato la censura si è esercitata soprattutto contro gli ingegni indocili. La scelta personale ("eresia") fu la colpa da perseguire. Se all´inizio scoprire l´errore e denunciarlo fu il compito di vescovi e concili, l´ascesa del potere papale portò a concentrare la censura delle opinioni e la persecuzione degli eretici nelle mani di corpi specializzati alla esclusiva dipendenza del papato: gli ordini religiosi domenicano e francescano. Dominanti nella predicazione e nell´insegnamento della teologia, i frati furono anche i titolari dell´ufficio dell´inquisizione. Fu così che i roghi di libri aprirono la via ai roghi di uomini.
La "rivoluzione silenziosa" del libro a stampa e quella del movimento luterano portarono a profonde modifiche. Fu allora che il papato accentrò nelle sue mani la censura. Il primo e più celebre degli indici dei libri proibiti fu pubblicato da Papa Paolo IV nel 1559 inaugurando una tradizione destinata a lunga durata. Da allora la censura divenne una funzione ordinaria del potere ecclesiastico che precedette quello statale. Si trattò di un´impresa gigantesca: oltre alla propaganda protestante ci si propose di passare al setaccio tutta la produzione libraria antica e moderna. L´esito fu micidiale per l´attività intellettuale e per l´editoria (quella veneziana perse la sua egemonia europea). Era un esito obbligato per un sistema teocratico: nella Ginevra calvinista, per salvare affari e religione, si ricorse all´astuzia di far pubblicare i testi pagani "licenziosi" sotto il falso luogo di stampa di Lione. Nel mondo cattolico italiano i libri pericolosi furono distrutti (Machiavelli) o "espurgati" (Boccaccio). Ci furono autori di pasquinate anticlericali che pagarono la satira con la vita. Al popolo, considerato come un gregge da mantenere docile o come un fanciullo destinato a non diventare mai adulto, si fornì una cultura premasticata e innocua. L´autodenunzia di Torquato Tasso, il rogo di Giordano Bruno, il processo a Galileo, sono gli episodi più celebri della svolta dell´attività intellettuale in Italia verso l´età dell´autocensura preventiva e dell´ossequio cortigiano. Mentre la migliore cultura italiana trovava ospitalità fuori d´Italia, si svolse il lavoro assiduo dei laboratori della censura accentrati nella Roma papale: la Congregazione cardinalizia dell´Inquisizione (creata nel 1542) e la Congregazione dell´Indice (1571) hanno accompagnato la cultura cattolica e in modo speciale quella italiana fino al secolo XX inoltrato. Oggi la loro eredità sopravvive nell´opera della Congregazione Vaticana per la Dottrina della Fede." (da Adriano Prosperi, La chiesa, l’inquisizione e i libri all´indice, "La Repubblica", 30/06/'09)
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martedì 30 giugno 2009
Qualcuno fermi il Premio Strega

"Allora, chi vincerà lo Strega? L'editore Elido Fazi che mi riceve nel suo ufficio romano alle spalle di piazza Fiume, sorride: parla del vincitore di quest'anno o di quello dell'anno venturo? 'Alessandro Piperno, sembra già tutto deciso'. Torniamo a quest'anno. 'Beh, per quest'anno non sarà facile, per non dire impossibile battere la macchina della Mondadori-Einaudi. A Segrate dispongono di 140 voti e di certo non se li faranno sfuggire'. Dunque vincerà Tiziano Scarpa ... 'E' molto probabile. La Fazi entra in cinquina per la prima volta e con un bel libro: di questo sono contento. Difenderemo L'ultima estate di Cesarina Vighy [...]'. Dunque giovedì sera vi difenderete. 'Non credo all'appello di Scurati che telefona a tutti per avere quello che lui chiama un voto utile, utile a lui si intende. Tra l'altro, sa che il libro della Vighy è l'unico che si vende bene insieme a quello di Andrea Vitali?'. Lo Strega, si sa, può incrementare molto bene le vendite, anche se il caso di Paolo Giordano è un po' eccezionale. 'Gli editori non possono trascurare il lato commerciale, sarebbe un controsenso. Comunque chi partecipa allo Strega sa bene quali sono le forze in campo ed è inutile fare polemiche ingenue. Sa qual è la novità delle ultime ore? Che forse può vincere Massimo Lugli, l'inviato di Repubblica. Sembra abbia più di cento voti. Comunque io sono per il voto bello, non per il voto utile. Dunque continueremo a sostenere la Vighy, ma senza fare giri di telefonate e preghiere. Mi sembrerebbe indecoroso'. Le faccio notare che non c’è Strega senza polemiche, anzi. Quest’anno si è cominciato persino prima che si aprissero i termini per le candidature, con la bordata di Mario Fortunato sulla vittoria annunciata di Del Giudice, che poi, come si sa, non si è nemmeno presentato.
'Il problema sono gli equilibri. Se addirittura già si prenota il vincitore dell’anno prossimo vuol dire che tutto è previsto in partenza'. [...] Il Booker Prize ha una giuria di critici che cambia ogni anno. 'L’importante sarebbe garantire anche a editori meno grandi di arrivare non solo in cinquina, ma magari anche di vincere. La Rimoaldi ogni tanto riusciva a combinare qualcosa, a creare, appunto, equilibri'. Quest’anno ci sono ben due editori romani, voi e la Newton Compton. Per poco non è entrato un terzo editore romano, la Minimum fax possiamo dire che ormai esiste un’editoria romana, visto che in questi giorni si autocelebra a Piazza del Popolo? E come si colloca rispetto al monopolio del nord? 'Sta un po’ succedendo quello che negli anni Venti e Trenta è capitato tra Firenze e Milano. A Roma c’è anche la e/o, c’è la Donzelli, la Voland, oltre a noi e ai marchi già ricordati. Se lei guarda i fatturati vede che c’è un terremoto geografico: molti al Nord perdono in maniera consistente mentre noi, per esempio, guadagniamo e abbiamo addirittura raddoppiato'. Grazie ai vampiri della Meyer? 'Non soltanto. La Fazi ha diverse collane che vanno bene e adesso, per esempio, stiamo pensando di puntare sui libri per ragazzi. Siamo pur sempre il paese di Pinocchio, no? Quella è un’area che mi interessa molto'. Non cercate un’altra Melissa P.? 'No. Come può immaginare dopo il successo di 100 colpi di spazzola che solo in Italia ha venduto un milione e mezzo di copie, siamo stati subissati di manoscritti pieni di sesso. Ma non ho intenzione di continuare per quella strada'. La Fazi era partita, quindici anni fa, con un cospicuo interesse per la letteratura in lingua inglese. Avete pubblicato John Fante, tra l’altro. Ora le cose sono cambiate? 'Keats rimane il mio autore prediletto, ma col tempo gli interessi editoriali si sono moltiplicati'. Cosa pensa degli scrittori italiani di oggi? 'Sono di buon livello e riscuotono interesse anche all’estero. Una volta non era cosi'. Le faccio un’ultima domanda: se lei fosse stato il direttore editoriale della Einaudi, avrebbe pubblicato il di Saramago che dà giudizi pesanti su Berlusconi? 'Sì, credo proprio di sì ... Ma pensandoci un minuto le dico che non è possibile mettersi fino a questo punto nei panni di un altro. No, preferisco non pronunciarmi. Quello che le dico, invece, è che come Fazi ho fatto all’agente di Saramago un’offerta e sarei disposto a rilevarne tutta l’opera, anche investendoci molto. Mi piace Saramago, non solo per come scrive, ma anche per quello che pensa. D’altra parte mi piacciono gli scrittori radicali, se no non avrei pubblicato Gore Vidal, che da Saramago è diversissimo, ma non meno estremo'." (da Paolo Mauri, Qualcuno fermi il Premio Strega, "La Repubblica", 30/06/'09)
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Si possono fermare le idee nell'epoca di Twitter?

"Censura? Nell'epoca di Internet, di Facebook, You Tube, Twitter e Flickr, si può ancora parlare di regimi che impongono la censura all'informazione? No, non si può. Troppe cose sono cambiate negli ultimi vent'anni, sino a far crollare le barriere che circondavano i paesi dove veniva praticata la censura. Oggi si possono infatti espellere giornalisti stranieri, si può terremotare il Web, togliere campo ai cellulari e agli sms: ma tutto questo non impedirà lo scorrere di un impetuoso fiume di informazioni che il regime censorio avrebbe voluto bloccare. Sia pure limitata notizie contenute in messaggi di soli 140 caratteri, sia pure attraverso poche frasi strozzate dei testimoni, la verità su quanto sta accadendo in un Paese sottoposto a censura inonda adesso i continenti, l'Universo. La giunta militare birmana è forse riuscita ad arginare le immagini dei bonzi bastonati a morte dalla sua soldataglia? Il torvo silenzio dei media russi ha impedito che tutto il mondo sapesse delle circostanze oscure, garvide di sospetti sul coinvolgimento del potere, in cui s'ammazzano i giornalsiti a mosca? I corrispondenti dei giornali inglesi sbattuti in carcere, i computer sequestrati all'opposizione, hanno forse consentito a Mugabe di nascondere in questi anni l'agonia dello Zimbabwe? E Teheran è sotto i nostri occhi. L'Iran non è la Birmania o lo Zimbabwe, dispone di esperti informatici non meno capaci di quelli occidentali, e infatti il regime è riuscito negli ultimi giorni a chiudere qualche falla, a restringere il flusso delle informazioni in uscita sul Web. ma intanto, quel che dovevamo sapere, vedere, comprendere, lo abbiamo saputo, visto, capito. E il volto insanguinato di Neda Agha-Soltan, la ragazza uccisa dalla polizia degli ayatollah, è ormai simbolo della nuova epoca. L'epoca del tramopnto delle censure. È vero, i regimi autoritari impiegheranno mezzi sempre più sofisticati, altre strategie informatiche, per far calare una nuova cappa di silenzio sui propri misfatti. Ma nelle case, curvi sui Pc, migliaia di giovani geniali adotteranno contromosse, tecniche mai usate, invenzioni mirabolanti per aprire ancora una volta un varco nel muro della censura. E dunque, salvo che non s´arrivi al sequestro di tutti, non uno escluso, i computers e i cellulari del paese dove si vorrebbe mantenere la censura, una massa d´informazioni continuerà a spandersi ovunque nel mondo. In Cina, da settimane, i bloggers lanciano infatti sul Web la loro sfida contro le autorità: «Tutti i vostri tentativi di manipolare gli accessi a Internet, finiranno nella pattumiera della storia».
Non era così una generazione addietro, quando ancora esistevano i censori. Nei tanti paesi allora sottoposti a censura i censori erano una frangia della piccola borghesia, modestamente ma non miseramente pagati, e con un certo sentimento del proprio ruolo nell´apparato del potere. Era gente che aveva fatto studi superiori, appreso le lingue straniere, e che riceveva disposizioni da molto in alto (i servizi di sicurezza, e a volte gli stessi governi) sulle informazioni che potevano uscire dal paese e quelle che invece andavano imbrigliate. Certo: più scassato era il regime e più inadeguati, incompetenti, erano i censori. Nel Medio Oriente arabo, i più preparati (e per il giornalista straniero, quindi, più temibili) erano i siriani. Volti impenetrabili, modi urbani ma gelidi, buona conoscenza delle lingue. Scostanti ma capaci erano anche gli iracheni. E i più sprovveduti, a volte patetici per l‘inadeguatezza, erano gli egiziani, che le lingue le conoscevano in modo approssimativo e ai quali erano giunte disposizioni in stile egiziano, cioè confuse, contraddittorie. Essi cercavano perciò di rimediare alle loro lacune e incertezze adottando maniere burbere, toni perentori, col giornalista straniero che porgeva trepido il suo articolo dattiloscritto, aspettando il timbro che gli avrebbe permesso di recarlo all´ufficio postale e trasmetterlo per telegramma o telescrivente.
«Lei qui cancellate», diceva uno di loro nella palazzina della televisione dove c´era l´ufficio di censura. «Scusi», chiedeva rispettoso il giornalista, «perché dovrei cancellare?». «Perché voi dice che posizione del presidente Nasser è ambivalenta, e questa è offesa al presidente Nasser». O un´altra volta: «Che vuol dire sonnecchiare?». «Vuol dire», rispondeva il giornalista, «stare quasi dormendo». «E lei dite che poliziotti egiziani dormono dinanzi palazzo governo? No, io non metto timbro per trasmettere ...».
Rozza, quasi infantile, quella censura era tuttavia difficilmente valicabile. Non funzionava sempre, infatti, come nel Congo di Mobutu alla fine dei Sessanta o nella Nigeria della guerra col Biafra, l´uso della mancia. Lì, nel palazzo delle Poste di Kinshasa o al Press Office di Lagos, non c´erano inciampi se si consegnava – spillata all´ultimo foglio dell´articolo – una banconota di medio taglio. Il censore faceva anzi strada verso la telescrivente, s´inchinava cordiale («Bonsoir monsieur, à demain», o a Lagos «Bye bye, sir») e il telescriventista capiva così che anche lui poteva aspirare a una mancia. I più compresi della funzione erano i vietnamiti ad Hanoi e Saigon nell´´85,quando i giornalisti stranieri tornarono per la prima volta dopo dieci anni dalla vittoria comunista. Conoscevano il francese, non l´italiano, ma erano così occhiuti e scrupolosi nello spulciare il testo che coglievano quasi sempre le discrepanze tra le due lingue. E se una discrepanza c´era, subito intingevano la penna nel calamaio per cancellare l´intero capoverso. Mentre i più comici risultarono forse i greci nel ´67, dopo il colpo di Stato dei colonnelli. Quella volta la censura veniva praticata direttamente durante le telefonate dei giornalisti dagli alberghi di Atene ai loro giornali. Succedeva così che dopo la più banale e inoffensiva delle frasi si sentisse di colpo una voce sdegnata («Lei offende il popolo greco»),cui seguiva la caduta della comunicazione. E per riaverla bisognava quindi penare con i centralini dell´albergo, sinché non si risentiva la voce del censore: «Adesso non dica più bugie». Un mestiere finito come tanti mestieri d´un tempo. La zattera cui s´afferravano fette di borghesia intellettuale per spuntare uno stipendio, affondata per sempre. I giornali non vengono più stampati con l´inchiostro, i censori hanno adesso i camici bianchi dei tecnici dell´informatica, e la censura è quasi soltanto un ricordo." (da Sandro Viola, Censura: si possono fermare le idee nell'epoca di Twitter?, "La Repubblica", 30/06/'09)
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lunedì 29 giugno 2009
Il ladro di anime

"Cosa diavolo possiamo metterci "in più"? Con le librerie sovraffollate da decine di novità al giorno, la domanda è diventata ossessione per chiunque, autore o editore, tenga un romanzo a battesimo. Perché da "quell'extra" può dipendere il successo sul mercato. "In più", Il ladro di anime di Sebastian Fitzek, 500mila copie vendute in Germania e pubblicato ora in Italia dal piccolo editore Elliot (anche nella convinzione dei grandi che un best seller tedesco da noi capita ogni morte di papa) ha un post-it: cinque centimetri per quattro, giallo standard, appiccicato una a una su 15mila copie di tiratura, tra pagina 288 e 289.
Quando il lettore se lo trova davanti al naso, dovrebbe ormai essere pronto ad abboccare: per arrivare fin lì è passato attraverso gli spaventi e gli incubi a ripetizione di uno psychothriller senza risparmio, figlio di atmosfere alla Stephen King (omaggiato a pagina 186), che si dipana per un'interminabile notte della vigilia di Natale in una clinica psichiatrica berlinese isolata da una tempesta di neve. Chiusi lì dentro, tre pazienti con vari squilibri, due infermieri e due dottori sospetti giocano a un sanguinoso acchiapparello con un serial killer psicopatico che ipnotizza le sue vittime fino alla morte apparente irreversibile, seminando indovinelli macabri per rendere più appassionante la caccia.
Sembra un videogame? Fuochino. Perché in realtà il videogame (per gli esperti, più esattamente l'"Alternate reality game") sta solo per cominciare: sul post-it giallo c'è un indirizzo e-mail, scrivendo al quale si ottiene la parola d'ordine per entrare in un sito dove Fitzek e una squadra di informatici hanno allestito una clinica della morte virtuale. E lì la sfida al killer, tra nuove paure e indovinelli sempre più difficili, continua. Funziona, il complicato meccanismo di "fidelizzazione"? In Germania lo ha fatto così bene che Fitzek è diventato un fenomeno dell'anno (è appena uscito il suo nuovo titolo, Splitter) e inventato un sottogenere: il neuro-romanzo dove l'arcicattivo manipola la mente tanto delle vittime che dei lettori, mentre decine di blog dissertano sulla possibilità di nascondere ordini post-ipnotici tra le righe di un romanzo. Ma qualcosa di simile, nel campo del marketing librario, ha cominciato a succedere con una certa frequenza negli Stati Uniti, anche se ogni caso fa un po' storia a sé. Il primo è stato quasi due anni fa Thirteen reasons why, romanzo per "young adults" di Jay Asher sul suicidio della sedicenne Hannah Baker, che si è lasciata dietro tredici audiocassette di accuse ai compagni di scuola. Abbastanza scabroso e d'attualità da finire in qualche settimana in classifica, ma soprattutto da far venire all'editore Razorbill, marchio di Penguin group, l'idea di una campagna pubblicitaria che ha invaso YouTube: video con un registratore che recita i messaggi post-mortem della ragazzina con la voce dell'attrice Olivia Thirlby (quella che faceva la migliore amica della protagonista in Juno). Risultato: 158 mila copie vendute e ritorno trionfale in classifica, al terzo posto.
Più vicina al caso Fitzek e già un passo oltre YouTube, la carriera di best seller di Cathy's book, giallo per teen ager sulla scomparsa dell'adolescente Cathy, che i lettori sono stati invitati a rintracciare attraverso un "Alternate Reality Game" che inizia su internet ma continua nella vita concreta: si può chiamare telefono della casa di Cathy per far domande su particolari utili all'indagine, lasciare messaggi e dar consigli agli amici che nel libro la stanno cercando. In breve, 1000 giocatori on line, settimo posto tra i best seller del New York Times, un sequel nel 2008 e un terzo episodio, Cathy's Ring, uscito da poche settimane. Ultimo caso, di questo mese, Personal effects: Dark art di J. C. Hutchins, thriller sovrannaturale su un sensitivo che forse vede delitti o forse li commette con la mente, garantito come ispirato "un terzo a Dottor House, un terzo a CSI, e un terzo a X-Files", copertina imbottita di numeri di telefono da comporre, cartoline da scrutare per carpire indizi e indirizzo del più perfezionato (finora) alternate reality game in campo.
Un modo di costruire sul web una sorta di sequel, come fa il cinema, così come, tra i modi per promuovere un libro, c'è anche quello di anticipare il primo capitolo (una sorta di prequel), distribuendolo gratuitamente. Per far affezionare i lettori e invogliarli all'acquisto dell'opera completa. L'ultimo caso, il più clamoroso, è quello di Zia Mame di Patrick Dennis: l'Adelphi ha distribuito 10mila libretti con il primo capitolo in librerie e locali. In una settimana il libro è già arrivato a 20mila copie. La Bompiani l'ha fatto con Il lupo di Joe Smith allegando ad alcune riviste. E l'aveva fatto anche Fazi con Mia sorella è una foca monaca di Frascella. Ma qui il marketing si ferma alla carta.
Ciò che distingue Il ladro di anime di Fitzek dai predecessori, è tuttavia un dettaglio non trascurabile: giurano gli editori tedesco e italiano che se funziona è perché non è stato inventato a tavolino dai maghi dell'informatica, ma è cresciuto da solo, con la sola spinta del post-it. All'inizio dietro c'era appena un risponditore automatico che sfornava indovinelli aggiuntivi a quelli del libro, poi la quantità di mail arrivate si è fatta così imponente, e YouTube così pieno di filmati realizzati spontaneamente dai fan, che la casa editrice Droemersche si è convinta a investire nel game. Per dire che anche l'alternate reality game più sofisticato sotto sotto ha qualcosa del vecchio gioco dell'oca: sondando le ragioni del suo successo arrivi alla casella "torna all'inizio", e all'inizio c'è l'antico passaparola, l'araba fenice dell'editoria di tutti i tempi.
Simone Caltabellotta, l'editor di Elliot che ha comprato Fitzek, non se lo nasconde: "Speriamo che scatti. Pronti anche noi a incrementare l'impegno on-line man mano che le vendite procedono, passando magari dal game nel sito tedesco a una versione tutta italiana". Intanto, per propiziare l'incantesimo, sono partiti con blitz di sapore situazionista: venerdì in una ventina di librerie in sei città si sono presentate coppie di figuranti vestite da psichiatra e paziente, per distribuire post-it gialli e inviti alla lettura. Nelle principali città tedesche, Fitzek l'anno scorso lo faceva di persona, presentandosi sporco di sangue finto e fasciato da una camicia di forza, su una sedia a rotelle spinta da nerboruti infermieri. Roba da far passare per timido Federico Moccia, che in questi giorni per lanciare il suo nuovo Scusa ma ti voglio sposare (Rizzoli) invita on line i fan a partecipare a "feste di nozze" in discoteca a Roma, Bari e Milano." (da Maurizio Bono, Benvenuti nel reality book, "La Repubblica", 29/06/'09)
Se il serial killer ti ruba l'anima (Repubblica.it)
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Lontano di Goffredo Parise

"Per pura ispirazione, in un parossismo di selettività e nostalgia di vita, Goffredo Parise scrisse quasi senza accorgersene fra il 1982 e il 1983, pochi anni prima di morire, uno dei suoi libri migliori, forse il più enigmatico e magnetico. Con il titolo Lontano (che sul «Corriere della Sera» contrassegnava questa serie di elzeviri) il libro uscì da Avagliano nel 2002: ora ricompare da Adelphi, sempre accompagnato da un degno e congruo saggio di Silvio Perrella, Vita breve di un nichilista felice. Era felice Parise? Era nichilista? Si potrebbe dire il contrario: era infelice e pieno di passione e di fede per la vita «così com'è». Ma anche rovesciando la formula le cose non cambiano. In Parise il nichilismo era al servizio della felicità: e la felicità, essendo imprendibile e rara, mostra quanto raro e sfuggente sia anche quel nichilismo (o estetismo) che la rende possibile. I due termini-limite evocati da Perrella devono avere comunque una loro parentela se compaiono in una definizione, direi buddhistica, di Gottfried Benn: «Nihilismus ist ein Glücksgefühl», il nichilismo è un senso di gioia. Percepiamo i momenti della vita come assoluti solo quando siamo capaci di fare vuoto intorno, di sentire che prima e dopo c'è una specie di nulla. In queste indefinibili prose brevi di Parise, racconti o elzeviri, schegge di esistenza, allegorie poetiche o microsaggi di memoria autobiografica, si sente la pienezza di certi esseri, vicende o circostanze, e si sente il vuoto che ne annuncia l'apparizione. Come Lettere luterane per Pasolini e Palomar per Calvino, così le prose di Lontano sono il testamento letterario di Parise. Anche il furore giudiziale di Pasolini e la disperazione cognitiva di Calvino venivano da lontano: nascevano da un sentimento della distanza, del dopo, della fine, del non più. Ma la loro scrittura era costruita su nervature intellettualistiche di genere politico o filosofico. Pasolini agiva da moralista: il suo io parlava al centro della vita sociale e per categorie sociologiche. Calvino procedeva come un naturalista: il suo io fingeva di sparire, era uno strumento da lucidare e focalizzare perché restasse sempre efficiente e trasparente. Sia in Lettere luterane che in Palomar chi scrive riduce se stesso alle sole funzioni necessarie per scrivere. Parise invece, guardando da lontano, non opera nessuna riduzione polemista o cognitivista della sua psiche: nella sua selettività resta pienamente vivo e conserva un'incalcolabile varietà di attitudini emotive e percettive, così personali e oscillanti da restare irriducibili a qualunque funzione comunicativa o teorica. In Parise la condensazione formale non limita ma accentua, esaspera, moltiplica sia la pluralità che la singolarità delle forme viventi. Anche Parise, come Calvino, pensa da naturalista, fisiologo e osservatore di ecosistemi. Ma spia queste singolarità e pluralità per scopi completamente suoi. Sembra sempre che scriva più per se stesso che per il lettore. Ma scrive: e il lettore legge sperimentando un tipo di partecipazione insolita, perché ha sempre l'impressione di entrare un po' abusivamente nei monologhi dello scrittore, come un narratore entra «non visto» nei monologhi di un personaggio. Tutto ciò che Parise ci racconta sembra essere la rivelazione di misteri e segreti che riguardano simultaneamente la sua vita intima e quella di esseri del tutto lontani da lui, ognuno chiuso nella sua monade o in un microcosmo regolato dalle più capricciose, inimmaginabili combinazioni chimiche di tempo e di luogo, di forma e materia. Quello di Parise è «un mondo di individui» che ci fanno dimenticare la loro appartenenza a qualunque genere, specie e categoria sociale.
Con i Sillabari, come partendo da zero, Parise riscoprì il mondo come un'ontologia pluralistica, un insieme fantasmagorico di schegge di esistenza, ruotanti senza un centro identificabile. Ma Lontano va oltre i Sillabari. Non si tratta più di racconti veri e propri. Lo svolgimento narrativo si contrae in sequenze paraboliche e poetiche di immagini. La cosa che qui interessa Parise, al contrario che nei Sillabari, non è la vita comune ma quella dei più singolari individui, vita che riassume in tre pagine e consegna a un'eternità e a una gloria incomprensibili al mondo. Celebra casi unici, esistenze che chiunque ha dimenticato o nessuno ha visto, nelle quali tutto si è bruciato in una sola stagione, in un solo gesto, in passioni esclusive e indecifrabili, nell'unicum di un odore, di una luce, di un'ora del giorno.
La più tipica caratteristica dei Sillabari, che Perrella definisce «istinto percettivo fatto di rapidità felice e disperata insieme», torna in Lontano complicandosi e condensandosi. La sintassi semplificante e vocale dei Sillabari ora è sparita. Parise preferisce inoltrarsi nei labirinti e nelle minuscole giungle dei suoi microcosmi rendendo altrettanto folta e labirintica la sua sintassi piena di irregolarità e sorprese. In Lontano ogni mondo è stipato e gremito, un gomitolo di misteri e di piccole estasi. Siamo più vicini a prose poetico-saggistiche come quelle di Montale (nella Farfalla di Dinard) che alla narrativa. E come Montale, qui Parise è «fisico e metafisico»: va a caccia di luoghi e momenti in cui il sensibile sconfina nell'extrasensoriale e la materia si mette a vibrare sprigionando l'odore, il sapore o la forma di qualcosa che costringe a sospettare e ipotizzare il «divino». In queste esplorazioni e ricerche Parise torna dovunque è stato. Si sposta da una parte all'altra della sua geografia e storia personale, dall'infanzia e giovinezza nel Veneto ai più lontani e diversi paesi del mondo: ora siamo a Vicenza, ora a Venezia con Truman Capote e Marilyn Monroe, ora sulle Dolomiti, ora nella Repubblica di Salò, nella Cina comunista, nella Cuba di Castro, a New York, a Parigi, nel Sud-Est asiatico. Ora a Padova, in un piccolo cimitero ebraico che è anche «un vero Eden», un minuscolo giardino «carico di pere, d'uva e mele», che nessuno conosce e dove il confine che divide i vivi dai morti è invisibile. Il centro dell'universo, purché ignorato, Parise può incontrarlo dovunque e dovunque possiamo aprire «un cancelletto non più grande di una botola», dove si passa da un di qua a un di là senza quasi notarlo, senza che sia ormai chiaro dove siamo e perché." (da Alfonso Berardinelli, La metafisica di Goffredo, "Il Sole 24 Ore Domenica", 28/06/'09)
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Il paradosso di Kindle

