lunedì 21 giugno 2010

La fine dei maestri


"In fondo la faccenda ha sempre accomunato qualsiasi epoca e cultura, da socrate a Gesù: che uccidere i Maestri sia un vizio cui il potere non sa resistere è una storia antica almeno quanto la cicuta e la croce. Così come, al contrario, proprio per sintetizzare al meglio la follia insita nella soppressione di un maestro basterebbe tuttora il vecchio buon senso popolare di Collodi: perché tutte le grane del famoso burattino, bisognerebbe pensarci più spesso, cominciano appunto con quella sua sciagurata martellata - «Chètati, grillaccio del malaugurio!» - scagliata in testa al povero antennuto rompiballe. «Sarei tentato di dire - sosteneva provocatoriamente il poeta Edoardo Sanguineti, prima di morire il mese scorso - che non esistono cattivi maestri, ma solo cattivi scolari».
E siamo alla questione: dove sono, oggi, i «maestri»? Maestri nel senso più ampio, s'intende qui. Anche semplici maestri di scuola, naturalmente. Ma più in generale maestri della formazione, della cultura, della società, dell'arte: chi sono, oggi? Esistono «nuovi» maestri a raccogliere il testimone dei vecchi? E soprattutto, che poi è la domanda cruciale: il mondo, laddove ci siano, è ancora disposto a riconoscerli, ascoltarli, seguirli? Uno che di nome fa Ermanno Olmi, e che come tutti i maestri veri preferisce tuttora parlare, a 79 anni, più di ciò che vorrebbe ancora imparare che non di quanto avrebbe da insegnare, ha una risposta non meno pacata che un po' disillusa: «Nessuno dei grandi maestri della storia, da Cristo a San Francesco e da Michelangelo a Tolstoj, ha mai insegnato nulla attraverso grandi teorie. Lo hanno fatto tutti attraverso la propria testimonianza: un maestro è soprattutto questo. Oggi io vedo attorno a me tante "celebrazioni" di cultura. Ma il senso della "trasmissione di generazione in generazione" del sapere, dell' esperienza, del senso della vita, appunto, mi sembra che purtroppo vada scomparendo».
C'è un dato, a proposito di scomparse, che forse è significativo: la formula «allievo di». Ricordate? Fino a un po' di anni fa era una delle peculiarità che si sottolineavano dovendo tracciare il profilo di un accademico, di uno scienziato, di una personalità culturale: «Quello? Certo, un allievo di ...». E il nome del suo maestro era non solo parte integrante del curriculum formativo di un luminare, ma anche motivo di orgoglio che quest'ultimo si portava dentro per tutta la carriera. Formula scomparsa. Se non per i vecchi. Non a caso infatti continua a portarsela addosso con gratitudine un altro che poi, da una vita, maestro lo è diventato a sua volta: e cioè Mario Lodi, 88 anni, per l'appunto «allievo di» quel Célestin Freinet che fu il padre della pedagogia del secolo scorso.
Il «maestro Lodi»: probabilmente il più famoso insegnante elementare d'Italia, un vulcano di iniziative come la «Casa delle Arti e del Gioco» nella sua Piadena, decine di libri che vanno da quelli per l'infanzia con l'invenzione dello storico Cipì a quelli di analisi socioeducativa come La tv a capotavola. E adesso dice che «è naturale, se si vuol parlare di maestri non si può che partire dall'infanzia: la crisi del maestro o della maestra intesi come "figure di riferimento" è il problema principale dei bambini di oggi». Perché? «Perché la figura della maestra ce la si porta dentro per tutta la vita, nel bene e nel male. Quel che non si dice è che anche la maestra, ovviamente, deve prima essere a sua volta formata: e chi deve farlo se non l'università, che dovrebbe preparare i signori della cultura di un Paese?». Perché, non lo fa?
Se c'è ancora un maestro a cui chiederlo, nel panorama accademico italiano, è l'italianista e filologo Ezio Raimondi: lo stesso che nel marzo scorso, in occasione della celebrazione dei suoi 86 anni tributatagli dall'Università di Bologna, riassumeva la propria lunghissima carriera d'insegnamento dicendo di essersi «sempre nutrito dell' attenzione dei giovani: per me la lezione è sempre stata un "laboratorio" in cui sedimentavano intuizioni che poi diventavano libri». E ora aggiunge: «Intendo dire che per me la "lezione" è sempre stata il luogo di un incontro tra umanità, uno scambio di esperienze e cultura. Un dialogo tra generazioni. Naturalmente poi esistono astuzie e tecniche retoriche per provocarlo, il dialogo. Che è fatto di ascolto ma anche di gusto delle interruzioni. E questo per me ha sempre significato che la trasmissione del sapere non poteva prescindere dalla contestuale sollecitazione e coltivazione di un sentimento critico. La lezione aveva una dimensione di teatralità che oggi, in realtà, ha trovato altre forme di espressione: i modelli sono cambiati radicalmente, e le retoriche pubbliche hanno assunto altre modalità. La crisi della lezione è una crisi del dialogo».
E dire che le voci sembrano moltiplicarsi, nella società di oggi, non ridursi: più università, più Internet, più scambi, più velocità, perché allora crisi del dialogo? «Perché una cultura mediatica come quella di oggi tende a imporre dei modelli che sono mobili solo in apparenza: ma in realtà non fa che riprodurre schemi fissi, sempre identici. Il mondo non può essere semplificato, va guardato nella sua complessità con artigianale pazienza. In questo senso la scuola creava modelli liberi che oggi, nonostante le apparenze, si sono molto ridotti. Oggi è tempo di stereotipi. I poteri in genere, a partire oggi dal potere del linguaggio mediatico, tendono a imporre valori che sempre meno coincidono col senso più profondo del linguaggio scolastico: la cui funzione principale, ripeto, è quella dell'educare allo spirito critico». Il maestro Lodi ne approfitta per intervenire di nuovo: «Ecco perché il maestro non piace mai al Potere. Perché il maestro, e quindi una scuola funzionante, significano anche educazione alla democrazia, la quale è in primo luogo educazione alla parola, e quindi all' ascolto, e quindi alle regole. E il maestro vero, quando è tale, al Potere dà fastidio proprio perché crea cittadini liberi e non sudditi. Peccato che la scuola, oggi, più che ai bambini pensi invece soprattutto a se stessa».
Poi ci sono gli altri, di maestri. Chi sono stati per esempio i maestri del maestro Olmi? «Naturalmente posso solo fare una sintesi - racconta il regista - perché ne ho avuti tanti. Bisogna distinguere gli àmbiti. Nel cinema il mio faro è stato Rossellini. Sin da quando ero ragazzo, molto prima di conoscerlo. Perché mi ha fatto capire cos'era la realtà della strada rispetto alla realtà di cartone del cinema hollywoodiano». Prosegue: «Però la maestra che mi ha introdotto alla scoperta del mondo è stata la mia nonna materna. Fu lei ad accompagnarmi un passo dopo l'altro dentro il mondo contadino, attraverso la sua esemplare vita non solo di madre ma anche di vedova, avendo perso il marito nella Grande Guerra. Tutto quel che sapeva lo aveva imparato dalla vita, di cui riuscì ad affrontare ogni sofferenza mantenendo però sempre un orientamento alla gioia. In casa cantava di continuo: e quando non cantava recitava rosari. Come del resto si faceva piuttosto normalmente nelle case dei contadini. E proprio questa, la civiltà contadina, è stata l'altra mia maestra». Il maestro Olmi fa una pausa per sottolinearlo: «In questo senso credo anzi che la civiltà contadina sia l'unica, in assoluto, a potersi definire civiltà. Perché è la sola a essersi espressa in modo compiuto. Tutte le altre, dalla civiltà elettronica a quella atomica, sono state e saranno sempre civiltà provvisorie, fondate sul cambiamento. Ed è il motivo per cui in nessuna di queste riusciamo a sentirci accasati». Infine Olmi cita gli ultimi due suoi maestri: «Mio padre, un uomo silenzioso, che perse il lavoro per il suo antifascismo e che mi ha trasmesso il valore della libertà. E poi Tiziano Terzani, che pure non ho mai incontrato e con cui ebbi occasione di scambiare solo qualche riga. In lui, semplicemente leggendo i suoi scritti, ho ritrovato fuse insieme la dignità di mio padre e la gioia di mia nonna». «Mi ha sempre colpito - riprende Raimondi - quella frase di Heidegger il quale parlando del pensare sosteneva che la funzione propria dell'insegnante è quella di insegnare a imparare: il che vuol dire credere a quel laboratorio straordinario dell'umano in cui qualcuno trasmette le sue esperienze ad altri affinché anche le loro diventino parte della propria».
