venerdì 3 ottobre 2008

A un cerbiatto somiglia il mio amore di David Grossman


"Teoricamente questo romanzo di David Grossman poteva continuare all'infinito, tanto è giocato sulla evocazione di particolari, sulle vite raccontate, sull'incastro dei ricordi. Muove dal reparto di isolamento di un ospedale dove due ragazzi e una ragazza sono i soli ricoverati, richiusi come in un utero buio, straniante e insieme protettivo. In primo piano balzano subito le voci: le voci e gli urli nel delirio della febbre, le voci prima ancora dei nomi, Orah e Avram cui poi si aggiungerà Ilan. Siamo a Gerusalemme e naturalmente, inevitabilmente, Israele è in guerra. A un cerbiatto somiglia il mio amore, il titolo viene dal Cantico dei Cantici (Mondadori) è dunque un romanzo sulla guerra e sull'amore, o per meglio dire sull'amore che cerca di contrastare la guerra. Detto così può sembrare una contrapposizione persino banale. La verità è che l'amore e soprattutto l'amore materno non vuole (non può) contemplare la possibilità della morte, della morte di un figlio, e dunque cerca di esorcizzarla attraverso accorgimenti scaramantici persino ingenui, come una fuga dal presente immediato che può essere gravido di cattive notizie. [...] Grossman è molto abile nel mettere in primo piano l'intreccio dei sentimenti e delle banalità della vita quotidiana: sa scendere nell'intimo dei personaggi e farli vivere. In Che tu sia per me il coltello, uno dei suoi romanzi più fascinosi, sfidò addirittura il senso comune costruendo un innamoramento per un personaggio che dichiaratamente non esisteva e che viveva solo sulla pagina. Era un modo per dire che la letteratura può essere più vera del vero, ma anche un modo per mettere in forse la convenzione tra chi scrive e chi legge e rendere il rapporto inquietante. Scrivevo all'inizio che questo romanzo poteva essere teoricamente infinito: non può la vita dilatarsi appunto all'infinito se viene raccontata nei suoi moltissimi episodi, nei suoi innumerevoli istanti? Talvolta il lettore cui Grossman non si rivolge mai, salvo che in una nota finale fuori testo, può anche essere portato a pensare: ma non sarò indiscreto ad assistere non visto, non invitato, a tutta questa vicenda? [...] Anche Grossman scrivendo questo libro pensava di esorcizzare la cattiva notizia. In una nota fuori testo ricorda che il figlio Uri, cui il romanzo è dedicato, era militare e quando tornava a casa gli chiedeva come stava andando e che cosa aveva fatto dire ai suoi personaggi. La sua morte, nelle ultime ore della guerra del Libano, è stata il suggello più straziante per un libro di straripante ricchezza di per sé pieno di angoscia e di tristi presagi, ma anche di una forza vitale ancestrale: quella forza che è nelle cose e nella terra. Un libro infinito, come sono gli intrecci delle vite degli uomini." (da Paolo Mauri, David Grossman. Quelle voci d'amore quelle voci di guerra, "La Repubblica", 03/10/'08)

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