"Una delle notizie più sorprendenti uscite dall'intensa e interessante giornata di Editech, la manifestazione organizzata dall'Aie e dedicata all'editoria e all'innovazione tecnologica, l'ha fornita Madeline McIntosh, direttore di Amazon per l'Europa. E' questa: non solo il Kindle - il nuovo dispositivo portatile di Amazon che consente di leggere su uno schermo tascabile libri, giornali e blog - del quale è stata lanciata in questi mesi una nuova versione (e da pochissimo una con un formato di schermo leggermente più grande) inizia a farsi strada, ma produce un 'effetto' imprevisto. Stando alle dichiarazioni della McIntosh, 'i clienti che sono passati al Kindle, continuano a comprare lo stesso numero di libri che acquistavano prima, in formato cartaceo. Cioè, se uno comprava dieci libri, dopo essersi dotato del Kindle continua a comprare dieci libri in formato cartaceo e ne aggiunge sedici in versione digitale'. Ancora: 'per i titoli disponibili nei due formati, il 35% del totale sono vendite Kindle'. Fidiamoci. Anche perché sulle cifre reali, la compagnia di Jeff Bezos (84 milioni di account attivi, presente in sette nazioni: il Kindle, che costa 359 dollari, è disponibile solo per il mercato americano e non sembra, per ora, che sia prevista a breve l'apertura di una 'filiale' italiana del sito della società) è sempre molto parca. Per esempio, non verrà rivelato il numero di copie vendute del Kindle, cosa che lascia abbastanza perplessi gli analisti. Anzi: secondo Bezos 'non rivelare i numeri - ha detto a una assemblea dei soci - ci assicura un certo vantaggio competitivo sui concorrenti'. Secondo alcuni sarebbero 300 mila i Kindle venduti nel primo trimestre 2009 e dovrebbero superare il milione entro l'anno. Del resto, Amazon non ha fatto molta pubblicità al nuovo prodotto e dice che le vendite stanno arrivando per passaparola. Vedremo. In ogni caso, il mercato degli e-book (anche qui le cifre non sono proprio solidissime) rappresenterebbe il 2% del mercato americano (fatturato al netto degli sconti) del libro, secondo quanto detto a Editech da Michael Healy del Book Industry Study Group. Per Healy sui 40 miliardi circa del mercato americano l'e-book vale oggi 793 milioni di dollari, mentre l'audio-book raggiunge il miliardo di dollari (pesando per il 2,5%). E dunque valori tutto sommato piccoli, sebbene facciano pensare quelli relativi alla dinamicità di questo segmento. Al punto che il giro d'affari all'ingrosso dell'e-book, del solo mese di aprile 2009, si attesta negli Stati Uniti su un +228% (dato IDPF) rispetto allo stesso mese dello scorso anno e che nel 2008 la crescita è stata del 68,4%. In Italia l'e-book rappresenta un peso inferiore allo 0,03% sul mercato complessivo del libro. Il che non deve ingannare: la carta resisterà bene e ancora a lungo, ma c'è una generazione di lettori che verrà che sarà sempre più abituata a parole 'stampate' su schermi digitali. Perché trascurarla?" (da Stefano Salis, Il paradosso di Kindle, "Il Sole 24 Ore Domenica", 28/06/'09)
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sabato 27 giugno 2009
Una storia della lettura di Alberto Manguel

"Alberto Manguel, romanziere, saggista e traduttore, sta finalmente avendo, anche qui da noi in Italia, il giusto riconoscimento che pienamente merita. infatti, tra il 2005 e il 2009, sono apparsi ben nove suoi titoli. Tutti, indifferentemente, da leggere e conservare, per poter gustare la sua rara capacità di saper mescolare saggio, racconto, erudizione, pura invenzione. Ora, per Feltrinelli, è uscito Una storia della lettura (precedentemente pubblicato da Mondadori nel 1997) nell'eccellente versione dell'indimenticato Gianni Guadalupi, suo amico e sodale fin dai tempi di quell'incredibile avventura 'ai confini della realtà' che fu Il manuale dei luoghi fantastici, di cui attendiamo con ansia una nuova edizione (aggiornata fino a Harry Potter compreso) da parte di Archinto. E' un viaggio questo, - imperdibile per qualsiasi lettore, e del tutto 'personale' e a volte dissacrante - tra gli angoli più bui o più luminosi, più divertenti o misteriosi della scrittura, in compagnia di Virgilio e Shakespeare, di Borges e Virginia Woolf, di Plinio e Colette, di Dante e Socrate. Scritto con appassionata 'leggerezza', ma frutto di un'erudizione a dir poco impressionante, Una storia della lettura è, come ha scritto George Steiner sul New Yorker, una vera e propria 'lettera d'amore' al miracolo del leggere." (da Paolo Collo, Lettera d'amore per la lettura, "Almanacco dei libri", "La Repubblica", 27/06/'09)
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Leaving Las Vegas di John O'Brien

"LA PRINCIPALE ESPERIENZA DELL'UOMO
"Credo che l’unica vera esperienza dell’essere umano sia la sconfitta", disse una volta Leonard Cohen. "Occasionalmente conosciamo un trionfo, raramente solleviamo la testa per salutare una vittoria. La vita è sconfitta, impotenza, ma non annullamento". Sconfitta, impotenza. A quindici anni dalla sua morte, John O'Brien torna in Italia con una riedizione di Via da Las Vegas, originariamente tradotto da Feltrinelli nel 1994. Il romanzo narra una storia semplicissima nella sua bellezza: il breve amore fra una prostituta, Sera, e un alcolista allo stadio terminale, Ben. Sullo sfondo, la Las Vegas di fine anni Ottanta: con i suoi neon, i suoi bar, i suoi casinò, le sue camere in affitto e i suoi motel a basso prezzo. Preparato da due capitoli dedicati a ognuno dei protagonisti — dove assistiamo alla vita quotidiana di una donna e un uomo ridotti ai minimi termini — l'incontro in sé non ha quasi nulla di speciale. Accade e passa, fra bevute colossali e timidi tentativi di salvezza, fino alla morte del protagonista maschile. Perché dunque ricordare un libro del genere, che rischia di sommarsi ai tanti che parlano di disperazione?
NIENTE SALVEZZA, SOLTANTO AMORE
Per un motivo ben preciso. Il rischio di ogni racconto che fa propria la filosofia della sconfitta, è senz'altro l'estetizzazione. C'è qualcosa di straziante e bellissimo nella marea di falliti che O'Brien evoca — puttane, giocatori d'azzardo, protettori, e il flusso di perdigiorno che attraversa i bar di Los Angeles e Las Vegas. C'è qualcosa di quasi classico nella tentata e mancata redenzione reciproca fra un alcolista e una prostituta. Ma questa "più lucente corona di angeli", come la chiamava Rick Moody, rischia di brillare solo di luce riflessa se manca una buona dose di realismo. In altri termini, con una materia simile il passo verso la retorica è molto breve. Ma è per questo che il libro di O'Brien è unico. Perché ciò che preserva la forza emotiva delle sue righe, nonostante la cura maniacale dello stile e il talento straordinario per la descrizione, è proprio la sua verità.
"Niente trucchi", diceva Carver, e O'Brien legge questo vangelo con una sorta di innocenza disperata. Ben, l'alcolista radicale, non vuole essere affatto essere salvato dall'angelo-Sera. Vuole semplicemente l'oblio. Dice infatti al suo amore: "Non devi mai dirmi di smettere di bere", e Sera promette di non farlo. Non c'è catarsi nel mondo plumbeo della dipendenza: O'Brien è troppo cosciente per concedere speranza all'amore, e questo non per facile cinismo. Ma semplicemente perché tale è la realtà dei fatti. Chi beve vuole solo bere, e l'angelo serve solo ad accendere una fiamma. È quanto basta, nella filosofia della sconfitta, a dimostrare che non tutto è vano sulla terra. Gli istanti di felicità vissuti da Sera e Ben valgono quanto un'intera vita: due anime perdute possono non esserlo, quantomeno, l'una per l'altra.
CIELI SENZA STELLE
Flash forward. Nel 1994 O'Brien vende i diritti del suo libro a Hollywood. Da quando il cinema ha fatto la comparsa sulla terra, questo è il modo più spiccio per diventare famosi e sistemarsi come scrittori. Due settimane dopo, John si suicida. Torturato dall'alcol come il suo protagonista e uomo tragicamente irrisolto, si spara nello stesso anno in cui si spara Kurt Cobain. Ha trentaquattro anni e non lascia lettere. Il film è un successo. Premio Oscar per Nicolas Cage, trasforma un romanzo uscito per una piccola casa editrice in qualcosa di planetario, pur rimanendo a modo suo "alternativo". Ma nonostante Cage (e soprattutto una Elisabeth Shue in stato di grazia), si tratta di un risultato piuttosto caricaturale. Fin dall'inizio si ha l'impressione che tutto sia in qualche modo troppo "hollywoodiano". Appunto troppo estetizzato per essere vero. Le immagini restituiscono sempre qualcosa di straordinario: danno l'idea di una tragedia che non potrebbe accadere mai davvero. Basta pensare alla scena di Ben che cerca di sedurre al registratore la cassiera della banca, mentre tre comparse lo guardano fra il divertito e l'inorridito. Niente di simile potrebbe accadere nel romanzo. Non così. Perché la grandezza di O'Brien è stata proprio questa: rendere l'incontro fra una prostituta e un alcolizzato come qualcosa che potrebbe tranquillamente accadere al nostro fianco. Come qualcosa di normale: e dunque così straziante.
JOHN HA AVUTO L'ULTIMA PAROLA
"Alla fine Sera ritorna al letto di Al, stavolta nuda, e scopre che la propria indifferenza è cresciuta, la propria diffidenza è emersa del tutto, la propria arrendevolezza si è fatta divorante, come un cancro ormai cresciuto. Lo fa entrare dentro di sé come se fosse un cliente; forse il più grosso, il più cattivo cliente-padrone di tutti i tempi, ma comunque un cliente". Uno scrittore, in fondo, si dovrebbe giudicare solo per ciò che ha scritto — e poco importa se quanto ha scritto si riflette perversamente nella sua esistenza o nella sua stessa fine. E un autore capace di stringere terrore e solitudine in frasi come queste dovrebbe essere ricordato a lungo. Eppure, nella bellissima Postfazione al libro, la sorella dell'autore racconta: "Per me non c'è chiusura nella morte di John, che ormai se n'è andato da quindici anni. Mi legano impossibilmente a lui un milione di pioli nella doppia elica di una molecola di DNA. A momenti alterni, sono furiosa con lui perché ha abbandonato la lotta e ci ha lasciato, poi gli perdono con affetto quella fuga dalla sua prigione di alcol e dolore. Vado da un estremo all'altro nello spazio di una frase, di un respiro, di un unico punto nel tempo. E il punto è quello di John. Qualsiasi cosa io scriva sul suo lavoro, John ha avuto l'ultima parola". Alla fine delle parole, alla fine anche di una recensione, ecco quanto resta. Come in ogni storia davvero tragica, quello che rimane sotto le coltri della bellezza non è stupore né rammarico, né tantomeno la retorica dell'artista morto giovane e tormentato. Per John O'Brien, cantore suicida del dolore, in fondo rimane solo dolore." (Giorgio Fontana, Leaving Las Vegas: torna John O'Brien, "Il Sole 24 Ore", 25/06/'09)
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venerdì 26 giugno 2009
Il bambino che sognava la fine del mondo di Antonio Scurati

"Un angelo con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. Lo sguardo fisso, rivolto al passato; un'immane catastrofe accumula rovine ai suoi piedi. Senza tregua. Lui vorrebbe trattenersi, destare i morti, ricomporre l'infranto. Ma le sue ali dispiegate, impigliate in una tempesta che spira dal paradiso, lo spingono verso il futuro, cui volge le spalle. La tempesta è ciò che un tempo chiamavano progresso, l'angelo è l'angelo della storia di Walter Benjamin. La narrativa contemporanea deve, forse, chiedersi: che ne è stato di quell'angelo nuovo? Stando a Francois Hartog, le società pensano il rapporto tra passato, presente e futuro in modi diversi. Nella nostra, dopo che fino agli anni '60 ha prevalso un orientamento al futuro, è subentrato il 'presentismo', un regime di storicità caratterizzato dall'egemonia del presente. Il che pone la domanda: come si racconta il presente quando non c'è che quello? La letteratura - quell'idea nata con l'età moderna votandosi al culto degli antichi e alla promessa, mai mantenuta, dei posteri - deve oggi accorciare le distanze. Si vede spinta nella zona di contatto con il presente. Tutto il passato sembra averci dimenticati e il futuro non dura più a lungo. Impazienza assoluta. Giù per questa china, la narrativa contemporanea diventa narrativa del contemporaneo. Entrano, allora, in crisi le poetiche dello scarto otto-novecentesche. Il secolo della Storia, radicalmente futurista si era imposto di scartare a ogni costo e a tutto campo: dal linguaggio ordinario, dall'ideologia dominante, dal tempo presente. Ma l'obbligo di aderenza impone, oggi, la fuoriuscita da quel'idea moderna di contemporaneità. Tanto dal'inattualità nicciana quanto dalla negatività adorniana. Insomma, il Ventesimo è stato, nelle arti, nel pensiero e in letteratura, un secolo di sistematico smarcamento. Il Ventunesimo si apre all'insegna del marcamento a uomo, asfissiato e asfissiante, sul presente. Personalmente, avverto questo 'presentismo' declinarsi in 'cronachismo'. Sotto la pressione dei linguaggi mediatici, l'orizzonte ampio della Storia e delle sue storie si frantuma in cronaca di un oggi assoluto, e perciò deprivato della possibilità di entrare in un racconto più grande, sia esso magari anche un racconto del Male. Il risultato è un triste cronicizzarsi dell'esistenza, individuale e collettiva. La vita, se letta nelle pagine dei giornali o vista in tv, scade a teatro di fattacci e fatterelli. Finisce con l'apparirci come una malattia inguaribile di lungo decorso. Un'illusione che per dare prova di autenticità si cala sempre più nei toni crudi, nel sangue, nello sperma, rimesta nel torbido, nel triviale, nel sozzo. Ogni giorno un delitto e un delitto al giorno. Questa la regola della miopia cronachistica. E non si tratta di un 'ritorno alla realtà'. Sul modello degli spettacoli gladiatori, il mondo della comunicazione trionfante è qualcosa di finto che per essere creduto ha bisogno di un eccesso di realtà. La nostra maggiore, obbligata aderenza al reale è, insomma, del tipo del cerotto sulla ferita. Fino alla cauterizzazione dello spirito, fino all'indifferenza e alla cecità assolute. Nella mia pratica di scrittore, ho sempre alternato romanzi storico - epici a romanzi scritti in un corpo a corpo con la cronaca. Sono, per me, due fasi di oscillazione di uno stesso pendolo impazzito. Con il mio ultimo libro, Il bambino che sognava la fine del mondo, ho preso i frantumi di molti delitti narrati, in modo slegato e disperso, dalle cronache di questi anni e ci ho costruito un racconto d'invenzione che li ricapitolasse tutti in un'unica figura discernibile del Male. Per farlo ho perfino utilizzato molti articoli di commento che avevo scritto, non senza disagio, per "La Stampa". E' stato il mio tentativo di sfuggire alla prigione della cronaca seguendo il consiglio di Genet: per sottrarti all'orrore, sprofondaci dentro. Ma è stato anche un modo di mettere in pratica tre principi di una narrazione del contemporaneo. Esercitare un'intelligenza delle superfici (divenire superficiali per profondità; atterrirsi, come astronauti in ricognizione lunare, allineando l'occhio alla superficie desolata e scabra dell'immediato). Stabilire un rapporto di vicinato con il proprio qui e ora (non necessariamente di buon vicinato; si tratta, anzi, di una rivalità mimetica, di scendere sul suo terreno, rischiando risposte parzialmente isomorfe; di farsi sotto, come in una bagarre pugilistica, per piazzare il proprio colpo). Sapersi prigionieri di una bolla di immanenza (e non più quella della concezione postmoderna del linguaggio come prigione di segni ma quella di un tempo senza vie di uscita). [...]" (da Antonio Scurati, La letteratura al tempo della cronaca, "La Repubblica", 26/06/'09)
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Accabadora di Michela Murgia

"Si può ragionare anche così intorno alla letteratura italiana dei nostri giorni. Le occorrerebbe uno sguardo presbite per raggiungere o, almeno, sfiorare la riva. Là dove guardare, vedere lontano, significa - alla lettera - andare à rebours, scavare nel tempo, calare il secchio nel pozzo. Quando sussisteva l’identità geografica e storica, rispetto all’odierno apolide errare. Non si tratta di essere ossessionati dalle tradizioni e dalla storia, come lamenta un musicista di Ishiguro. Ma l’ambizione di approdare a un mondo, sia pure in fieri, e di riconoscerlo, questo sì. Come il Renzo manzoniano, a cui «il lume del crepuscolo fece vedere il paese d’intorno». Il paese è Soreni, in Sardegna (immaginario il paese, reale la Sardegna degli Anni Cinquanta, ammantata di un atavismo su cui già incombevano o volteggiavano i tempi moderni: i jeans, la televisione, il tailleur pied-de-poule a insidiare le lunghe gonne e lo scialle sulle spalle ...). Il lume lo regge Michela Murgia, trentasettenne, originaria di Cabras, al secondo passaggio einaudiano dopo aver modellato Undici percorsi nell’isola che non si vede, il primitivismo che sfarina i paesaggi di cartapesta, spezzetta le cartoline, cestina le megalomanie hollywoodiane. Voce tra le voci che l’isola ha nelle ultime stagioni allevato, Michela Murgia. Ma con un timbro nitido, al riparo del vento imitatorio. Stilisticamente, almeno (e per esempio), la sua officina è assai lontana dalla Barbagia di Salvatore Niffoi. La lingua che cuce Accabadora non è oracolare (o, se lo è, lo è carsicamente), né le si chiede lo spasimo del mimetismo, l’avvoltolamento smisurato nei suoni indigeni. L’accabadora - una sarta, Bonaria Urrai - è la parca che nottetempo recide il filo della vita con un filo di fumo, mai, o quasi, dubitando «di non essere capace di distinguere tra la pietà e il delitto». Una figura mitica tra le diverse di Michela Murgia (come Chicchinu Bastíu, il vecchio cieco che «sentiva nell’aria l’odore dell’uva pronta a far mosto»), una «musa notturna» di Esiodo, un traghetto acheronteo verso il luogo dei «senza nome». Non c’è peccato nel suo agire, è al di là del bene e del male, semplicemente spalanca la via alla dignità che è il medicamentoso oblio di sé. Di metafora felice in grano sapienziale, verso «le implicanze oscene della verità» avanza Accabadora. Perché, infine, Maria, fillus de anima, figlia adottiva di Tzia Bonaria, vedova di un promesso sposo morto in guerra, capirà quale creatura fatale l’aveva accolta. Inseguendo quindi un’ulteriore vita come bambinaia a Torino, là, dove «nessuno si sarebbe preso la briga di disegnare strade così dritte, se non avesse avuto molta paura», meritando la confidenza di un terribile segreto che la restituirà alla Sardegna. D’altronde, si interrogherà, interrogherà: «Me ne sono andata mai?». Al capezzale di Bonaria Urria colpita da «un’ittus», Maria si scoprirà - diverrà - carnalmente «fillus», aureolata dalla verità (dalla necessità) «che ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno». Leggi scritte e leggi non scritte (come il sofocleo dare sepoltura): un’altalena, una tenzone, una casistica millenaria, sino ad Accabadora. «Quel che deve avvenire - come sapeva (e rispondeva) lo scrittore e giurista Salvatore Satta, conterraneo di Michela Murgia -, avviene senza rimedio, senza che Dio ci possa fare nulla». Si vorrà forse credere che siano onnipotenti, onniscienti, i codici umani?" (da Bruno Quaranta, Verso l'Aldilà con la Tzia sarda, "TuttoLibri", "La Stampa", 20/06/'09)
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mercoledì 24 giugno 2009
Le emozioni ferite di Eugenio Borgna

"Le penombre della malinconia, le angosce senza oggetto, il sentimento della nostalgia, le ossessioni della colpa, le ferite dell´ansia, i rimpianti, le attese, le intermittenze del cuore: sono i temi - sempre uguali e sempre diversi - che ama trattare Eugenio Borgna, con una sua cifra personalissima. Nel capitolo più sorprendente del suo nuovo libro - Le emozioni ferite (Feltrinelli) - l´autore si avventura invece in un territorio del tutto inedito rispetto al suo abituale lavoro di introspezione, e più in generale pochissimo esplorato, scavando nell´esperienza improvvisa e fragilissima della gioia. Da sempre molto si è pensato e si è scritto sulla condizione della felicità, ma non sull´immediatezza e sull´intemporalità della gioia che brucia in un istante, "nel presente del presente agostiniano", o anche - scriveva in una lettera Rilke - «La felicità ha il suo contrario nell´infelicità, la gioia non ha contrario, per questo è il più puro dei sentimenti».
È Borgna a ricorrere alle citazioni, e nelle sue pagine si affastellano, ma l´uso che ne fa non è mai vanesio. Per restituire il "nocciolo metafisico" dell´esperienza emozionale della gioia è al Diario di Etty Hillesum che rimanda, a un documento straordinario pubblicato da Adelphi negli anni Ottanta. L´autrice olandese, uccisa ad Auschwitz, ha scritto pagine segnate da quella che Borgna definisce "la nostalgia dell´infinito", sempre interna all´emozione della gioia. Anche in un campo di concentramento, Etty è misteriosamente capace di viverla, sorretta da una sua incredibile forza intima: «Ma cosa credete, che non veda il filo spinato, non veda i forni, non veda il dominio della morte, sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e questo spicchio di cielo ce l´ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così». Del resto "le emozioni ferite" non sono soltanto quelle enigmatiche e apparentemente indecifrabili della vita psicopatologica ma anche quelle della più normale quotidianità, tenute però spesso segrete: sono comunque stati d´animo che chiedono di essere compresi e riconosciuti, dimensioni essenziali della condizione umana, anche forme e modalità della conoscenza - secondo il pensiero moderno.
In questo suo nuovo scavo nell´interiorità, Borgna insiste molto sull´aspetto temporale di ogni singola emozione, di ogni movimento dell´anima. Scrive: «Quando si parla di tempo non ci si riferisce, ovviamente, al tempo dell´orologio ma al tempo soggettivo, al tempo vissuto: il tempo interiore della speranza è il futuro come quello dell´attesa, il tempo interiore della nostalgia e della tristezza è il passato, benché con incrinature diverse, il tempo della gioia è il presente così friabile e così inafferrabile, il tempo dell´ira è il presente dilatato, e deformato, in slanci di aggressività, il tempo dell´ansia è il futuro: un futuro che si rivive come già realizzato nelle ombre dolorose di una morte vissuta come imminente». A metà tra il saggistico e il letterario, tra il rigore dell´analisi e il virtuosismo del linguaggio, Le emozioni ferite di Eugenio Borgna sembrano il nuovo tassello di un´opera che si presenta sempre più coerente al suo interno, quasi un corpus unico, seppure aperto, un viaggio a tappe nei paesaggi della vita interiore, nei significati profondi della malattia e in certi nuclei psicotici della normalità - nelle condizioni comuni dell´esistenza umana che sfuggono alle classificazioni diagnostiche. Alla soglia dei settantanove anni, ancora "primario emerito" dell´Ospedale Maggiore di Novara e libero docente all´università di Milano, Borgna non ha mai smesso di coniugare certe sue personali inquietudini con i gusti intellettuali dell´umanista idiosincratico all´algore degli specialismi - conoscendo Proust e Tolstoj, Sylvia Plath e Antonia Pozzi, Heidegger e Lévinas almeno quanto Jaspers e Binswanger. Non si tratta solo di un suo modo di pensare il dolore psichico, ma anche di un suo modo di stare al mondo, ed è in questo connubio che si rintraccia l´assoluta singolarità della scrittura di Borgna, così ostile al grigiore dei tecnicismi, quel piacere di esprimersi in un linguaggio apertamente metaforico, capace di restituire l´intensità degli affetti. Oltre alla competenza professionale dello psichiatra, si coglie la sensibilità acutissima di un uomo estraneo alle varianti intellettuali del cinismo: è intatta la sua passione per l´umanità più sofferente, non si è affatto arresa al disincanto e neppure alle sciatterie culturali di quella psichiatria "organicista", oggi dominante, che lui non esita a definire barbara." (da Luciana Sica, Il tempo della gioia e quello della felicità, "La Repubblica", 24/06/'09)
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martedì 23 giugno 2009
Banville: "Noi scrittori uccisi da Foucault"

"'Che importa chi sta parlando?' E' la domanda che, in modo irritante, pone uno dei moribondi narratori di Beckett e il fatto che io non riesca a ricordarmi chi sia costituisce forse parte della risposta. In chiusura di Le parole e le cose Michel Foucault, notoriamente, riformulò la domanda durante le esequie - certamente premature - per la 'morte', in generale, dell'autore. Se Beckett avesse conosciuto, cosa che probabilmente avvenne, l'opera di Foucault, avrebbe di certo approvato con grande entusiasmo la campagna, in un certo qual modo sinistra, dell'intellettuale francese per l'annichilimento dell'autorità del romanziere, o del poeta - o in verità dovremmo presumere, del filosofo-autorità sul proprio lavoro. Per Foucault, come per molti altri fanatici delle paludi accademiche di circa una generazione fa, la risposta alla domanda di Beckett non è tanto un ‘chi’ bensì un ‘cosa’. Secondo Foucault, non si tratta dell’autore che parla o scrive ciò che scrive, ma è il linguaggio stesso, con tutti i suoi echi e riverberi, i suoi sibili e ululati proveniente dall’oscura foresta del passato. Noi non sappiamo cosa diciamo quando parliamo, perché in realtà non parliamo, bensì veniamo parlati, e quello che noi pensiamo come un discorso razionale non è altro che un confuso barcollare nel sottobosco che i millenni di utilizzo hanno depositato sul suolo della foresta. La selva oscura di Dante è una boscaglia di parole logore nella quale non ci svegliamo mai totalmente. La campagna del ventesimo secolo per declassare lo scrittore da creatore a strumento, da padrone del linguaggio, come Oscar Wilde lo intese, a suo schiavo, fu fortemente osteggiata da molti critici e accademici, specialmente in Inghilterra, dove la teoria è criticata e i neo Giacobini della cultura francese godono di una considerazione che è un miscuglio di disprezzo, paura e risentito divertimento. Fu il silenzio degli innocenti, comunque, a essere notevole. La maggior parte degli scrittori - ovvero gli scrittori creativi, come veniamo chiamati - si sottrassero al dibattito. Come mai, perché non protestammo mentre Foucault e i suoi compari cercavano di mandarci al macello? Credo si trattasse del fatto che sentivamo, con fastidio, ma con un certo sollievo, che il nostro segreto era stato scoperto, che la nostra essenziale non-esistenza, la nostra inesistente essenza, era venuta alla luce. Qualche anno fa la Rte, la rete televisiva nazionale irlandese, commissionò un documentario su di me e sui miei lavori, dando enfasi, dietro mia insistenza, all´opera. Il direttore del programma, anch´egli un auteur, era acuto e perspicace e il programma che ne derivò eccellente, meritandosi, a giusto titolo, molti consensi. La prima domanda che mi pose, il primo giorno di riprese, fu, «Chi è ?». Sullo schermo appaio esitante per un lungo istante prima di fornire quella che all´improvviso mi sembrò l´unica risposta possibile. «Beh, vede», risposi, «non c´è nessun John Banville». In quel momento non capii del tutto che cosa intendessi. Certamente, e voi potete vederlo, esiste un John Banville, ed è il povero forcuto essere umano che si alza al mattino, si veste, fa colazione, si avventura fuori nel mondo quotidiano, che ha opinioni e va a votare alle elezioni, che ama i suoi bambini e che un giorno morirà. Ma quel John Banville non è lo stesso il cui nome appare sul dorso dei suoi libri. Non si tratta del John Banville che sogna una storia e la popola di personaggi. Non è il John Banville che se ne sta tutto il giorno seduto alla scrivania a lavorare sulle parole. Quell´altro, misterioso, John Banville è, in un parola, invisibile.
Più avanti nel documentario Rte – il cui titolo, a ogni modo, e non in maniera insignificante, era Essere John Banville – c´è una divertente e illuminante sequenza di stregoneria tecnica che mi vede seduto alla scrivania, ipoteticamente immerso nel lavoro, mentre allo stesso tempo un altro me, identico a quello seduto, gira per lo studio intento a prendersi cura delle piante di casa con un innaffiatore. È una bella metafora e illustra in modo arguto una delle tematiche principali che io e il regista seguimmo per tutto il programma – lo stesso tema, ovviamente, che sto trattando qui oggi, cioè, il tema della duplicità dello scrittore.
Quando faccio letture in pubblico o partecipo a prestigiose manifestazioni come questa, e incontro faccia a faccia alcuni dei miei lettori, mi sembra di cogliere nei loro occhi il sorgere di uno sguardo di leggero disappunto, di insoddisfazione. È come se la persona per la quale erano venuti, nella speranza di incontrarla, non si fosse presentata. È come se il John Banville dinanzi a loro, quello che cerca di fare del suo meglio per essere non solo cortese, ma anche plausibile, non fosse, in qualche modo, il John Banville che pensavano di conoscere dalle pagine dei miei libri. E hanno ragione – non è la stessa persona. Quel John Banville, gli voglio dire, quello che scrive le storie che loro ammirano, esiste solo quando questo John Banville si siede alla mia scrivania ogni mattina e impugna la mia penna, e cessa di esistere quando, giunta la sera, poso la penna.
Che relazione esiste tra questi due, lo scrittore che è visibile davanti a voi adesso e l´altro che se ne sta invisibile accanto a me? Tutti sperimentiamo questo dualismo, o qualcosa di molto simile, quando alla sera ci sdraiamo a letto per dormire. Per un po´ l´occupante si gira e si rigira, mentre con la mente ripercorre gli avvenimenti della giornata, preoccupato per gli errori e i misfatti e celebrando i piccoli trionfi. In breve, comunque, si leva da lui l´ectoplasmico altro, quello sognante, che prende il controllo e parte per uno sfrenato giro di piacere notturno, fatto di sgommate lungo tornanti, immersioni a profondità impossibili, svolazzando anche per aria, a volte, mentre figure bizzarramente familiari lo salutano e si prendono gioco di lui, oppure si gettano sul suo cammino facendo capriole e piangendo. Poi arriva il mattino e il suono stridulo della sveglia; il dormiente si sveglia e la sua vampiresca versione notturna si rintana ancora una volta nella cripta, nell´attesa di un altro crepuscolo. Quello che sogna, quello che scrive: sono cugini di primo grado se non, in realtà, fratelli gemelli. E ora, sebbene io non sia sicuro chi di noi stia parlando, Banville e io vi porgiamo il nostro evanescente saluto di congedo e diventiamo ... invisibili." (da John Banville, Noi scrittori uccisi da Foucault, "La Repubblica", 23/06/'09)
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lunedì 22 giugno 2009
Psichiatra contro reduce

"Amaro, crudo da far male. E una scrittura aspra, che indispettisce e al tempo stesso cattura. A immagine e somiglianza dell’autore, che al solo guardarlo in faccia mette apprensione. Un look, c’è da supporre, studiato a tavolino, benché l’inglese Tim Willocks non ne abbia bisogno: medico, produttore cinematografico, sceneggiatore e scrittore con i controfiocchi. Come conferma Bad City Blues (Cairo). Un titolo peraltro di scarso richiamo, che si è portato dietro una lettura a scoppio ritardato. Sbagliato, perché questo lavoro – visionario, crudele, erotico – non mancherà di catturare il lettore. A fronte di una trama forte che vede, nel Sud degli States, uno psichiatra a caccia di uno psicopatico, ex leggenda ai tempi del Vietnam. L’obiettivo è quello di ucciderlo. Anche se si tratta di suo fratello.
Proseguiamo con La Voce del male (Nord), un romanzo 'imperdibile' (lo dice Lee Child, uno che se ne intende) firmato da Chris Mooney, quanto mai abile nell’imbastire un canovaccio che trasuda suspense. Partendo dall’omicidio di due ragazze che, a prima vista, nulla hanno in comune. Salvo l’assassino. E poi niente indizi, se non una statuetta della Vergine Maria, sulla quale dovrà far di conto l’agente della scientifica incaricata delle indagini. A complicare le cose ci si metterà di mezzo un ex profiler dell’Fbi, ambiguo, perverso, nonché pluriricercato. E siamo solo agli inizi ...
Dall’India alla Scozia, grazie a Stuart MacBride, quanto mai abile nell’usare la penna alla stregua di un machete, nel nutrire le sue 'invenzioni' di raccapricciante ferocia, nel far soffrire di insonnia i suoi fan. Tutto questo e altro ancora ne La casa delle anime morte (Newton Compton), un concentrato – senza entrare nel merito – di cattiveria narrativa.
A questo punto giochiamo in casa. Con il prolifico Luigi Guicciardi, abile anfitrione di un’altra storia modenese, nella quale rimette in scena il collaudato commissario Cataldo, questa volta alle prese con l’efferato assassinio di una lucciola, ben presto seguito da quello di una prof., a sua volta orribilmente seviziata. Quale filo conduttore unisce il mondo della prostituzione a quello di un liceo? Cosa può scatenare una simile furia omicida? Leggere per capire La Belva (Hobby & Work), un lavoro misurato e coinvolgente al tempo stesso.
A sua volta, per gli amanti dei thriller storici, Alfredo Colitto ambienta da par suo Cuore di ferro (Piemme) nella Bologna del 1311. Risultato? Un romanzo gradevole e ben costruito dove a tenere banco è 'un giovane templare coinvolto in un feroce omicidio; un medico pronto a sfidare l’Inquisizione per il bene della scienza; una formula alchemica dai poteri sovrannaturali'.
Onore al merito, infine, a Tonino Benacquista, francese di origini italiane, e al suo avvincente Ancora Malavita (Ponte alle Grazie); alla collaudata Charlotte Link con L’ultima traccia (Corbaccio) e al debuttante Roberto De Luca, maresciallo capo presso il Tribunale di Bologna, con Insospettabili Ombre (Pendragon). Senza dimenticare l’inglese Clifford Witting, scomparso nel 1968, del quale Polillo propone Ipotesi per un delitto. Un ritorno al passato che profuma di nuovo." (da Mauro Castelli, Psichiatra contro reduce, "Il Sole 24 Ore Domenica", 21/06/'09)
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L'ultima crociata di Bradbury: "Così torno a salvare i libri"

"L'uomo che vuole salvare i libri, a ottantanove anni non ha ancora terminato la sua missione. Ray Bradbury, uno dei più grandi scrittori di fantascienza, autore di Fahrenheit 451 - in cui il protagonista, assieme ad altri 'resistenti', combatte per salvare i libri dalla distruzione imposta da un regime dittatoriale - ha deciso di vestire i panni di Montag e di provare a difendere dalla chiusura la H. P. Wright Library nella contea di Ventura, in California, la cui esistenza come quella di altre biblioteche pubbliche, è minacciata dai tagli di budget. E lo farà andando di persona nella sala della biblioteca per un incontro con il pubblico, che pagherà 25 dollari per assistere all'evento. 'Non potevo non partecipare', dice lo scrittore dalla sua casa californiana, 'la mia vita è fatta di libri, senza i libri io non avrei avuto una vita. E senza biblioteche pubbliche non avrei fatto lo scrittore'. Bradbury è cresciuto tra i libri, ha imaparato a conoscere il mondo tra le righe dei romanzi e dei saggi che leggeva da ragazzo, e ha immaginato il futuro tra i corridoi delle biblioteche. 'Mi piacerebbe incoraggiare i ragazzi a entrare nelle biblioteche, sono il posto più importante di ogni comunità. La tv ci vuole far credere che siamo tutti ricchi, ma non è così: molte famiglie non ce la fanno a garantire un'istruzione adeguata ai propri figli e in soccorso ci sono solo le biblioteche. Io ne sono la prova vivente. Quando avevo 18 anni, avevo finito il liceo e la mia famiglia non aveva denaro. Non potevo andare al college, andai in una biblioteca. Lo feci tre volte alla settimana, per dieci anni. Quando a 28 ani pubblicai il mio primo libro ne portai due copie a quella biblioteca pubblica'. La H. P. Wright deve trovare circa 200.000 dollari per evitare la chiusura, e l'evento con Bradbury potrebbe rimettere in sesto, almeno per un po', le finanze della struttura. 'Faccio questo tipo di incontri nelle biblioteche quando posso', ha detto al quotidiano della contea di Ventura, 'parlo ai bambini e ai ragazzi, provo a spiegare loro che senza libri non si vive bene. Ma che si può ancora vivere con poco internet e con poca tv. I genitori dovrebbero dire agli insegnanti nelle scuole, "smettete di usare i computer, mettete dei libri nelle mani di mio figlio"'. Bradbury non ha mai nascosto la sua antipatia per alcune delle forme della tecnologia moderna. 'Non tutta, in realtà. Molte cose sono utili, i computer servono in molte cose. Ma internet non ha significato. Non è una cosa reale come un libro. Yahoo voleva mettere un mio libro online. Mi hanno chiamato alcune settimane fa. Li ho mandati al diavolo'. La battaglia per la difesa dei libri ha guidato tutta la vita di Bradbury, e richiama naturalmente alla memoria Fahrenheit 451: 'E' un libro ancora attuale', dice Bradbury, 'ci sono molti Paesi del mondo dove esiste la censura e non c'è libertà di parola. Avevo 31 anni quando Hitler faceva bruciare i libri, ricordo quello che faceva Stalin. Ci sono ancora troppi posti dove i libri non vengono pubblicati o vengono bruciati." (da Ernesto Assante, 'Così torno a salvare i libri', l'ultima crociata di Bradbury, "La Repubblica", 21/06/'09)
A Literary Legend Fights for a Local Library (NYTimes.com)
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Naufragi. Immagini romantiche della disperazione di Esperanza Guillén Marcos

"La nave è ferita, sfondata, immobilizzata da lastre di ghiaccio preistorico, forse è sconquassata da secoli, forse è stata morsa da marosi pietrificati un attimo fa, forse si è conservata nella frantumazione del gelo dai primordi della Creazione, o forse si sta spaccando ora negli occhi che guardano affascinati e atterriti: così appare il naufragio sublime che il pittore romantico Caspar David Friedrich dipinse due secoli fa e chiamò Mare di ghiaccio. Le immagini di Friedrich, insieme a quelle dei naufragi infuocati e tempestosi di Delacroix, e Géricault, e Turner, tornano in un bellissimo e agile libro di Esperanza Guillén Marcos pubblicato da Bollati Boringhieri: Naufragi. Immagini romantiche della disperazione. La Guillén parte dall´idea di Sublime in Kant per leggere nei naufragi in mare l´idea romantica di disfatta eroica, la figura avventurosa di un´esperienza del viaggio e del pericolo supremo che ossessionò i Romantici da Byron a Hugo. Ma la figura del naufragio è antichissima, e ambigua fin dalle origini.
In Mesopotamia, due millenni prima di Cristo, nel poema di Gilgamesh, il diluvio universale è una tempesta in cui i mari inferi salgono a galla e distruggono tutto tranne il battello di Gilgamesh, che sopravvive per ricostruire il mondo. Ma mille anni dopo, nella Grecia di Omero, il naufragio che sbatte Ulisse nudo davanti a Nausicaa è già diventato una metafora: Ulisse, lo scampato, non ricostruisce niente, racconta solo una storia.
Nell´epoca in cui i naufragi erano una realtà quotidiana, tra Cristoforo Colombo e il Colonialismo, l´affondamento di una nave e la morte di tutti tranne uno sembra assumere un senso positivo. È grazie a un naufragio che Robinson Crusoe scopre di saper vivere da solo nella Natura; in Swift è con un naufragio che Gulliver ha la rivelazione che il mondo cosiddetto civile è un universo falso, retto da leggi assurde; ed è un naufragio magico che nella Tempesta di Shakespeare ripristina l´ordine e fa trionfare la giustizia.
Sembra che il lavacro nelle acque in tempesta sia simile a un rito di passaggio, una prova che dà inizio a una trasformazione, un disastro per il quale valgono i versi di Hölderlin: «Là dove è pericolo, cresce anche la salvezza». E i primi veri poeti della modernità confermano questa idea di una prova iniziatica, che a loro però è vietata: nel Battello ebbro Rimbaud si augura che il battello della sua mente-corpo sia squassato dalle tempeste e che la sua chiglia «scoppi», ma cade in una quieta disperazione quando scopre che il naufragio rigeneratore è un sogno, e il battello ebbro è stato sostituito da una barchetta di carta che un bambino fa scivolare in una pozzanghera; Baudelaire nel Voyage invita il lettore a seguirlo «in fondo all´abisso», nel solo naufragio che può condurre ancora al «nuovo», ma il nuovo è possibile solo pagandolo con la morte: «O Morte, Vecchio Capitano, leviamo l´ancora…».
In forme variate all´infinito il tema di Ulisse che sopravvive per narrare non finisce, e arriva fino al Melville di Moby Dick: un immenso flashback narrato da Ismaele, il solo scampato al naufragio. Ma mentre raccontava l´ultima epica del naufragio nel Male, Melville stava inventando con Bartleby lo scrivano un´altra figura di naufragio, totalmente moderna e metaforica: il naufrago nell´anonimato del lavoro meccanizzato, il sopravvissuto perso in un mondo estraneo, l´impiegato universale privato dell´avventura e la cui sola resistenza al male è un lapidario «preferisco di no».
Il vecchio Melville, ex marinaio e scrittore fallito arenato per vivere in un impiego alla dogana di New York, ha capito che i viaggi sono finiti, e i naufragi sono ormai di altra specie. In America Kafka farà naufragare Karl Rossman nell´immensità spersonalizzata dell´America, e lo definirà "il disperso"; l´uomo di Sartre resterà chiuso in una stanza, naufrago nel Niente e nella Nausea; l´Io di Heidegger si perderà nell´Abgrund, l´abisso senza fondamento, o affogherà nella Chiacchiera; e, sepolto in una buca, immobile, con solo la testa fuori dal deserto, il sotto-essere di Beckett racconterà in Giorni felici la fine frivola e banale di ogni sublime.
Fine di tutto? No, qualcosa ancora galleggerà della vecchia metafora, affiorando in uno dei rari grandi poemi postmoderni, La fine del Titanic di Hans Magnus Enzensberger, dove, nell´anno di piombo 1978, si racconta il naufragio delle illusioni di progresso e di democrazia della Modernità, con un sopravvissuto che come Ulisse parla, ma parla una lingua indecifrabile: «Non era né un morto né un Messia, e nessuno comprese quel che diceva». Quel che diceva lo scampato del Titanic lo capiamo appena oggi, nel naufragio che nessuno vuole vedere e chiamare con il suo nome: forse gli scampati e i dispersi che siamo hanno ancora molto da raccontare." (da Giuseppe Montesano, Naufragi, "La Repubblica", 21/06/'09)
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sabato 20 giugno 2009
Il superstizioso di Francesco Recami

"E’ arrivato il tempo, credo, di prestare maggiore attenzione ai romanzi di
Francesco Recami, che si succedono da qualche anno con puntuale regolarità. Prendiamo Il superstizioso, che è entrato di prepotenza nella cinquina del Premio Campiello. E’ la storia di Camillo, agiato proprietario di un negozio di scarpe, sposato e senza figli, la cui maggiore preoccupazione consiste nel decifrare, attraverso riti propiziatori, i segni che governano il suo destino. La realtà presenta ai suoi occhi una serie di indizi e di coincidenze che sembrano rispondere a un ordinamento occulto, a una logica segreta. E lui si danna, in modo maniacale, a ricercare le tracce di
una buona o cattiva ventura. Un segnale che si ritiene eminentemente fortunato - il passaggio simultaneo di tre treni nella stessa direzione - lo induce a concedersi una giornata di vacanza, a tornare anzitempo a casa. Entrando di soppiatto, inciampa rovinosamente nel gatto, ma la caduta e la perdita dei sensi sono accompagnate da una nubecola di gemiti e sospiri che arrivano dalla camera da letto. Il gran sospetto che alimenta la superstizione, un sospetto quasi metafisico, lo introduce così nel vortice subalterno della gelosia. Camillo si adopera a cercare con i più ingegnosi accorgimenti, fino a inventarle, le prove che la moglie lo tradisce. Indaga nel suo passato e nelle sue odierne frequentazioni, applicando una logica che, quanto più ferrea, risulterà soccombente davanti al capriccio del caso.
Saltando ovviamente le conclusioni, ho dato appena le coordinate di una vicenda condotta con acuta intelligenza, con catturante umorismo. Il tema del sospetto, che presiede alla superstizione e alla gelosia, riappare in toni meno esemplificativi e più distesi in un altro romanzo di Recami, fresco di stampa, Il ragazzo che leggeva Maigret. Giulio è chiamato comunemente Maigret perchè manifesta una passione insolita, maniacale per il commissario immortalato da Simenon: così umano, intuitivo, alieno dai freddi ragionamenti alla Sherlock Holmes, dai gialli inglesi «tutte balle e tazze di tè». Ha letto tutti i suoi libri, ama come lui il cibo robusto, gli piace asciugarsi i panni bagnati contro la stufa e non vede l’ora di poter caricarsi una buona pipa. Soprattutto non perde occasione per emulare il suo talento investigativo. L’ambiente è propizio, Giulio vive in un paese solcato da canali e avvolto da nebbie, dove al nobile dissoluto fanno corona gli esemplari di una umanità marginale e dimessa: il padre di Giulio, che è fattore e guardacaccia di una famiglia decaduta, il custode della Chiusa, il fallimentare commerciante di vini, la moglie smaniosa dell’orologiaio, l’oste malfamato, le tre sorelle inacidite dalla vedovanza ... Il ragazzo intravede nella nebbia uno sconosciuto che getta nel canale quello che sembra un voluminoso involto o, chissà, un corpo umano. Parte di qui la sua indagine che lo porta a dipanare un intreccio di vite miserabili, di piccole e grandi bramosie, di sogni provinciali. Ad ogni passo si confronta idealmente con il famoso commissario, chiedendogli suggerimenti ma opponendogli anche le risultanze di una realtà vera, non fantasticata. E’ in questo duttile rapporto con il grande modello che il romanzo, non privo degli abituali colpi di scena, trova la sua ispirazione, il suo filo di eleganza. Tutto si svolge in una giornata di neve, che cancella le tracce e sembra propizia al crimine. Ma non ci sarà scorrimento di sangue come accade nei romanzi di Simenon e al ragazzo spetterà alla fine una funzione conciliatrice e assolutoria nei riguardi delle persone variamente coinvolte nella vicenda: poveri esseri sbatacchiati dalla vita, per i quali anche il burbero Maigret avrebbe provato comprensione. Il suo piccolo allievo, che sogna di diventare commissario, si compiace appena di avere interpretato dignitosamente una avventura del Maigret «da giovane», quella che non è stata mai raccontata." (da Lorenzo Mondo, Come Maigret tra nebbie e canali, "TuttoLibri", "La Stampa", 20/06/'09)
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Calasso: "Il vero editore infrange il tabù del pubblicabile"

"Non soltanto da Google dovrebbe guardarsi l'editoria, ma da se stessa, dalla sua sempre più flebile convinzione nella propria necessità. Innanzitutto nei Paesi anglosassoni, che sono la punta di lancia dell'editoria, dato il predominio della lingua inglese. Se si entra in una libreria di Londra e di New York, è sempre più difficile riconoscere i singoli editori presenti sul tavolo delle novità. Con alta discrezione il nome della casa editrice è spesso ridotto a una o più iniziali sul dorso del libro. Quanto alle copertine stesse, sono tutte diverse - e in un certo senso troppo simili. Ogni volta offrono un tentativo di impacchettamento, più o meno riuscito, di un testo. E ciascuno vale per sé, in obbedienza al principio dello one shot. Quanto agli autori, i loro libri si incontrano sotto il marchio di una certa casa editrice e non di un'altra innanzitutto in conseguenza delle trattative fra l'agente dell'autore e quel certo editore nonché dei rapporti personali fra l'autore e un certo editor. Mentre la casa editrice in quanto tale diventa l'anello tendenzialmente superfluo della catena. Ovviamente sussistono notevoli differenze di qualità fra le case editrici, ma all'interno di un ventaglio che presenta a un estremo il molto commerciale (associato alla volgarità) e all'altro estremo il molto letterario (associato alla sonnolenza). Ciò che sta in mezzo è una serie di gamme dove si situano i vari marchi. Così Farrar, Strauss and Giroux sarà più vicino all'estremo 'letterario' e St. Martin's all'estremo 'commerciale', ma senza che questo implichi qualche considerazione ulteriore - e soprattutto senza che siano escluse invasioni di campo: l'editore letterario potrà occasionalmente essere tentato dal titolo commerciale, nella speranza di far rifiorire i suoi conti, e l'editore commerciale potrà sempre essere tentato, poiché l'aspirazione al prestigio è una malerba che cresce ovunque, dal titolo letterario. Ciò che è penoso in questa suddivisione - che poi corrisponde a un certo assetto mentale - è innanzitutto il fatto che è falsa. Nel ventaglio che ho appena descritto è chiaro che Simenon o una sua ipotetica reincarnazione attuale, per dare solo un esempio, dovrebbero essere inclusi nella zona altamente commerciale - e perciò non passibile di valutazione letteraria; ed è chiaro che molti appartenenti alla funesta categoria degli 'scrittori per scrittori' dovrebbero essere automaticamente assegnati all'estremo letterario. Questo va a danno sia del divertimento sia della letteratura. Il vero editore - poiché tali strani esseri ancora esistono - non ragiona mai in termini di 'letterario' o 'commerciale'. Se mai, nei vecchi termini di 'buono' e 'cattivo' (e si sa che molto spesso il 'buono' può essere trascurato e non riconosciuto). E soprattutto il vero editore è quello che ha l'insolenza di inventare uno slogan come questo: 'I libri Diogenes sono meno noiosi' (lo inventò qualche anno fa Daniel Keel, editore di Diogenes, e queste parole si potevano leggere tutt'intorno al suo stand alla Fiera di Francoforte). [...]" (da Roberto Calasso, Il vero editore infrange il tabù del pubblicabile, "Corriere della Sera", 20/06/'09)
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venerdì 19 giugno 2009
Hamletica di Massimo Cacciari

"Quello indicato da Massimo Cacciari in Hamletica è un avvincente percorso nei labirinti della decisione, un itinerarium mentis nei dilemmi dell'agire, scandito da tre figure esemplari nelle quali il filosofo osserva la progressiva esautorazione, connotata da insicurezza e smarrimento, di un artefice del libero volere. La sovranità del fare è problematica fin dalla sofferta
e spettrale decisione di Amleto alle prese con una irrevocabile, ma irrisoluta, vendetta. Da fatto necessario che era, l'agire diventa rappresentazione
verosimile, apparenza orfana di essenza, arbitrio infondato; il soggetto fa esperienza della sua insicurezza, della perdita di identità tra essere e fare, della dissociazione tra la percezione di sé e la libera decisione che dovrebbe conseguirne. Così, i valori non hanno più la forza di valere, di ripristinare un'antica sovranità: indugio e angoscia trasformano il soggetto da razionale a melanconico, ripiegato sulla propria fragile, evanescente parvenza. Se i termini della decisione sono quelli di una catastrofe, allora Amleto diventa il testimone dell'insolvenza del Cogito cartesiano, della sua incapacità di neutralizzare il dubbio da cui aveva preso le mosse, una volta destituita di fondamento la garanzia teologica. La certezza viene emancipata dal cogito, sopravvivendo come finzione nella rappresentazione teatrale. Amleto appare come figlio del non-essere (il «not to be» del celebre monologo), a cui non resta che rappresentare una decisione impossibile, recitando il ruolo del vendicatore. Soltanto la purezza del silenzio di Ofelia, l'ineffabilità del suo amore, può sottrarsi al teatro del mondo. Cacciari ritrova, sotto mentite spoglie, l'indugio di Amleto in un altro mito della modernità: l'agrimensore K. del Castello di Kafka. Mentre Amleto si dibatte ancora in nome di una legge naturale su cui poggia la vita della famiglia e della comunità, K. è lo straniero, l'inappartenente, estraneo e avulso da ogni contesto di legittimazione: un singolo, esistenza pura gettata e abbandonata nel mondo; aphorismenos, irrelato e frammentario - come avrebbe detto Kierkegaard, rispetto al quale Kafka rivendica una preziosa consanguineità, priva tuttavia del conforto della fede. K. esige che qualcuno gli riveli la propria ragion d'essere, la normatività su cui deve poggiare ogni forma dell'agire. Tale domanda è legittima ma improponibile perché il fondamento della nostra esistenza è abissale, non un fortilizio in cui trovare accoglienza, riparo e motivazione. La libertà, che caratterizza l'esserci, deriva dalla nostra completa inessenzialità: «Tu sei libero - scrive Kafka - e perciò sei perduto». La fortezza è inespugnabile, così come il padre insensibile alla lettera del figlio, e ogni tentativo di varcarne la soglia in nome della libertà risulta colpevole. La potenza nichilistica di questi due miti, relativi all'impotenza di ogni volontà di potenza, confluisce nei personaggi esausti di Beckett, terzo autore esemplare di questa trilogia filosofica. Lo scrittore irlandese sembra l'artista dell'ultimo giorno, che viene dopo Joyce, consapevole di non poter procedere se non sottraendosi, ritirandosi, configurando un finale di partita in cui ogni attesa appare preclusa, irrappresentabile, innominabile: l'attesa di Godot è la versione parodistica, la declinazione comica di ogni discorrere alla ricerca di un senso. La vanitas vanitatum ci confina in un limbo i cui abitanti sembrano far esperienza epigonale di una estrema nudità mistica che depone ogni istanza deliberativa, pur avvertendo l'inesauribile «impressione di esistere». Qui il disincanto è radicale, privo di compiacimento: tutto è già accaduto, non vi è più nulla da attendere, si conversa inutilmente in forza di una coazione abitudinaria, «senza poter credere che un Libro, un Nomos ne costituiscano origine e fondamento». Permane soltanto il venir meno (Lessness) di ogni barlume di vita, l'inutilità della sofferenza, l'evidenza dell'infelicità, l'estenuazione di una «barbarie del senso», la pietas dell'incompiutezza insieme alla sfibrata nostalgia di improbabili giorni felici. Il nome ultimo dei vari Ulisse, Amleto e K. è in Beckett Nessuno, colui che non desidera più nulla. Il resto è silenzio - come già sapeva Amleto." (da Marco Vozza, Da Amleto a Godot verso il Nulla, "TuttoLibri", "La Stampa", 13/06/'07)
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lunedì 15 giugno 2009
L'ultima estate di Cesarina Vighy

"Raccontare la propria vita? Che cosa banale, oggi. Ma il nostro pregiudizio cade di fronte al romanzo di Cesarina Vighy, L'ultima estate. Un'autrice di talento, esordiente a settant'anni passati da poco con un libro che durerà (e che ha già vinto il Premio Campiello Opera prima ed è in finale allo Strega). Lei è bravissima a rievocare e raccontare e insieme a interpretare. E non è cosa da poco, se si pensa alla materia narrata. Per il fatto che il suo personaggio, la signora Zeta, ovvero Amelia, detta Pucci, veneziana d'origine ma trasferitasi giovanissima a Roma, ha una grave malattia neurologica, la Sla, che nel tempo le ha inceppato la parola e tolto la deambulazione. Mentre Pucci non è altro che, purtroppo, il 'doppio' della narratrice: una vita che si esprime attraverso un'altra vita, speculare. Raccontarle, è un'impresa da far tremare vene e polsi. Il pericolo, il patetismo in agguato. Non succede. L’umorismo è la salvezza di questo ‘narratore onnisciente’, come lei si definisce, un po’ sul serio un po’ per gioco (chi conosce meglio di noi la nostra vita?) nelle ultime parole del romanzo. E che vita. Così piena di fatti, imprevisti, gioie e dolori. A partire dagli avi. Con un nonno materno, Giovanni, ‘inconsapevole Saturno che divora i suoi figli’, accanendosi con loro. Una madre cui il nonno nega gli studi, fermandola alla seconda elementare, ma, di più, vorrebbe negarle il suo destino di donna (‘adesso che porti le pezze, non crederai di comandare, puttana!’), al primo mestruo. Quanto a lei, Pucci, concepita fuori dal matrimonio (il papà avvocato, è già sposato con un’altra, ma vivrà poi con la mamma un'unione amorosa e felice per oltre 40 anni), lascia intrepida la famiglia e la sua città, per cercare dopo un incidente amoroso, di rifarsi una vita a Roma. Riuscirà, coronando, alla fine, il suo sogno di diventare bibliotecaria. E avrà la fortuna di attraversare Sessantotto e anni di piombo troppo adulta per lasciarsi coinvolgere (spassosissime le pagine sull'incontro con femminismo e femministe, gonnellone a fiori e zoccoli). Un marito di sette anni più giovane, 'con nessuna voglia di capire' il suo mondo, 'e tanto meno di entrarci'. Eppure il matrimonio tiene nel suo 'legame inestricabile'. Una figlia. 'Anni di quiete che si potrebbero chiamare anni felici se solo sapessimo, mentre la si vive, che quella è la felicità'. Perché poi, per Amelia detta Pucci, arriva la malattia. Sofferenza e grottesco, illusioni e paure: è il miscuglio di emozioni che la Vighy fa vivere alla sua protagonista. Lei, Amelia - ma anche la narratrice -, trova una sua nuova forza nel racconto. Sciorinando un gusto formidabile per l'aneddotica, in grado di ridare energia ai momenti più dolorosi. Così avviene nel capitolo Neurologia, ninfa gentile, dove ognuno dei sette, fra medici, professori e professoroni, dice la sua conducendo la paziente, fra occhio clinico e, spesso, goffaggine umana, verso il calvario. O quell'altro irresistibile capitolo intitolato I consigli di madame de la Palisse, serissimo e insieme faceto; dove dà 'una specie di decaloghetto portatile' ai 'principianti' e 'ai catecumeni' 'di questa mia e loro malattia'. L'attaccamento ostinato alla vita: è l'oggetto che la Vighy ci fa conoscere. Tuttavia, molto al di là del suo ruolo di (apparente) narratrice principiante. Persuasi come siamo che in lei viva una tradizione letteraria veneta bonariamnete ciarliera e amabilmente digressiva, che attraversa, tutta luci e ombre, febbrile e limpida, Goldoni e Nievo. Ed è a questi due grandi che la vogliamo affettuosamente unire." (da Giovanni Pacchiano, Vicissitudini di una Zeta, "Il Sole 24 Ore Domenica", 14/06/'09)
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Una cosa piena di mistero di Eudora Welty

