lunedì 31 dicembre 2007

La miniatura medievale: Enluminures - Mandragore - Liber Floridus


Enluminures: la base-dati contiene più di 80.000 immagini di miniature e di elementi decorativi di oltre 4.000 manoscritti medievali conservati in un centinaio di biblioteche municipali francesi.
Visites virtuelles
(immagine da: Enluminures - Bréviaire à l'usage de Langrés)



LiberFloridus. Les manuscrits médiévaux enluminés des bibliothèques de l'enseignement supérieur

Mandragore, base iconographique du département des Manuscrits - Bibliothèque nationale de France




(immagine da: Enluminures - Bréviaire cistercien)

La biblioteca di notte di Alberto Manguel

"Per il lettore ogni libro esiste in una condizione di sogno, finché le mani che lo aprono e gli occhi che lo scrutano non scuotono le parole fino a risvegliarle. Le pagine che seguono sono il mio tentativo di testimoniare alcuni di questi risvegli." (da Diario di un lettore di Alberto Manguel, Archinto, 2006)

La biblioteca di notte (The Library at Night) di Alberto Manguel(Archinto): "[...] 'Avventatamente da giovane - racconta Manguel - quando i miei amici sognavano di compiere gesta eroiche nei regni dell'ingegneria e della legge, della finanza e della politica interna, io sognavo di diventare bibliotecario'. E ha ragione: collezionare libri è una fatica improba, forse inutile: il sapere aumenta e muta di continuo, le biblioteche sono luoghi di 'piacevole follia'. Soprattutto ora che grazie a internet i rivoli della conoscenza dilagano in molte più direzioni di quanto non ne avessimo potute immaginare (ma sulla resitenza delle biblioteche old fashioned, leggete il bel saggio di Anthony Grafton apparso sul "New Yorker" dello scorso 5 novembre). E, nondimeno, si può essere eroi anche nel regno della bibliografia o biblioteconomia o nell'archivistica. Come dimostra l'interessante saggio Le biblioteche e gli archivi durante la Seconda guerra mondiale. Il caso italiano. Attraverso una serie di contributi, anche di livello diverso, veniamo a conoscenza di cosa accadde ai principali luoghi di conservazione della cultura in Italia e non di rado assistiamo a gesti se non di eroismo, di autentica passione per i libri e di alto valore civile (si veda il saggio di Simonetta Buttò): basti citare il nome di Luigi De Gregori, o nel caso della Vaticana del cardinale Giovanni Mercati, senza dimenticare, per esempio, l'archivista di Montecassino don Mauro Inguanez. Tutta gente che non solo capiva di libri ma capiva di come funziona una società decente." (da S. Salis, Guerre, topi e biblioteche, "Il Sole 24 ore", 25/11/'07)


"The Romantic Librarian" (da GuardianUnlimitedBooks)
Con Borges di Alberto Manguel (Adelphi, 2005)
Il computer di sant'Agostino di Alberto Manguel (Archinto, 2005)

Herbarium di Emily Dickinson

"Questa è la mia lettera al mondo / che non ha mai scritto a me / le semplici cose che la natura ha detto - con tenera maestà. / Il suo messaggio è affidato / a mani che non possono vedere. / Per amore di lei - amici miei dolci / con tenerezza giudicate - me."

"[...] In realtà le sue poesie sono forti e intimidenti, il loro 'passo', come il suo, 'spasmodico'. Non sono inscrivibili in nessun canone ufficiale dell'epoca, perché cominceranno ad essere lette e colte nella loro espolsiva, aggressiva, raffinata semplicità, solo nel 1955, anno di pubblicazione e datazione ufficiale dei manoscritti raccolti presso la Houghton Library di Harvard: tre volumi a cura di T. H. Johnson e nel 1958 altri tre volumi di lettere a cura dello stesso Johnson e di T. Ward. Da quel momento fu il successo e la ridda di ipotesi interpretative. Di stampe e ristampe. Di traduzioni in tutte le lingue. [...] E ora una sopresa stupenda non solo per chi di Dickinson conosce già il lavoro. Un team di studiosi eccellenti ha accettato di esaminare e catalogare un quaderno particolare, conservato insieme a carte, foto, documenti, libri appartenuti alla famiglia Dickinson. Vi hanno lavorato per anni, così da dare alle stampe nel 2006, in facsimile, quel quaderno particolare, il 'suo' Herbarium, l'erbario di Emily che vede oggi la sua edizione italiana, per i tipi della raffinata casa editrice Elliot. Cominciò a lavorare a quel quaderno quando aveva quattordici anni e continuò forse per tutta la vita. Raccoglieva, disseccava, incollava in gruppi di due o tre per pagina, per ognuno indicava il nome. E gli stessi nomi dei fiori - rari o comuni - sono incastonati, quasi vi si specchiassero, in gran parte delle poesie e delle lettere. E' sufficiente sfogliare l'erbario e poi leggere lettere e poesie: giglio, gelsomino, margherita, bucaneve, calendula, giglio d'acqua, anemone, begonia, viola, bocca di leone, cipripedio rosa, e ancora mirtillo, ribes, salvia, basilico, trifoglio. E come se non bastassero: gerani, narcisi, giunchiglie e garofani di tutte le specie. E ancora la indian pipe, il mughetto selvatico, forse oltre al gelsomino, il preferito. Forse. Di certo quello scelto per la copertina della prima minimale edizione delle sue poesie, nel 1890. Un successo inatteso, una ristampa dopo l'altra per qualche decennio e poi di nuovo il silenzio. E oggi, dopo che molti dei suoi scritti hanno visto le stampe anche in traduzione italiana, eccoli i fiori che prediligeva, nell'Herbarium appena pubblicato. E se proprio questo, per l'attenzione con cui Emily Dickinson, anno dopo anno, lo ha curato e raccolto, fosse il suo privato diario segreto? La sua lettera al mondo? Una 'lettera', un 'diario', quello con cui scongiurare lo scorrere delle stagioni, degli anni, del tempo, dal momento che la 'natura', quella almeno che l'Herbarium ci consegna è seducente, dolce e spietata. Come è - e fu per lei - la vita." (da Barbara Lanati, Tra i fiori di Emily risplende l'arcobaleno, "TuttoLibri", "La Stampa", 29/12/'07)
Sillabe di seta a cura di Barbara Lanati (Feltrinelli)
Vita di Emily Dickinson di Barbara Lanati (Feltrinelli)

Il desiderio e la rosa, Manuel Vazquez Montalban

"Si vive una volta soltanto, / bisogna imparare ad amare e a vivere / quando ancora non è tardi per credere / propizio il giorno a venire / meno duro / il selciato, meno buia la notte, / incerta la tristezza / a volte bastano / due pagine di un libro per credere / eterna l'eternità, eterni / i tuoi baci /sempre tra il ricordo e la speranza"

"Questi versi sono di Manuel Vázquez Montalbán, che fu narratore, saggista e giornalista, ma si considerò sempre e soprattutto poeta. [...] La sua poesia ci arriva oggi nell'antologia Il desiderio e la rosa (Frassinelli). [...] La scelta seppure ampia, è tratta da Memoria y deseo che comprende tutti i testi pubblicati in Spagna in date diverse, ma anche alcuni capitoli di Città, edito in Italia da Frassinelli nel 1997. La poesia di Montalbán è strettamente legata al suo percorso umano e politico, ricco di allusioni ad una Spagna tragica, tradita dalla Storia e riconquistata con difficoltà, ma sempre con amore. Basti ricordare come il primo impulso a scriverla venisse a Manolo nell'anno e mezzo trascorso nelle carceri franchiste, attraverso la lettura di Cesare Pavese. Poco più tardi arrivò l'influenza di T. S. Eliot, richiamato da alcuni nodi poetici assai evidenti. Così in Nulla rimase d'aprile: "Era diverso aprile, allora / c'era allegria, e tracce di cozze / sulla scogliera, canzoni / in riva al tramonto, pretendenti / vanamente appostati agli angoli". I richiami si incrociano: per esempio, nella storia personale dell'amatissima madre, che si chiamava Rosa, e anche tra il mese di aprile che nel 1934 è quello delle promesse della Repubblica, ma più tardi segnerà la fine della Guerra Civile. [...] Tutto, in questa poesia, esiste e coesiste, materia di riflessioni appassionate, proprio come accadde nella vita veloce e generosa di Montalbán". (da A. Bianchini, Montalbán: nulla rimase d'aprile, "TuttoLibri", "La Stampa", 22/12/'07)
Manuel Vázquez Montalbán (da Rai Libro)
Manuel Vázquez Montalbán nel catalogo Frassinelli
Lo scriba seduto (Frassinelli, 1997)
"Manuel Vázquez Montalbán, ou la liberté de l'écriture"

sabato 29 dicembre 2007

Date da mangiare ai miei amati cani di Emma Richler

Date da mangiare ai miei amati cani (Feed My Dear Dogs) di Emma Richler (Fandango, 2007): "Fantasticare il mondo visto da una ragazzina. Dilatare un dettaglio fino a renderlo ossessivo. Registrare quel tipico fissarsi su alcuni particolari che abita la mente dei bambini. Costruire un mare di interrogativi e repliche sul nulla e sul tutto. Identificare un linguaggio infantile credibile: quello che, a un certo grado sviluppato e creativo d'istruzione, si userebbe a sette, otto, nove anni. Riuscire a tessere, con questo materiale, l'involucro di un'opera letteraria per adulti e dunque adulta nel linguaggio (operazione virtuosistica nella sua contradditorietà, visto che la voce narrante è quella di una bambina che si esprime come tale). E dare corso a una storia autoreferenziale e ricca di citazioni colte, ardita nel suggerire letture a più livelli, progressivamente densa di complessità e mistero, e capace di porsi senza timidezza obiettivi 'alti': mistica, filosofia, meditazioni e digressioni religiose, il senso dell'universo e della vita trasformato in un ludico enigma, un intrecciarsi di fisica e metafisica, una preziosa sciarada.