E qual è stata l'esperienza che ha trasformato il giovane professor Raimondi nel maestro Raimondi? «Beh, intanto ho cominciato anche io dalle elementari. Dal '41 al '43, ancora da studente universitario, sono stato maestro elementare come supplente in diverse classi. Lì ho imparato il piacere di veder crescere le persone. Penso che il ruolo principale dell' insegnante, e in particolare del maestro, sia quello di educare una persona a diventare più libera. Ad avere una mente aperta. Se l' insegnante si mette a disposizione dello studente viene creduto. E aver praticato questa esperienza nella scuola elementare mi ha insegnato più di qualsiasi trattato di pedagogia. In primo luogo a cercare di fare della scuola un esempio di difficoltà superata, un modello di educazione allo sforzo». «Il salto vero però è stato nel '55, quando sono diventato prima direttore del collegio universitario Irnerio e poi sovrintendente dei quattro collegi universitari di Bologna. Il fatto che si vivesse insieme a tavola discutendo di politica e cultura faceva sì che la scuola universitaria si completasse in forme quotidianamente nuove: l'arrivo del '68, in questo senso, non mi colse di sorpresa». Poi naturalmente c' è il fatto oggettivo della frammentazione dei saperi, la necessità di una formazione sempre più analitica, se poi vuoi lavorare: quella infinita corsa per cui, appunto, se prima essere stato «allievo di» era già una garanzia, adesso il percorso di uno studente di alto livello passa attraverso un master negli Usa, poi uno stage a Londra, poi tre mesi di contratto a progetto a Milano, poi un precariato da ricercatore ... e in questa gimkana può succedere di perderlo, il riferimento del maestro. «Infatti è proprio questa - riflette Olmi - la differenza più profonda rispetto al famoso "prima". Perché prima uscire dall'adolescenza, dall'università, insomma crescere, significava affacciarsi alla soglia della vita: e vivere. Adesso invece crescere significa dover "entrare nel sistema": senonché il sistema ti chiede proprio di rinunciare alla vita. Per questo tanti ottimi ragazzi che magari riescono anche a entrarci, nel sistema, anziché esserne felici si sentono intimamente già soli e sconfitti. Ancora prima di cominciare a vivere».
Il regista si ferma: «Intendiamoci, io credo che i bravi maestri esistano ancora, altroché. Il problema è che le loro voci, nel chiasso generale, sono purtroppo molto deboli. Mi rattrista constatare che anche molte persone tra le più illuminate si preoccupano oggi di emergere più attraverso il chiasso che non il buonsenso. Mi dispiace che le loro voci, troppo spesso, finiscano semplicemente mischiate al rumore di clacson e traffico che esce dalla tv». «Nostra maestra televisione», sorride Lodi. Ma l'ultima parola è di Raimondi. E vuole essere comunque una finestra aperta: «Sì. Perché ciò di cui sono sempre stato e resto tuttora convinto, con i miei 86 anni, è che non bisogna mai limitarsi a prendere atto dei fenomeni così come sono. Noi possiamo sempre orientarla, la realtà. E sono certo che un giorno la scuola tornerà a essere il luogo che era, e anzi migliore, in un modo che ancora forse non immaginiamo. Un luogo di incontro e dialogo tra generazioni. Di un sapere comune destinato non solo a essere trasmesso, ma a trasformarsi e a crescere ancora»." (da Paolo Foschini, La fine dei maestri. L'eclissi dei modelli (non solo nella scuola), "Corriere della Sera", 21/06/'10))

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