sabato 30 maggio 2009

La notte dei poeti assassinati


"Il volto forse più inquietante dell’antisemitismo è la sua tenacia endemica, unita alla capacità di essere a un tempo ambiguo e categorico, dogmatico e insinuante. Questa «polivalenza» sconcerta lo storico e spesso lo pone di fronte a circostanze inedite, problematiche. Un giornalista russo di nome Leonid Mlecin ha di recente pubblicato un libro dove sostiene che il contributo sovietico alla creazione dello stato d’Israele sia stato determinante: Perché Stalin creò Israele. Al di là del titolo iperbolico, si pone qui in evidenza il ruolo della Russia nella nascita dello stato ebraico (e in quella mancata dello stato arabo palestinese votato anch’esso dalle Nazioni Unite nel novembre del 1947). Tesi questa interessante ma indubbiamente ancora aperta, e discutibile, soprattutto perché come spesso capita si è portati a dare poco peso specifico all’autodeterminazione dei due popoli cui questa storia appartiene, cioè ebrei e arabi. Sul fronte dei figli d’Israele, questa immagine quasi irenica di Stalin convive con un’altra, di cifra opposta. La storia dell’antisemitismo deve ancora una volta fare i conti con una ambiguità di fondo, contraddizioni di cui a fare le spese sono le solite vittime. Della congiura, e relativa strage, dei medici ebrei già si sapeva. Ora dagli archivi dell’Unione Sovietica emerge La notte dei poeti assassinati: la trascrizione del processo farsa che nel 1952 portò alla condanna a morte di tredici (dei quindici imputati) scrittori e intellettuali ebrei russi, viene pubblicata in italiano dalla Sei a cura di Francesco Maria Feltri e in collaborazione con lo United States Holocaust Memorial Museum. E’un testo che sconcerta per la sua «immediatezza»: i verbali delle udienze riportano come in una cronaca viva il dramma di queste persone, alcune di spicco, falsamente accusate, processate in segreto e condannate per tradimento o spionaggio. Una vecchia storia tremendamente brava a ripetersi. Il processo ai poeti ebrei ha peraltro clamorosi antefatti di sangue, come l’assassinio, nel gennaio del 1948, di Solomon Mikhoels. Celebre attore e regista, Mikhoels è eliminato a Minsk per ordine diretto di Stalin. La sua colpa è quella di avere espresso pubblicamente il proprio dolore per la perdita di tanti ebrei nella Shoah. Di lì a quattro anni, il processo ai poeti ebrei è innescato dallo stesso, letale, meccanismo: il «tradimento» di questa gente sta infatti in quel senso di vuoto abissale che lo sterminio nazista ha lasciato nel popolo ebraico sopravvissuto. E nel fatto che gli imputati avessero dato voce al dramma vissuto dagli ebrei durante la guerra e sotto l’occupazione tedesca. C’è in sostanza un negazionismo di fondo, anche prepotente, nell’approccio di Stalin e dell’Unione Sovietica al dopoguerra devastato dalla Shoah. Guai a nominare l’appartenenza ebraica di quei milioni di vittime che andavano lasciate indistinte, e possibilmente non menzionate affatto. E tutta la parte di sterminio ebraico avvenuta al di là del confine stabilito dalla cortina di ferro all’indomani della guerra, andava rimossa. Come se non ci fosse mai stata. La Lettonia, la Lituania, l’Ucraina erano costellate di fosse comuni: prima di Auschwitz e della tecnologia al gas, prima dei forni crematori a pieno regime, lo sterminio degli ebrei d’Europa si fece infatti con i fucili, direttamente sulle fosse aperte, in quelle regioni nord-orientali. Eppure, sino al crollo dell’impero sovietico, di questa storia non si trovava traccia. Non una lapide, non un ricordo. La rimozione degli orrori è passata anche per uno dei tanti processi farsa della dittatura staliniana, che in questo volume viene rievocato con una precisione feroce, e dove ogni dettaglio riporta il lettore dentro un incubo terribile,mavero." (da Elena Loewenthal, Stalin: fucilate i poeti ebrei, "TuttoLibri", "La Stampa", 30/05/'09)

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