E' l'originalità di Date da mangiare ai miei amati cani, sterminato resoconto di un'infanzia scandito lungo più di settecento pagine [...]. Emma è la figlia di quel campione d'irriverenza e ironia che è lo scrittore Mordechai Richler, l'autore di La versione di Barney, geniale e intrepido (come il suo cinico e indolente personaggio Barney Panofsky) nel misurarsi in modo politicamente scorretto con la propria identità di ebreo. I Weiss, cioè i componenti della famiglia di Jem, sono una fotocopia dei Richler. [...] La piccola Jem, motore di quest'ambizioso percorso letterario (c'è qualcosa di proustiano nell'idea della memoria ritrovata e del ricordo portatore di verità, e c'è molto di sperimentale, nel senso più novecentesco del termine, nell'imponente misura del monologo e nell'inventiva del lessico), passa il tempo dialogando con gli astri, affondando lo sguardo nei buchi neri, conversando con fantasmi inaspettati e giganteschi: Oliver Twist, Parsifal, Gesù, Sherlock Holmes, Galileo, il Piccolo Principe, Emily Bronte, il Dio imperativo della Torah, e molto altro. Spesso Jem si sofferma sull'assenza e la perdita [...]. In tal modo la bambina sembra offrire al lettore, come chiave del suo viaggio, la coscienza dell'irrecuperabilità dell'istante trascorso. Ma lo fa senza gravità: il tono non è mai serioso né nostalgico, e vi affiorano sprazzi comici ed esagerativi che hanno stimolato in un paio di autorevoli critici inglesi paragoni con Salinger." (da L. Bentivoglio, Infanzia ironica in casa Richler, "Almanacco dei libri", "La Repubblica", 29/12/'07)
"Peeling Back the Years" (da GuardianUnlimitedBooks)

Smokiana di Enrico Remmert e Luca Ragagnin, elogio del fumo da Erodoto a Rilke

"'Lei è uno strizzacervelli?'. 'Sì'. 'Allora lasci che le dica una cosa. Non sono mai andato d'accordo con sciamani, stregoni e psichiatri. Della condizione umana hanno capito molto più Shakespeare, Tolstoj o persino Dickens di chiunque di voi. Siete una banda di ciarlatani sopravvalutata, che si ferma alla grammatica dei problemi umani, mentre gli scrittori che le ho nominato badano all'essenza. E non mi piacciono le etichette vacue che appiccicate alla gente, né le parcelle che chiedete per le perizie di parte. E non mi piacete in tribunale, uno per la difesa, l'altro per l'accusa, due cosiddetti esperti, l'un contro l'altro armati, ma entrambi col portafoglio gonfio. Voi giocate con la testa delle persone, e siete inutili, se non dannosi. Inoltre, stando a quanto ho letto di recente, avete abbandonato il lettino per i farmaci, come del resto anche il mio amico Morty. Paranoia? Prenda questo due volte al dì. Schizofrenia? Sciolga questo in bocca prima dei pasti. Io prendo un whisky al malto e un Montecristo per tutto, e le consiglio di fare altrettanto. Fanno duecento dollari, grazie'." (Mordecai Richler)


Smokiana. Elogio del fumo nella letteratura di tutti i tempi di Enrico Remmert e Luca Ragagnin (Marsilio, 2007): "Il beato Escrivà de Balaguer, scoprendo che dei primi tre sacerdoti dell'Opus Dei nessuno fumava, ordinò che almeno uno cominciasse. 'Obbedì colui che diverrà il suo primo successore, Alvaro del Portillo' (Vittorio Messori). Molière invece, si sa, aveva usato il fumo per deridere la religione - è il famoso attacco del Don Giovanni: 'Checché ne dicano Aristotele e tutta la filosofia, non c'è niente di meglio del tabacco'. [...] Smokiana, una deliziosa antologia politicamente scorretta, ripercorre i sensi e le mille occorrenze di un vizio trascorso. Da Erodoto: 'Nel paese degli Sciiti esiste una pianta chiamata cannabis ...', a Alice, curiosa del bruco che fuma il narghilè 'incurante di lei e di ogni altra cosa al mondo' (Carroll), l'oppio regala a Brecht il disincanto: le lotte, le bandiere rosse - 'voi tutti sapete da tempo / che a nessuno di noi gioveranno'. In Italia il romanzo novecentesco nasce con Perelà, l'uomo di fumo di Palazzeschi: 'Io sono molto ... tanto ... tanto leggero'; nel 1911 il personaggio già futurista, aereo e volubile, che sfugge alla morte esalandosi dal caminetto, annichila il realismo - come l'u. s. (l'ultima sigaretta) di Svevo, o il grande Smog di Buzzati, versione ecologa del Grande Fratello. Nel mondo, tra Holmes e Simenon, anche il romanzo di genere fuma [...]. Il fumo è erotismo [...]. E anche, simbolo e consolazione del nulla: 'Aver paura? Fumo. Perché? Fumo.' (Rilke)" (da D. Galateria, Elogio del fumo da Erodoto a Rilke, "Almanacco dei libri", "La Repubblica", 29/12/'07)
Recensione da Wuz

venerdì 28 dicembre 2007

Julien Gracq

"Mentre scrivo, il sole che scende davanti a me illumina e indora questa pagina, e la mia penna vi fa correre sopra l’ombra lunga e aguzza di una meridiana. Queste ore, più di qualsiasi altra ora dell’anno, mi hanno sempre recato una promessa o un’ingiunzione. Ma si sta facendo tardi, e adesso non c’è più niente davanti a me."
"French novelist who refused the Goncourt" (da GuardianUnlimitedBooks)
"Julien Gracq, dernier rivage" (da LibérationCulture)

"[...] Ora, nel settembre del 1951, Gracq pubblica Le rivage des syrtes, un capolavoro sul sorgere di una guerra tra due signorie senza tempo, forse in Libia, forse a Venezia. I giurati del premio Goncourt - tra loro Colette e Queneau - cominciano a mormorare che è impossibile non coronare quel romanzo carico di insuperabile sapienza e magia letteraria. Gracq, inquieto, pubblica sul "Figaro" una lettera in cui dichiara che non si candida al premio, poi ribadisce sulle "Nouvelles Littéraires" che non lo accetterebbe. Tre giorni dopo, l'accademia di Goncourt, al primo scrutinio, premia Le rivage des syrtes: 'Il libro ci è piaciuto', dichiara semplicemente un giurato. Gracq rifiuta il premio, ma per accorgersi presto che il meccanismo dello spettacolo letterario è senza scampo. Braccato e messo in fuga dai fotografi nel suo consueto piccolo ristorante, osannato o sospettato di malizia pubblicitaria, Gracq scopre 'l'abuso di potere' della società nuova. Al di là dei romanzi di miti (Il bel tenebroso, 1945) e della poesia in prosa Liberté grande, Gracq si era lentamente orientato verso il 'giornale di bordo', il frammento autobiografico, la riflessione letteraria. Sono le due serie incantevoli di Letterine (tradotte come la maggior parte delle opere di Gracq, presso Theoria), dove la guerra allegorica del Rivage des Syrtes e del Balcon dans la foret diventa la rievocazione tenera di una disavventura autobiografica. Accerchiati dal nemico, Gracq e la sua compagnia si lasciano scortare, in una sorta di allucinato fatalismo, da due guide che hanno la rigida e incerta dignità degli ubriachi fradici, e cantano a squarciagola (La nuit des ivrognes). Gracq che, da geografo, zaino in spalla, andava attraversando a piedi per settimane intere regioni di Francia, studiandone le masse geologiche con 'l'occhio di Cézanne', pensava che la letteratura, ultimamente, 'respirava male'; il suo intento, da sempre, è stato quello di restituirle l'aria delle grandi altitudini." (da D. Galateria, Julien Gracq, scrittore dandy e surrealista, "La Repubblica", 24/12/'07)

Gallica. Anthologie des collections. Mille trésors de la Bibliothèque nationale de France


Anthologie des collections. Mille trésors de la Bibliothèque nationale de France
(immagine: Le plus beau manuscrit enluminé du Royaume latin de Jérusalem au XIIIe siècle: Bible abrégée en français, dite "Bible de Saint-Jean d'Acre", Acre, sec. XIII)
Gallica. La bibliothèque numérique




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giovedì 27 dicembre 2007

Benazir Bhutto, 21 giugno 1953 - 27 dicembre 2007: "Conosco i nomi di chi mi ucciderà"


Daughter of the East. An Autobiography (Paperback, 2008)
Benazir Bhutto: from Prison to Prime Minister (Paperback, 2000)
Benazir Bhutto: Pakistani Prime Minister and Activist (Paperback, 2006)
"Moderniser, Moderate, Martyr" (da GuardianUnlimited)
"[...] Non dobbiamo permettere che la sacralità del processo politico sia sconfitta dai terroristi. In Pakistan occorre ripristinare la democrazia e l'equilibrio delle posizioni moderate, e il modo per farlo è tramite elezioni libere e oneste che instaurino un governo legittimo su mandato popolare, con leader scelti dal popolo. Le intimidazioni da parte di assassini codardi non dovranno far deragliare il cammino del Pakistan verso la dmeocrazia". (da Benazir Bhutto, Conosco i nomi dei miei assassini, "La Repubblica", 28/12/'07 - articolo scritto dopo l'attentato subito il 18 ottobre '07)
Riconciliazione. L'Islam, la democrazia, l'Occidente di Benazir Bhutto (Bompiani, 2008)
La figlia del Pakistan. Incontri con Benazir Bhutto di Mary Anne Weaver (Fusi Orari, 2008)

Progetto di legge per vietare alle donne di imparare a leggere di Sylvain Maréchal

"La Ragione vuole che le donne contino le uova nel cortile e non le stelle nel firmamento."

Progetto di legge per vietare alle donne di imparare a leggere (Projet d'une loi portant défense d'apprendre à lire aux femmes) di Sylvain Maréchal (Archinto, 2007): persuaso di agire secondo i dettami della Ragione e nell’interesse della Società, Sylvain Maréchal, illuminista convinto, scrive nel 1801 un progetto di legge basato su una serie di serissime argomentazioni, peraltro di godibilissima lettura, inteso appunto a 'vietare alle donne di imparare a leggere'. Senonché la profonda e appassionata trattazione del Nostro si trasforma, ipso facto, in un esilarante e paradossale delirio, quale neppure la mente del più geniale autore comico avrebbe saputo immaginare.

Le donne che leggono sono pericolose, una storia della lettura in immagini dal XIII al XXI secolo

"Le donne sono state lungo la storia 'le piccole mosche' che cadevano nella rete della parola scritta"

(Dubravka Ugrešić, Vietato leggere)
Le donne che leggono sono pericolose (Les femmes qui lisent sont dangereuses) di Stefan Bollmann e Elke Heidenreich (Rizzoli, 2007): Le donne e i libri possono essere passioni divoranti e proibite. Nel corso dei secoli, le donne che leggono hanno sedotto pittori e fotografi, che le hanno raffigurate in giardino, sul divano o a letto, con i volti sognanti o concentrati, nude, in déshabillé o magnificamente vestite. Da Simone Martini a Rembrandt, Vermeer, Fragonard, da Matisse, Heckel e Hopper fino alla famosa fotografia di Eve Arnold con Marilyn Monroe che legge l'Ulisse: questo libro mette in scena una galleria di figure affascinate e affascinanti. Attraverso i dipinti, i disegni e le fotografie questo volume racconta la storia della lettura femminile dal Medioevo al XXI secolo. Il tema della 'lettrice' ha affascinato gli artisti di tutte le epoche. Sono stati tuttavia necessari molti secoli perché alle donne venisse permesso di leggere ciò che volevano. Prima potevano ricamare, pregare, allevare bambini e cucinare. Ma nel momento in cui esse colgono nella lettura la possibilità di sostituire l'angusto mondo della loro casa con il mondo sconfinato del pensiero, della fantasia e del sapere, diventano una minaccia. Nel corso dei secoli, le lettrici hanno sempre fatto paura agli uomini comuni che vedevano nella lettura un modo per la donna di emanciparsi. Le donne che leggono sono pericolose perché in questo modo si sono appropriate (e forse lo fanno ancora oggi) di conoscenze ed esperienze originariamente non destinate a loro (dalla prefazione di Daria Bignardi).
Recensione da WUZ
Ascolta l'incipit da RadioAlt

mercoledì 26 dicembre 2007

lunedì 24 dicembre 2007

Il paradiso in terra. Mappe del giardino dell'Eden di Alessandro Scafi

"Avere tra le mani nel tempo natalizio un libro che racconta e illustra 'la storia del cielo sulla terra' è qualcosa di più della classica strenna: è una doppia opportunità. [...] Idea originale e affascinante, quella di Alessandro Scafi che nel suo Il paradiso in terra. Mappe del giardino dell'Eden (Mapping Paradise: A History of Heaven on Earth) (Mondadori, 2007) ripercorre con pazienza filologica e ricchissima documentazione il viaggio che fin dagli albori del cristianesimo - e si tratta pur sempre di una deliberata limitazione del campo di ricerca, che sarebbe ben più vasto se si considerassero anche le altre tradizioni religiose - ha cercato di condurre l'uomo a quel luogo primordiale verso cui si vorrebbe sempre tornare. Situato ai confini della terra, al confluire dei fiumi, ai bordi del mare, il paradiso - 'giardino' dell'armonia tra Dio, l'uomo e il creato - sembra sempre sfuggire, soprattutto alla mente e al cuore dell'uomo di oggi che può conoscere e localizzare ogni luogo del pianeta ma che fatica a ritrovare se stesso.

Davvero per noi 'l'unico vero paradiso, per usare le parole di Proust, è sempre quello che abbiamo perduto', come nota l'autore nel tirare le fila del suo lavoro. Mi pare che qui ritroviamo l'altra u-topia, l'altro 'luogo non-luogo' della fede cristiana, il 'mistero' dell'incarnazione: Dio si è fatto uomo, uno della nostra stessa pasta - per usare espressioni care ai padri della chiesa - il Celeste si è fatto terrestre, l'Eterno si è fatto mortale, l'Invisibile si è fatto visibile, l'Immenso si è fatto piccolo e un bambino concepito e generato da una vergine di Nazaret è il Dio-con-noi. Come se quella nostalgia tutta umana di un luogo di comunione e di pace cosmica fosse la stessa nutrita da Dio nei confronti della sua creatura. E forse sta proprio in questo semplice inizio di una vita di uomo sulla terra il segreto dell'universalità del Natale, forse sta qui quella sensazione di tregua pacifica nel nostro tessuto quotidiano che vorremmo veder prolungata nel tempo e nello spazio: sì, a Natale il paradiso terrestre ci sembra quasi a portata di mano. [...] Allora il Natale non sarà solo una festa di pochi che chiudono gli occhi sul dolore di molti, ma la 'celebrazione' di un'attesa ben più vasta di ogni recinto privilegiato: sarà il barlume di una speranza che lenisce le sofferenze e le angosce di tanti uomini e donne, sarà il pegno di una vita più umana, una vita impregnata di relazioni autentiche e di rispetto dell'altro, una vita ricca di senso, capace di esprimere in gesti e parole la bellezza e la luce, echi di quella luce che brillò nel buio di Betlemme e che deve brillare anche oggi in ogni luogo avvolto dalle tenebre del dolore e del non-senso. Perché, osserva acutamente Scafi, 'il paradiso perduto porta sempre con sé la promessa di un paradiso ritrovato, accessibile in qualunque momento. Basta prendere una scala e salirne i gradini. Qui e ora'. Possiamo infatti inseguire l'utopia del paradiso terrestre attraversando mari e fiumi, scalando monti e varcando confini reali e immaginari ma, come ricordava Martin Buber, 'c'è una cosa che si può trovare in unico luogo al mondo, è un grande tesoro, lo si può chiamare il compimento dell'esistenza. E il luogo in cui si trova questo tesoro è il luogo in cui ci si trova'. Qui e ora, appunto." (da E. Bianchi, Il Paradiso è dentro di noi, "TuttoLibri", "La Stampa", 22/12/'07)
"Mapping the Unmappable" (da h-net.org)

domenica 23 dicembre 2007

Exhilaration is the Breeze di Emily Dickinson


Exhilaration is the Breeze

Exhilaration is the Breeze
That lifts us from the Ground
And leaves us in another place
Whose statement is not found -
Returns us not, but after time
We soberly descend
A little newer for the term
Upon Enchanted Ground -

Emily Dickinson
Dickinson Electronic Archives

sabato 22 dicembre 2007

Somewhere there is a simple life di Anna Akhmatova

Somewhere there is a simple life

Somewhere there is a simple life and a world,
Transparent, warm and joyful ...
There at evening a neighbor talks with a girl
Across the fence, and only the bees can hear
This most tender murmuring of all.

But we live ceremoniously and with difficulty
And we observe the rites of our bitter meetings,
When suddenly the reckless wind
Breaks off a sentence just begun --

But not for anything would we exchange this splendid
Granite city of fame and calamity,
The wide rivers of glistening ice,
The sunless, gloomy gardens,
And, barely audible, the Muse's voice.
(June 23, 1915 - Anna Akhmatova)

Anna Akhmatova
The Complete Poems of Anna Akhmatova
Anna di tutte le Russie di Elaine Feinstein (La Tartaruga, 2006)

Il libro rosso di Barbara Lehman


Il libro rosso di Barbara Lehman (Il Castoro, 2007): "A volte un libro non è soltanto un libro. Ma un viaggio attraverso i nostri desideri e i nostri segreti. Questo piccolo Libro rosso (The Red Book) di Barbara Lehman racconta la storia di una bambina che un giorno scopre (in un cumulo di neve ai piedi di un grattacielo) un piccolo libro rosso che la catapulta in un altro universo, uguale e allo stesso tempo opposto al suo. Dove c'è un altro bambino che in mezzo alla sabbia di una spiaggia tropicale trova un piccolo libro, ancora una volta rosso. Nessun dialogo, nessuna indicazione: il libro è senza parole e affida il compito di raccontare il desiderio per l'avventura, 'la gioia di scoprire qualcuno che ci assomiglia dall'altra parte del mondo' solamente ai disegni, limpidi, moderni, pieni di poesia." (S. Bucci, Il 'Libretto rosso' che ha perso le parole, "Corriere della Sera", 22/12/'07)

L'indifferenza, il saggio di Adriano Zamperini dedicato alla desensibilizzazione del nostro tempo (U. Galimberti)

"Quando la politica non decide e dà l'impressione che nulla potrà mai cambiare perché il conflitto tra le parti mette in ombra il bene comune, quando la scuola, sfiduciata, rinuncia non solo all'educazione ma anche all'istruzione perché troppi sono gli studenti che non capiscono il senso di quello che leggono, quando le imprese e le organizzazioni lavorative e burocratiche danno l'impressione di non amare la novità e di preferire la routine, il freddo ingranaggio ben sincronizzato con i movimenti che scandiscono un tempo senza passioni, quando i morti sul lavoro sono consuetudine quotidiana che più non scuote le coscienze e non promuove interventi, quando i vecchi, i malati di mente e quelli terminali sono solo un problema che non suscita neppure commozione, quando lo straniero è solo un estraneo con cui è meglio non avere a che fare,

quando persino i giovani devono inghiottire una pillola di ecstasy per provare, almeno al sabato sera, una qualche emozione, allora siamo all'indifferenza, vera patologia del nostro tempo, che Adriano Zamperini nel suo bel libro dedicato a questo non-sentimento, descrive come distacco emozionale tra sé e gli altri, mancanza di interesse per il mondo, alimentata dal desiderio di non essere coinvolti in alcun modo, né in amore né in lotta, né in cooperazione né in competizione, in una società popolata d passanti distratti e non curanti, affetti dall'indifferenza dell'uomo verso l'uomo, dove ciascuno passa vicino al suo prossimo come si passa vicino al muro. Alla bse dell'indifferenza troviamo una speranza delusa circa la possibilità di reperire un senso, un'inerzia in ordine a un produttivo darsi da fare, a cui si aggiungono sovrabbondanza e opulenza come addormentatori sociali, noncuranza di fronte alla gerarchia dei valori, noia, spleen senza poesia, incomunicabilità, non solo come fatto fisiologico tra generazioni, ma come pratica di vita, dove i ruoli, le posizioni, le maschere sociali prendono il posto dei nostri bei volti ben protetti e nascosti, perciò inconoscibili. Tutti questi fattori scavano un terreno dove prende forma quel genere di solitudine che non è la disperazione, ma una sorta di assenza di gravità di chi si trova a muoversi nel sociale come in uno spazio in disuso, dove non è il caso di lanciare nessun messaggio, perché non c'è anima viva in grado di raccoglierlo, e dove, se si dovesse gridare 'aiuto', ciò che ritorna sarebbe solo l'eco del proprio grido. L'invito a coltivare la razionalità, peraltro mai diluita nell'emozione, la difesa delle buone maniere, che ormai, persino a propria insaputa fanno tutt'uno con l'insincerità, la noia che come un macigno comprime la vita emotiva impedendole di entrare in sintonia col mondo, formano quella miscela che inaridisce ciascuno di noi, a cui non è stato insegnato come mettere in contatto il cuore con la mente, e la mente con il comportamento, e il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del mondo incidono nel nostro cuore. Queste connessioni che fanno di un uomo un uomo non si sono costituite, e perciò nascono biografie capaci di gesti tra loro a tal punto slegati da non essere percepiti neppure come propri. Per effetto di questa atrofia emotiva e con un buon allenamento nella palestra gelida della razionalità, finiamo col sostituire alla responsabilità, alla sensibilità morale, alla compassione, al senso civico, al coraggio, all'altruismo, al sentimento della comunità, l'indifferenza, l'ottundimento emotivo, la desensibilizzazione, la freddezza, l'alienazione, l'apatia, l'anomia e alla fine la solitudine di tutti nella vita della città" (da Umberto Galimberti, Fenomenologia del non-sentimento, "Almanacco dei Libri", "La Repubblica", 22/12/'07)

venerdì 21 dicembre 2007

Rimbaud la canaglia di Benjamin Fondane

"Nobile, tragica e dimenticata la vita (e l'opera) di Benjamin Fondane. Era nato in Romania nel 1898 da famiglia ebrea. Vicino alle avanguardie, poeta, studioso di Husserl, Bergson, Kierkegaard, Heidegger. Amico di Man Ray, Tristan Tzara, Jacques Maritain. Nel 1930 diventa cittadino francese. Nel '44 è internato dai nazisti insieme alla sorella. Potrebbe essere liberato ma sceglie di restare con lei che ha ancora nazionalità romena. Pochi mesi dopo muoiono nelle camere a gas ad Auschwitz.

Nel '33 era uscito in francese Rimbaud le voyou, ora ripescato col titolo di Rimbaud la canaglia dalla piccola e meritoria casa editrice Le nubi, a cui dobbiamo il recupero dall'oblio di grandi irregolari quali Jacques Rigaut, Arthur Cravan o Raymond Russell. Rimbaud 'canaglia' non nel senso biografico di ribelle eslege e giramondo, ma vandalo, casseur che piglia a calci la vecchia ragione normativa per inseguirne - oscuramente, pericolosamente - un'altra nella poesia. Poesia che, con gesto altrettanto misterioso e vandalico, abbandonerà definitivamente a 21 anni per scappare lontano. Piaccia o no, il Rimbaud di Fondane è una specie di eroe assurdo, camusiano. Che rifiuta la speranza ma non cede al suicidio. Uomo in rivolta contro la morte. Quello che sul letto d'agonia diceva alla sorella Isabelle: 'Io andrò sotto terra. E tu, tu camminerai nel sole'." (da M. Cicala, Quel vandalo di Rimbaud riletto da un genio dimenticato, "Il Venerdì di Repubblica", "La Repubblica", 30/11/'07)
Benjamin Fondane

Charles Baudelaire, I fiori del male, 1857 - 2007

"Il primo attacco a I fiori del male (Les Fleurs du Mal) comparve sul "Figaro" del 5 luglio 1857: 'Questo libro è un manicomio aperto a tutte le demenze', un esempio di 'putrefazione del cuore'. Il capolavoro di Baudelaire, e della poesia, era uscito da dieci giorni; sono passati centocinquant'anni, e ora sappiamo che la stroncatura del "Figaro" era ispirata direttamente dal ministro degli Interni. Incontrando in piscina l'autore dell'articolo, Gustave Bourdin, Baudelaire si scagliò contro di lui; il giornalista era in costume da bagno, Baudelaire, squisito e austero come sempre, in abito nero a coda di rondine e, soprattutto, con gli scarpini appuntiti; gli amici lo trattennero. Del processo intentato a Les Fleurs du Mal per offesa alla morale, l'imputato fu informato ufficialmente il 17; un funzionario aveva discretamente anticipato la notizia a un poeta amico, Charles Leconte de Lisle, che sventuratamente aveva lasciato passare cinque giorni. [...]

L'Italia ha salutato i 150 anni dei Fiori del male con la pubblicazione delle bellissime lettere 1832-66 (Il vulcano malato, curato da Cinzia Bigliosi Frank per Fazi), e due saggi devoti, ma molto diversi tra loro. Dopo Antoine Compagnon, che ha salutato in Baudelaire uno dei massimi 'Antimoderni', blasfemi dello sviluppo, grandi reazionari che hanno in realtà partorito il futuro della civiltà, Alessandro Piperno (nel Demone reazionario, editore Gaffi) rilegge il Baudelaire della 'bella indolenza', nemica del Progresso, il deluso dalla rivoluzione, atroce e volgare 'come un trasloco'. La possente biografia di Baudelaire Il ribelle in guanti rosa di Giuseppe Montesano (Mondadori) usa con emozione le poesie (di cui Montesano ha curato, sempre per Mondadori, l'edizione nei 'Meridiani') per ritrarre il poeta nella sua posa definitiva di rifiuto morale della sua epoca. [...]" (da Daria Galateria, Charles Baudelaire, I fiori del male. Il capolavoro che 150 anni fa fece litigare i ministri di Francia, da "Il venerdì di Repubblica", "La Repubblica", 21/12/'07)
I fiori del male (anteprima da GoogleBooks)
Charles Baudelaire info

mercoledì 19 dicembre 2007

"Kabul, torna la guerra degli aquiloni il gioco proibito dai Taliban"


"Gli aquiloni a Kabul appaiono come bagliori di colore che contrastano col panorama marrone di una polvere implacabile. Proibiti dal regime dei Taliban, sono tornati il principale divertimento dei bambini afgani e di qualche adulto (restano preclusi a donne e bambine). Ma questo non è un passsatempo per noiosi pomeriggi. L'unica ragione per avere un aquilone è combattere. Un aquilone che svolazza solitario in cielo è una sfida lanciata ai vicini. Scopo della guerra è tranciare il filo dell'aquilone altrui con il proprio, facendolo precipitare al suolo. Il filo degli aquiloni da battaglia è ricoperto da uno strato di colla e vetro sminuzzato, che si trasforma in una vera e propria lama. [...] I bambini troppo poveri per possedere un aquilone si precipitano a raccogliere quelli sconfitti caduti al suolo. Sono i cacciatori di aquiloni. 'Da noi non ci sono calcio, baseball o basket' dice Ahmad Roshazai, impegnato a far volare l'aquilone da una collinetta con i due fratelli. Le sue mani sono piene di tagli provocati dal filo affilato come una lama. 'Qui non c'è verde. L'unico divertimento che ci resta è questo'. [...]" (da Kirk Semple, Kabul, torna la guerra degli aquiloni il gioco proibito dai Taliban, "La Repubblica", 16/12/'07)
Il cacciatore di aquiloni (The Kite Runner) di Khaled Hosseini
Il film Il cacciatore di aquiloni (The Kite Runner) di Marc Forster

martedì 18 dicembre 2007

Biblioteca Digitale Italiana

Presso l’Accademia Nazionale dei Lincei a Roma, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in collaborazione con l’Accademia Nazionale dei Lincei, ha presentato stamattina il sito della Biblioteca Digitale Italiana (BDI), che offre il punto di accesso ai risultati delle attività svolte dalla Direzione Generale per i Beni Librari e gli Istituti Culturali nell’ambito della digitalizzazione del patrimonio bibliografico italiano.

Il sito della Biblioteca Digitale Italiana offre visibilità e accesso alle attività e ai progetti sviluppati per rispondere all’esigenza di fruizione, valorizzazione e tutela dell’immenso patrimonio culturale italiano. E’ il risultato della collaborazione tra istituti statali, enti locali, università, enti privati e istituti di ricerca con il coordinamento tecnico-scientifico dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane e per le informazioni bibliografiche. In Italia la mappa dei luoghi nei quali è possibile scoprire tesori, appartenenti alla nostra storia culturale è enorme e molto varia: accanto alle numerosissime biblioteche disseminate su tutto il territorio – dalle più grandi e note alle piccole realtà che spesso costituiscono gli unici baluardi per la conservazione e la diffusione delle risorse culturali – esistono anche molti archivi, abbazie, congregazioni, accademie e conservatori che sono vere e proprie miniere per il patrimonio librario nazionale.

lunedì 17 dicembre 2007

BookMooch, la libreria virtuale

"[...] L'idea di BookMooch è venuta a John Buckman alla fine del 2005, mentre visitava la città di Norwich: in un centro sociale locale aveva visto un angolo destinato allo scambio di libri sul quale campeggiava un'insegna che invitava chiunque a lasciare un volume e prenderne un altro in tutta libertà. 'C'era gente che portava casse intere di libri e rovistava fra quelle altrui' ricorda. 'In seguito ho voluto verificare se fosse possibile riproporre online quel medesimo tipo di permuta comunitaria'.

Oggi BookMooch conta quarantamila iscritti in tutto il mondo e, stando a ciò che afferma BookMan, ogni giorno se ne iscrivono altri trecento: ciascuno crea due elenchi, quello dei titoli di cui intende disfarsi e di quelli che vorrebbe. Nella 'libreria' virtuale compaiono quasi 750 mila titoli, ma Buckman prevede che entro la fine di dicembre si arriverà a un milione. Appena uno dei libri desiderati si rende disponibile, l'iscritto riceve una e-mail; si ricevono anche consigli in un forum apposito nel quale si discutono le varie preferenze. Su BookMooch tirano bene gli stessi libri che si vendono anche nelle librerie, quelli di fiction e quelli di self-help, per esempio, e secondo Buckman ogni giorno gli iscritti arrivano a scambiarsi anche 2500 titoli. Chi non trova ciò che cerca, può accedere con un link ad Amazon e acquistare il volume. 'Ogni mese vendiamo libri per Amazon per una cifra complessiva pari a 30 mila dollari' dichiara Buckman, che percepisce l'8% degli introiti. Secondo il suo ideatore, BookMooch si distingue dagli analoghi siti di scambio di libri per la sua particolare atmosfera quasi di quartiere. 'Una delle ragioni per le quali ho aperto BookMooch è un libro che ero solito rileggermi ogni tanto: Lesson Learned From Sesame Street. Da tempo era fuori stampa e io l'ho prestato a qualcuno, senza ricordarmi a chi. Non mi era più tornato indietro, ma due settimane fa per fortuna l'ho trovato su BookMooch'. Che fortuna, la sua, davvero." (da Joanne Kaufman, A. A. A. cercasi libro da scambiare sugli scaffali della libreria virtuale, "La Repubblica", 17/12/'07)

Marguerite Yourcenar, 8 giugno 1903 - 17 dicembre 1987: "La durée du travail littéraire se confond avec celle de l'existence de l'auteur lui-même"


Memorie di Adriano (Mémoires d'Hadrien): ricostruendo le memorie dell'imperatore romano, Marguerite Yourcenar ha voluto 'rifare dall'interno quello che gli archeologi del secolo scorso hanno fatto dall'esterno'. Ne risulta così un libro che è al tempo stesso un romanzo, un saggio storico, un'opera di poesia. Giudicando la propria vita di uomo e l'opera politica, Adriano non ignora che Roma finirà un giorno per tramontare; e tuttavia il suo senso dell'umano, ereditato dai Greci, gli fa capire l'importanza di pensare e di servire sino alla fine. 'Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo', dice questo personaggio che porta su di sé i problemi degli uomini di ogni tempo, alla ricerca di un accordo tra la felicità e il metodo, tra l'intelligenza e la volontà.
I libri di Marguerite Yourcenar da LiberOnWeb
Centro di documentazione Marguerite Yourcenar
"'I mali di cui muore una civiltà non sono gli scandali o crimini romanzeschi di cui si appropria la storia popolare, ma la viltà, l'inerzia e l'abbassamento insensibile dello spirito pubblico e della cultura'. Lo scriveva Marguerite Yourcenar in una lettera del 1959 indirizzata a un critico del "Figaro". La missiva viene oggi riproposta in un volume pubblicato in occasione del ventennale della sua scomparsa e intitolato Une volonté sans fléchissement. Correspondance 1957-1960. Al suo interno figurano 346 lettere scritte tra il 1957 e il 1960 dall'autrice di Memorie di Adriano, che proprio grazie a tale romanzo aveva ormai raggiunto la celebrità internazionale. Non a caso, nell'epistolario c'è poco spazio per le confidenze personali e le riflessioni generali, in compenso, abbondano le discussioni relative ai numerosi progetti di libri, articoli e traduzioni sottoposti alla scrittrice, la quale deve anche far fronte a numerose proposte d'incontri e conferenze. [...] Queste lettere possono quindi essere lette come una sorta di diario quotidiano che mostra dall'interno il lavoro di una scrittrice per la quale, come si legge in una lettera del 1960, le notizie biografiche 'hanno l'enorme inconveniente d'intralciare lo studio dell'opera, che è la sola cosa che conti'." (da F. Gambaro, Le lettere della Yourcenar, "Almanacco dei libri", "La Repubblica", 22/12/'07)

Giovanni De Luna: "Gli operai? Fantasmi solo per media e politici"

"La Dismissione di Ermanno Rea, un capolavoro della nostra letteratura, è uscito nel 2002. Ci sono stati poi altri romanzi - gli ultimi, del 2007, di Ines Arciuolo (A casa non ci torno, Stampa Alternativa) e di Alberto Papuzzi (Quando torni. Una vita operaia, Donzelli) - , film (uno, bellissimo, tratto dalla stesso libro di Rea, La stella che non c’è di Gianni Amelio del 2006, ma prima ancora Non mi basta mai di Guido Chiesa e Daniele Vicari, 1999, Asuba de su serbatoiu di Daniele Segre, 2001, e ora Signorina Effe di Wilma Labate e il documentario In fabbrica di Francesca Comencini, tutti e due del 2007), spettacoli teatrali, (quelli di Marco Baiani, Fabbrica, di Ascanio Celestini e, quasi profetico, Fantasmi d’acciaio di Beppe Rosso, realizzato a Torino, alle acciaierie ex Ilva di via Pianezza, che ruotava intorno a un blocco di ghisa, abbandonato con la fabbrica, che conteneva i resti di un operaio morto in una colata).

No, la cultura italiana non ha aspettato i morti della Thyssen per 'riscoprire' gli operai. E’ vero, erano usciti dalla scena politica dopo la sconfitta subita nel 1980 (i '35 giorni della Fiat') e il suo corollario, il referendum sulla scala mobile del giugno 1985. Il colpo fu durissimo; negli Anni Settanta quando si muoveva Mirafiori cadevano i governi (Rumor nel luglio 1969, Andreotti nella primavera del 1973), poi più niente. L’incremento vertiginoso delle classi medie (dal 38,5% della popolazione attiva del 1971 passarono al 46,4% del 1983) cambiò la geografia economica del Paese. Soprattutto al Nord le classi medie urbane diventarono il settore nevralgico della società italiana. Gli operai si congedarono dal protagonismo politico ma continuarono a esistere nella realtà; solo che ad accorgersene rimasero in pochi. Ci fu prima il silenzio, poi una sorta di antropologico distacco come se si trattasse di sopravvissuti ad altre ere geologiche. Ma almeno tre generazioni di intellettuali italiani si erano formati nel segno di un Novecento fordista e operaio; era un lascito troppo forte per essere semplicemente accantonato. La dimensione culturale, da sola, non è in grado però di produrre la massa critica necessaria per sfondare la soglia della visibilità mediatica. Gli operai divennero prima marginali, poi invisibili; quando riemergevano (come capitò sul palcoscenico del Festival di Sanremo) lo facevano nel segno di una subalternità senza rimedi. Scomparvero dai media e scomparvero dalla politica; oggi i morti della Thyssen hanno di colpo riacceso i riflettori. Un’opinione pubblica assetata di sensazioni forti ha visto in quei corpi bruciati il simbolo di una condizione operaia che aveva sempre voluto ignorare; acciaio, fiamme, olio bollente, l’inferno delle fabbriche ottocentesche si è materializzato di colpo nell’atmosfera rarefatta della dimensione virtuale dei circuiti mediatici. E così anche la politica ha riscoperto una realtà che scrittori, registi, attori non si erano mai stancati di raccontare." (da Giovanni De Luna, Gli operai? Fantasmi solo per media e politici, "TuttoLibri", "La Stampa", 15/12/'07)

sabato 15 dicembre 2007

Enzo Jannacci a Milano


Jannacci a Milano: stasera al Conservatorio (via Conservatorio 7 - 02/392411) un tributo a Jannacci con numerosi ospiti, e il 21 in piazza Duomo.
"[...] Torniamo alla musica: crede che ci sia oggi un erede di Jannacci, di Gaber, di Fo? Jannacci: Non lo vedo, però gente brava c'è. Ad esempio Daniele Silvestri: le sue canzoni sono intelligenti, mi piace l'uso che fa della musica. Altri non ne vedo, sinceramente. E anche il pubblico dei giovani non lo capisco più: parlano con quel loro gergo, dicono 'sclerare', vogliono le macchine grosse. Meglio le ragazzine di un tempo, coi mocassini e la gonna scozzese, che andavano ad ascoltare i Beatles. Una generazione che ha rivoluzionato la musica, e non solo quella." (da P. Zonca, Enzo Jannacci: 'Ero un extracomunitario. Mi ha salvato il piano', "La Repubblica", 15/12/'07)
Parole e canzoni di Enzo Jannacci (Einaudi, 2005): un viaggio stralunato e folle nell'universo di un artista che ha scompaginato tutti gli schemi, l'autoritratto di un maestro che ha saputo regalare le suggestioni più diverse, insegnando a tutti, nella musica come nel teatro cabaret. Il libro, Poetastrica, a cura di Vincenzo Mollica e Valentina Patavina, è il canzoniere ragionato raccolto dallo stesso Jannacci, con un saggio critico di Gianni Mura, i contributi di Paolo Conte e Mina, e una sezione che raccoglie vari scritti d'autore. Il DVD è un percorso originale proposto da Vincenzo Mollica attraverso documenti tratti dai concerti e dalle apparizioni sul piccolo schermo, a testimonianza che Jannacci è un vero e proprio caposcuola.
Ci vuole orecchio. Jannacci raccontato di Guido Michelone (Nuovi Equilibri, 2005)
Jannacci da ItalicaRai

When our Two Souls di Elizabeth Barrett Browning


When our Two Souls

When our two souls stand up erect and strong,
Face to face, silent, drawing nigh and nigher,
Until the lengthening wings break into fire
At either curvéd point, — what bitter wrong
Can the earth do to us, that we should not long
Be here contented? Think. In mounting higher,
The angels would press on us, and aspire
To drop some golden orb of perfect song
Into our deep, dear silence. Let us stay
Rather on earth, Belovèd, — where the unfit
Contrarious moods of men recoil away
And isolate pure spirits, and permit
A place to stand and love in for a day,
With darkness and the death-hour rounding it.
(XXII da Sonnets from the Portuguese)

Elizabeth Barrett Browning (da PoetryFoundation)
Robert Browning to Elizabeth Barrett
Elizabeth Barrett Browning (da VictorianWeb)

Allegro ma non troppo di Carlo Maria Cipolla: "La vita è una cosa seria, molto spesso tragica, qualche volta comica"

"È mia profonda convinzione quindi che ogniqualvolta si presenti l’occasione di praticare dell’umorismo sia un dovere sociale far sì che tale occasione non vada perduta."

Allegro ma non troppo di Carlo Maria Cipolla (Il Mulino, 2007): "[...] Ed è chiaro che parla di sé, di sé come storico unico nel suo genere, capace in una trentina di pagine appena di raccontarci le trasformazioni dell'Europa nei 'secoli bui' che vanno dalla caduta dell'Impero Romano fino al Rinascimento. E' il saggio Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo. Centrale è la figura di Pietro l'Eremita che 'viveva di solo pesce e vino' e invano pregava la Divina Provvidenza per avere un po' di pepe. Ma poiché il pepe è notoriamente un afrodisiaco il Padre Eterno glielo negava. Così per averlo il sant'uomo inventò la prima crociata. E alla fine si arriva al 1337 quando re Edoardo d'Inghilterra, che non sapeva più come pagare i debiti contratti con i banchieri fiorentini, dichiarò una 'guerra lampo' al re di Francia per portargli via i celebri vigneti. La guerra lampo durò centosedici anni. I fiorentini furono costretti a 'piantare il commercio e la banca e si diedero alla pittura, alla cultura e alla poesia. Iniziò così il Rinascimento mentre sul Medioevo calò la parola FINE'. Storia vera, fantastica e allegrissima. Segue poi il famoso libello Le leggi fondamentali della stupidità umana: ci porterà a scoprire come mai 'in un Paese in declino si nota un'allarmante proliferazione di banditi con un'alta percentuale di stupidità' capaci di 'portare il paese alla rovina'. Poveri noi." (da G. Borgese, Cipolla e Pericoli, ironia di coppia, "Corriere della Sera", 15/12/'07)

"[...] Quel che è difficile da definire e che non a tutti è dato di percepire ed apprezzare è il comico. E l’umorismo che consiste nella capacità di intendere, apprezzare ed esprimere il comico è una dote piuttosto rara tra gli esseri umani. Intendiamoci: l’umorismo grossolano, facilone, volgare, prefabbricato (= barzelletta) è alla portata di molti ma non è vero umorismo. È un travestimento dell’umorismo. Il termine umorismo deriva dal termine 'umore' e si riferisce ad una sottile e felice disposizione mentale solitamente basata su un fondamento di equilibrio psicologico e di benessere fisiologico. Schiere di scrittori, filosofi, epistemologi, linguisti hanno ripetutamente tentato di definire e spiegare l’umorismo. Ma dare una definizione dell’umorismo è cosa difficile per non dire impossibile. Tanto è vero che se una battuta umoristica non è percepita come tale dall’interlocutore è praticamente inutile se non addirittura controproducente cercare di spiegargliela. Chiaramente l’umorismo è la capacità intelligente e sottile di rilevare e rappresentare l’aspetto comico della realtà. Ma è anche molto di più. Anzitutto, come scrissero Devoto e Oli, l’umorismo non deve implicare una posizione ostile bensì una profonda e spesso indulgente simpatia umana. Inoltre l’umorismo implica la percezione istintiva del momento e del luogo in cui può essere espresso. [...]" (Carlo M. Cipolla)
Cipolla nel catalogo Il Mulino
Before the Industrial Revolution. European Society and Economy: 1000-1700 (Paperback, 1994)
Clocks and Culture: 1300-1700 (Paperback, 2003)

venerdì 14 dicembre 2007

La vita moderna di Susan Vreeland

La vita moderna (Luncheon of the Boating Party) di Susan Vreeland (Neri Pozza, 2007): nel 1880 Auguste Renoir vive a Montmartre, in una soffitta che riesce a pagare con la vendita delle sue opere. Nell'ambiente artistico parigino, infatti, è riconosciuto già come uno dei maestri della nuova maniera di dipingere che va sotto il nome di 'impressionismo'. Rispetto agli altri esponenti della nuova scuola, ad artisti come Monet, Sisley, Bazille, Degas, Pissarro, Renoir si segnala come il pittore per eccellenza della 'joie de vivre', del sentimento gioioso della vita. Dipinge quadri spensierati che esaltano l'aspetto edonistico dell'esistenza, la bellezza femminile, la vita mondana. Opere che fanno felice Paul Durand-Ruel, il suo mercante, ma che attirano le critiche negative dell'intellighenzia parigina (Emile Zola, innanzi tutto) che vi scorge la mera rappresentazione dell'esistenza dei piccoli e medi borghesi parigini e dei bohémiens. Renoir sogna, dunque, di dipingere un'opera che rappresenti in qualche modo una svolta, che lo trasformi in un artista in grado di cogliere e raffigurare sulla tela il nuovo spirito del tempo: la vita moderna, il trionfo del nuovo stile di vita che si va affermando nelle grandi metropoli europee, Parigi innanzi tutto.

Il 20 luglio Alphonsine, la figlia di Alphonse Fournaise, il proprietario di una taverna a Chatou sulla Senna, un locale dove, dopo le escursioni in barca, i canottieri sono soliti incontrarsi con le loro ragazze e pranzare sulla terrazza che affaccia sul fiume, gli propone di realizzare un grande quadro nel ristorante del padre. Nasce così "Il pranzo dei canottieri", uno dei capolavori dell'Impressionismo, un inno all'esistenza moderna, una celebrazione dell'esistenza libera dai pregiudizi, della vita davvero degna di essere vissuta.
Con La vita moderna, il romanzo che Susan Vreeland ha voluto dedicare a Renoir e alla sua opera, l'autrice di La passione di Artemisia ci trasporta magistralmente sulle rive della Senna nel 1880. Monsieur Fournaise e la bella Alphonsine, il barone Barbier, la seducente Angle, Lestriguez, l'ipnotizzatore affascinato dall'occultismo, Paul Lhote, l'instancabile rubacuori, Jeanne Samary, Gustave Caillebotte, il pittore fanatico della barca, Ellen Anurie, Maggiolo, e soprattutto Aline Charigot, la donna che avrebbe stregato Renoir, tutti i personaggi di "Il pranzo dei canottieri" rivivono in questo romanzo destinato a diventare un classico della narrativa dedicata all'arte.

Ascolta l'incipit da RadioAlt
Susan Vreeland nel catalogo Neri Pozza

Dante ISELLA, 11 novembre 1922 - 3 dicembre 2007

"Insofferente e irruento anche nei confronti della malattia, aveva lavorato fino all’ultimo all’edizione critica delle varie redazioni dei Promessi sposi. Sotto il segno di una fedeltà alla 'linea lombarda' espressa in saggi memorabili, a partire dal dialettale Maggi e, passando per il dilettissimo Porta, fino a Gadda.
L’aspirazione di Dante Isella, perseguita a lungo, era tracciare la mappa 'di una delle regioni più inquietamente mosse e fantasiosamente espressive della nostra geografia letteraria; diciamo il foglio 'Lombardia' (dal Seicento al Novecento) da conferire alla formazione di una nuova carta della letteratura italiana'. Che contestasse in re, per la sua parte, l’impianto monocentrico e monolinguistico istituito dalla Storia di Francesco De Sanctis. L’accanito esercizio dello stile e il profondo senso del reale rappresentavano per lui i connotati di una borghesia intellettuale simile a quella che seppe produrre la cultura fiorentina del Trecento. Questa simpatia per la gens lombarda, che già si esercitava sull’arco di secoli, non ha limitato il campo dei suoi interessi.

Accanto alla famosa edizione dell’opera portiana vanno messe almeno la cura delle Occasioni montaliane e la dedizione appassionata a Fenoglio. Gli scritti dello scrittore langarolo, in forza della loro espressività e delle innumerevoli traversie cui furono sottoposti (smembrati, 'censurati' e perduti, in buona parte postumi) costituivano un pascolo ideale per il filologo e il critico. Isella ha applicato le sue qualità investigative, il rigore metodologico soccorso dall’intuito, l’assoluta libertà intellettuale per scioglierne i nodi storici e testuali, delinearne un convincente percorso. Non vanno dimenticate tuttavia le iniziative dell’educatore, la sollecitudine per la sua 'scuola'. Gli si deve (insieme a Giovanni Pozzi e poi Pier Vincenzo Mengaldo) la Biblioteca di scrittori italiani, pubblicata dalla Fondazione Pietro Bembo/Ugo Guanda Editore, che impegna numerosi giovani studiosi a presentare in edizione critica opere per lo più desuete della letteratura italiana, a valorizzarne l’impareggiabile patrimonio. Lo ricordo, tempo fa, in casa di comuni amici a Orta. Imponente nella taglia e risoluto nel gesto, lamentava in Italia l’assedio vischioso dell’ignoranza. Non risparmiava, caustico e combattivo, certi studiosi con cui era in dissenso. Ma, amante della buona tavola, stemperava il tutto in una placida arguzia conviviale. E quando fissava lo specchio di Orta, lasciava trasparire, lui uomo di lago, un filo di malinconia." (da Lorenzo Mondo, Isella, il detective di Fenoglio, "TuttoLibri", "La Stampa", 08/12/'07)
Carlo Porta (Einaudi, 2003)
Lombardia stravagante (Einaudi, 2005)
L'idillio di Meulan. Da Manzoni a Sereni (Einaudi, 1993)

Outlet Italia. Viaggio nel paese in svendita, un libro di Aldo Cazzullo nel segno delle profezie di Pasolini (F. Ceccarelli)

"Tutto è pronto per il Natale 2007 e più ancora per i saldi che verranno. I regali sono importanti, ma il vero momento d'oro dell'outlet arriva quando le feste finiscono"

Outlet Italia. Viaggio nel paese in svendita (Mondadori, 2007): "I centri commerciali mascherati da finti borghi medievali, la potenza delle merci che vivono di vita propria, l'assordante incomunicabilità delle discoteche, il sollievo forzato delle spa, l'automatismo sociale, regressivo e tele-scadenzato dei villaggi-vacanza. [...] Ma cosa è accaduto in Italia? Per cercare di capirlo tocca forse ricorrere ai visionari, agli inascoltati profeti di sciagure. 'So che sto dicendo delle cose gravissime': così Pier Paolo Pasolini in uno degli ultimissimi suoi scritti, l'intervento che si era preparato per il congresso del Partito Radicale, novembre del 1975, ma che non potè mai pronunciare perché nel frattempo era morto. Le 'cose gravissime' che allora andava denunciando, dalla lettera aperta a Italo Calvino al celebre articolo sulla scomparsa delle lucciole, avevano a che fare con i modelli e i valori che la cultura della civiltà dei consumi aveva cominciato a 'depositare nei cervelli degli italiani' in forma di 'falsa liberalizzazione del benessere', 'ideologia edonistica scatenata', 'il nuovo e più repressivo totalitarismo che si sia mai visto'. Anche perché generalmente spettacolare, a tratti anche ridanciano, conveniente, luccicante, proprio com'è il mondo che con viva e ragionevole curiosità più di trent'anni dopo descrive Aldo Cazzullo nel suo Outlet Italia: gli osservatori di vip di Portorotondo, i raduni degli ultrà, i concorsi di bellezza, i call-center, i fai-da-te della fede, i giornali gratis, gli spot che alzano il volume della tv, i tecno-prestiti a strozzo, la cartomanzia digitale, i Rolex e i rolex, gli obesi e le diete, la coca, il lifting, il gossip, il sushi, i suv, i massaggi, le mamme-nonne, i bimbi impiccati di Cattelan, la rissa Pappalardo-Zequila, la birra per cani. Ebbene (e male, in realtà): tutto questo, con il retrogusto di compulsione e di tristezza che comporta il logorarsi dei rapporti umani in nome del consumo, apparve chiaro quando non lo era per niente: 'L'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato'. A chi si appassioni ai segni, ai loro riallineamenti coatti, alle loro sfolgoranti concatenazioni, varrà giusto la pena di seganalare che Pasolini espose al massimo del vigore apocalittico la sua teoria del 'genocidio culturale' degli italiani nel corso di un dibattito al festival dell'Unità di Milano avendo come interlocutore al suo fianco, attorno allo stesso tavolo, l'uomo che poi è divenuto Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Nascita del suddito-consumatore, scissione tra progresso e sviluppo, 'atroce afasia', 'brutale assenza' delle capacità critiche, 'faziosa passività': 'Gli sfruttatori della Seconda Rivoluzione Industriale (chiamata altrimenti Consumismo: cioè grande quantità, beni superflui, funzione edonistica) producono nuove merci: sicché producono nuova umanità e nuovi rapporti sociali'. Forse immodificabili. E questo esito definitivo suonava un po' come la fine nera e vera dell'Italia, mica solo di quella agro-pastorale invano e poeticamente vagheggiata da Pasolini. Frutto di viaggi e osservazioni sul campo, il libro di Cazzullo ne descrive purtroppo la pratica attualizzazione, l'inveramento, quindi la grande sventura antropologica e nazionale. Salta agli occhi l'impotenza colorata, artefatta e miserevole della politica. [...] E davvero c'è da immalinconirsi, perché una volta presi da questa logica interpretativa Outlet Italia continua tutti i giorni sulle cronache e in tv, e attraversati gli specchi dei media seguita pure nella vita. L'eterno presente, la diffusione del segreto, la falsità indiscutibile, l'inconsapevole ottundimento e la volontaria sottomissione, anche di quelli che credono di essere liberi, poiché si può conservare il nome quando la cosa è stata cambiata segretamente". (da F. Ceccarelli, Gran circo Italia. Tutti pazzi per i vip, "La Repubblica", 14/12/'07)
Il blog di Aldo Cazzullo

mercoledì 12 dicembre 2007

Junot Dìaz: "I libri non hanno alle spalle miliardi di pubblicità. E se teniamo conto di questo, non se la cavano male"

"Il racconto più fantastico dell'anno forse non è stato Harry Potter e i doni della morte ma La sovrana lettrice (The Uncommon Reader), una novella di Alan Bennett in cui si immagina che la regina d'Inghilterra - improvvisamente, e in età avanzata - si trasformi in una lettrice insaziabile. In un momento in cui i libri sembrano destinati a un'interminabile lotta contro le forze di MySpace, YouTube e della reality-tv, l'idea che qualcuno possa passare con tale rapidità dall'indifferenza verso i libri a una inesauribile passione sembra, purtroppo, poco credibile.

Abbiamo forse perso ogni speranza, o la gente continuerà invece ad essere attratta dal mondo dei libri? E cos'è - esattamente - che può trasformare un individuo in amante dei libri alla continua ricerca di nuove letture? Non esistono risposte empiriche. [...] La gestazione di un lettore autentico e dedicato è per taluni aspetti un processo magico, forgiato in parte da forze esterne, ma anche da una scintilla all'interno dell'immaginazione. Di certo, avere dei genitori che leggono molto aiuta, ma non rappresenta di per sé una garanzia. Anche insegnanti e bibliotecari appassionati possono esercitare una certa influenza, ma in definitiva, malgrado il proliferare di gruppi di lettura e di blog letterari, leggere resta un'attività privata. 'Il perché leggiamo e cosa leggiamo sono un'incognita e un fatto personale', dice Sara Nelson, direttrice di "Publisher Weekly", una rivista di settore. Junot Dìaz, autore di The Brief Wondrous Life of Oscar Wao ricorda come fosse ieri il giorno in cui si imbatté in una biblioteca ambulante. Aveva sei anni, e la sua famiglia era da poco emigrata nel New Jersey dalla Repubblica Dominicana. Prese in mano un libro illustrato di Richard Scarry, una raccolta di dipinti naturalistici americani del XIX secolo e una copia di Il segno dei quattro di Arthur Conan Doyle. [...] Simili ammonimenti a parte, esistono degli indizi capaci di indicare cosa potrebbe trasformare una persona in un fedele lettore. La sovrana lettrice avanza l'ipotesi che la passione di una vita possa essere scatenata dal libro giusto al momento giusto. E' un ideale romantico, diffuso tra molti bibliofili. 'In un certo senso può essere come una droga' dice Daniel Goldin, direttore generale delle librerie Harry W. Schwartz Bookshop di Milwaukee, in Wisconsin. 'Se troviamo il libro che ci fa innamorare della lettura, poi ne vogliamo un altro'.

Ma cosa in quel libro scatena l'amore eterno per la lettura? Per alcuni è la scoperta che un personaggio del libro ci assomiglia, o pensa e prova sensazioni simili alle nostre. Altri sono attratti non tanto da un processo di identificazione, quanto dall'abbraccio dell'Altro. 'E' quell'emozione che nasce dal cercare di scoprire un mondo nascosto', dice Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran, il best seller autobiografico che narra di un gruppo di lettura in Iran. A rendere più complicata la questione se la lettura - e la lettura di libri in particolare - sia essenziale, è il fatto che oggi parte di ciò che nei libri attrae lo si può trovare altrove. I lettori che non vogliono sentirsi soli possono trovare dei riflessi di se stessi nei blog confessionali che spuntano su internet, mentre gli spettacoli televisivi possono soddisfare la sete di narrativa e di personaggi complessi. Ma i libri sono sopravvissuti a molte dichiarazioni di morte. 'Credo di essere molto più ottimista della maggior parte delle persone', dice Dìaz. A differenza dei film, della televisione e dei gadget elettronici 'i libri non hanno alle spalle miliardi di pubblicità. E se teniamo conto di questo, non se la cavano male'." (da Motoko Rich, Un bel mistero: perché leggiamo libri, "La Repubblica", 10/12/'07)

martedì 11 dicembre 2007

Hay-on-Wye, the town of books


Hay-on-Wye, il paese ha solo 1846 abitanti ma è divenuto universalmente conosciuto come meta per appassionati di libri poiché ospita circa quaranta librerie.
Hay-on-Wye Booksellers
The Guardian Hay Festival

lunedì 10 dicembre 2007

Noel Riley Fitch, La libraia di Joyce. Sylvia Beach e la generazione perduta

"Quando Shakespeare and Company aprì i battenti, il 17 novembe 1919, l'epoca di Stravinskij, di Picasso e del cubismo era ormai tramontata. Gertrude Stein e Alice B. Toklas erano tornate in maggio da Palma di Maiorca dove si erano ritirate durante la guerra e si erano ormai rese conto che 'gli amici se n'erano andati, un'epoca era finita: Matisse si era trasferito a sud; Picasso [...] recitava la parte del marito affabile e di successo; Apollinaire era morto'. Con l'apparizione di Shakespeare and Company in una stradina vicino alla scuola di medicina, iniziava una nuova era. Nell'arco di otto mesi, sarebbero arrivati a Parigi Pound e Joyce e l'influenza della letteratura americana e britannica sarebbe dilagata in tutta la Rive Gauche. L'anno seguente, nel 1921, arrivarono Malcom Cowley, Ernest Hemingway, Thornton Wilder, Robert McAlmon e Sherwood Anderson e dopo di loro una folla che avrebbe invaso i caffè del boulevard di Montparnasse. La nuova libreria impressionò i francesi. Non solo era la prima libreria e biblioteca di letteratura inglese aperta a Parigi; era diversa da tutte le altre librerie, in particolare per quanto riguardava l'aspetto interno e quello della proprietaria."

La libraia di Joyce. Sylvia Beach e la generazione perduta (Sylvia Beach and the Lost Generation. A History of Literary Paris in the Twenties and Thirties) di Noel Riley Fitch (Il Saggiatore, 2004): di norma l'editore di un nuovo grande libro non diventa famoso, ma Sylvia Beach fu un'eccezione. Venne rapidamente sommersa da un'infinità di richieste e avrebbe senz'altro potuto fondare una propria casa editrice. Ma preferì rimanere un punto di riferimento per gli scrittori che per ventidue anni si incontrarono nella sua libreria per prendere il tè, ascoltare i suoi consigli e sentire il suono della loro lingua madre.
Sylvia Beach Papers (da Princeton.edu)

Il dio di carta. Vita di Erich Linder

Il dio di carta. Vita di Erich Linder di Dario Biagi (Avagliano, 2007)
"Il dio di carta è una biografia di Erich Linder, il cui nome appare solo nel sottotitolo. Non fosse stato, infatti, per la vocazione dell'autore, Dario Biagi, a testimoniare la vita di persone scomparse che non meritano l'oblio, pochissimi tra gli abituali clienti delle librerie avrebbero riconosciuto quel nome: nemmeno italiano, tra l'altro, se non dal giorno del suo arrivo da Leopoli, all'età di dieci anni. Erich Linder fu invece, tra il 1953 e il 1983, non soltanto il maggior agente letterario italiano, uno tra i primi in Europa, ma un personaggio assolutamente insolito in un panorama per molti aspetti provinciale. Il suo talento nel dissezionare, comprendere, approvare o respingere, personaggi creati da tanti scrittori, è reso palese dalla prima avventura della sua giovane vita. Rinchiuso in campo di concentramento suo padre Michael dalle leggi razziali, ecco il giovane Erich improvvisarsi interprete dei tedeschi e non solo. [...]" (da G. Clerici, Erich Linder, una vita tra i libri, "Almanacco dei libri", "La Repubblica", 8/12/'07)

"[...] Nel 2008 saranno già 25 anni che Erich Linder se ne è andato, ma la sua figura resta centrale nella storia dell'editoria italiana del secondo Novecento. [...] Quella dell'agente letterario era una professione praticamente sconosciuta, in Italia come in Europa. Linder vi apporta i suoi geni asburgici: l'etica luterana del lavoro ben fatto, l'efficienza, l'understatement, il riserbo, un freddo snobismo. Con lui finiscono i tempi in cui gli editori tosavano spregiudicatamente i loro autori. 'Sono puritano - diceva lui - odio l'ingiustizia, i soprusi. E credo che l'autore sia vittima dell'editore'. Imponendo regole certe e pretendendo un'assoluta correttezza amministrativa, Linder ha aiutato l'editoria italiana a passare da un artigianato un po' arruffone a una fase industriale più razionale ed efficiente. Ma era assai più di un giustiziere in grado di garantire ai propri autori contratti vantaggiosi. Uomo di gusti raffinati, di libri si intendeva come pochi, ed era troppo intelligente per limitarsi a bandire aste all'americana in cui vinceva chi pagava di più. La sua tutela operava a 360°. Per gli autori un punto di riferimento indispensabile, il primo lettore, un consigliere prezioso. Era in grado di influire sulla grafica, sulle copertine, su promozione e pubblicità. Deteneva un grande potere, ma ne faceva un uso tutt'altro che capriccioso o umorale. Maestro nell'abbinare un titolo all'editore che lui riteneva 'giusto' per affinità culturale e capacità promozionali, e forte della sua posizione monopolistica e del prestigio di cui godeva ovunque, amava disegnare secondo i suoi intendimenti buona parte del profilo dell'editoria italiana come una sorta di governatore occulto. Se aveva deciso che il tal autore non andava bene per il tale editore, nulla poteva smuoverlo. Livio Garzanti ci si arrabbiava a morte, ma invano. Le sue invettive non scalfirono la reciproca stima. Naturalmente Linder aveva le sue preferenze: c'erano titoli che 'dovevano' andare a Einaudi, anche se pagava poco e in ritardo, e aveva così tanti titoli in portafoglio che per uscire bisognava affrontare waiting list di anni. E aveva le sue antipatie, come quella per Giangiacomo Feltrinelli, che considerava un rampollo viziato, un riccastro arrogante e un po' grossolano. Era non soltanto rispettato, ma temuto. [...] Inimicarsi Linder significava autoaffondarsi. Gestiva da 8.000 a 10.000 autori (si fa prima a contare chi non faceva parte della scuderia: Moravia, Eco, la Fallaci), il suo archivio contava 38.000 fascicoli e un milione di pagine: oggi sta presso la Fondazione Mondadori. [...] Dario Biagi, giornalista culturale Rai, e già biografo di Giuseppe Berto e di Giancarlo Fusco, ha dedicato a Linder una Vita scritta con scioltezza, e resa più mossa dalle interviste a chi lo conosceva bene: collaboratori, editori, autori. Racconta le timidezze, lo humour, le tenerezze di padre affettuoso, il bisogno d'affetto, la sostanziale solitudine. La sua storia fa già parte da tempo della mitologia degli addetti ai lavori, ma può incuriosire anche i non specialisti. In fondo Linder, mancato improvvisamente a nemmeno sessant'anni, sembra un personaggio di Joseph Roth: avventuroso, imprevedibile malgrado le ferree abitudini, vulnerabile sotto le altere apparenze: intimamente segreto sempre." (da Ernesto Ferrero, Linder, luterano agente segreto, "TuttoLibri", "La Stampa", 8/12/'07)

L’agente letterario da Erich Linder a oggi (Sylvestre Bonnard, 2004)
Erich Linder. Autori, editori, librai, lettori (Fondazione Mondadori, 2003)