sabato 20 giugno 2009

Calasso: "Il vero editore infrange il tabù del pubblicabile"


"Non soltanto da Google dovrebbe guardarsi l'editoria, ma da se stessa, dalla sua sempre più flebile convinzione nella propria necessità. Innanzitutto nei Paesi anglosassoni, che sono la punta di lancia dell'editoria, dato il predominio della lingua inglese. Se si entra in una libreria di Londra e di New York, è sempre più difficile riconoscere i singoli editori presenti sul tavolo delle novità. Con alta discrezione il nome della casa editrice è spesso ridotto a una o più iniziali sul dorso del libro. Quanto alle copertine stesse, sono tutte diverse - e in un certo senso troppo simili. Ogni volta offrono un tentativo di impacchettamento, più o meno riuscito, di un testo. E ciascuno vale per sé, in obbedienza al principio dello one shot. Quanto agli autori, i loro libri si incontrano sotto il marchio di una certa casa editrice e non di un'altra innanzitutto in conseguenza delle trattative fra l'agente dell'autore e quel certo editore nonché dei rapporti personali fra l'autore e un certo editor. Mentre la casa editrice in quanto tale diventa l'anello tendenzialmente superfluo della catena. Ovviamente sussistono notevoli differenze di qualità fra le case editrici, ma all'interno di un ventaglio che presenta a un estremo il molto commerciale (associato alla volgarità) e all'altro estremo il molto letterario (associato alla sonnolenza). Ciò che sta in mezzo è una serie di gamme dove si situano i vari marchi. Così Farrar, Strauss and Giroux sarà più vicino all'estremo 'letterario' e St. Martin's all'estremo 'commerciale', ma senza che questo implichi qualche considerazione ulteriore - e soprattutto senza che siano escluse invasioni di campo: l'editore letterario potrà occasionalmente essere tentato dal titolo commerciale, nella speranza di far rifiorire i suoi conti, e l'editore commerciale potrà sempre essere tentato, poiché l'aspirazione al prestigio è una malerba che cresce ovunque, dal titolo letterario. Ciò che è penoso in questa suddivisione - che poi corrisponde a un certo assetto mentale - è innanzitutto il fatto che è falsa. Nel ventaglio che ho appena descritto è chiaro che Simenon o una sua ipotetica reincarnazione attuale, per dare solo un esempio, dovrebbero essere inclusi nella zona altamente commerciale - e perciò non passibile di valutazione letteraria; ed è chiaro che molti appartenenti alla funesta categoria degli 'scrittori per scrittori' dovrebbero essere automaticamente assegnati all'estremo letterario. Questo va a danno sia del divertimento sia della letteratura. Il vero editore - poiché tali strani esseri ancora esistono - non ragiona mai in termini di 'letterario' o 'commerciale'. Se mai, nei vecchi termini di 'buono' e 'cattivo' (e si sa che molto spesso il 'buono' può essere trascurato e non riconosciuto). E soprattutto il vero editore è quello che ha l'insolenza di inventare uno slogan come questo: 'I libri Diogenes sono meno noiosi' (lo inventò qualche anno fa Daniel Keel, editore di Diogenes, e queste parole si potevano leggere tutt'intorno al suo stand alla Fiera di Francoforte). [...]" (da Roberto Calasso, Il vero editore infrange il tabù del pubblicabile, "Corriere della Sera", 20/06/'09)

1 commento:

Anonimo ha detto...

La ringrazio per intiresnuyu iformatsiyu