giovedì 11 dicembre 2008

Dopo la fine dell'arte. L'arte contemporanea e il confine della storia di Arthur C. Danto


"Sarebbe stato impossibile, per Albrecht Durer, immaginare che, in un lontano futuro, l'arte si sarebbe evoluta nell'Orinatoio di Duchamp. Il mondo dell'arte cui egli faceva riferimento non contemplava alcuna teoria che potesse giustificare un ready made. Anche a noi, oggi, risulta assai difficile immaginare il futuro dell'arte. Ma per ragioni diverse. Secondo il filosofo Arthur C. Danto, padre dell'estetica analitica, l'arte odierna un futuro non ce l'ha affatto. Nella società contemporanea occidentale, l'arte avrebbe terminato la sua corsa progressiva verso un ulteriore sviluppo evolutivo. In altre parole: è giunta alla sua fine. Come ciò possa essere accaduto è spiegato in due importanti saggi del filosofo americano: La destituzione filosofica dell'arte e Dopo la fine dell'arte. L'arte contemporanea e il confine della Storia. Secondo Danto non sono le proprietà estetiche - il bello, il brutto, eccetera - a determinare il valore di un'opera d'arte in un contesto culturale. E' il contesto culturale stesso che, in un determinato momento storico, produce alcune teorie che permettono all'opera d'arte di essere unanimemente accettata. E' quanto è accaduto con le Brillo Boxes. Le opere di Warhol si mostravano quasi identiche alle scatole di pagliette lavapiatti esposte sugli scaffali del supermercato. Non v'era una differenza estetica discernibile: ma l'opera di Warhol, grazie a una teoria artistica, era 'a proposito di qualcosa', ovvero aveva un significato culturale che le semplici pagliette non possedevano. Questo slittamento dell'arte verso la filosofia era avvenuto già nel 1917: col ready made Duchamp aveva dato forma rappresentativa alla domanda filosofica per eccellenza, quella sulla natura dell'arte. Si avverava dunque la profezia hegeliana: come lo Spirito giunge al compimento della storia quando perviene alla piena consapevolezza di sé, allo stesso modo l'arte giunge alla fine della sua evoluzione quando perviene alla comprensione della sua stessa natura. Una natura filosofica. La lunga storia dell'arte occidentale è pensata da Danto come una storia progressiva, che per venti secoli è coincisa con l'evoluzione della rappresentazione mimetica. Ma l'avvento di forme artistiche più potenti - come il cinema - ha arrestato tale evoluzione. Nemmeno la teoria dell'espressione è stata più in grado di spiegare in un colpo solo le innumerevoli tipologie di produzione artistica elaborate dalla seconda metà '900, a partire dall'arte concettuale. L'arte contemporanea sarebbe dunque 'finita' e si sarebbe trasformata nella proria filosofia. Per Danto, non sarà mai più possibile, come è stato fino a ora, immaginare un 'progresso' della storia dell'arte, l'avvento di un qualcosa di 'nuovo'. Tuttavia il tramonto dell'arte non corrisponde al tramonto degli artisti: questi continueranno a dipingere, fotografare, esporre, secondo forme espressive già note e mai più nuove. Il fare arte odierno, dopo la fine dell'arte, è solo un fare arte 'post-storico'. Tutto ciò suona leggermente apocalittico. E di questa Apocalisse Danto si dichiara il 'profeta'. Sarà l'arte a non avere futuro, oppure la stessa teoria di Danto?" (da Anna Li Vigni, Danto: 'L'arte è finita', "Il Sole 24 Ore Domenica", 07/12/'08)

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