mercoledì 20 maggio 2009

Il presente e niente più. Fare letteratura al tempo della cronaca


"Nel senso comune la letteratura sembra una cosa del passato. Ma è nel presente che viene letta e di nuovo scritta. E’ il contagio della letteratura del passato che spinge a scrivere. Ma si scrive perché il presente lo esige, non perché i classici lo impongono. Chi scrive letteratura ripete e annulla il passato, ricomincia. E’ chiaro in molti incipit. Le prime frasi che aprono un racconto o una poesia provocano sempre uno shock dell’inizio: se comincio a leggere Gli indifferenti, La metamorfosi, Lo straniero, La terra desolata, ogni volta il presente mi viene incontro con un volto diverso.
Di che cosa è fatto il presente? Certo non è solo cronaca. Anche il passato e il futuro sono strati del presente. La letteratura è uno strumento di rilevazione e rivelazione dei più imprevisti livelli di realtà. Il presente è per definizione extra-storico, è (per il momento) fuori da ciò che chiamiamo Storia. La Storia a sua volta è un costrutto culturale, un processo unitario e gerarchico con il suo alto e il suo basso, la sua essenza fondamentale e i suoi epifenomeni trascurabili. Di questo processo si credette di poter fare scienza, come della guerra secondo von Clausewitz. E’ noto che Tolstoj in Guerra e pace fece guerra all’idea della storia e della guerra come qualcosa di concettualmente dominabile. Antonio Scurati è fra i giovani scrittori colui che si sta più appassionando a questi problemi. Nel suo dialogo con Vattimo, pubblicato sabato scorso su questo giornale, ha detto che il tempo della letteratura non è quello della cronaca, e ha ricordato che un tempo al posto della cronaca c’era la storia. Ma il tempo della letteratura non è stato mai il tempo della storia. C’è stata una lotta secolare fra letteratura e grandi eventi pubblici, fra letteratura e filosofia della storia, fra letteratura e giornalismo. La posta in gioco è la definizione di ciò che è realtà, o di ciò che è più reale di qualcos’altro. Nel Novecento antropologi, filosofi dell’esistenza, storici della vita quotidiana, del costume, delle idee, della cultura materiale hanno smembrato l’idea unitaria di storia, hanno pluralizzato ciò che prima si pensava come totalità. Questo smembramento dell’idea di storia ha fatto anche crollare l’idea di progresso, perchè non è detto che nella marcia trionfale verso il futuro tutto migliori contemporaneamente. Non c’è progresso globale e assoluto, ci sono solo vantaggi relativi a prezzo di certe perdite, spesso impreviste, ma che più tardi possono rivelarsi catastrofiche e irreversibili.
Dunque sia la storia che il presente sono entità mobili e stratificate. Per Leopardi erano sommamente importanti il suo «ermo colle» e la morte di Silvia. Per Manzoni il presente erano il 5 maggio e la morte di Napoleone. Ma questa lotta per stabilire che cosa è più reale non richiede necessariamente una poetica realistica. In Kafka non c’è niente di cronachistico, il senso del presente è dato da ciò che la cronaca rende invisibile.
La letteratura è una forma di storiografia. Ma che cos’è la letteratura? Come non esiste la storia in quanto entità trascendentale, così non esiste neppure la letteratura in se stessa. Esistono gli scrittori che la scrivono. Lo stesso presente può essere quello delle poesie di Saba o di Montale, di Brecht o di Benn. Qualche anno fa Tom Wolfe, attaccando la moda della narrativa astratta, antirealistica e antidocumentaria (la moda Borges-Calvino) disse che si doveva tornare al romanzo nello stile di Dickens e di Zola. Questo naturalmente è il problema del romanzo in quanto genere della verosimiglianza e degli «effetti di realtà». Ma la letteratura non è solo il romanzo. Né va dimenticato che gli strumenti e i media con cui oggi si fa indagine e comunicazione sono molto più prensili e veloci del giornalismo tradizionale. Oggi la Storia ha preso la forma della Cronaca. Al posto di una totalità pensabile, carica di idee e di imperativi morali, abbiamo una totalità invadente che divora e cancella il rapporto fra passato e futuro. Letterariamente questa totalità che è il presente può essere afferrata solo isolando dettagli e usando dei frammenti come ipotetiche allegorie. Si tratta di scegliere di volta in volta le tecniche migliori per interrompere il continuum della cronaca, come Benjamin voleva interrompere il continuum della storia per rendere concepibile il salto nell’utopia. La nostra utopia conoscitiva è comunque la realtà. Per questo la inseguiamo, per questo la inventiamo." (da Alfonso Berardinelli, Il presente e niente più. Fare letteratura al tempo della cronaca, "La Stampa", 20/05/'09)

Nessun commento: