lunedì 5 luglio 2010

Perché i paradossi sono il sale della vita. E della letteratura



"Nella commedia di Tom Stoppard, Jumpers, il personaggio eponimo, il filosofo sir Archibald Jumpers, chiede ai suoi studenti perché, secondo loro, la gente credeva che il sole girasse attorno alla terra. Uno di loro risponde che forse è perché sembra che sia il sole a girare attorno alla terra. 'E come sarebbe,' gli chiede Sir Archibald, 'se sembrasse che fosse la terra a girare attorno al sole?'. Si tratta di una splendida battuta che sortisce il suo effetto a scoppio ritardato, suscitando una risata sempre più fragorosa man mano che il pubblico si rende conto che sarebbe esattamente la stessa cosa, perché, dopo tutto, è proprio quello che sta succedendo. E' la risata del paradosso, senza il quale la letteratura - e la vita - sarebbero gravemente menomate; a dire il vero, alcuni critici hanno affermato che il legame fra la poesia e il paradosso è talmente intimo che sono la stessa cosa. La storia del paradosso comincia con la Bibbia, dove l'idea del concepimento verginale incarna la natura paradossale della fede, e continua fino a oggi, dove la più superficiale delle ricerche sulla letteratura della cultura pop rivela studi sul 'Paradosso dei Beatles' (e cioè che erano giovani ribelli che entrarono rapidamente a far parte dell'establishment ricevendo l'onorificenza di membri dell'ordine dell'Impero britannico).
Nonché sul "Paradosso di Oprah Winfrey" (ovvero il fatto che, mentre dispensa consigli sulle nostre vite, come se fosse una componente della nostre famiglie, rimane distaccata, misteriosa ed estranea) e sul "Paradosso di Eminem" (ossia il fatto che è e allo stesso tempo non è il vero Slim Shady). Don Chisciotte è un paradosso in sella a un cavallo sfiancato, il cavaliere errante le cui peregrinazioni smontano l'idea stessa di cavaliere errante, il cavalleresco idiota la cui follia rivela la follia più grande dell'ideale cavalleresco. Il detective Erik Lönnrot nel racconto di Borges La morte e la bussola risolve l'enigma di una misteriosa serie di omicidi e capisce dove e quando avverrà l'omicidio successivo, solo per scoprire, troppo tardi per potersi salvare, che sarà la prossima vittima e che gli altri crimini sono stati commessi per condurlo sulla scena del delitto. Oscar Wilde, che disse di poter resistere a tutto eccetto che alla tentazione, incarna i paradossi dell'edonismo. E nel romanzo di Joseph Heller Gold!, il personaggio dell'assistente presidenziale, Ralph Newsome, l'avatar delle disonestà in politica, parla esclusivamente per ossimori, frasi la cui fine contraddice l'inizio: "Questo Presidente vi appoggerà finché dovrà". "Vogliamo andare avanti il più velocemente possibile con questa faccenda, anche se dovremo procedere lentamente". "Questo Presidente non vuole dei leccapiedi. Ciò che vogliamo sono uomini indipendenti e integri che, una volta che avremo preso le nostre decisioni, concorderanno con ognuna di esse".
A mio avviso, il paradosso più bello è la famosa espressione verso la fine di Il canto di me stesso di Whitman. Forse che mi contraddico? Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico (sono vasto, contengo moltitudini). 'Salem Sinai', verso l'inizio del mio romanzo I figli della mezzanotte, evoca questa idea nella dichiarazione di ispirazione volutamente whitmaniana: "Per comprendermi, dovrete anche voi inghiottire tutto quanto". Il romanzo che segue costituisce il tentativo di attenersi alle istruzioni di Salem e di inghiottire, se non il mondo, almeno un subcontinente. La natura umana è contraddittoria, e l'io umano è una cosa capiente e multiforme, "un mostro caotico e informe", se posso appropriarmi della descrizione di Henry James di alcuni generi di romanzo. Noi possiamo avere, e abbiamo, molte personalità simultaneamente; possiamo mostrarci dolci coi nostri figli, ma duri coi nostri dipendenti, possiamo amare Dio e odiare gli esseri umani, possiamo preoccuparci per l'ambiente e ciononostante lasciare le luci accese quando usciamo di casa, possiamo essere persone tranquille che la passione per la squadra del cuore trasforma in individui aggressivi e ogni tanto persino in hooligan. E per quanto possiamo desiderare fortemente difendere la sovranità del nostro io individuale - un'idea nata nel Rinascimento fiorentino che forse rappresenta il dono più grande dell'Italia alla civiltà mondiale - in realtà quell'io è sovrano e al tempo stesso invaso da altre personalità. È sia autonomo che non autonomo. Nessuno di noi viene al mondo con la testa vuota. Portiamo con noi il bagaglio del nostro patrimonio, sia biologico che culturale, ed esso ci limita e al contempo ci apre delle possibilità, ci paralizza e al contempo ci affranca. Possiamo ritenerci liberi di scegliere, e moralmente responsabili delle nostre scelte, ed è giusto considerarci tali, ma non tocca solo a noi stabilire il modo in cui elaboriamo quelle scelte, e proprio quelle particolari scelte che sentiamo di dover fare. Pertanto siamo creature paradossali, sia individuali che sociali, sia del nostro tempo che immerse nel flusso della storia. Siamo mortali ma, come la Cleopatra di Shakespeare, nutriamo desideri immortali; e la contraddizione è la nostra linfa vitale. Si possono trarre grandi benefici sociali da queste ampie definizioni dell'io, perché maggiore è il numero delle individualità che abitano il nostro io, più facile sarà trovare un punto d'incontro con altre nature umane multiple e molteplici. Possiamo essere di fedi diverse ma tifare per la stessa squadra. Tuttavia viviamo in un'epoca in cui siamo esortati a ridurre e limitare sempre di più la nostra individualità, a comprimere la nostra multidimensionalità dentro la camicia di forza di un'identità nazionale, etnica, tribale o religiosa a una dimensione. Ora che ci penso, questo potrebbe essere il male da cui hanno origine tutti gli altri mali del nostro tempo. Perché quando soccombiamo a un tale rimpicciolimento, quando permettiamo una semplificazione per cui diventiamo meramente serbi, croati, musulmani, indù, allora per noi diventa facile riconoscere nell'altro l'avversario, il Diverso, e i punti cardinali stessi della bussola cominciano ad azzuffarsi, Est e Ovest si scontrano, così come Nord e Sud. La letteratura non ha mai perso di vista ciò che il nostro rissoso mondo cerca di costringerci a dimenticare. La letteratura si pasce della contraddizione, e nei romanzi e nelle poesie noi cantiamo la nostra complessità umana, la nostra capacità di essere, simultaneamente, sia sì che no, sia questo che quello, senza avvertire il minimo disagio. L'equivalente arabo dell'espressione "c'era una volta" è "kan ma kan", che tradotto significa: "Era così, non era così". Questo grande paradosso è alla base di tutte le opere di narrativa. La narrativa è esattamente quel luogo in cui le cose sono così e non sono così, in cui esistono mondi in cui crediamo profondamente pur sapendo che non esistono, non sono mai esistiti e mai esisteranno. E questa bella complicazione non è mai stata tanto importante quanto nella nostra epoca di eccessiva semplificazione." (dall'intervento di Salman Rushdie a La Milanesiana 2010: Elogio della contraddizione. Perché i paradossi sono il sale della vita. E della letteratura, "La Repubblica", 05/07/'10)

Nessun commento: