lunedì 9 agosto 2010

Sei donne e un libro


"Non è mai troppa la riconoscenza nei confronti dell'editore Sellerio. Ha restituito onore e dignità al nostro più grande scrittore «popolare», Giorgio Scerbanenco, di cui è da poco in libreria L'antro dei filosofi. Ha rispolverato la fama un po' appannata del mitico affabulatore - e bevitore - Gian Carlo Fusco. Ci ha permesso di capire che, in fondo, il vero giallo italiano esisteva già negli Anni Trenta, e che il suo nome era Augusto De Angelis.
De Angelis, il grande padre putativo dei nostri thrilleristi, autore di almeno tre granitici capolavori: Il candeliere a sette fiamme, L'Albergo delle Tre Rose e Il mistero delle tre orchidee. Romanzi datati tra il 1935 e il 1942, quando le traversie del declino fascista cominciarono a costituire un'insidia per l'appartato e poco militante giornalista De Angelis. Il destino di questo generoso narratore doveva compiersi con la beffa di una lite casuale - e fatale - a Bellagio, nel 1944, a un passo dalla fine del conflitto e dopo mesi di pesante carcerazione.
Ma prima della misera fine quasi da romanzo d'appendice, il romano Augusto De Angelis - classe 1888 - ne aveva scritti a decine, di romanzi, fino al successo popolare con la serie del commissario De Vincenzi. Libri di viaggio, corrispondenze dal fronte libico, racconti esotico-avventurosi per la rivista torinese Le grandi firme di Pitigrilli. Molte «vite romanzate», da Cleopatra a Maria Antonietta al figlio di Napoleone. E poi De Vincenzi: nascita e imprese - ancora oggi appena velate da qualche sporadico arcaismo linguistico - di un uomo di legge normale, arguto ma non sovrumano, politicamente appartato, sentimentalmente indefinito. Un eroe quotidiano senza fisionomia concreta, portato al successo nella tv di Stato Anni 70 con il volto espressivo, ma forse troppo teatrale del grande Paolo Stoppa.
De Vincenzi si muove in una Milano sfuggente, deserta di sera - non c'era ancora nulla «da bere», forse - dove la campagna è a un tiro di fionda e la borghesia, spesso, cela segreti insospettabili. La generosa caratterizzazione dei personaggi riflette un'ansia - o una inconscia consapevolezza - di modernità piuttosto lontana dai clichés tipici del periodo di esaltazione fascista. Cognomi anche stranieri fanno capolino qua e là nel risvolto delle trame, ma la sostanza tutta italiana dei soggetti è assai distante dagli impedimenti causati dalle legge del 1937 che non voleva criminali italici nelle storie gialle. I criminali di De Angelis sono invece sfacciatamente tricolori, e la cadenza trainante dei suoi romanzi lascia intuire la lezione di Poe ma - soprattutto - la conoscenza profonda e recente di un certo Freud.
In Sei donne e un libro, del 1936 (Sellerio), De Vincenzi è alle prese con l'omicidio di un senatore donnaiolo e della sua giovane cameriera. Delitti all'apparenza scollegati, che sembrano trovare un punto d'incontro nella libreria in cui è stato scoperto il cadavere dell'uomo e nel furto di un antico libro di argomento pornografico.
Sei donne attorno al mistero che De Vincenzi risolverà con arguzia e con una finta seduta spiritica predisposta per accalappiare il colpevole. Un giallo bello e rilassante, umano, moderno nelle intenzioni e nei risultati, una certezza che si consolida nel tempo, non certo un'anticaglia recuperata dal baule dei ricordi." (da Sergio Pent, Il cadavere in libreria, "La Stampa", 07/08/'10)

1 commento:

don Sergio Andreoli ha detto...

Io, il vero Pitigrilli, Gruppo Edicom, Cerro Maggiore (Milano) 2000 (www.gruppoedicom.it).