"Eudora Welty, classe 1909, premio pulitzer 1973, non era certo una writer's writer, cioè uno di quegli scrittori amati principalmente dagli altri scrittori. I suoi romanzi, tra cui i più famosi La figlia dell'ottimista e Matrimonio sul Delta, come i suoi racconti, sono storie ben costruite, di saldo intreccio, con personaggi vigorosi, con un'ambientazione nel Deep South degli Usa, dove era nata, accuratamente descritta. Roland Barthes, classe 1915, maitre à penser culturale di tutta un'epoca, era un lettore sofisticato e vedeva nella letteratura innanzi tutto un impero dei segni. Per formazione, apprendistato, ambiente, tutto sta a dividerli. Eppure qualcosa hanno in comune. Certo il mio è un accostamento personale e forse tendenzioso, ma non casuale. Cito due loro frasi: Eudora: 'Imparare a scrivere potrebbe essere una parte dell'imparare a leggere'. Barthes: 'Scrivere è voler riscrivere'. L'accostamento me l'ha offerto la pubblicazione di una raccolta di saggi della scrittrice americana intitolata Una cosa piena di mistero (con una bella prefazione di Carola Susani e una buona traduzione di Isabella Zani). La cosa piena di mistero è ovviamente la letteratura, anzi, la narrativa, perché è di questo che la scrittrice americana si occupa. L'austera signorina, che era nata a Jackson, Mississippi, i romanzi aveva cominciato a scriverli nel 1936, e subito aveva cominciato a ragionare sulla scrittura. Come si diventa scrittori? E perché? E cosa vuol dire? La sua visione di ciò che è un romanzo è fortemente idealista, di quell'idealismo tipico di molti umanisti americani che alle spalle hanno il trascendentalismo piuttosto che l'illuminismo; dell'arte del romanzo Welty fa una questione di verità e sensibilità più che di tecnica, tanto che a un certo punto, con qualche esitazione, si spinge ad affermare: 'Forse è troppo dire che l'esattezza, la concretezza e la solidità del mondo reale raggiunte in una narrazione corrispondono all'intensità di sentimento nella mente dell'autore e al battito del suo cuore; ma lì sta il segreto della nostra fiducia in lui'. Barthes nella sua analisi interminabile del testo - del romanzo e non solo - non pensava, almeno non in questi termini, che si trattasse di questione di cuore, e la sua vastissima strumentazione culturale operava tra mille distinguo come un bisturi critico più che affilato. Ma entrambi condividono una certezza: che tra i libri scritti, cioè consegnati alla tradizione, e quelli da scrivere ci sia un legame indissolubile. Per questo, la lettura di Una cosa piena di mistero mi ha fatto venire in mente, uno degli ultimi testi di Barthes, cronologicamente, anzi, l'ultimo. Si tratta di un testo particolare, cioè la trascrizione - da registrazione e appunti - dell'ultimo seminario che il grande saggista tenne al Collège de France tra il 2 dicembre 1978 e il 23 febbraio 1980, seminario concluso dunque solo due giorni prima del fatale incidente che un mese dopo, il 26 marzo, gli troncò la vita. Il seminario (pubblicato da Seuil/Imec) non voleva certo essere un testamento, Barthes era pieno di progetti tra cui anche uno di ordine narrativo, ma l'irreparabile sigillo della morte conferisce a quelle sue ormai lontane lezioni un valore conclusivo e l'aspetto di un lascito alla posterità. Singolare è anche il tema del seminario, La prèparation du roman, nonché il suo svolgimento, perché soprattutto nella seconda parte del corso Barthes prende in esame non un romanzo o un insieme di opere o uno scrittore, ma la strana, mitica e insieme materiale, costellazione di pensieri e comportamenti che scaturiscono da quello che chiama il 'voler scrivere'. Dunque anche lui, a suo modo, si interroga sulle fatali domande: come si diventa scrittori? E perché? E seguendo quali vie? [...] Gli scritti dell'autrice americana vanno dal 1949 al 1974, il corso del celebre semiologo si conclude in quello che molti storici considerano l'ultimo decennio del '900: un secolo in cui, tra continue febbri di dissacrazione e morti annunciate e inedite resurrezioni del romanzo, era costume comune agli scrittori accanirsi a interrogarne il destino come un affare di famiglia, che si trattasse di rivendicare continuità oppure drastiche rotture, per legittimare il proprio lavoro. Per questo i saggi di Welty e il seminario di Barthes mi appaiono oggi legati da un filo comune, un filo che all'epoca presente risulta estraneo. Interrogati oggi su come si diventa scrittori e perché, Eudora e Roland risponderebbero con le stesse certezze? O, in altri termini, come se la caverebbero di fronte alle scuole di scrittura, ai blog letterari, alla narrativa che nasce a ridosso della cronaca o dalla cronaca stessa, dal cinema, dalla tv, dalla politica, dalla magistratura o dagli studi legali o dal gossip autobiografico? Imparare a scrivere può ancora essere parte dell'imparare a leggere? Oppure è una tecnica a se stante, autosufficiente? E il 'Voler scrivere' passa ancora per quegli stessi fantasmi letterari e per quella stessa sensibilità alla tradizione della scrittura sui quali tanti autori del secolo scorso, nel solco di una traccia antica, hanno continuato a riflettere? E, infine, la letteratura è ancora 'una cosa piena di mistero'?" (da Elisabetta Rasy, Nei sentieri della scrittura, "Il Sole 24 Ore Domenica", 14/06/'09)
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Il libro degli elogi di Alberto Manguel

"La mia biblioteca è una sorta di autobiografia. Nel proliferare degli scaffali vi è un libro per ogni istante della mia vita, per ogni amicizia, per ogni delusione, per ogni cambiamento. Segnano i miei anni come le pietre bianche che indicano la strada di un pellegrino. Un'annotazione sul margine, una macchia di caffè, un biglietto del tram dimenticato, servono a segnalare antichi anniversari. La mia copia di Don Chisciotte (in due volumi, curato da Isaìas Lerner e Celina S. de Cortàzar, con illustrazioni di Roberto Pàez, pubblicato dall'amata e compianta Eudeba, vittima come tante buone cose della dittaura militare) mi riporta al mio Colegio Nacional di Buenos Aires, alle affascinanti lezioni di letteratura spagnola in cui lo stesso Lerner, brillante erudito, ci comunicava la sua passione per la letttura lenta, insegnandoci a indugiare su un testo fino a conoscere a memoria la sua accogliente geografia. Lerner ci ha insegnato a diventare amici dei classici, a sentirli intimi senza lasciarci intimidire. La cronaca di quegli anni è tracciata nel mio Garcilaso, nella mia Celestina, nel mio Gonzalo de Berceo, nel mio Arcipreste de Hita. La mia amicizia con loro data da quelle lezioni. Il mio piacere della lettura è ancora più antico. Racconti, leggende, avventure, le vite ricche e rischiose del Capitano Nemo, di Sherlock Holmes, di Renart la volpe e del Gatto con gli stivali, di Robinson Crusoe, di Pinocchio, di Nazirinho, e di tanti altri che ho conosciuto tra le pagine di un libro, sono stati miei fin da prestissimo. Due aspetti della lettura mi davano piacere soprattutto: conoscere la conclusione dei loro viaggi e poterla dimenticare quando riaprivo il libro ancora una volta. Una delle meraviglie della lettura, comune nei bambini e nei lettori di una certa età, è la ripetizione. I teologi hanno decretato che neppure Dio può ripercorere il passato; tale potere negato a qualsiasi Autore apaprtiene tuttavia a ogni lettore disposto a ritornare alla prima pagina di un racconto. Piacere del dialogo con antichi illuminati, piacere dell'avventura straordinaria. Ancora, e non minore, piacere dell'esperienza indiretta, vissuta da un altro soltanto per noi. Vivere nell'Inghilterra di Dickens, nella Madrid di Galdòs, nella Sicilia di Pirandello; assistere alle scoperte di Fabre e di Plinio; sentire la passione di Medea, la desolazione di Torless, la ribellione di Montag, la tristezza di Pel di carota; essere, per un momento, quel che hanno sognato di essere quelle creature soavemente immortali. Vivere l'impossibile: perdermi nell'oscuro piacere degli incubi di Bioy Casares, di Stevenson, di Wells, di Silvina Ocampo, di Cortàzar, di Tibor Déry, di Kobo Abe. A volte la funzione dei miei libri è rivelatrice. Leggere per la prima volta Benjamin, sir Thomas Browne, Chesterton, Calasso, Vila-Matas ed essere guidato attraverso un luminoso labirinto di idee che sembra costruito per aiutarmi a pensare, diventa per me un'esperienza equivalente all'illuminazione di cui parlano i sapienti. In quelle sere epifaniche il piacere è puramente e profondamente intellettuale, un atto di cui le nostre società oggi disprezzano il valore. (...) A volte, la funzione dei miei libri è quella di reliquiari. La mia copia di Redoble de conciencia di Blas de Otero, con la copertina color argento della Editorial Losada su cui è annotato un numero di telefono ormai per sempre segreto, mi ha seguito in una delle mie escursioni nel sud dell'Argentina, durante i miei anni del liceo. Sulla riva di un lago ai piedi delle Ande, intorno al falò del nostro accampamento, dopo aver cantato a squarciagola El ejército del Ebro, un compagno di classe aprì il mio libro e ci lesse a voce alta una poesia di Blas de Otero. Ci appassionò: Dio e la lotta rivoluzionaria si adattano perfettamente alle passioni del lettore adolescente. Anni più tardi, in Canada, dopo essere stato informato della morte di quell'amico in un carcere militare in Patagonia, trovai la poesia che aveva recitato quella sera e che termina così a pagina 120: 'E io in piedi, ostinato, con le braccia spalancate, / che grido non morire. Perché i morti / muoiono, finisce tutto, non c'è più rimedio'. Non c'è rimedio. La lettura non consola." (Alberto Manguel, Leggere è un gran piacere!, "Il Sole 24 Ore Domenica", 14/06/'09; anticipazione dal libro di Manguel, Il libro degli elogi, Archinto)
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sabato 13 giugno 2009
Il cuore delle parole

Parma Poesia festival - Per altri versi
"Quando prendiamo in mano il libro di un poeta antico, noi facciamo anzitutto scoperta della lontananza. Quelle parole mitiche che ci parlano anche da una qualunque edizione economica o scolastica e non sembrano di primo acchito dire niente di straordinario e rischiano di confondersi subito tra i discorsi del nostro mondo audiovisuale, quelle parole hanno viaggiato per secoli prima di arrivare a noi e hanno affrontato ogni sorta di aggressione. Molte sono sparite strada facendo. La maggior parte. Molte sono state ferite e menomate e non hanno più l'aspetto originario. Ma l'importante è che siano arrivate fino a noi. Noi, aprendo una qualunque edizione moderna di Virgilio o di Orazio, non apriamo semplicemente un libro: noi apriamo le braccia a un sopravvissuto. E, leggendo Virgilio e Orazio, compiamo il gesto più civile che un essere umano possa compiere: diamo ospitalità allo straniero, cioè gli offriamo la nostra casa e ci mettiamo ad ascoltarlo. Lo dimentichiamo con troppa facilità. Un verso, anche un solo verso di Omero è un miracolo della fortuna. Se ci viene incontro, abbiamo il dovere di riceverlo. Negargli l'ascolto sarebbe favoreggiare quella violenza irrazionale ma spesso intenzionale che ha disperso i quattro quinti della letteratura antica e che, in un modo o nell'altro, continua ad agire tra noi e nullificherà anche molte delle nostre cose migliori. Noi dobbiamo opporci alla violenza. Accogliendo l'antico, faremo simbolicamente resistenza a qualunque sopruso. I beni che provengono dal dare ospitalità sono meravigliosi. Non solo lo straniero è soccorso e salvato e, dunque, molto probabilmente ci resterà amico, ma noi, con lui, diventiamo nuovi. Attraverso lo straniero, nella nostra stessa casa, entriamo in contatto con un mondo che non conoscevamo. E la scoperta di una realtà diversa, oltre a produrre piacere di per sé, ci rende forti. Chi conosce - diceva Lucrezio - non ha paura. Gli antichi ci insegnano ad ascoltare, perché per prima cosa ci chiedono che li ascoltiamo. La distanza che hanno attraversato ci obbliga a fare silenzio, a districare le loro voci dalla rete di suoni e rumori che ci riempiono le orecchie e la testa, a smettere perfino di ricordare e di stabilire paragoni. Gli antichi ci spingono a rinunciare al già noto, a ricevere l'irriconoscibile. Ormai è raro che riusciamo a godere delle cose nuove, perché per noi non c'è più novità. Anche ciò che la nostra civiltà tecnologica propone come nuovo contiene pur sempre qualcosa di abituale. Questa stessa civiltà tecnologica e consumistica, anzi, ci addestra ad accogliere il 'nuovo' con una certa familiarità, pretende che lo riceviamo come dovuto e necessario. Noi abbiamo bisogno di novità ma alla fine, attraverso i prodotti della cultura contemporanea, perfino attraverso certa buona letteratura, non è novità quel che ci viene dato, ma un modo sempre variato di soddisfare la nostra sempre uguale esigenza di intrattenimento. Il nuovo, insomma, nel nostro mondo è scontato fin dall’ora del suo primo apparire. La parola dei poeti antichi, nella sua totale diversità, non è necessaria: noi non la aspettavamo. Ci è completamente donata. Non soddisfa un bisogno che c’era. È la risposta a quesiti che non avevamo formulato, come la soluzione a un enigma di cui non si sapeva l’esistenza. Allora, mentre leggiamo Orazio, Virgilio, Saffo, ogni sapere preconcetto smette di funzionare, perché non serve più a niente. Siamo completamente disponibili alla voce che viene dal passato. La nostra mente ricomincia a pensare, a immaginare e si impegna a capire. L’inattualità o l’assurdità che può suggerire una prima lettura distratta si dissolve e ogni vocabolo (ogni suono — se il lettore ha la fortuna di conoscere un po’ le lingue antiche) acquista un’importanza primigenia.
La scrittura, per gli antichi, è esercizio etico; imepgno a vivere bene. Non c'è riga di Saffo o di Orazio che non proponga un programma di educazione sentimentale ed emotiva. Attraverso la poesia l'individuo impara a definire i suoi sentimenti e a comprenderli in rapporto ai loro oggetti. La poesia circoscrive lo spazio della soggettività, che questa si esprima in un comportamento o in una reazione psicologica. Dalla poesia sono fissati o almeno riconosciuti i limiti dell’umano e sono indicate le conseguenze degli eccessi. Ogni cosa al suo posto e al suo tempo: la felicità si raggiunge se si tiene a mente questa semplice verità. Ma gli antichi sanno bene che gli individui sono continuamente tentati da immagini di sé che non possono adattarsi alla realtà. Il culto della misura, tra gli antichi, non è separabile dal fascino della follia e dell’autodistruzione e proprio per questo va considerato un’altissima conquista.
La poesia antica è lo specchio di una cultura che crede nel potere delle parole. Gli antichi conoscono perfino la parola che vince la morte e ha il governo della natura. Mi sto riferendo al ben noto mito di Orfeo, il poeta che commuoveva le stesse pietre con la bellezza del suo canto e che in virtù del suo dono godette del raro privilegio di riportare la moglie prematuramente morta sulla terra. D’altra parte, il mito di Orfeo ci insegna che la potenza della parola non è onnipotenza. La parola vince se rispetta le regole del mondo in cui si manifesta. Orfeo aveva stretto un patto con il dio dei morti — di non voltarsi mai, prima di riuscire alla luce, per accertarsi che la moglie lo seguisse. Invece si girò ed Euridice fu persa una seconda e definitiva volta. La parola, insomma, ha un ambito di azione, che può essere anche vastissimo, può anche scendere agli inferi e lì esercitare la sua forza. Ma alle parole devono anche corrispondere azioni adeguate. Per di più, perduta Euridice per sempre, Orfeo continuerà a infrangere le regole. Se ne andrà in giro solo per il mondo, poetando, e respingerà le altre donne. La sua fine è orribile, ma in fondo inevitabile. Sarà squartato proprio dalle donne e disperso. Di sole parole, infatti, non si vive. Ci vuole anche il resto. Ci vuole l’amore.
I poeti antichi si preoccuparono, come nessun poeta moderno si è mai preoccupato, di durare. Noi moderni tendiamo a concentrare la nostra mente su chi siamo stati, pensiamo all’infanzia, a quel che non c’è più. Gli antichi pensano ai posteri, a quel che non c’è ancora. Per questo la poesia antica è così essenzialmente diversa dalla nostra: perché non si abbandona ai ricordi personali, nemmeno quando esprime il massimo della soggettività, come vediamo in Catullo. Il pensiero dei posteri non nasce solo da sete di gloria. O meglio: la sete di gloria, che c’è ed è innegabile, esprime un bisogno profondo di autoconservazione e attraverso questo un rispetto della vita che a noi moderni manca. La scarsità di ricordi, se da una parte può essere all’origine di molta della nostra indifferenza alla poesia antica, dall’altra dovrebbe insegnarci a sviluppare qualcosa di cui noi moderni siamo anche troppo carenti: il pensiero di chi verrà dopo di noi. Il poeta antico si sforza di trovare i modi per diventare contemporaneo dei suoi discendenti. Il suo lavoro letterario è tutto un modo di meritarsi l’ascolto di chi verrà, di diventare degno, di essere un modello. Questo apparente narcisismo, in verità, è rispetto di chi ancora non c’è. Il poeta antico non rifugge dalla responsabilità di farsi padre. Solo così ritiene di potersi perpetuare. Ogni poeta antico si rivolge idealmente a un figlio." (da Nicola Gardini, Il cuore delle parole, "Corriere della Sera", 13/06/'09)
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Polillo: "Amore e suspense salvano l'editore"

"Sulla porta della casa editrice che ha il suo nome, a Milano, c'è una targa che sembra vecchissima, legno consumato, doratura smangiata. La Marco Polillo Editore ha una quindicina di anni scarsa, ma in effetti sommando le esperienze dell'eponimo la navigazione è lunga. Di questi tempi, poi, il sessantenne Marco Polillo sta vivendo simultaneamente tre vite: editore, neopresidente dell'Aie, e scrittore. Corpo morto, appena uscito da Piemme, è il suo secondo romanzo. Chi è il suo editor? «Io stesso». Ma non è l'editore di sé stesso. «Pubblico solo stranieri. E poi, non sarebbe chic». Frase fatta ma esatta: lei è un capitano editoriale di lungo corso. «Mio padre Arrigo, grande critico jazz, è stato a lungo direttore del personale in Mondadori. Alla laurea, in diritto del lavoro, ricevetti offerte dalla Snia Viscosa e dalla Mondadori. Pagavano meglio, andai lì». Manager editoriale anziché chimico. «Alla Mondadori dal 1973 all'85 e poi dall'89 al '92. Alla Rizzoli dall'85 all'88. Non sceglievo i libri, gestivo». Altro luogo comune: i manager sono duri, spietati, machi. «Io incarno il manager umano. Lavoro sulla fiducia, sull'accordo, sul gruppo. Per ottenere risultati migliori. Se l'Aie ha scelto me, è forse anche perché questo atteggiamento premia. Comandare con la paura è controproducente. Non amo i manager crudeli». I nomi? «Franco Tatò. Alla Mondadori ha lasciato un segno negativo». Almeno con lui è riuscito a litigare?
«Sì». Lavorare in una grande azienda e fare l'editore in proprio sono due mestieri diversissimi. «L'editore non esiste più. Quando gli editori erano i proprietari, conciliavano i bilanci con strategie di lungo periodo. Oggi esiste l'amministratore delegato, che ragiona per budget e fatturati, non per progetti culturali. Se i trimestri chiudono bene o male, conta solo questo». Per molti i trimestri non chiudono benissimo, ultimamente. «Il libro in sé non dà mai grandi risultati economici, ha sempre convissuto con la crisi. Anche oggi, i risultati sono in linea con gli anni scorsi. Né panico né entusiasmo». E per la sua casa editrice, specializzata in gialli classici anglosassoni, che periodo è? «Sell-out migliori, più fatica con il sell-in». Cioè le librerie assorbono a stento le novità, ma il pubblico premia le sue scelte. Quanti e quali titoli all'anno? «Circa 25, per un milione di fatturato. All'inizio pubblicavamo narrativa straniera d'intrattenimento, quella appena sotto i bestseller tradotti dalle grandi case editrici. Poi in questo mercato si sono infilati tutti, da Garzati a Piemme, e allora abbiamo virato sui ripescaggi dei gialli classici degli Anni Trenta e Quaranta. Quelli che uscivano in edicola, che io divoravo da ragazzo, e che sono sconosciuti ai giovani. Nonostante siano di qualità letteraria eccellente. Infatti piacciono al pubblico più raffinato: vendono benissimo nelle librerie Feltrinelli, per dire». Ma non c'è saturazione, dopo che negli ultimi anni sembrano uscire soltanto gialli e noir? «Non c'è nulla di nuovo, però. Oggi la novità è Stephenie Meyer. Per le storie d'amore e di suspense non c'è mai fiacca. Se togli le emozioni, ogni storia è fredda». Nel suo Corpo morto c'è l'amore, e c'è il giallo. «Il mio investigatore va in vacanza a Positano, luogo alieno ai fatti criminosi, ospite di due sorelle. Una è l'amore della sua vita. Ci sono dei delitti, lui rimane coinvolto perché è lì». Rosa e nero. «Enigma, poco sangue, zero brutalità. Amo Fruttero e Lucentini». C'è anche il personaggio di un editore trombone. Modelli reali? «Tanti e nessuno. Condensa il lato cialtronesco della nostra professione. Vuole lanciare la moda dei Pattinatori, come anni fa lanciarono quella dei Cannibali: scrittori che scrivono come lama sul ghiaccio, dice». Lei ride. Sembra divertirsi parecchio. «In tutto quello che faccio». Anche nel lavoro di lobby? «Bisogna provarci. Occorrono investimenti. Che si facciano trasmissioni di libri alla portata di tutti, giù dal piedistallo. Che la critica non parli soltanto con il pubblico che già c'è. Che i governanti vadano allo stadio con un libro sottobraccio. Quando Giovanni Leone uscì dal Quirinale con in mano Il fattore umano di Graham Greene, le vendite si impennarono». Soldi troppo pochi, ma molto, negli anni, è stato già detto e già fatto. Occorrerebbe fantasia. Occorrerebbe rendere il libro sexy come un iPod. «La lettura è faticosa. La televisione è sufficiente guardarla, se metti un libro davanti al naso e basta, non succede nulla. Ma è solo questione di abitudine. Tutte le generazioni con il libro ci vivono quotidianamente, eppure qui da noi il libro è visto come un nemico. Spaventa. Vinta la paura, c'è però il piacere. Che il libro sia costoso (meno di una pizza!), pesante, che manchi il tempo: tutte scuse. All'estero lo sanno. Voglio credere che la resistenza alla lettura non sia nel Dna italiano, altrimenti ci meritiamo di essere quelli che siamo. Non bisogna seguire gli umori del pubblico ma educarlo, oppure c'è solo Noemi. Non leggere è un handicap, mi batterò per sconfiggerlo». Lei legge sempre molto? «Come diceva Valentino Bompiani, il mestiere di editore rovina il piacere della lettura». E scrive quanto vorrebbe? «Se avessi più tempo, pubblicherei un romanzo ogni cinque anni». Lei è milanese, sia pure di prima generazione. Lavora tantissimo. Impossibile avere più tempo, già vive una triplice vita. «Non amo più Milano, è avida, prende molto e dà in cambio pochissimo. I romani sono invece pregevolissimi, lavorano senza ansia perenne, mescolano la professione e la vita. Capita di scendere a fare una commissione, senza sensi di colpa». Forse il segreto è divertirsi, facendo quello che si fa. Lei si diverte, Polillo? «Moltissimo»." (da Giovanna Zucconi, Amore e suspense salvano l'editore, "La Stampa", 13/06/'09)
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venerdì 12 giugno 2009
Va' dove ti porta il titolo

"Tranne rare eccezioni, un titolo è per sempre. Ma quando approda in libreria, ha spesso poche settimane a disposizione per incuriosire il lettore indeciso e sopraffatto dal sempre più frequente turnover di novità. Così a un anno dalla vittoria del premio Strega, La solitudine dei numeri primi resta uno dei più riusciti, celebrati e citati. Anche se, come spesso ha raccontato l'autore, Paolo Giordano (un milione e 300 mila copie vendute in Italia), doveva chiamarsi Dentro e fuori dall'acqua. Fu l'editor Antonio Franchini a cambiarlo. E a inventare un marchio, per un ottimo esordio. Ma quale regola esiste? 'Un titolo buono si trova dentro il libro, come nel caso di Giordano', sostiene Antonio Riccardi, direttore editoriale di Mondadori. 'L'importante è che sia sincero e che rispetti il contenuto dell'opera'. Su questo, tutti gli addetti ai lavori sono d'accordo: non occorre cercare lontano, il titolo è quasi sempre nascosto tra le pagine. E in genere è compito dell'editor di riferimento scovarlo, ovviamente d'accordo con l'autore. Ma spesso il travaglio è lungo, tanto che tra le prime bozze di presentazione dell'opera e la definizione finale le cose possono cmabiare. Paolo Repetti, responsabile con Severino Cesari di Einaudi Stile Libero, ricorda infiinite discussioni in casa editrice: 'Il titolo giusto è quello che senti immediatamente come forte, solo allora il libro è pronto per la pubblicazione'. Basti pensare che un bestseller come Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo si intitolava Storiaccia, 'ma non suonava, così abbiamo continuato a cercare'. O che Gioventù cannibale, l'antologia horror degli anni '90 trasformatasi in etichetta letteraria, avrebbe dovuto chiamarsi Spaghetti splatter. Ma non sempre i titoli dei libri appartengono alla cosiddetta cucina editoriale, spesso e volentieri sono gli scrittori a essere eccellenti copywriter di se stessi. Come Susanna Tamaro che ha inventato il famosissimo Va' dove ti porta il cuore aprendo così la stagione del titolo emotivo, che si rivolge direttamente al lettore dandogli del tu. O come Niccolò Ammaniti e il suo Io non ho paura (passato prima per il poco incisivo Buon viaggio, piccolo re), che ancora prima di Giorgio Faletti, creatore di Io uccido e Io sono Dio, ha dato il via al titolo forte e perentorio, che punta sulla soggettività. [...]" (da Benedetta Marietti, Va' dove ti porta il titolo, "La Repubblica", 12/06/'09))
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martedì 9 giugno 2009
La bellezza e l'inferno di Roberto Saviano

"Scrivere, in questi anni, mi ha dato la possibilità di esistere e se qualcuno ha sperato che vivere in una situazione difficilissima potesse indurmi a nascondere le mie parole, ha sbagliato. Ho scritto in una decina di case diverse. Tutte piccolissime e buie. Le avrei volute più spaziose, luminose, ma nessuno me le fittava. Non potevo girare per cercarle e nemmeno decidere da solo dove abitare. E se diventava noto che io stavo in quella via ero subito costretto a traslocare. E' la situazione di molti che vivono nelle mie condizioni. Ti presenti a vedere l'appartamento che con fatica i carabinieri hanno selezionato, ma appena il proprietario ti riconosce, la risposta è sempre la stessa: "La stimo moltissimo, dottore, ma ho già molti problemi. Capisce, qui la gente ha paura". Però accanto a questa paura, copertura vile per non voler essere ascritti a una parte - alla mia -, ci sono stati anche i gesti di molti che non conoscevo, che mi hanno offerto un rifugio, una stanza, amicizia, calore. E anche se spesso non ho potuto accettare le loro proposte, ho scritto pure in quei luoghi ospitali e colmi di affetto. Molte delle pagine riunite in questo libro non le ho nemmeno scritte in una casa, ma in camere d'albergo. Buie, senza finestre da poter aprire, senza aria. All'estero è capitato anche che non vedessi nient'altro che quelle camere e il profilo della città dietro i vetri oscurati di una macchina blindata. Non si fidavano a lasciarmi uscire e spesso non si fidano nemmeno a lasciarmi nello stesso albergo per più di una notte. Più la criminalità e le mafie sembrano lontane, più ti trattano come qualcosa che potrebbe esplodergli sotto gli occhi. Con dei guanti che non sai se sono da cerimonia o da artificieri. E tu non capisci se sei più un pacchetto regalo o un pacco-bomba. Più spesso ancora ho scritto in caserma. Nel ventre quasi vuoto e immobile di una grande, vecchia balena fatta per operare. Mentre fuori intuisci movimento, c'è il sole, è già estate. Sai che se potessi uscire, in due minuti passeresti davanti alla tua vecchia casa, la prima dove ti dissero "Finalmente te ne stai andando!", e in altri cinque saresti al mare. Ma non puoi farlo. Però puoi scrivere. Devi e vuoi continuare. Il cinismo che contraddistingue molta parte degli addetti ai lavori lascia intravedere sempre una sorta di diffidenza per tutto quello che non ha uno scopo preciso. O il distacco di chi vuole solo fare un buon libro, limare le parole sino a ottenere uno stile bello e riconoscibile. E' questo ciò che deve fare uno scrittore? Questa è letteratura? Allora, per quanto mi riguarda, preferirei non scrivere. Il bisogno di distruggere tutto ciò che possa essere desiderio e voglia: questo è il cinismo. E' l'armatura dei disperati che non sanno di esserlo. Che vedono tutto come una manovra furba per arricchirsi, la pretesa di cambiare come un'ingenuità da apprendisti stregoni e la scrittura che vuole arrivare a molti come una forma di impostura da piazzisti. Nulla può essere tolto a questi signori diffidenti e perennemente con il ghigno di chi sa già che tutto finirà male, perché non hanno più nulla per cui valga la pena di lottare. Ma nel privilegio delle loro vite disilluse e protette, non hanno idea di che cosa possa veramente voler dire scrivere. Scrivere è il contrario di tutto questo. E' riuscire a iscrivere una parola nel mondo, passarla a qualcuno come un biglietto con un'informazione clandestina, uno di quelli che devi leggere, mandare a memoria e poi distruggere: appallottolandolo, mischiandolo con la tua saliva, facendolo macerare nel tuo stomaco. Scrivere è fare resistenza. La mia vicenda di questi anni mi ha permesso di incontrare molte persone che non potrò mai dimenticare. Mi ha dato la possibilità di trovarmi con Enzo Biagi, di capire che quell'uomo anziano aveva ancora tanta voglia di interrogarsi e di capire il mondo. E poi Miriam Makeba, la grande "Mama Africa", la voce che cantava la libertà di un continente e invece è morta a Castel Volturno, dopo un concerto per ricordare sei fratelli uccisi dalla camorra e per esprimere la sua vicinanza a me, che non aveva mai incontrato, bersaglio di un nemico di cui lei non conosceva nemmeno il nome. Nello stadio del Barcellona ero scortato dai Mossos, i corpi speciali della polizia catalana che volevano portarmi a vedere la partita circondato da un cubo di vetro antiproiettile e che poi, mossi a compassione, mi hanno risparmiato quel nuovo tipo grottesco di prigione. Lì ho incontrato Lionel Messi, l'attaccante argentino del Barça, che è riuscito a rifare, identico, il gol più bello di Diego Armando Maradona. Faccia da bimbo che non dice nulla delle sofferenze che ha patito, delle cure dolorose che gli hanno permesso di crescere e divenire il più grande giocatore dei nostri giorni.
A volte però mi trovo a guardare indietro. E allora so a chi questo libro non è destinato. Non va a tutte quelle persone con cui sono cresciuto, che si sono accontentate di galleggiare, di tirare a campare in giorni tutti uguali. Non va ai rassegnati, fermi a scambiarsi le fidanzate, scegliendo tra chi è rimasto spaiato come le scarpe dentro scatole impolverate. A chi crede che per diventare adulti bisogna caricarsi in groppa i fallimenti di un altro, piuttosto che rilanciarsi insieme in una sfida. Io non scrivo mandando lettere verso un passato che non posso né voglio più raggiungere. Perché se guardo indietro so che rischio di finire come la moglie di Lot, trasformata in statua di sale mentre guardava la distruzione delle città di Sodoma e Gomorra. E' questo quel che fa il dolore quando non ha nessuno sbocco: ti pietrifica. Come se i tuoi pianti, a contatto col tuo rancore, si rapprendessero in tanti cristalli divenendo una trappola mortale. Allora, quando mi guardo indietro, l'unica cosa in cui mi riconosco sono le mie parole.
Questo libro va a chi ha reso possibile che Gomorra divenisse un testo pericoloso per certi poteri che hanno bisogno di silenzio e ombra. A chi ha assimilato le sue parole, a chi si è ritrovato nelle piazze per leggerne delle pagine, testimoniando che la mia vicenda e le mie parole erano diventate di tutti. Senza di loro non ce l'avrei fatta a continuare a esistere pensando a un futuro. Sapendo che la mia vita blindata era comunque una vita. Senza i miei lettori non avrei mai avuto le prime pagine dei giornali, le telecamere in prima serata. Devo a loro se ho compreso l'importanza del confronto con i media. Quando dietro non ci sono il vuoto, la trama di finzioni che non fanno altro che distrarre e consolare, ma ci sono la voglia e il desiderio di tanti di sapere e di cambiare, perché non possono essere usati tutti i mezzi di comunicazione possibili per unificare le forze? Perché averne tanto sospetto o paura?
Paura. In tutte le interviste, in tutti i Paesi dove il mio libro è stato pubblicato, mi chiedono sempre se io non abbia paura che mi possano ammazzare. "No" rispondo subito, e lì mi fermo. Poi mi capita di pensare che chissà quanti non mi crederanno. Invece è così. Perché la peggiore delle mie paure, quella che mi assilla di continuo, è che riescano a diffamarmi, a distruggere la mia credibilità, a infangare ciò per cui mi sono speso e ho pagato. Lo hanno fatto con chiunque abbia raccontato e denunciato. C'è una frase di Truman Capote, vera e terribile: "Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte". Se ho avuto un sogno, è stato quello di dimostrare che la parola letteraria può ancora avere il potere di cambiare la realtà. La mia "preghiera", grazie ai miei lettori, è stata esaudita, ma sono anche divenuto altro da quel che avevo immaginato. E questo è stato difficile da accettare, finché non ho capito che nessuno sceglie il suo destino. Però può sempre scegliere la maniera in cui starci dentro. E per quanto mi riesca, voglio provare a fare il mio lavoro nel migliore dei modi, senza sconti e semplificazioni, perché è questo ciò che sento di dovere a tutti coloro che mi hanno sostenuto.
Il titolo di questo libro vuole ricordare che da un lato esistono la libertà e la bellezza necessarie per chi scrive e per chi vive, dall'altro esiste la loro negazione: l'inferno che sembra continuamente prevalere. Ad Albert Camus appartiene una piccola frase apparentemente senza peso. Per me, invece, ne ha molto perché mi ricorda quanto Giovanni Falcone diceva a proposito della mafia e del suo essere un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani delimitato da un inizio e da una fine. Ecco allora quel che scrisse Camus: "L'inferno ha un tempo solo, la vita un giorno ricomincia". E' quello che credo, spero, voglio e desidero anch'io." (da Roberto Saviano, Scrivere per non arrendersi, "La Repubblica", 09/06/'09)
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lunedì 8 giugno 2009
A. Agnoli: "Templi pensati solo per studio e ricerca. Meglio aprirli alla voglia di incontrarsi"

"Le piazze del sapere sono le biblioteche pubbliche. Ed è anche il titolo di un libro di Antonella Agnoli, appena uscito per Laterza. L’autrice ha progettato e avviato la biblioteca San Giovanni di Pesaro, di cui è stata direttore scientifico fino al marzo 2008. Un esempio all’avanguardia. E da più di un anno collabora al restyling dei cosiddetti «Idea Store» di Londra (nuove strutture per giovani tra biblioteca e svago) e a numerosi altri progetti in Italia. Si parte da un concetto molto semplice: la biblioteca pubblica, a lungo ignorata dagli amministratori pur offrendo i suoi servizi a tante medie, piccole e minuscole realtà comunali e rionali, «può diventare un luogo aperto a gruppi e associazioni, un centro di riflessione e condivisione dei saperi» per sottrarre lo spazio urbano alle sirene del consumo e del commercio. Insomma, la biblioteca intesa come crocevia sociale oltre che culturale, «luogo di coesione». Il fruitore vi troverà non il manoscritto antico, come nelle biblioteche nazionali, ma Il Codice da Vinci e l’ultima novità di narrativa. «È un’idea che non piace a tutti, — dice Agnoli — perché in Italia pesa ancora il concetto di biblioteca come luogo di conservazione pensato esclusivamente per lo studio, la lettura, le ricerche. Alcuni bibliotecari sostengono persino che Internet non dovrebbe neanche esserci in biblioteca, mentre secondo me il computer può attirare non lettori e creare nuove forme di accesso e di relazione». Intanto però, in Italia, nonostante i soliti apocalittici, non mancano le esperienze interessanti, specie nel Centro e nel Nord: oltre a Pesaro, la biblioteca Salaborsa di Bologna, la Civica di Vimercate, la Panizzi di Reggio Emilia, quella nuovissima di Paderno Dugnano (Milano), quelle di Cologno Monzese, di Trento, di Modena, eccetera. Gli esempi migliori vengono dal Nord Europa. Antonella Agnoli ricorda i casi di Helsinki, Rotterdam, Amsterdam ma potrebbe continuare. Strutture architettoniche nuove e confortevoli, dove quel che conta è «la panchina o la poltrona giusta» per assecondare gli stati d’animo e la voglia di incontrarsi. E non certo solo negli orari d’ufficio e nei giorni feriali." (da Antonella Agnoli: «Templi pensati solo per studio e ricerca. Meglio aprirli alla voglia di incontrarsi», "Corriere della Sera", 07/06/'09)
Biblioteche di oggi e di domani (Fahrenheit)
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M. Luisa Meneghetti: "All’estero più rispetto del pubblico. La British Library, a misura d’uomo"

"Per uno studioso la Biblioteca Nazionale è una seconda casa. Per un filologo, poi ... Maria Luisa Meneghetti, che insegna appunto Filologia romanza all’Università di Milano e che è stata di recente visiting professor alla Sorbona, lo sa bene. Ha frequentato le biblioteche di mezzo mondo abbastanza per fare un paragone affidabile con quelle italiane. Primo punto, la questione degli orari d’apertura, fino a tarda sera all’estero (spesso compresi sabato e domenica), fino al tardo pomeriggio in Italia. Secondo, il numero di posti a disposizione: «Da noi, bisogna cercare di arrivare in anticipo al mattino per assicurarsi un tavolo, a Parigi lo puoi persino prenotare il giorno prima». Terzo punto, le attese e la quantità di libri di libera consultazione. La nuova Bibliothèque Nationale de France, intitolata a Mitterrand, ha numerosi corridoi 250 metri per 30 con scaffalature in cui i libri sono raggiungibili dai lettori senza bisogno di compilare schede e dunque senza attese snervanti. «È l’idea di servizio che manca in Italia. Un esempio? La Nazionale di Parigi, che nella vecchia sede sta facendo dei lavori di rinnovamento, ogni settimana manda agli studiosi un bollettino per informarli sui codici antichi che non sono immediatamente disponibili». Ma a questo proposito non siamo solo noi ad avere evidenti magagne. La vicinanza con l’Italia deve aver contagiato anche la Santa Sede, se è vero che la Biblioteca Vaticana, che per un filologo romanzo è anche più che una seconda casa, è chiusa dal luglio 2007 per lavori di ristrutturazione e chissà quando riaprirà. «Come dicevo, la vecchia sede della Nazionale di Parigi, in rue Richelieu — ricorda Maria Luisa Meneghetti — sta facendo lavori simili, ma senza chiudere un solo giorno». Per non parlare delle biblioteche inglesi e di quelle americane: «La nuova British Library è una struttura anche fisicamente molto gradevole, concepita a dimensione umana. Negli Stati Uniti persino a Urbana, nell’Illinois, c’è una biblioteca straordinaria, moderna, aggiornata, ricchissima, con una cura, un’attenzione, un rispetto del pubblico che noi possiamo solo sognarci»." (da La filologa Maria Luisa Meneghetti: «All’estero più rispetto del pubblico. La British Library, a misura d’uomo», "Corriere della Sera", 07/06/'09)
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L’abbandono delle Biblioteche nazionali

"Le cifre, nella loro brutalità, dicono già molto. E confrontando, a titolo di esempio, gli stanziamenti dello Stato italiano per le due Biblioteche nazionali centrali, di Roma e Firenze, con quelli francesi per la famosa Bibliothèque Nationale di Parigi, si rimane interdetti. Il rapporto è di circa uno a venti: per la sola gestione, 4.5 milioni all’anno da noi contro i cento milioni francesi. Eppure, quanto a dotazioni, i due istituti italiani nel loro complesso equivalgono a quello parigino. Siamo attorno ai 12-14 milioni di «unità bibliografiche». Ma è sulla questione del personale che si sono concentrate le più recenti polemiche italiane dovute alla minacciata (e in parte già realizzata) chiusura di alcuni servizi al pubblico delle nostre due maggiori biblioteche: meno di 500 impiegati tra Roma e Firenze, 2600 a Parigi. Un rapporto di 1 a 5. Per capirci qualcosa nel dedalo delle biblioteche italiane è necessario un breve excursus storico. Che Paolo Traniello, docente di Biblioteconomia a Roma 3 e autore di numerosi saggi sull’argomento, ha ben chiaro: «Con l’Unità le varie biblioteche esistenti furono assorbite nell’amministrazione statale e oggi la situazione è rimasta quella ottocentesca». Bisogna distinguere due grandi gruppi: le biblioteche pubbliche dello Stato e le biblioteche gestite dagli enti locali, che sono diverse migliaia e la cui consistenza varia, dalla Sormani di Milano alle minuscole realtà rionali, in netta crescita. Le statali, che fanno riferimento al ministero dei Beni culturali, sono 36, tra cui istituti di grandissimo pregio (dalla Braidense alla Marciana, all’Angelica): «Nove — ricorda Traniello — portano ancora sulla carta la definizione di nazionali, perché svolgevano funzione nazionale nei rispettivi stati preunitari e diverse sono le biblioteche universitarie, che si trovano negli antichi atenei, da Pavia a Padova a Pisa». Sono due, invece, le Nazionali a tutti gli effetti, ovvero le Nazionali centrali, quella di Firenze, che nacque nel 1861, e quella di Roma, fondata nel 1875. Che cosa significa «a tutti gli effetti»? Significa che hanno compiti che le altre non hanno: conservare l’intero patrimonio bibliografico italiano (i libri e i periodici, oltre al ricchissimo tesoro dei fondi antichi), acquisire e catalogare le nuove pubblicazioni (un flusso di 50-60 mila novità librarie e circa 300 mila numeri di testate all’anno), informare il pubblico attraverso bollettini completi. Per le nuove acquisizioni vige in Italia il diritto di deposito legale, per cui l’editore è tenuto a inviare alle due Centrali copia delle sue produzioni. Insomma, le Biblioteche nazionali rappresentano, come ovunque nel mondo, la cultura del Paese, la custodiscono e la tramandano alle generazioni future. «Il numero abnorme di biblioteche statali — precisa Traniello — è un gravame notevole sulle spalle dell’amministrazione, specie per il personale, che assorbe la gran parte degli stanziamenti». Nasce da qui il recente casus belli. Se da una parte le entrate per la gestione sono state decimate, è anche vero che da un decennio circa gli impiegati dei due istituti sono progressivamente diminuiti (quasi dimezzati), e i direttori faticano a mantenere gli stessi orari di servizio al pubblico. Così, dopo Roma, anche Firenze ha deciso che da luglio chiuderà la distribuzione pomeridiana, a differenza di quel che accade a Parigi, dove il servizio funziona fino alle otto di sera, domenica compresa. Due giganti moribondi e abbandonati. L’ultima preoccupazione dei politici, in questo momento. Anche se le due Nazionali ospitano quotidianamente studenti, ricercatori, studiosi: sui 700 mila in totale. Forse sarebbe una passo avanti se l’anomalia italiana della doppia Nazionale fosse rivista: in fondo negli altri Paesi ne basta una. Ida Antonia Fontana dirige la sede di Firenze: «È difficile razionalizzare un sistema così stratificato. Anche in Germania ci sono una sede centrale a Francoforte, una distaccata a Lipsia e una sezione audiovisiva a Berlino. Caduto il Muro, i vari Stati dell’Est misero a disposizione enormi finanziamenti per costruire bellissime biblioteche nazionali: in Croazia, in Estonia ... Erano la dimostrazione fisica dell’indipendenza». E da noi? «Si potrebbe dire che Roma, dove confluirono i fondi dei conventi e dei monasteri soppressi, è la biblioteca della cultura religiosa, mentre Firenze è la cultura civile. Come si fa a riunirle?». La direttrice Fontana risale piuttosto a una «scellerata» legge del ’79 per mettere a fuoco i problemi attuali: «Si riempirono di organici i cosiddetti giacimenti culturali, facendo pervenire giovani in esubero, e da allora non sono più state fatte assunzioni». Il risultato è che il personale è invecchiato, e negli ultimi tredici anni sono andati via 150 impiegati senza essere sostituiti: «La loro esperienza e i loro saperi sono andati perduti e non sono stati trasmessi a nessuno, gli ultimi lavoratori hanno sui sessant’anni ... Così si è creata una cesura incolmabile nel passaggio di competenze e si sono prodotti problemi quotidiani urgenti per mancanza di persone che possano fare anche i lavori pesanti richiesti da una struttura come la nostra, nei cui magazzini arrivano tra i 70 e i cento pacchi al giorno». Il risultato è un arretrato preoccupante nella catalogazione: 150 mila volumi e la metà delle 15 mila testate in arrivo continuo. C’è poi il capitolo informatico: le schede digitali da compilare, un sistema SBN che offre informazioni online su un catalogo unico nazionale, il «Tesaurus» da implementare ogni sei mesi, la consapevolezza che le schede elettroniche sono più deperibili della carta. Resta il sospetto che si possa verificare uno spreco di energie se Roma e Firenze catalogano gli stessi volumi: «Già adesso le due biblioteche interagiscono — osserva Fontana — e presto andranno ad agire come polo unico, in modo che la catalogazione nostra serva a Roma e viceversa. In futuro Roma dovrebbe lavorare soprattutto sulla fruizione e noi sulla catalogazione». Anche Traniello ritiene inutile un’eventuale riduzione a una sola Nazionale ma dice: «Potrebbero trasformarsi in una sola struttura pur mantenendo le due sedi: la cosa più importante è che le altre biblioteche vengano trasferite agli enti locali e le universitarie alle rispettive università, in modo da sgravare il ministero. È la formula adottata con successo in Spagna, dove la gestione di trenta biblioteche è passata alle comunità autonome». Sulla enorme sproporzione finanziaria rispetto agli altri paesi insiste Osvaldo Avallone, da sei anni direttore della Biblioteca nazionale di Roma. Avallone lamenta la riduzione del personale da 400 a 280 unità: «Andando avanti così fra dieci anni non ci sarà più nessuno e la trasmissione di saperi si perderà del tutto». Se dovesse parlare con il ministro competente? «Chiederei il ripristino delle risorse che c’erano nel 2001, in modo da recuperare la piena funzionalità della Biblioteca. Come funzionario posso solo dire che a differenza dell’Alitalia noi rappresentiamo la vera identità nazionale, la memoria storica, le radici, il presente e il futuro». Si ricade sulle colpe della politica. Con un’avvertenza: «La tradizione di insensibilità per le biblioteche è una costante di tutti i governi, senza eccezioni»." (da Paolo Di Stefano, L’abbandono delle Biblioteche nazionali, "Corriere della Sera", 07/06/'09)
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sabato 6 giugno 2009
L'argenteo poeta di trote e anguille

"Grande, grosso, ingombrante, e con un'aria vorrei dire pericolante, fragile. Si alzava dalla sedia nel suo ufficio a La Stampa e sembrava sul punto di collassare con tutti i suoi libri attorno. La stanzetta ne era piena, pile e pile da tutte le parti e mucchi gettati qua e là a casaccio. Era letteralmente vestito di libri e forse questo è il motivo vero della nostra amicizia. Che era però del tipo che esclude le intimità, le confidenze, il privato. Non sono mai stato a casa sua, né lui è mai venuto da me. Sapevo pochissimo della sua vita, che aveva problemi agli occhi, che aveva figli amatissimi da mogli diverse e niente altro. Gli suggerivo a volte qualche titolo e a volte lui faceva lo stesso con me. I nostri entusiasmi non sempre coincidevano. E poi c'era anche il fatto di avere entrambi servito nel Reale Reggimento Dragoni Einaudi sia pure in epoche diverse. Nico si era molto affezionato al «padrone», di cui aveva subito i capricci con l'animo indulgente, comprensivo, del giovane per il vecchio. Ricordava quei giorni con sospironi ironici e tutto il suo atteggiamento verso la vita mi dava quell'impressione: pazienza, accettazione, filosofico distacco. Ma forse sono in molti a potermi smentire. Aveva abitato con mia grande invidia nella famosa «fetta di polenta» di Antonelli e conosceva Torino e dintorni meglio di me. Affiorava a volte nei nostri discorsi il suo amore per la Liguria per quei sassi, quelle ville, quei fiori; ma sempre con grande discrezione, fosse pudore o fosse semplice buona educazione. Una volta a una festa in collina (di lavoro, beninteso) si presentò con una giacca di un rosso acceso e io lo accusai di vestirsi come un intrattenitore televisivo. Sospirò, con quel suo ghignetto rassegnato e andò a cercarsi un piatto di risotto. Poco per volergli bene, eppure io gli volevo bene forse con una sfumatura protettiva, condivisa probabilmente da molti. Un argenteo poeta di trote e di anguille che doveva restare lì e continuare a incantarci ancora per anni. Ma non è andata così. Sospiro, ma senza ghignetto." (da Carlo Fruttero, L'argenteo poeta di trote e anguille, "La Stampa", 05/06/'09)
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Il guscio della tartaruga di Silvia Ronchey

"L'immagine della tartaruga - avvolta, protetta e insieme ingentilita dal suo guscio - richiama la possibilità insita in ogni corazza: non solo strumento di difesa in guerra, ma anche splendore nel quotidiano, esaltazione della povera esistenza lì racchiusa. Pensare alle persone illustri come scaglie di un coriaceo mosaico che nel corso dei secoli hanno protetto e abbellito il genere umano è un rimando all'arte di cogliere il tutto nel frammento, del valorizzare le tessere di un mosaico che l'occhio può comprendere solo se il cuore è capace di anticipargli la visione dell'insieme. Silvia Ronchey raccoglie esistenze e le condensa in semplici frasi, a volte in una ancor più essenziale sequenza di sostantivi e aggettivi. Il guscio della tartaruga (Nottetempo), recente divertissement nel quale l'autrice colleziona vite più che vere di persone illustri è un affascinante percorso nella genialità umana. Risalendo l'esile filo dell'ordine alfabetico ma libero di saltare a piacimento da un grano all'altro di questo invisibile rosario, il lettore visita passo dopo passo la Roma di Catullo e la biblioteca di Borges, scruta il castello interiore di Teresa d'Avila e rivive attraverso gli occhi del re di Asíne l'intera vicenda della guerra di Troia, penetra nella nebbia di Londra insieme a Dickens, ritrova la colonna e il fondamento della verità con Florenskij, decifra i numeri di Pitagora e segue Thomas Merton nel suo pellegrinaggio a oriente. La prosa della Ronchey non consente di distinguere la citazione letterale dall'adattamento ancor più fedele al pensiero dell'autore, quasi che la docente di Filologia classica e Civiltà bizantina faccia sua l'affermazione di Borges di essere «meno orgoglioso dei suoi scritti che delle sue letture». Già, perché in queste pagine è difficile dire dove la Ronchey sta scrivendo e dove sta invece leggendo a voce alta, sottolineando, narrando quanto altri hanno scritto prima di lei. Le persone illustri vengono al contempo collocate nell'ambiente che è loro proprio e insieme trasfigurate in un'immagine altra, non meno autentica di quella storica: così Flaubert diviene un «eremita» la cui «tonaca era una lunga vestaglia scarlatta», così Stevenson appare come «un capotribù polinesiano», così Petronio inaugura nella storia la figura per nulla rara del «dandy», così il genio di Ildegarde di Bingen si scompone negli ingredienti del suo elisir da alchimista. E come non sentirsi attratti da personaggi i cui tratti sembrano intagliati con il diamante della parola? Qui incontriamo Baudelaire «evaso dai bagni penali dell'angoscia», là troviamo Hofmannsthal che «nacque vecchio e morì giovane», ci imbattiamo in Verlaine «relitto perduto esposto a tutti i flutti», oppure ascoltiamo Schopenhauer che «aveva pensato di essere un libero docente che non riesce a diventare professore ». Vite di persone eccezionali, forse. Di certo a molti di loro si attaglia benissimo il detto di Confucio: «l'uomo superiore vive in pace con tutti, senza agire come tutti; l'uomo volgare agisce come tutti e non va d'accordo con nessuno». In questa stagione in cui la volgarità è prolifica, sarà bene non disperdere il patrimonio di pacifica saggezza custodito sotto il guscio coriaceo: «nulla - ci ricorda Florenskij - si perde completamente, nulla svanisce, ma si custodisce in qualche tempo e qualche luogo, anche se noi cessiamo di percepirlo». Ecco, le pagine della Ronchey ci portano in quel tempo e quel luogo che custodiscono il tutto nel frammento, che distillano il meglio che la mente umana ha saputo dare, che difendono e abbelliscono l'umanità con l'umile corazza di una tartaruga dalle mille scaglie." (da Enzo Bianchi, Una tartaruga di vite illustri, "TuttoLibri", "La Stampa", 06/06/'09)
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venerdì 5 giugno 2009
La vita delle cose di Remo Bodei

"Una scarpa, una lampada, un tagliacarte, una stufa, un copertone. Semplici cose - vendute, comprate, usate, e poi gettate in un cassetto, in un garage, in una discarica. Oggetti nudi, ancora nuovi o già logori, intatti o consumati, comunque destinati all'insignificanza e alla distruzione, dopo averci servito come schiavi di pelle, di plastica, di metallo. E' questo il destino delle cose? O esiste un altro sguardo su di esse, capace in qualche modo di riscattarle dal loro ruolo anonimo e inerte? E' questa la domanda, intensa e originale, che ci pone Remo Bodei nel suo ultimo libro dedicato a La vita delle cose (Laterza). Partendo dalla differenza semantica con il termine 'oggetto' - inteso come qualcosa che si contrappone al soggetto e quasi lo sfida a sopraffarlo e possederlo - il termine 'cosa' ha fin dalle sue origini un significato più ampio che implica un nesso esistenziale con gli uomini e con la loro vita di relazione. Le cose sono ciò cui essi si rivolgono, che sta loro a cuore, che concentra il loro interesse, che annoda le loro passioni. Certo, come oggetti, anche le cose sono mute, inanimate, disponibili al nostro uso, pronte a diventare merci di scambio e di consumo, destinate, col tempo, a deteriorarsi e a svanire. Ma non senza avere avuto una loro, peculiare, vita costituita dai molteplici significati che gli uomini conferiscono loro, amandole o anche respingendole. Esse trasportano, comunque, una storia fatta di culture, tradizioni, investimenti che si depositano nella loro sagoma dando senso e valore. Non sempre, naturalmente, ce ne accorgiamo - non sempre sappiamo entrare in una relazione aperta e vitale con le cose. Per farlo dobbiamo in qualche modo uscire da noi stessi, rompere quella barriera che abbiamo costruito tra noi ed esse, per poterle definire e dominare. E' per questo che Bodei, aprendo una diversa prospettiva, ci richiama all'attimo in cui passiamo dal sonno alla veglia, quando non abbiamo focalizzato il nostro sguardo e le cose circostanti ancora fluttuano tra strati diversi di senso, ancora non hanno acquisito un assetto stabile e definitivo. Allora - in quello stato di transizione tra il buio e la luce, prima che il nostro campo percettivo si fissi - le cose rivelano le loro infinite sfumature, ci lasciano entrare nella loro vita enigmatica ed entrano nella nostra. Quello che proviamo in questo stadio ancora impersonale, non ancora segnato dalla pienezza della volontà e della ragione, ha costituito l'oggetto prevalente della filosofia e dell'arte novecentesca. Il mosaico di riferimento costruito da Bodei è davvero straordinario. Se già Hegel poteva scrivere che 'il conoscere filosofico esige che ci si abbandoni alla vita delle cose', è soprattutto la scuola fenomenologica, da Husserl a Merleau-Ponty, a riconoscere quella connessione vivente che stringe il nostro corpo alle cose e al mondo. Da Simmel a Bloch, a Heidegger l'intero pensiero contemporaneo lavora alla decostruzione di quella separazione tra soggetto e oggetto che spinge le cose veros il niente, recuperandone invece la rete simbolica che le immette nell'orizzonte affettivo e cognitivo della nostra esperienza. Alla filosofia risponde l'arte con altrettanta tensione. Cosa fanno Matisse e Picasso, Morandi e Liechtenstein, se non riportare nel nostro mondo la potenza della pittura olandese dei Seicento - la sua passione per oggetti solo apparentemente inanimati. In essa vegetali e frutta, fiori e cacciagione possono anche definirsi 'natura morta'. Apparire prossimi alla decomposizione. Ma ciò che si decompone, davanti allo sguardo dello spettatore, è la loro vita, la vita di cose tanto prossime da fare tutt'uno con noi. Esistono ancora quelle cose? Ci parlano ancora, le nostre cose, come quelle? O se ne è persa la forza d'irradiazione? L'aura, come sostiene Benjamin, si perde nel passaggio dall'esemplare unico alla produzione in serie? La risposta di Bodei è che questo rischio esiste. Che, come scrive Rilke, 'le cose amate, vissute, consapevoli, con noi declinano. Noi siamo forse gli ultimi che abbiamo conosciuto le cose'. Ma forse è vero anche il contrario. Oggi la bellezza delle cose ha rotto il recinto dei musei e delle chiese, si è riversata nelle strade e nella vita quotidiana. Continua, dal fondo della nostra vita frenetica, a interpellarci. Sempre che siamo capaci di ascoltare la loro voce. Di prenderci cura di loro così come esse fanno da sempre con noi. Restituire valore alle cose, farle durare nel tempo, rispettare la loro prossimità e la loro distanza, è forse l'unico modo di ridare senso alla nostra vita." (da Roberto Esposito, La voce degli oggetti, "La Repubblica", 04/06/'09)
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Bibliotecari, scendete in piazza!

"In che cosa consiste, in fondo, il patrimonio di una biblioteca? Nel numero dei libri (o altro: dvd, cassette, cd, fate voi) che custodisce? No. Non solo. Nella professionalità di chi ci lavora' No, ancora. Nella sua posizione all'interno del contesto urbano? No, di nuovo. Sono tutti fattori importanti e decisivi, ci mancherebbe. M ail vero patrimonio fondamentale che una biblioteca deve gelosamente conservare e anzi sviluppare sono le persone che la vivono. Meglio: è il modo in cui la vivono le persone che la frequentano, ma anche come viene percepita da chi non ci ha mai messo piede per prendere un libro e persino da coloro che mai si sognerebbero di farlo. Cos'è, in fondo, una biblioteca? O cosa può (dovrebbe) essere ai giorni nostri? Un luogo vivo, pulsante, dove le persone si scambiano conoscenze: sia che esse provengano dai libri delal biblioteca, sui quali certo è bello discutere e confrontarsi, ma anche quelle che derivano dalle dirette esperienze di vita: di ciascuna persona. Forse per questo il mito della biblioteca 'tempio del sapere' è ormai datato. Il luogo silenzioso, austero, nel quale i libri attendono che i lettori li vadano a scovare è inservibile, fuori moda, sropassato. Oserei dire dannoso. E' stato a lungo il modo in cui si sono 'pensate' e 'vissute' le biblioteche. E per rendersene conto basta guardare semplicemente le architetture. Scalinate, leoni, imitazioni di templi ... Bellissimi edifici, per carità: ma in una civiltà che fa dell'accesso immediato all'informazione una delle sue principali caratteristiche, bisogna cambiare modello. E mentalità. E - più di tutto - capire che cosa deve fare la gente con e della biblioteca. Colpisce, del bellissimo libro di Antonella Agnoli - Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà (Laterza) - proprio questo aspetto. La Agnoli - che la bibliotecaria la fa a tempo pieno: ha progettato e diretto quel gioiello che è la Biblioteca San Giovanni a Pesaro - 'nei suoi trenta anni di lavoro e riflessione sugli spazi pubblici' ha soprattutto, perciò, osservato: come si comporta la gente quando entra in contatto, in qualsiasi modo, con la biblioteca. Il suo libro è: aggiornatissimo, denso di spunti, stimolante, ben costruito e scritto. Nessuna pedanteria, molti sassolini tolti dalle scarpe: tanta voglia di dire, anche ai colleghi, che è tempo di ripensarsi. L'idea-base è che la biblioteca è una possibile nuova piazza: non per lettori, ma per cittadini. E questo è un libro di grande impegno civile che fa onore a chi l'ha scritto e all'editore che lo pubblica. Da leggere e discutere il più possibile. E da meditare, visto l'interesse reale dei politici verso tali questioni in Italia: quasi zero. Mentre le notizie ci dicono che Birmingham, seconda città inglese, per rilanciare il proprio futuro, ha investito ben 213 milioni di euro proprio per la nuova biblioteca: nella piazza principale, aperta e in continuità con il resto della città. Sarà pronta nel 2013. Quando noi staremo ancora discutendo dei fondi negati, della catalogazione, del prestito, e bla bla bla ..." (da Stefano Salis, Bibliotecari, scendete in piazza!, "Il Sole 24 Ore Domenica", 31/05/'09)
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La doppia epurazione

"Con l’estromissione degli ebrei a seguito delle leggi razziali del ’38, l’università italiana ha conosciuto una doppia vergogna. Una, quella più nota anche se con attenzione tardiva, è l’espulsione nell’Italia fascista (ma il bilancio della «dispensa di servizio» è ancora impreciso) di «96 professori ebrei ordinari e straordinari, 141 professori incaricati, 207 liberi docenti e 4 lettori allontanati dalle università, cui si andavano ad affiancare i 727 studiosi ebrei espulsi dalle accademie e dalle numerose istituzioni culturali del Paese». L’altra, ancora coperta da un velo di reticenza o addirittura di imbarazzata omertà, riguarda non l’Italia fascista ma quella democratica che ostacolò il rientro nei ranghi accademici degli ebrei perseguitati. È la doppia epurazione di cui scrivono Francesca Pelini e Ilaria Pavan. «La lacerazione prodotta dalla persecuzione antisemita nel dopoguerra non si rimarginò», si legge nel loro libro. Oggi questa doppia lacerazione viene finalmente affrontata senza remore, suscitando molti interrogativi sulla nostra capacità di fare finalmente i conti con il passato. Il libro è firmato da due autrici che però non ne sono le coautrici in senso stretto. La prima è Francesca Pelini, una giovane e valente studiosa di Pisa che ha perso la vita nel 2005 (lo racconta nella commossa prefazione Paolo Pezzino). L’altra è Ilaria Pavan, che ha ripreso la tesi di laurea dell’amica scomparsa, l’ha ritoccata per darne una veste adatta alla pubblicazione e ha aggiunto una postfazione in cui riassume il senso non solo storiografico del lavoro della Pelini. Ambedue prendono però le mosse dall’epurazione antiebraica nell’ateneo pisano. Ricostruiscono i profili dei docenti di Pisa costretti ad emigrare, o ad adattarsi a lavori dequalificati, o a cadere nella disperazione della disoccupazione. Storie terribili eppure tragicamente simili a quelle dei tanti professori italiani (conosciute soprattutto grazie ai lavori di Roberto Finzi) che persero cattedre, lavoro, paternità di libri, «sebbene l’esatta dimensione della ferita inferta all’accademia italiana dalle leggi razziali appare ancora oggi lontana». Meno nota è la dimensione dell’acquiescenza e del «complessivo silenzio indifferente con cui fu accolta e vissuta l’espulsione di professori e studenti ebrei dall’accademia». Meno noto è che ci fu «un unico dignitoso diniego a succedere al professore ebreo cacciato», quello dello scrittore Massimo Bontempelli, «sino a quel momento fascista convinto e perfettamente integrato, che, chiamato per chiara fama presso l’ateneo fiorentino, rifiutò di coprire l’insegnamento di letteratura italiana che era stato sino a quel momento di Attilio Momigliano». Meno noto è che a Pisa, nel novembre del ’44, il nuovo prorettore Luigi Russo nel suo discorso d’inaugurazione dell’anno accademico «non menzionò neppure per inciso, in quella prima simbolica occasione, la cancellazione dalla turris eburnea dell’accademia dei colleghi e degli alunni ebrei»: proprio l’«antifascista» Russo che nel ’42, scrivendo di Attilio Momigliano, sottolineava ambiguamente in un momento storico delicatissimo «le sue particolari origini semitiche» che «ci possono aiutare a intendere certe attitudini ascetico-contemplatrici della sua mente, la solitudine fisica del suo stile e però anche qualche tiepidezza e distanza storica dalla sua opera letteraria». Meno noto ancora è che nel dopoguerra molti docenti che erano subentrati nelle cattedre lasciate vacanti dagli ebrei espulsi non solo non le restituirono ai loro legittimi titolari, ma si impegnarono allo stremo per evitare il reintegro dei colleghi vittime della legislazione razzista. «Nessun docente pisano», ha scritto la Pelini, «risultò in qualche modo sanzionato». E soprattutto «dei venti professori ebrei che a Pisa nell’autunno 1938 erano stati sospesi dall’insegnamento, a guerra finita solo cinque poterono tornare — nominalmente e temporaneamente — a occupare la cattedra forzatamente abbandonata». A quasi dieci anni di distanza il rientro conobbe difficoltà psicologiche e pratiche. La reintegrazione dei docenti ebrei veniva registrata con estrema freddezza dalle autorità accademiche pisane, che affrontarono la questione con il distaccato stile burocratico di chi doveva risolvere una complicata e molesta incombenza. Inoltre si trattava di risarcire i docenti con gli stipendi non corrisposti negli anni dell’allontanamento forzato. Per di più la distanza fisica aveva impedito ai docenti ebrei di avanzare nei gradini della scala accademica proficuamente percorsi dai colleghi che ne avevano usurpato il posto. Rientrò il giurista Renzo Bolaffi, che poi però decise di abbandonare definitivamente la carriera universitaria dopo che gli era stato negato il ruolo di professore ordinario. Rientrò dal Venezuela, dove aveva lavorato presso una impresa di olii minerali, Bruno Paggi, che però conobbe talmente tanti ostacoli burocratici da consigliarne il trasferimento presso l’ospedale Santa Chiara di Pisa: dove morì, appena cinquantenne, nel 1951. Conobbe una seconda persecuzione burocratica l’otorinolaringoiatra Aldo Lopez, cui venne negato persino il dovuto pagamento degli stipendi arretrati. E analoghi soprusi vennero inflitti al chirurgo Giorgio Millul e al medico legale Emdin Naftul. Il fisico Giulio Racah e Renzo Toaff scelsero alla fine Israele come loro nuova e definitiva patria. Non ebbero possibilità di scegliere altri docenti ebrei espulsi nel 1938: Enrica Calabresi, arrestata dai nazisti e morta suicida nel 1944; Raffaello Menasci, arrestato a Roma nella retata del 16 ottobre del 1943 e deportato ad Auschwitz; Ciro Ravenna, ordinario di Chimica agraria, condotto nel campo di Fossoli e poi ucciso ad Auschwitz. Ma la lacerazione non fu sanata con la riconquista della democrazia. I professori ebrei trovarono spesso la strada sbarrata. Gli usurpatori non rinunciarono alle loro carriere abusive. Scrive la Pavan che la «comunità accademica italiana non ha avvertito l’urgenza di pronunciare autocritiche, neppure autocritiche di rito» e solo nel 1998, primo in Italia, l’ateneo bolognese «sentì il bisogno di ricordare con una lapide» l’ignominia delle leggi razziali attuate «nel silenzio acquiescente della comunità scientifica»." (da Pierluigi Battista, Leggi razziali, doppia vergogna. Ecco chi sfruttò le epurazioni. Espulsi gli ebrei, nel dopoguerra le cattedre non furono «restituite», "Corriere della Sera", 05/06/'09)
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mercoledì 3 giugno 2009
Contro Ismene di Luigi Zoja

"«Oggi la psicoanalisi ha un grave limite: si occupa quasi esclusivamente dei problemi clinici e tecnici legati alla cura dei pazienti. Ma questa è una regressione rispetto alle idee di Freud, e anche di Jung. Ben altro è stata infatti la psicoanalisi nel ventesimo secolo, una rivoluzione della visione dell´uomo che ha plasmato la cultura, dalla letteratura al cinema, dalla musica all´arte ... Negli ultimi anni invece prevale la pratica terapeutica: gli analisti non tematizzano più le grandi questioni culturali, si rinchiudono nelle loro "stanze", in un mondo sempre più autoreferenziale e marginale. La psicoanalisi dovrebbe tornare ad essere quella che è sempre stata: una griglia di lettura della realtà, una terapia della cultura». Il j´accuse è di Luigi Zoja, autore di libri uno più colto dell´altro, tradotti anche in una decina di idiomi diversi, un analista che con i suoi pazienti può conversare in inglese, tedesco, francese, spagnolo - oltre che in italiano, naturalmente. L´orientamento cosmopolita di Zoja segna una biografia insolita e intensa, la formazione a Zurigo allo Jung Institut, gli anni newyorchesi, gli incarichi di prestigio (dal ´98 al 2001 ha rappresentato gli junghiani di tutto il mondo come presidente dell´International Association for Analytical Psycology). E poi gli incontri con personalità di prim´ordine, come James Hillman che ha conosciuto alla fine degli anni Sessanta ed è suo amico («lo vedrò in agosto negli Stati Uniti»). Oggi, a sessantacinque anni, Zoja vive a Milano con la moglie che è un´analista per l´infanzia («ma l´Italia non mi entusiasma») e - come dice, in questa intervista - trascorre più della metà del tempo a scrivere. È senz´altro così se in marzo è uscito da Einaudi un suo saggio di grande appeal su La morte del prossimo e di recente, da Bollati Boringhieri, Contro Ismene: un libro che raccoglie le sue "Considerazioni sulla violenza", come chiarisce già il sottotitolo. A dieci anni da Il gesto di Ettore sulla scomparsa del padre, in Contro Ismene affronta il tema dei conflitti umani nelle loro forme più aggressive. Per lei il ricorso alle grandi figure della mitologia è d´obbligo? «Sì, per me è d´obbligo, e sono anche recidivo - seppure Il gesto di Ettore in nessun´altra lingua ha conservato il titolo originale: troppo classicheggiante, dicevano. Ma io insisto, tanto che il mio nuovo libro sulla paranoia nella storia ha come titolo provvisorio La follia di Aiace».
Magari è la sua formazione a imporlo: lei appartiene a un filone junghiano incline a privilegiare le immagini dei miti, le grandi figure archetipiche, non è così?
«Non sono un fanatico "archetipista", e ormai più che di inconscio collettivo preferisco parlare di inconscio culturale ... Utilizzo Ismene come un grande simbolo negativo del pensiero non critico, del conformismo, della sudditanza agli ordini superiori, ed è sottintesa l´assoluta preferenza per la sorella Antigone, che muore per il fratello già morto, perché siano rispettati i riti che esistono da sempre e il sentimento fondamentale della pietà - un´immagine però davvero troppo sfruttata, quasi ovvia». Un po´ in tutti i suoi libri - anche in Giustizia e bellezza, quel trattatello dove metteva insieme etica ed estetica - il presente non viene mai schiacciato sull´attualità. Vuole ricordarci che non siamo nel primo mattino del mondo? «La maggior parte degli esseri umani non è consapevole del ruolo del passato sui modi di pensare dominanti. In questo mio nuovo libro sulla violenza, gli stessi rimandi linguistici non sono mai casuali o posticci perché anche scavando nell´origine delle parole, nella loro etimologia, vediamo come il linguaggio e quindi la cultura in cui abitiamo ha un inconscio. Quest´operazione di scavo segna del resto da sempre la psicoanalisi, da quando Freud amò citare quel motto tratto dall´Eneide per alludere al destino del rimosso: 'Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo'». Se ci si limita a ragionare solo in termini di politica, di economia, di religione, dei conflitti umani più estremi rimane sempre una quota molto alta di incomprensibilità. Non a caso Freud alla fine ha parlato di un istinto di morte, di una mortido contrapposta alla libido... Lei crede nel Male in sé? «Nella psicologia junghiana parliamo dell´"Ombra", non tanto di un derivato degli istinti ma di una categoria di puro carattere psicologico che non affonda nella dimensione biologica ma neppure corrisponde all´immagine cosciente del soggetto, e che tuttavia esiste e sempre contiene pulsioni asociali. Per esemplificare, direi che il ventesimo secolo è stata una galleria degli orrori dominata dall´"Ombra" - o anche dall´istinto di morte, se si preferisce il lessico freudiano». Già negli anni Sessanta, Franco Fornari parlava di un inconscio depositario di proiezioni assassine per evitare l´incontro con la propria distruttività. La trova una chiave di lettura condivisibile anche oggi? «È una lettura senz´altro ancora valida, e che in qualche modo utilizzo nel mio nuovo studio sulla paranoia, quella patologia che rigetta ogni colpa sull´altro e può letteralmente infettare le masse, se a esserne colpito è un tipo come Hitler ... Ecco, ad esempio, la lezione di Fornari è molto più utile di certi specialismi a cui tendono oggi le scuole analitiche». Cent´anni di psicoanalisi. E il mondo va sempre peggio, era il titolo provocatorio di un pamphlet firmato dal suo amico Hillman ... Ma davvero si può attribuire ogni clamoroso fallimento della ragione alla psicoanalisi? «Di quel libro sono stato io a consigliarne la traduzione, ma il titolo non mi è piaciuto per niente: e l´ho anche scritto. Ma chi l´ha detto che il mondo dovesse andare meglio, grazie alla psicoanalisi? Questa è una pura ingenuità che proviene dagli aspetti più cheap della cultura americana ... Io poi non sono così pessimista, altrimenti non continuerei a fare il mestiere dell´analista e a scrivere: penso che nei passaggi decisivi della storia c´è sempre una nicchia di persone che ragiona con la propria testa e interpella la propria coscienza - e fino a quando potremo contare sull´esistenza di questa gente un futuro migliore sarà sempre possibile»." (da Luciana Sica, Psicoanalisi. Perché è finita una rivoluzione culturale, "La Repubblica", 30/05/'09)
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Lo Stato intervenga per salvare la Biblioteca di Firenze

"La situazione in cui versa la Biblioteca Nazionale di Firenze è un paradigma dell’Italia d’oggi. Le biblioteche nazionali nel mondo (in Italia c’è anche quella di Roma: altre mantengono la definizione ma non lo sono a tutti gli effetti) offrono il cibo quotidiano a studiosi, ricercatori, laureandi, dottorandi. Il loro compito è raccogliere e conservare l’intero patrimonio librario di un Paese (non solo volumi a stampa, ma manoscritti antichi, incunaboli, periodici, fascicoli eccetera), catalogarlo, star dietro al flusso imponente delle nuove pubblicazioni, collaborare con analoghi istituti all’estero, partecipare a programmi di ricerca.
In gennaio la Nazionale di Roma, per mancanza di fondi, ha sospeso i prestiti pomeridiani. Ora, anche grazie ai ripetuti articoli e commenti del Corriere fiorentino, veniamo a sapere che il provvedimento è «ineludibile» pure per un’altra istituzione storica come la Nazionale Centrale di Firenze. Al di là degli sprechi passati che negli ultimi vent’anni hanno portato a ridurre progressivamente il personale e persino a privare le toilette della carta igienica, e al di là anche delle responsabilità che hanno prodotto questo sfascio, resta da chiedersi fino a quando lo Stato (e non solo il Ministero, ma anche la Regione e il Comune) assisterà impassibile alla paralisi o peggio all’agonia di una delle colonne portanti della nostra cultura. Agonia finora scongiurata grazie agli interventi di sponsor come la Cassa di Risparmio di Firenze.
Anche all’estero, intendiamoci, i contributi di partner privati alle biblioteche nazionali si affiancano alle sovvenzioni pubbliche, ma non sono tali da essere indispensabili per il funzionamento ordinario, elettricità compresa. Come si spiega che quelle che altrove sono considerate un orgoglio nazionale, da noi languono nell’indifferenza generale? La Biblioteca Nazionale, nel suo piccolo (piccolo?), non vale l’Alitalia? E chi l’ha detto." (da Paolo Di Stefano, Lo Stato intervenga per salvare la Biblioteca di Firenze, "Corriere della sera", 03/06/'09)
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sabato 30 maggio 2009
La notte dei poeti assassinati

"Il volto forse più inquietante dell’antisemitismo è la sua tenacia endemica, unita alla capacità di essere a un tempo ambiguo e categorico, dogmatico e insinuante. Questa «polivalenza» sconcerta lo storico e spesso lo pone di fronte a circostanze inedite, problematiche. Un giornalista russo di nome Leonid Mlecin ha di recente pubblicato un libro dove sostiene che il contributo sovietico alla creazione dello stato d’Israele sia stato determinante: Perché Stalin creò Israele. Al di là del titolo iperbolico, si pone qui in evidenza il ruolo della Russia nella nascita dello stato ebraico (e in quella mancata dello stato arabo palestinese votato anch’esso dalle Nazioni Unite nel novembre del 1947). Tesi questa interessante ma indubbiamente ancora aperta, e discutibile, soprattutto perché come spesso capita si è portati a dare poco peso specifico all’autodeterminazione dei due popoli cui questa storia appartiene, cioè ebrei e arabi. Sul fronte dei figli d’Israele, questa immagine quasi irenica di Stalin convive con un’altra, di cifra opposta. La storia dell’antisemitismo deve ancora una volta fare i conti con una ambiguità di fondo, contraddizioni di cui a fare le spese sono le solite vittime. Della congiura, e relativa strage, dei medici ebrei già si sapeva. Ora dagli archivi dell’Unione Sovietica emerge La notte dei poeti assassinati: la trascrizione del processo farsa che nel 1952 portò alla condanna a morte di tredici (dei quindici imputati) scrittori e intellettuali ebrei russi, viene pubblicata in italiano dalla Sei a cura di Francesco Maria Feltri e in collaborazione con lo United States Holocaust Memorial Museum. E’un testo che sconcerta per la sua «immediatezza»: i verbali delle udienze riportano come in una cronaca viva il dramma di queste persone, alcune di spicco, falsamente accusate, processate in segreto e condannate per tradimento o spionaggio. Una vecchia storia tremendamente brava a ripetersi. Il processo ai poeti ebrei ha peraltro clamorosi antefatti di sangue, come l’assassinio, nel gennaio del 1948, di Solomon Mikhoels. Celebre attore e regista, Mikhoels è eliminato a Minsk per ordine diretto di Stalin. La sua colpa è quella di avere espresso pubblicamente il proprio dolore per la perdita di tanti ebrei nella Shoah. Di lì a quattro anni, il processo ai poeti ebrei è innescato dallo stesso, letale, meccanismo: il «tradimento» di questa gente sta infatti in quel senso di vuoto abissale che lo sterminio nazista ha lasciato nel popolo ebraico sopravvissuto. E nel fatto che gli imputati avessero dato voce al dramma vissuto dagli ebrei durante la guerra e sotto l’occupazione tedesca. C’è in sostanza un negazionismo di fondo, anche prepotente, nell’approccio di Stalin e dell’Unione Sovietica al dopoguerra devastato dalla Shoah. Guai a nominare l’appartenenza ebraica di quei milioni di vittime che andavano lasciate indistinte, e possibilmente non menzionate affatto. E tutta la parte di sterminio ebraico avvenuta al di là del confine stabilito dalla cortina di ferro all’indomani della guerra, andava rimossa. Come se non ci fosse mai stata. La Lettonia, la Lituania, l’Ucraina erano costellate di fosse comuni: prima di Auschwitz e della tecnologia al gas, prima dei forni crematori a pieno regime, lo sterminio degli ebrei d’Europa si fece infatti con i fucili, direttamente sulle fosse aperte, in quelle regioni nord-orientali. Eppure, sino al crollo dell’impero sovietico, di questa storia non si trovava traccia. Non una lapide, non un ricordo. La rimozione degli orrori è passata anche per uno dei tanti processi farsa della dittatura staliniana, che in questo volume viene rievocato con una precisione feroce, e dove ogni dettaglio riporta il lettore dentro un incubo terribile,mavero." (da Elena Loewenthal, Stalin: fucilate i poeti ebrei, "TuttoLibri", "La Stampa", 30/05/'09)
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mercoledì 27 maggio 2009
Le due donne che chiedono all’Africa di prendere il destino nelle sue mani

"Tra il 2002 e il 2008 l’Africa sub-sahariana ha conosciuto una nuova stagione di crescita trainata dal boom globale delle materie prime e dagli investimenti cinesi.
Si è chiuso così uno dei periodi più tormentati nella storia recente del Continente: una fase lunga tutta una generazione durante la quale la maggior parte dei Paesi della regione ha registrato un crollo del reddito pro capite, talvolta a livelli mai conosciuti sin dalla fine del colonialismo. Quest’inversione di tendenza segna l’apertura di nuove opportunità per gli africani; eppure, il clamoroso crollo dei prezzi delle materie prime registrato lo scorso anno per effetto della recessione globale indica quanto sia fragile il trend di ripresa. Né vi sono evidenti segnali di una svolta politica. Gli anni segnati da questa fase di crescita, infatti, hanno visto lo scoppio di una drammatica guerra nella Repubblica democratica del Congo che ha provocato oltre 5 milioni di vittime, un altro conflitto di minore entità ma altrettanto devastante nel Nord dell’Uganda, una catastrofe umanitaria in Darfur e la permanente tragedia dello Zimbabwe di Robert Mugabe.
In Occidente, le cause e i rimedi al mancato sviluppo dell’Africa sono stati dibattuti principalmente da osservatori maschi e di pelle bianca come Jeffrey Sachs e William Easterly, che si sono espressi rispettivamente a favore e contro una massiccia assistenza dall’estero. E il primo ha incassato il sostegno di celebrità come Bob Geldof, Bono e Angelina Jolie. È dunque utile e interessante scoprire le originali analisi di due donne africane: Wangari Maathai, del Kenya, e Dambisa Moyo, dello Zambia.
Le due autrici vengono da percorsi molto diversi. Wangari Maathai, che è stata parlamentare prima di perdere il seggio alle elezioni del 2007, ha ricevuto nel 2004 il premio Nobel per la Pace per l’attività di opposizione al regime dell’ex presidente keniano Daniel arap Moi, e per l’impegno a difesa dell’ambiente culminato con la fondazione del movimento di base «Green Belt» (cintura verde). È una donna chiaramente coraggiosa. Pur essendo di origini kikuyu, ha invocato a gran voce il riconteggio dei voti quando Mwai Kibaki, appartenente alla stessa etnia, ha tentato di accaparrarsi la vittoria alle presidenziali del 2007, innescando una sanguinosa escalation di violenza etnica. Dambisa Moyo, invece, ha lasciato lo Zambia per frequentare l’università negli Stati Uniti e, dopo essersi laureata a Oxford e ad Harvard, ha lavorato alla Banca mondiale e alla Goldman Sachs.
Si direbbe che anche i loro libri abbiano ben poco in comune. In The Challenge for Africa, Maathai traccia una lunga serie di conclusioni. L’autrice sostiene che non esista un compromesso naturale tra crescita economica e difesa dell’ambiente, e che i governi africani dovrebbero perseguire entrambe. Punta l’indice contro il colonialismo occidentale, colpevole di aver disprezzato l’identità e la cultura africana, ma rimprovera anche agli africani il pernicioso attaccamento a frammentarie «micro-nazioni». Critica la dipendenza dagli aiuti, ma non solleva forti obiezioni al programma Sachs-Bono per un significativo incremento dell’assistenza allo sviluppo da parte dell’Occidente. È convinta che il cambiamento dovrà scaturire dall’attivismo di base, e che gli africani debbano stringersi attorno alle proprie tradizioni.
Il libro di Moyo, Dead Aid, contiene al contrario un messaggio molto semplice: l’assistenza esterna allo sviluppo è alla radice del sottosviluppo dell’Africa e va rapidamente e completamente interrotta, se si vuole che il Continente progredisca. L’autrice si dice a favore dello sviluppo del settore privato, anche se di provenienza cinese, e inveisce contro il protezionismo agricolo nel Nord del mondo, che impedisce all’attività commerciale di diventare un motore di crescita. Non sorprende, dunque, che il suo libro si rivolga a un pubblico molto diverso da quello che ha premiato Maathai con il Nobel per la Pace. Si direbbe, anzi, che Maathai e Moyo siano votate a uno scontro polarizzato, simile a quello tra Sachs e Easterly, circa il giusto approccio allo sviluppo. In realtà, questi due libri hanno molti più elementi in comune di quanto le autrici siano disposte a riconoscere.
Entrambe ritengono che il problema di fondo dell’Africa sub-sahariana sia il malgoverno. Non esiste il concetto di bene pubblico; la politica è degenerata in una lotta per tenere in pugno lo Stato e qualsiasi bene esso controlli. Tutti i problemi della regione derivano da questa dinamica distruttiva. Le risorse naturali, si tratti di diamanti, petrolio o legname, si sono presto trasformate in una maledizione, perché esasperano la violenza della lotta politica. Etnicità e tribù, costrutti sociali di spesso dubbia origine storica, sono stati sfruttati dai leader politici nella loro rincorsa al potere. L’avvento della democrazia non ha modificato le mire della politica, ma semplicemente alterato il metodo di lotta. Solo così si può spiegare un fenomeno come la Nigeria, che ha incassato qualcosa come 300 miliardi di dollari in proventi petroliferi nell’arco di una generazione e tuttavia, durante lo stesso periodo, ha subìto un crollo del reddito pro capite. Il punto, dunque, è: se la cattiva politica è alla radice dei problemi di sviluppo dell’Africa, come si è arrivati a questa situazione? E in che modo la regione potrebbe evolvere in un’altra direzione? Su questo punto, ovviamente, le differenze tra le due autrici sono marcate. Dambisa Moyo non lesina prove a sostegno della sua articolata denuncia degli aiuti stranieri come causa del malgoverno. Fa notare che durante la Guerra Fredda si è prestato incondizionatamente aiuto a personaggi come Mobutu Sese Seko nello Zaire, che accompagnò la figlia alle nozze volando su un Concorde proprio mentre i donatori occidentali acconsentivano a rinegoziare un prestito. Non fosse stato per la continua disponibilità di prestiti agevolati, sostiene l’autrice, i Paesi africani sarebbero stati costretti a rimboccarsi le maniche e adeguarsi agli standard di governance internazionali per poter accedere ai mercati obbligazionari globali. È una tesi ricca di verità. In passato, l’assistenza dall’estero non ha fatto altro che alimentare la macchina clientelare e contribuito alla permanenza al potere di leader corrotti in Paesi come la Somalia e la Guinea Equatoriale. I governi africani, molti dei quali ricavano oltre il 50 per cento del loro bilancio nazionale dai donatori internazionali, sono tenuti a rendere conto non alle rispettive popolazioni, bensì a schiere di nazioni sovrapposte e contraddittorie. Ma la tesi — propugnata dalla stessa Moyo — per cui se non fosse per l’afflusso di aiuti internazionali, l’Africa vanterebbe un buon governo, è assai difficile da accettare, anche perché non opera alcun distinguo tra l’assistenza militare prestata allo Zaire durante la Guerra Fredda e i trattamenti anti-retrovirali distribuiti dal Fondo globale o dal Pepfar ( President’s emergency plan for Aids relief), il piano di emergenza contro l’Aids avviato dall’amministrazione Bush, cui non si fa praticamente cenno nel libro. In realtà, il business degli aiuti ha messo a frutto qualche lezione, soprattutto dopo la fine della Guerra fredda. Si firmano meno assegni in bianco ai dittatori, e si concentra l’attività di soccorso in settori come la sanità pubblica, ricavandone apprezzabili risultati.
Se, come suggerisce l’autrice, gli aiuti venissero bloccati, un’intera fetta di popolazione africana morirebbe prematuramente. Altri programmi, come il Millennium Challenge Account (Mca, Fondo per la sfida del millennio), creato dall’amministrazione Bush nel 2004, mirano alla lotta contro la corruzione. Potrebbero non essere sufficienti, ma non aggravano certo il problema di fondo.
Se il blocco degli aiuti stranieri non può essere una cura per l’Africa, il libro di Maathai, Challenge for Africa, propone un’alternativa migliore? L’attivismo di base può stimolare soluzioni locali ed esercitare pressioni sui governi affinché migliorino le loro performance. Ma la società civile funge in definitiva da complemento di istituzioni forti, non da loro surrogato. Verso la conclusione del libro, Maathai allude alla necessità di una leadership visionaria e di un nation-building dal centro, come fece Julius Nyerere quando riunì i numerosi gruppi etnici e linguistici della Tanzania grazie all’uso del Kiswahili come lingua nazionale.
Nel corso della Storia, tuttavia, i progetti di nation-building hanno spesso richiesto una medicina molto più forte di quella che la nostra autrice o la gran parte degli africani di oggigiorno sono disposti a prendere in esame, tra cui la variazione dei confini e l’inclusione, anche forzata, di «micro-nazioni» in un’unica e più grande entità. Se nessuno di questi libri propone soluzioni pienamente soddisfacenti, entrambi mettono almeno a fuoco il vero nocciolo del problema, ossia il livello di sviluppo politico della regione. In quest’ambito, le soluzioni dovranno nascere in seno alla regione stessa. Spostare il dibattito dai doveri del mondo verso l’Africa a quelli degli africani verso loro stessi è un buon primo passo." (da Francis Fukuyama, Le due donne che chiedono all’Africa di prendere il destino nelle sue mani, "Corriere della Sera", 24/05/'09; New York Times Syndicate traduzione di Enrico Del Sero)
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martedì 26 maggio 2009
Dalla Nafisi alla Djavann, le donne raccontano soprusi e violenze

"«Tra pochi minuti m´impiccano, aiutatemi!». E´ difficile non ricordare le ultime parole di Delara Darabi leggendo il libro di Chahrdortt Djavann, La muta (Bompiani), il diario della quindicenne Fatemeh, condannata a morte per essersi ribellata agli infiniti soprusi di un vecchio mullah e avergli infilato un coltello un gola mentre lui le infilava il suo sesso nella vagina. Una storia di brutalità, disperazione e solitudine quella di Fatemeh e di una sua giovane zia muta, in un povero villaggio dove il mullah è onnipotente. Una impiccagione reale è invece quella di Delara Darabi, 23 anni, mandata a morte dal tribunale di Rasht dopo cinque anni di carcere per un omicidio di cui si era sempre proclamata innocente, e in spregio della norma internazionale che vieta la condanna a morte per delitti commessi da minorenni. Notizie di questo tipo, censurate dai giornali nazionali, emergono qua e là nei giornali locali iraniani e vengono rilanciate dai blog. Donne che uccidono a sangue freddo un marito dopo aver subito abusi senza fine da lui e dalla suocera. Donne che mutilano il parente che sta per stuprarle, oppure che vengono condannate per adulterio dopo essere state stuprate. La legge è contro di loro. Da sempre, ma soprattutto da quando con la rivoluzione islamica la Legge per la Protezione della famiglia fu abolita e si tornò alla sharia, che riduceva l´età per il matrimonio a nove anni, limitava il diritto al divorzio per le donne, toglieva loro la custodia dei figli e imponeva a tutte il velo.
Ma l´Iran è un paese di paradossi e uno di questi è stata l´esplosione di donne scrittrici dopo la rivoluzione islamica. Ad essa le donne parteciparono, lottando per la giustizia e la libertà senza neanche immaginare che il paese sarebbe precipitato poco dopo nel bigottismo e nella teocrazia, e questa lotta dette loro fiducia in se stesse. Dice Mehrangiz Kar, con Shirin Ebadi una delle più importanti giuriste iraniane: «Con tutti i sacrifici che avevano fatto durante la rivoluzione, ormai sapevano quanto i governanti fossero in debito verso di loro, e sapevano che la parità dei diritti era tra ciò che era loro dovuto. La richiesta di parità non viene più da un piccolo gruppo ma da tutte le donne, e il regime islamico sa di non poterla eludere senza rischiare una brutale separazione tra Stato e religione».
«Per sopravvivere dobbiamo distruggere il silenzio» scrive Simin Behbahani, la più famosa delle scrittrici iraniane (A cup of sin: selected poems Syracuse University Press). Anche questo apparentemente un paradosso: nei regimi repressivi sopravvive di solito chi nasconde il proprio pensiero. Prima della rivoluzione, sposata a un uomo non amato, Simin Behbahani aveva scritto soprattutto poesie d´amore nella forma classica, anche se modernizzata, del ghazal. Ma dopo, come molte altre poetesse, scelse la prosa, per parlare delle esperienze traumatiche della storia recente.
Il passaggio dalla lirica alla prosa è anche la storia di una emancipazione. La poesia era stata per secoli il genere letterario privilegiato perché con le sue metafore, i suoi simboli era stata anche un vero e proprio codice di resistenza contro i potenti, Lessan al Gheib, il lessico del segreto come dicono gli iraniani. Ma ora le donne decidevano di uscire allo scoperto. Di scrivere sulla guerra, gli arresti, le partenze di coloro che erano stati spinti all´esilio, mentre gli uomini spesso non avevano altrettanto coraggio di affrontare la realtà. La sessualità è ancora una linea rossa che non può essere superata, ma anche qui molte scrittrici hanno provato a uscire dal labirinto obbligato della purezza. Lo ha fatto soprattutto chi vive in esilio come Chahdortt Djavann o Azar Nafisi, autrice del bestseller Leggere Lolita a Teheran (Adelphi). Le scrittrici rimaste in Iran - Simin Daneshvar (i cui lavori più noti sono un romanzo, Siavushun, su una famiglia iraniana travolta dalla storia e Il tramonto di Jalal in ricordo del marito, noto critico letterario), Shahrnush Parsipur, Forugh Farrokhzad(che provocò uno scandalo per aver lasciato figlio e marito per un grande amore, di cui parla nella bellissima raccolta di poesie Prigioniera), e Fereshteh Sari, restano un modello di coscienza di sé per le più giovani: «Adesso sono/in posizione da poter/ spaccare il sole come fosse un melograno/e con il succo farne inchiostro per la mia penna ...», (Fereshteh Sari, L´attimo, citato da Figlie di Shahrazad di Anna Vanzan, Bruno Mondadori). In un blog ho letto di recente: «I miei guardiani sono uomini, sorvegliano le loro sostanze, i loro beni, il loro onore. Chi sono io? Sono l´onore di mio fratello, mio padre, marito, zio, perfino del figlio dei vicini. Nemmeno dopo morta mi onoreranno, al posto della mia fotografia metteranno una rosa, perché la vista di una donna può turbare un uomo ...»." (da Vanna Vannuccini, Se le scrittrici sfidano i mullah. Dalla Nafisi alla Djavann, le donne raccontano soprusi e violenze, "La Repubblica", 25/05/'09)
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lunedì 25 maggio 2009
L'altra Eszter di Magda Szabò

"Pagine aspre, impietose, spiazzanti, lucidissime, impossibile uscirne indenni. Non è difficile farsi catturare immediatamente dal mondo interiore di Eszter, anima sdoppiata e scorticata che fa scempio di sé. Lei celebre attrice teatrale, sceglie come palcoscenico emblematico la parabola della sua esistenza. Disperatamente sincera, interpreta se stessa in un lungo lancinante monologo, dedicato al suo grande amore Lorinc, che esplode dalla penna del "pesce d'oro della letteratura ungherese", così la definì Herman Hesse, Magda Szabò. Coacervo di sentimenti esasperati e fosche passioni, è un'esperienza nel territorio senza frontiere della mente, infrange il tabù di dichiararsi cattivi, il coraggio di odiare. L'infanzia nasconde il mistero della vita adulta lo sa bene Eszter, nata da una famiglia aristocratica caduta in miseria, bisogno, sacrifici, rinunce, che diventano insopportabili quando incontra la compagna di studi e di giochi Angèla. Bella, adorabile, ricca, elegante, dolce, sensibile, Angèla ha tutto ciò che manca a Eszter. Un veleno mortifero le pervade l'anima da aristocratica umiliata ed ecco deflagrare l'altra Eszter dal ghigno sanguinario: "Ho odiato Angèla dal primo istante in cui l'ho vista e non ho mai smesso…la odierò sempre persino quando sarò morta ...". Le ucciderà l'amato capriolo, le ruberà il marito, ossessionata dall'istinto criminale chiamato gelosia, incurabile e irragionevole. Ormai adulta ripercorre il passato con continui flashback, Eszter è finalmente anche lei ricca e famosa, ma c'è l'altra se stessa in agguato: polare, spietata, che si ingozza per placare i ricordi della fame infantile, che imbosca il denaro nelle scatole, che non dimentica le scarpette scomode tagliate in punta ereditate da zia Irma, braccata dal pensiero di Angèla e dal fato vendicatore. Angèla non si accorgerà mai di nulla, non vede, non sente, non sa che l'amica vive per distruggerle qualunque anelito di felicità. Sarà Lorinc, il conteso marito di Angèla, moribondo a scarcerare Eszter, a svincolarla dai suoi immondi sentimenti: "Eszter, ma non ti sei accorta che io amo te, non Angèla?". Privo di epica, stracolmo di anima, ci impone un viaggio ingrato ma necessario, nell'oscurità segreta dei nostri sentimenti, lì dove albergano le nostre fragili paure, il "mostro" umanissimo che spesso non sappiamo definire, di cui sentiamo la potenza se ci abbandoniamo a noi stessi. Odio oltremisura nel grumo delle passioni radicali, quello patologico che soffoca e uccide, che quasi perdoni, nonostante tutto, perché dettato da una necessità che si trasforma in pulsione irrefrenabile. Un libro senza tempo, scritto nel 1959, che mette in mostra il talento e le ragioni del successo della Szabò, che finalmente e a onore torna alla luce in Italia pubblicata da Einaudi." (da Francesca Motta, L'altra Eszter, "IlSole24Ore.com", 18/05/'09)
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Bestseller voluti e no

"I bestseller interessanti sono quelli voluti, non quelli spontanei. Per comprendere gli spontanei occorrono indagini e analisi di alto profilo, sulla società, la storia e il gusto. Mentre i voluti sono piccole faccende di cucina editoriale, nel complesso più alla nostra portata. In Italia l'inventore del bestseller voluto fu il primo vero editore moderno, Emilio Treves, il quale, innamoratosi (editorialmente) di D'Annunzio, concentrò ogni risorsa su Il piacere, a scapito del precedente astro Giovanni Verga che di lì a poco ne morì. Ma la prima vera e grande operazione bestseller, così come oggi l'intendiamo, si deve a Einaudi (inteso come figura editoriale collettiva, non come persona) che nella primavera del 1974 pubblicò La storia di Elsa Morante con una determinazione e una inventiva mai viste prima (la sola determinazione infatti non basta, come si potè constatare l'anno successivo con l'Horcynus Orca di Mondadori, eminente e memorabile flop). Le invenzioni furono due. La prima riguardò il publishing del libro in senso stretto, cioè la collana, il prezzo e la copertina. La storia è un voluminoso romanzo di oltre seicento pagine. Invece di metterlo nella sua collana regolare e naturale, i Supercoralli, Einaudi lo piazzò negli Struzzi, che era allora la collana economica, e di conseguenza abbassò drasticamente il prezzo. Il significato di queste scelte era 'Ci credo talmente e sono così sicuro che venderà tanto da potermi permettere un prezzo bassissimo'. Per la copertina scelse un'immagine solarizzata nera e rossa, quasi grafica, estremamente aggressiva. Ma la principale innovazione fu l'uso della pubblicità. Invece di tristi quadratini con più tristi frasette, prese, di domenica, tutta l'ultima pagina del "Corriere", la lasciò bianca e in mezzo mise una piccola riporoduzione della copertina del libro. La tappa successiva nella storia della bestselleristica fu, nel 1997, il ciclo di Ramses. Erano quattro romanzi pubblicati in Francia a distanza di anni e di qualità letteraria non eccelsa. Lì l'idea chiave fu di concentrare le uscite in pochi mesi, come se fosse un'unica opera in quattro puntate. Questo consentì un investimento pubblicitario molto ingente e tutto all'inizio, sul modello delle opere a dispense. E permise di collocare l'investimento sul mezzo più costoso, cioè su quello televisivo. Lo spot realizzato da Mondadori tendeva a popolarizzare al massimo la serie e, puntando sul fascinoso attore che interpretava Ramses, a orientarla verso un pubblico femminile. Il fatto che, poco dopo, una disinvolta signora che aveva tentato di uccidere il marito risultasse possedere un solo libro e che quel libro fosse Ramses, confermò la giustezza di queste vedute. L'ultimo capitolo della storia è stato scritto, per ora, da Dan Brown. Qui il concetto guida è stato quello di trasformare un bestseller in un best-long-seller. Quando, nell'autunno 2003, Mondadori si apprestò a pubblicare Il Codice da Vinci, sapeva di avere uno svantaggio e un vantaggio. Doveva recuperare un anticipo ingentissimo, perché aveva comperato il libro dopo un'asta feroce. Ma aveva la backlist, tre titoli precedenti, da pubblicare nella scia del prevedibile successo del Codice. Per sostenere un così lungo ciclo di vita, il publishing, all'opposto di quanto era stato fatto per Ramses, fu indirizzato allora a innalzare il libro, a renderlo austero e nobile. La copertina era misteriosa ma severa, senza carnevalate. La pubblicità era di piccolo e dimesso formato, come per le opere letetrarie, ma iniziò ben prima dell'uscita, non tanto per creare attesa, ma per significare prestigio e importanza. Tuttavia oggi il bestseller voluto, il frutto dell'editoria come volontà e rappresentazione, deve dichiarare la propria sconfitta di fronte al bestseller spontaneo. La debole scienza editoriale è stata travolta dai maremoti emotivi, spontanei e incomprensibili, che hanno fatto nascere i megaseller, giganti da un milione e oltre di copie. E di questi colossali ordigni - i Saviano, i Giordano, i Larsson, le Meyer, i Khaled Hosseini, le Barbery - lungi dal comprendere il funzionamento, non abbiamo neppure ancora trovato l'innesco." (da Gian Arturo Ferrari, Bestseller voluti e no, "Il Sole 24 Ore Domenica", 24/05/'09; l'autore dell'articolo è Direttore generale della divisione libri Mondadori. La sua conferenza dal titolo 'La costruzione di un bestseller' si terrà sabato 30 maggio, alle ore 15, nell'Aula Magna della facoltà di Giurisprudenza di Trento, al Festival dell'economia)
"Non c'è il megaseller, ma la crisi è battuta" (da LaStampa.it)
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L'intruso di Antoine Wilson

"Un thriller epistolare. E' questa l'idea forte attorno alla quale il giovane canadese Antoine Wilson ha costruito L'intruso (Cairo Editore), suo romanzo di esordio. Un'idea forte ma anche difficile da svolgere, dato che dovrebbe svilupparsi su due piani apparentemente antitetici ma allo stesso tempo strettamente collegati l'uno all'altro. Vediamo come procede Wilson. La vicenda inizia con l'evolversi delle scontentezze di Owen, giovane marito un tempo felice, ora oppresso, bersagliato, soffocato dal ricordo della morte del cognato C. J. che moglie e suoceri evocano continuamente, ininterrottamente. A cena, durante le visite degli amici, lungo la giornata (di qui, il titolo, L'intruso). C. J. è stato ucciso da un criminale senza che si sia potuto stabilire un movente. E che il colpevole sia stato condannato a vent'anni di reclusione, alla famiglia del defunto non sembra sufficiente. E' così che nasce in Owen l'idea di iniziare un rapporto epistolare con il detenuto Raven. Firmerà le lettere con un nome femminile e userà tutta la sua astuzia per farlo innamorare e poi spezzargli il cuore rivelandogli la verità e vendicandosi così dell'infelicità in cui il criminale ha fatto precipitare la sua famiglia. Siamo all''overture', suonata a piena orchestra. Poi l'autore mette mano alla parte di vera e propria suspense, e qui gli accordi non gli riescono più. [...] Antoine Wilson, non ci sono dubbi, ha applicato tutte le regole del thriller, incluso il finale a colpo di teatro, ma non riesce ad agganciare le emozioni. Forse gli manca ancora il graffio e anche il cinismo, usato da chi scrive storie di questo tipo." (da Laura Grimaldi, Rivincita in forma di lettera, "Il Sole 24 Ore Domenica", 24/05/'09)
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Classici dietro le quinte. Storie di libri e di editori. Da Dante a Pasolini di Giovanni Ragone

"Quando è stata pubblicata la prima volta la Divina Commedia? È una domanda non certo da odierno quiz televisivo, ma da esame universitario di quelli d’una volta ... Salvo prova contraria, è accaduto a Foligno l’11 aprile 1472, lo stampatore si chiamava Johann Numeister, veniva da Magonza (dove poi se ne tornò): il compositore-correttore si chiamava Evangelista Angelini di Trevi. Traggo questa notizia, insieme ad una miriade d’altre, una più interessante dell’altra, dal denso, ma fascinoso libro Classici dietro le quinte. Da Dante a Pasolini, che aduna sedici Storie di libri e di editori, ad opera di un italianista della Sapienza di Roma, Giovanni Ragone, e di un drappello di suoi collaboratori (la Capaldi, il Ceccherelli, il Di Pietro, l’Ilardi, il Tarzia). La «ridda» delle affascinanti e spesso contrastate, talvolta drammatiche, vicende editoriali di altrettanti capolavori si apre, per l’appunto, con Dante, per proseguire con Petrarca, per cui sale in cattedra la Venezia quattrocentesca, capitale dell’editoria, con le duecento e più tipografie attive tra il 1463 e il 1500, sino all’arrivo nel 1489 di un genio, il laziale Aldo Manuzio. Dopo di lui sfilano sul dotto proscenio Luigi Pulci e il suo Morgante (e qui l’antagonista è il tonante Girolamo Savonarola, che ancora dieci anni dopo la morte dell’autore - 1494 - avrebbe voluto «farne fuoco e sacrificio a Dio»); poi è la volta dell’Orlando innamorato del Boiardo, con cui il conte di Scandiano, tra la gotta e le incombenze del governo, rinnova e nobilita nel 1482 l’enorme successo dei cosiddetti «libri di bataia», qualcosa, secondo le stime del Ragone, come mezzo milione di esemplari venduti nel corso del Cinquecento; ed infine vi fa la sua bella sfilata l’Ariosto col Furioso, stampato il 22 aprile del 1516 da Giovanni Mazzocchi da Bondeno, dopo sei mesi di costante applicazione ai 40 canti: ma già tre mesi dopo, grazie anche agli sforzi di messer Lodovico, si lavorava alla distribuzione tra potenti, letterati, ma anche un bel po’ di lettori comuni, della seconda edizione. Abbiamo citato i casi di alcuni tra i «maggior nostri» e delle loro opere sublimi: ma il Ragone scava anche tra i cunicoli della contro-editoria, quella pornografica (ma a che livello di stile! altro che le nostre Melissa P.!): quella che vede a Venezia, dove corrispondeva con i Grandi d’Europa, evitando accuratamente di pagare l’affitto, il focoso Aretino dei Ragionamenti impegnato a creare, con alcuni giovani aristocratici della Serenissima, un vero e proprio atelier di libri «scandalosamente erotici». La galleria del Ragone - inutile negarlo - si fa via via più avvincente quanto più ci si approssima all’Otto-Novecento. Il capitolo sul Cuore, anzi - per essere precisi - fra il torinese De Amicis e il milanese Treves è il «gioiello della corona»: si tratta della minuziosa ricostruzione d’una vera e propria maratona di tallonamento, a colpi di lettere e cartoline, tra l’ingiurioso e il patetico («Sono sgomentato. Tu mi scrivi ogni cosa fuorché del Cuore ... Io aspetto il Cuore, il Cuore, il Cuore», missiva del Treves del 27 maggio 1879), durata la bellezza di otto anni, dal 2 febbraio 1878 al 15 ottobre 1886: ma i risultati ripagano largamente autore ed editore, diciottomila copie vendute in 13 giorni, quarantamila in soli 2 mesi: nel 1907 - precisa Ragone - Cuore era giunto alla venticinquesima edizione. A rileggere di alcuni casi del secondo dopoguerra, a cui assistemmo di persona o di cui fummo ragguagliati dai protagonisti o da loro testimoni - Vittorini e Valentino Bompiani impegnati contro la censura politica a difesa della (ancor oggi) mirabile antologia Americana; Livio Garzanti inquieto per le reazioni moralistiche dei benpensanti in vista dei pasoliniani Ragazzi di vita; Giulio Einaudi in sorniona attesa, come il gatto col topo, dell’interminabile, ed alfine incompiuta, Cognizione del dolore gaddiana - c’è da provare un misto di commozione e di sgomento. Che tempi eran quelli, quando il pubblicare - magari in disagiate condizioni economiche - significava condividere una privilegiata avventura della mente e del cuore! Che tempi son questi, in cui il dare alle stampe si riduce ad aride strategie di marketing e di comunicazione, al tempestivo acquisto di adeguati spazi pubblicitari ed alla garanzia certa di prestigiose (?) comparsate televisive ..." (da Guido Davico Bonino, 'Io aspetto il Cuore, il Cuore, il Cuore ...', "TuttoLibri", "La Stampa", 23/05/'09)
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venerdì 22 maggio 2009
Oliver Sacks: "Mio padre medico si vergognava dei miei libri"

"Chi inizia a scrivere la sua autobiografia si mette al lavoro con i suoi ricordi, ma la motivazione che lo spinge a scrivere un´autobiografia sembra spesso la conseguenza di una situazione inversa: sono i ricordi che si mettono al lavoro con lo scrittore. «Nel 1993, mentre mi avvicinavo al mio sessantesimo compleanno», scrive Oliver Sacks ripensando alla stesura della sua autobiografia Zio Tungsteno, «cominciai a sperimentare un fenomeno curioso, l´emergere spontaneo e non richiesto di ricordi precoci, ricordi rimasti assopiti per più di cinquant´anni. E non solo ricordi, ma veri e propri stati d´animo, idee, atmosfere, e le relative passioni, ricordi soprattutto della mia infanzia». Quando Oliver Sacks, nell´ottobre del 2005, è venuto a Groninga per una conferenza, ha accettato di rilasciare un´intervista su ciò che il tempo fa ai ricordi e su ciò che i ricordi fanno al tempo. La conversazione, inaspettatamente, ha preso una piega malinconica. Sacks stava male e questo sembrava rafforzare la sua propensione a riflettere sul rapporto con i suoi genitori, sul corso preso dalla propria vita e sulla vecchiaia.
Quarant´anni di America non sono passati invano per Sacks, che si presenta con un berrettino arancione e scarpette da ginnastica cool. Ma senza berretto e con le scarpe sotto il tavolo, seduto davanti a me, c´è di nuovo innegabilmente l´inglese che lui è per nascita. Non vi è traccia di accento americano. Sacks parla con fare timido, con dolcezza e precisione. «Quando avevo cinquant´anni non avevo ancora mai preso in considerazione la possibilità di scrivere la mia autobiografia. Ma verso il mio sessantesimo compleanno ho notato che cominciavano ad affiorare spontaneamente dei ricordi di avvenimenti, persone, oggetti ai quali non avevo più ripensato dai tempi della mia fanciullezza. In quello stesso periodo mi hanno chiesto di scrivere un pezzo sui musei scientifici di Londra. Quei musei, per la mia formazione, sono stati più importanti di qualsiasi altro corso di studi. Una volta iniziato a scrivere sui musei e anche su mio zio Tungsteno era come, be´, come urinare: non potevo più fer-marmi».
Lei scrive che non riesce ad ascoltare Nachtgesang di Schubert senza dover pensare, "con nitidezza quasi insopportabile", a sua madre che cantava in piedi vicino al pianoforte. Perché "insopportabile"? «Perché mi rendo conto che lei non c´è più, che questo è il passato, che non puoi tornare al passato, che lei è morta, che quel tempo è morto, ma anche perché c´è un´insopportabile penosità nella musica di Schubert. Dopo la sua morte per un po´ l´unica musica che riuscivo a sopportare era quella di Schubert».
La scrittura dell´autobiografia ha cambiato il suo modo di pensare riguardo alla memoria? «Già non credevo, per cominciare, che i ricordi si fondassero sulla semplice riattivazione delle tracce cerebrali. I ricordi sono delle ricostruzioni, e il modo in cui si ricostruiscono dipende tra l´altro dall´età. Avevo messo in conto che avrei dimenticato parecchio. Ma la presenza di ricordi, ricordi molto vividi, rivelatisi non tanto ricostruiti quanto completamente fabbricati, mi ha davvero sorpreso.»
Ripensa talvolta al corso preso, professionalmente, dalla sua vita? «Sì, e pure di recente, nel treno verso Groninga. La vita di un dottore è diversa da quella di un ricercatore. Io dipendo da persone che bussano alla porta, mi telefonano, mi scrivono. C´è di certo meno coerenza nella mia vita. La mia forza creativa risiede, credo, nelle digressioni inventive verso soggetti esotici. Per la mia carriera non avevo in mente un tragitto chiaro. Ma più libri scrivo, più vedo i miei temi in prospettiva. Vedo con maggior chiarezza quale sia il mio orientamento intellettuale, quale sia il mio valore. Adesso posso commuovermi quando dei giovani mi raccontano di aver deciso di diventare dottori dopo aver letto i miei libri alla scuola media. Tuttavia, ora che sono entrato nella mia ottava decade, spero di avvicinare un po´ di più i miei temi tra loro, di cercare una sintesi. I colleghi qualche volta mi chiedono: "Sacks, dov´è la tua teoria?". Ma io non sono portato per le teorie generali, io fornisco i casi e gli esempi che devono formare il materiale per una simile teoria».
E adesso che è stato insignito di tutta una serie di dottorati di ricerca, appartenenze onorarie, premi letterari e scientifici? «Credo di essere stato un buon dottore per i miei pazienti. Un paio di giorni fa ho visto la signora Herbst. Ho ascoltato con attenzione, suggerito alcune cose, io conosco la mia disciplina come neurologo. Entrambi i miei genitori erano bravi dottori e loro avrebbero visto che anche io sono un buon dottore, pur avendo sensazioni contrastanti su molte cose che facevo. Nel 1970, dopo la pubblicazione di Emicrania, un giorno entrò nella mia stanza mio padre, cinereo, tremante, con il Times in mano: "Sei sul giornale!". Era sconvolto. C´era un pezzo sul mio libro, definito equilibrato e brillante, ma mio padre riteneva che un medico non dovesse finire sul giornale. Vigeva allora un´etica medica rigorosa, con le A proibite: adultery, alcohol, addiction e anche advertisement. Mio padre trovava doloroso il fatto che avessi reso pubblico in tal modo il nostro nome».
Suo padre visse fino al 1990, cambiò mai opinione sulla sua opera? «In seguito divenne più benevolo, più mite. Forse perché facevo qualcosa che piaceva fare anche a lui, era bravo a scrivere lettere e a raccontare storie. Forse era orgoglioso di me, anche io ero orgoglioso di lui. Era un tipo modesto, troppo modesto. In Inghilterra, nella medicina, c´erano due livelli, i medici di famiglia, che erano gli operai, e gli specialisti, che si sentivano socialmente e intellettualmente al di sopra dei dottori comuni. Ma mio padre nel fare diagnosi era straordinario, vedeva cose che agli specialisti erano sfuggite. Quando raggiunse l´età di novant´anni gli dissero: smetti adesso di fare visite a domicilio. Ma lui replicò: io smetto col resto e continuo con le visite a domicilio. Sfiorò i 95. Dedicò settant´anni di esperienza e dedizione a quelle visite a domicilio. Lasciai l´Inghilterra per andarmene dai miei genitori e da quella rigida gerarchia medica. Volevo spazio, provavo una sorta di risentimento nei loro confronti. Si può leggere quella rabbia "tra le righe" di Zio Tungsteno. Però man mano che invecchi cominci a vedere le cose diversamente. Nutro grande simpatia per le persone che fanno bene il loro lavoro e mio padre lo faceva. Non erano tempi facili e nemmeno io ero un figlio facile. In un certo senso li avevo sorpassati. Ciò mi impauriva e deve aver impaurito anche loro». Quindi partendo è stato un bravo figlio? «That´s a way to put it»." (da Douwe Draaisma, Oliver Sacks: 'Mio padre medico si vergognava dei miei libri', "La Repubblica", 21/05/'09)
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mercoledì 20 maggio 2009
Il presente e niente più. Fare letteratura al tempo della cronaca

"Nel senso comune la letteratura sembra una cosa del passato. Ma è nel presente che viene letta e di nuovo scritta. E’ il contagio della letteratura del passato che spinge a scrivere. Ma si scrive perché il presente lo esige, non perché i classici lo impongono. Chi scrive letteratura ripete e annulla il passato, ricomincia. E’ chiaro in molti incipit. Le prime frasi che aprono un racconto o una poesia provocano sempre uno shock dell’inizio: se comincio a leggere Gli indifferenti, La metamorfosi, Lo straniero, La terra desolata, ogni volta il presente mi viene incontro con un volto diverso.
Di che cosa è fatto il presente? Certo non è solo cronaca. Anche il passato e il futuro sono strati del presente. La letteratura è uno strumento di rilevazione e rivelazione dei più imprevisti livelli di realtà. Il presente è per definizione extra-storico, è (per il momento) fuori da ciò che chiamiamo Storia. La Storia a sua volta è un costrutto culturale, un processo unitario e gerarchico con il suo alto e il suo basso, la sua essenza fondamentale e i suoi epifenomeni trascurabili. Di questo processo si credette di poter fare scienza, come della guerra secondo von Clausewitz. E’ noto che Tolstoj in Guerra e pace fece guerra all’idea della storia e della guerra come qualcosa di concettualmente dominabile. Antonio Scurati è fra i giovani scrittori colui che si sta più appassionando a questi problemi. Nel suo dialogo con Vattimo, pubblicato sabato scorso su questo giornale, ha detto che il tempo della letteratura non è quello della cronaca, e ha ricordato che un tempo al posto della cronaca c’era la storia. Ma il tempo della letteratura non è stato mai il tempo della storia. C’è stata una lotta secolare fra letteratura e grandi eventi pubblici, fra letteratura e filosofia della storia, fra letteratura e giornalismo. La posta in gioco è la definizione di ciò che è realtà, o di ciò che è più reale di qualcos’altro. Nel Novecento antropologi, filosofi dell’esistenza, storici della vita quotidiana, del costume, delle idee, della cultura materiale hanno smembrato l’idea unitaria di storia, hanno pluralizzato ciò che prima si pensava come totalità. Questo smembramento dell’idea di storia ha fatto anche crollare l’idea di progresso, perchè non è detto che nella marcia trionfale verso il futuro tutto migliori contemporaneamente. Non c’è progresso globale e assoluto, ci sono solo vantaggi relativi a prezzo di certe perdite, spesso impreviste, ma che più tardi possono rivelarsi catastrofiche e irreversibili.
Dunque sia la storia che il presente sono entità mobili e stratificate. Per Leopardi erano sommamente importanti il suo «ermo colle» e la morte di Silvia. Per Manzoni il presente erano il 5 maggio e la morte di Napoleone. Ma questa lotta per stabilire che cosa è più reale non richiede necessariamente una poetica realistica. In Kafka non c’è niente di cronachistico, il senso del presente è dato da ciò che la cronaca rende invisibile.
La letteratura è una forma di storiografia. Ma che cos’è la letteratura? Come non esiste la storia in quanto entità trascendentale, così non esiste neppure la letteratura in se stessa. Esistono gli scrittori che la scrivono. Lo stesso presente può essere quello delle poesie di Saba o di Montale, di Brecht o di Benn. Qualche anno fa Tom Wolfe, attaccando la moda della narrativa astratta, antirealistica e antidocumentaria (la moda Borges-Calvino) disse che si doveva tornare al romanzo nello stile di Dickens e di Zola. Questo naturalmente è il problema del romanzo in quanto genere della verosimiglianza e degli «effetti di realtà». Ma la letteratura non è solo il romanzo. Né va dimenticato che gli strumenti e i media con cui oggi si fa indagine e comunicazione sono molto più prensili e veloci del giornalismo tradizionale. Oggi la Storia ha preso la forma della Cronaca. Al posto di una totalità pensabile, carica di idee e di imperativi morali, abbiamo una totalità invadente che divora e cancella il rapporto fra passato e futuro. Letterariamente questa totalità che è il presente può essere afferrata solo isolando dettagli e usando dei frammenti come ipotetiche allegorie. Si tratta di scegliere di volta in volta le tecniche migliori per interrompere il continuum della cronaca, come Benjamin voleva interrompere il continuum della storia per rendere concepibile il salto nell’utopia. La nostra utopia conoscitiva è comunque la realtà. Per questo la inseguiamo, per questo la inventiamo." (da Alfonso Berardinelli, Il presente e niente più. Fare letteratura al tempo della cronaca, "La Stampa", 20/05/'09)
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lunedì 18 maggio 2009
Rosetta Loy: "Sa di polvere il mio lessico famigliare"

"«Attrazione e fastidio. Desiderio di stracciarlo, di buttarlo nel cestino, quel racconto. Dopo un po’ l’ho chiuso, non volevo proseguire con quelle pagine che mi facevano star male, che parlavano di fucili a canne mozze, mafia, clan, Sacra Corona Unita e “ciclo del cemento”. Poi l'ho ripreso, meraviglioso, straordinario, e ne ho apprezzato il finale per nulla enfatico ma capace di darti fiducia. E’ stato per me il libro più importante degli ultimi trent'anni. Mi ha tenuto sveglia per più di una notte». E così Rosetta Loy ha trovato la sua stele, il suo testo di riferimento. L’autore? Mister Gomorra, ovvero Roberto Saviano. Anche se non c’è niente di più lontano delle smitragliate di Casal di Principe dal Monferrato della Loy, scrittrice che con i romanzi - La bicicletta, Le strade di polvere, All'insaputa della notte - ha edificato un Eden un po' speciale, il «suo» Piemonte. [...] Il lessico famigliare dei Provera (cognome da signorina della Loy) è il protagonista di questa autobiografia tra il Concordato e l’attentato di via Rasella con cui la scrittrice prosegue sulla strada dell’intreccio tra storia intima e vicende con la maiuscola, già tracciata da Natalia Levi-Ginzburg che raccontava di fascisti e antifascisti visti dal salotto di casa sua, dove approdavano Eugenio Montale, Cesare Pavese, Vittorio Foa. Il suo rapporto con Natalia? «Lessico famigliare senza dubbio aveva una luce speciale. Appena uscito, nel 1963, è stato una rivelazione. Ma non mi identificavo con i Levi. Anzi li ho sempre un po' invidiati. Padre, madre, fratelli appartenevano a un contesto più intellettuale di quello in cui io sono vissuta. Di Natalia ammiravo l’estremo pudore, l’ironia, il riserbo con cui scriveva e affrontava la tragedia dell’uccisione di suo marito, Leone, per mano dei nazifascisti a via Tasso. E la scrittura semplice, quasi elementare». L’amicizia? «Successiva. Ero andata appositamente a Milano per incontrarla alla presentazione del Lessico. Una sorpresa l’aspetto severo e volutamente dimesso, con cappottino grigio e scarpotte tonde e basse, la disattenzione verso qualsiasi tipo di ricercatezza femminile. Le portai La bicicletta, non le piacque in un primo momento, poi cambiò idea». Bombe, biondi tedeschi sanguinanti, pareti crollate in questa Prima mano: sotto le incursioni della Raf nel rifugio di Viale di Villa Grazioli c’era qualche libro a farle compagnia? «No, solo la paura. In generale fin da piccola sono sempre stata una grande lettrice. Colpita dalla perdita dell’udito a un orecchio in seguito a una parotite, ero solitaria e piuttosto appartata. Era difficile, anzi impossibile dire a un ragazzino “scusa, parla più forte, non ci sento”. Per consolarmi mi rifugiavo tra i volumi che leggevo una decina di volte, come la favola di Perrault dedicata a Barbablù. Non per mia volontà ma perché negli scaffali non c’era molto altro. C’era, per esempio, Paul Bourget, amato da mia madre ma non adatto a noi ragazzi, o le interpretazioni della Rivoluzione francese e le biografie di Napoleone predilette da mio padre. Così, dopo la collana Scala d'oro che annoverava racconti di tutti i tipi, da Victor Hugo a Charles Dickens, è stato il momento di Delly e delle novelle per giovinette». A Mirabello, la mitica campagna? «Macché, la mia vita girava al contrario. A Roma io e i miei fratelli seguivamo un tabellino di marcia con orari molto rigidi. A Mirabello si potevano compiere lunghi tragitti in bici, stare all'aria aperta, correre nei campi. Qualcosa di molto diverso è accaduto dopo l’incontro con Giuseppe Loy, fratello del regista Nanni, e mio futuro marito». Cosa? «Giuseppe era laureato in legge e, per mantenersi, faceva il venditore rateale einaudiano. Il mio partner, destinato a scomparire assai giovane (a soli 53 anni), portò a casa mia una ventata di modernità: mi consigliava La casa dei doganieri oppure Ungaretti e Quasimodo. Su suggestione di mio padre, oltre Pascoli e Carducci non si andava. Era un uomo dell’800 con un grande senso dello Stato e anche del Piemonte. Tutto ciò che era piemontese era eccelso, tutto il resto un po’ meno. Sempre in competizione anche con Milano. Nessuno poi poteva tentare l’avventura della narrativa se non esibiva il talento di Alessandro Manzoni. E se eri di sesso femminile ... beh, le donne dovevano stare in casa a gestire il ménage. Tra una culla e un biberon, essendo una madre un po’ insofferente ..., con una mano facevo dondolare il passeggino di Benedetta e con l’altra tenevo in bilico il Dottor Zivago, Guerra e pace, Menzogna e sortilegio di Elsa Morante, Gli occhiali d'oro di Giorgio Bassani e così via. Scrivevo per me e facevo lavoro di traduzione. Ero molto interessata alla storia. Mi ero imbattuta nel Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, sulle sue orme ero pronta a ripercorrere l’odissea militare in Russia durante la Seconda guerra mondiale. Impresa ardua. E’ uno dei due inediti che ho nel cassetto. Successivamente mi si è spalancato il tunnel di una terribile depressione da cui mi hanno aiutato a uscire le cure mediche». Momenti di full immersion nella lettura? «Tanti. In particolare quelli trascorsi nella mia vita in comune con Cesare Garboli. Discussioni intellettuali in cui però non me la sentivo di fronteggiarlo. Era una personalità sorprendente, capace di furie spaventose che mi annichilivano, di grandi litigate - ne ricordo una con il critico Alfonso Berardinelli - e di riappacificazioni. Anche se Cesare non era proprio il tipo che andava facilmente a Canossa. Aveva un lato infantile, giocoso, che non nascondeva. Dipingendo per esempio la casa di Vado, vicino a Camaiore, diceva che ricreava gli stessi colori della cattedrale di Chartres e poco mancava che lui stesso ci credesse ...». Libri condivisi? «Da Alain Fournier a François-René Chateaubriand di cui si parlava a Parigi, camminando sotto il sole o la pioggia, sempre e comunque rigorosamente a piedi; a Nietzsche riscoperto in Engadina, a Sils Marie, sui sentieri già calpestati a suo tempo dal filosofo. Garboli era un grande comunicatore diretto e senza filtri. Un critico che, per esempio, poteva presentare un libro per farne una stroncatura in pubblico (è capitato con la Letteratura italiana in tre volumi diretta da Enzo Siciliano). Sandro d’Urso, commentandone l’immediatezza, diceva: “Non ha avuto un’educazione”. E si riferiva alla singolare formazione di Cesare tra le grandi disponibilità economiche del padre, facoltoso industriale, e le abitudini materne, una ragazza di un piccolo paese abruzzese che nella sua semplicità e spontaneità non gli aveva trasmesso il senso della mediazione». Altri personaggi che con lei hanno condiviso un mondo di libri? «Giulio Einaudi. L’immagine più forte che ho di lui è il nostro primo incontro. Stavo entrando in casa editrice in procinto di pubblicare La bicicletta e lo trovai seduto nella portineria. Era un uomo piuttosto attraente, fascinoso, e se ne stava lì, aspettando la macchina che doveva venirlo a prendere. Non so. Mi ha colpito. Dal primo momento all’ultimo: ci siamo visti poco prima della sua morte nell’appartamento romano dietro piazza Argentina per nulla sfarzoso né lussuoso. Il suo arredo? Volumi e ancora volumi. Che raccontavano di una vita dedicata ai libri»." (da Mirella Serri, Sa di polvere il mio lessico famigliare, "TuttoLibri", "La Stampa", 16/05/'09))
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domenica 17 maggio 2009
La vera storia del Piccolo Principe di Alain Vircondelet

"André Gide scrisse nella prefazione a Volo di notte che il libro di Antoine de Saint-Exupéry gli aveva insegnato che la felicità dell'uomo non è nella libertà ma nell'accettazione di un dovere. Era il 1931. Fino a quell'anno e per molto tempo ancora per l'aviatore-scrittore il dovere ha un volto bifronte ma preciso: volare, per dimostrare l'ethos umano basato sul coraggio e sull'azione, e scrivere, per testimoniare quell'ethos. Ma quando si rifugiò a New York alla fine del 1940, anche sul dovere le sue idee erano confuse. Smobilitato dall'esercito dopo l'armistizio se n'era andato dalla Francia, ma tra gli emigrés di oltreoceano non si sentiva a suo agio. [...] E' questo funesto giro di anni americani il periodo che ricostruisce Alain Vircondelet in un libro che ha coraggiosamente intitolato La vera storia del Piccolo Principe (Piemme), sfidando la sterminata bibliografia di Saint-Exupéry e dell'incantato racconto che ha venduto in tutto il mondo e in tutte le lingue ottanta milioni di copie. Vircondelet è dalla parte di Consuelo, la moglie un po' imbarazzante che secondo la perfida e brillante Louise de Vilmorin, prima fidanzata di Antoine, era rimasta con lui solo perché non era mai riuscito a sbarazzarsene e che fu emarginata nel mito postumo di Saint-Exupéry. Invece secondo il biografo che ha a lungo lavorato sul materiale inedito del periodo newyorkese, la signora Saint-Exupéry è la vera ispiratrice della figura della Rosa nel Piccolo Principe (lei stessa lo sosterrà in un racconto autobiografico intitolato Memorie della Rosa che sarà pubblicato in Francia nel 2000, ventun anni dopo la sua morte), il fragile e commovente fiore che il misterioso bambino caduto nel deserto dal suo asteroide non può dimenticare e a cui ritornerà. Nutrito dei ricordi e delle emozioni di Antoine, per Vircondelet, insomma, Il Piccolo Principe è un'autobiografia mascherata. Del resto, Saint-Exupéry non era uno scrittore che inventava: lui raccontava ciò che aveva vissuto. E anche se sognava la 'douce France' e inneggiava alla ricomposizione della patria lontana, non fece mai mistero, anzi lo dichiarò esplicitamente nelle appassionate lettere alla madre, che per lui l'unica vera patria, anzi l'unico vero paradiso era l'infanzia, l'infanzia che, parola di Stendhal, è interminabile." (da Elisabetta Rasy, 'Petit prince' autobiografico, "Il Sole 24 Ore Domenica", 17/05/'09)
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Silvana
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Tienanmen, un mistero lungo 20 anni

"I carri armati non fanno più rumore. Sono passati, sono lontani. La Tienanmen è silenziosa. Il caos insanguinato di vent’anni fa non si sente più. Sparito dall’orizzonte della Cina: le nuove generazioni non sanno o quasi, solo pochissimi coltivano apertamente la memoria ed è più facile farlo all’estero. «Di allora — ha ricordato sui giornali Wuer Kaixi, uno dei leader studenteschi — mi addolora la sorte delle vittime. Noi capi siamo sopravvissuti, loro no. Ma la colpa è solo del regime».
Ciascuno dei superstiti ha vissuto una Tienanmen diversa. Durante le proteste emersero divergenze fra le anime della piazza, poi ci sono state liti tra reduci. Ma «le differenze di opinione su come andarono le cose non dovrebbero intaccare la grande nobiltà di quant’è successo» ha commentato Ma Jian, che l’anno scorso ha condensato il suo ’89 in un romanzo visionario, Beijing Coma, presto in uscita in Italia (Feltrinelli). Anche allora ci furono tante Tienanmen. La protesta prese corpo tra il 15 e il 22 aprile, morte e funerale dell’ex segretario riformista del Partito comunista Hu Yaobang. Le inquietudini per le disuguaglianze tra beneficiari ed esclusi delle aperture economiche, le richieste di democrazia, l’insofferenza per la corruzione, l’inflazione agitavano la società cinese da almeno tre anni ed è anche per questo che nell’87 Hu Yaobang era stato rimosso da Deng Xiaoping. «Fu la prima volta — spiega da Hong Kong il sinologo Jean-Philippe Béja — che un movimento così coinvolse centinaia di città. Proprio su quanto accadde nelle province, sulla lotta nel Partito, sui rapporti fra i segretari regionali e Pechino si deve ancora indagare».
Molte cose accaddero dal 15 aprile fino alla notte fra il 3 e il 4 giugno. Il bilancio è ancora controverso, centinaia di morti (secondo alcuni anche migliaia), più la repressione successiva. Tentativi di dialogo, la mobilitazione della popolazione (non solo studenti, ma anche intellettuali, operai, comuni cittadini), lo sciopero della fame, la legge marziale. E, nelle stanze del potere, la divaricazione fra i falchi, come il premier Li Peng che ottenne l’appoggio di Deng, e i fautori della linea morbida, come il segretario del Pcc, Zhao Ziyang, che venne esautorato e poi messo ai domiciliari fino alla morte (2005).
Molte cose accaddero, appunto. E la Tienanmen non fu uguale per tutti, anche dopo. Shao Jiang, più volte incarcerato, ha ammesso: «Come molti studenti, non fui picchiato con la ferocia riservata ai lavoratori. Loro soffrirono il peggio». Trascorsi 14 anni di carcere e 5 di libertà condizionata, Zhang Yansheng, uno di loro, ha potuto parlare: «Gli studenti non hanno patito gravi conseguenze, tornarono nelle aule, li rieducarono lì. Noi operai fummo puniti duramente, come monito per loro». È la voce di un’emarginazione innominabile. Secondo la Fondazione Dui Hua nelle carceri cinesi rimangono una trentina di persone condannate per i fatti dell’89, un anno fa il Dipartimento di Stato americano diceva tra 50 e 200: chi ne è uscito porta con sé un corpo devastato e un passato di cui non si può parlare. Quando negli anni Novanta l’ex studentessa Diane Wei Liang, diventata docente negli Usa, venne invitata in Cina per un corso di business administration, provò a parlare della Tienanmen ai suoi allievi: «Non era nei libri. Chi ne sapeva qualcosa conosceva solo la versione del regime. Agli altri non importava. Pensavano solo a far soldi». Bollati come controrivoluzionari, studenti e lavoratori del movimento proclamavano invece che «il patriottismo non è un crimine» e cantavano l’Internazionale. Il mutismo delle autorità di Pechino sembra destinato a non incrinarsi neppure con la pubblicazione, in questi giorni, delle memorie di Zhao Zhiyang, un atto d’accusa ai vertici, una vendetta postuma. Un silenzio non privo di imbarazzi, come in una lettera al giornale di Hong Kong Ming Bao ha sottolineato Wang Dan, forse il più carismatico dei leader studenteschi, ora a Oxford: coloro che sostengono che la repressione militare fu la «giusta decisione» tacciono, anzi «non solo non è permesso criticarla, ma è anche vietato elogiare il governo. Ragionate: se i leader pensano sul serio di aver ragione, perché evitano di affrontare l’argomento? Solo gli insicuri scansano i problemi ...». Molte carriere politiche sono dense di omissis. Il premier Wen Jiabao, uno dei più riformisti di oggi, comparve accanto a Zhao che implorava gli studenti di lasciare la piazza. Un’espressione impietrita, quasi a dire: che ci faccio qui? «È stato molto abile a far dimenticare quella foto, Wen» dice Béja. Guidava lo staff del segretario generale del Partito, cioè Zhao, ed era lì in quel ruolo. Un funzionario, leale all’incarico più che alla persona del capo: «Non fece parte del gruppo che decise la legge marziale ma Wen per ricomparire avrà dovuto fare autocritica e si sarà difeso dicendo che aveva eseguito gli ordini. Non ha convinzioni politiche forti e infatti non ha incarnato alcun new deal».
Vent’anni dopo si lambisce il paradosso di constatare che certe rivendicazioni della piazza sembrano soddisfatte. «Non la richiesta di democrazia, però. Anzi, il sistema e la riflessione sulle riforme sono più che mai bloccati» avverte Béja. Wang Xiaodong, ricercatore presso un centro di pedagogia che dipende dalla Lega della gioventù comunista, ha curato il recente bestseller «nazionalista» La Cina è infelice (Unhappy China) e non può essere sospettato di avversione al sistema: «Sì, il governo non ama che le gente parli dell’89. Ma in questi anni — dice al Corriere — la vita è migliorata, la libertà politica aumentata. Una parte delle richieste fatte dagli studenti di 20 anni fa sono state realizzate, anche se certamente ci sono anche quelle non realizzate. Quindi forse i giovani non sentono l’importanza di quell’evento. Che il governo ne parli o no, non dipende dalla sua forza. Se ne discuterà se la società cinese sarà migliore, più tranquilla e parlare del 4 giugno non provocherà turbolenze. Francamente neanche adesso causerebbe disordini parlarne. Ma forse il governo ha altro a cui pensare»." (da M.D.C., Tienanmen, un mistero lungo 20 anni, "Corriere della Sera", 17/05/'09)
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Silvana
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Tutte le e-mail di Amadeus

"Mozartiani di tutto il mondo segnatevi un adata: 1 giugno 2009. Quello sarà per voi un girono magico. Perché dal vostro computer potrete avere accesso a tutte le lettere di Mozart. Da aprire dal palmare, dal telefonino, in viaggio su un'isola deserta, liberamente, ovunque arrivi la copertura della rete: chiare, gustose, facili da raggiungere, click. E nella lingua originale oppure tradotte in inglese, francese e - udite, udite, non lo crederete mai - persino in italiano, lingua che Mozart amava e padroneggiava con estro fin da bambino. Mai fino ad ora si erano date, in integrale, nel nostro idioma: sono 1400. Datano Settecento, ma sembrano scritte ieri. Anzi, domani: perché Mozart ci parla sempre al presente, da vicino. Matto, istrionico, imprevedibile, spietato, burlone. Con un gusto malandrino nella cronaca, le osservazioni piccanti da eterno manigoldo, i dettagli rivelatori. E con una vena di malinconia sottesa alla velocità, a quella che lui chiama, ancora bambino, in una delle sue primissime lettere, 'scrittura selvaggia', che ce lo rende caro come un amico prezioso. Cuore a cuore. Esattamente come la sua musica. Le lettere sono per lo più di viaggio, di lui che in 35 anni di vita viaggiò per 3720 giorni, attraverso 204 tra paesi e città, in 9 stati diversi. Moderno Mozart, fratello del nostro correre perenne. Con un tempo sempre che manca, per cui le missive a volte sono cifrate, in codice. Sms. Anche il padre Leopold si firma sul modello essenziale di oggi: 'Mzt'. [...] Il sito è già attivo. Anzi, documenta con dovizia di informazioni la ricca attività di una squadra di dotti e appassionati, distribuiti in Europa, che dal 2006, anniversario dei 250 anni dalla nascita di Mozart, lavorano a indagare le strade in Europa percorse dal musicista. Marta Majno, milanese colta e moderna, colonna della