lunedì 15 settembre 2008

Jonathan Franzen: "L'amore urlato al tempo dei telefonini"


"Non sono contrario agli sviluppi tecnologici. La posta vocale digitale e l'identificazione del chiamante, che, abbinate, hanno annientato la tirannia dello squillo del telefono, sono per me le vere, grandi invenzioni dell'ultimo scorcio del ventesimo secolo. E quanto amo il mio BlackBerry, che mi consente di replicare a lunghe e sgradite mail con poche righe telegrafiche, e il destinatario non mancherà di sentirsi riconoscente, perché le ho digitate con i miei pollici. E le cuffie che cancellano i rumori, nelle quali diffondo rumore bianco su frequenze alterate ('rumore rosa') ed elimino persino il rimbombo più assillante del televisore del vicino: le adoro. E il mondo fantastico dei Dvd e degli schermi ad alta definizione, che mi hanno fatto dimenticare il pavimento appiccicoso di tanti cinema, gli spettatori maleducati che continuano a parlottare, e i masticatori a bocca aperta di popcorn: evviva. Benché i miei aggeggi preferiti siano quelli che salvaguardano attivamente la privacy, sono anche favorevole a qualsiasi novità tecnologica che non mi costringa a interagire con essa. Se preferite trascorrere un'ora al giorno ad armeggiare con il vostro profilo su Facebook, o se per voi non c'è alcuna differenza tra leggere Jane Austen su Kindle o sulla pagina stampata, o se pensate che Grand Theft Auto IV sia la più grande opera d'arte da Wagner a oggi, sono molto felice per voi, a condizione di non coinvolgermi. Le invenzioni che non riesco ad accettare, tuttavia, sono simili agli insulti che continuano a ferire, alle mazzate che continuano a far male. Lo sviluppo tecnologico che ha inflitto danni permanenti alla società — vale a dire, l'invenzione di cui non è nemmeno possibile lamentarsi in pubblico, malgrado i disastri provocati, pena il ridicolo — è il telefono cellulare. Una decina d'anni fa, New York (dove abito) abbondava ancora di cabine pubbliche, in cui i cittadini mostravano rispetto per la comunità, rinunciando a infliggere al prossimo i loro drammi personali. Il mondo, dieci anni fa, non era stato ancora del tutto espugnato dalla chiacchiera. L'uso dei Nokia appariva un'ostentazione o una mania dei ricchi. Oppure, per essere generosi, una malattia, un'invalidità o una stampella. Sul finire degli anni Novanta, già si avvertiva a New York una morbida transizione metropolitana dalla cultura della nicotina alla cultura del cellulare. Se ancora ieri la tasca rigonfia della camicia stava a indicare un pacchetto di Marlboro, il giorno dopo conteneva un Motorola. Se ancora ieri la bella ragazza, tutta soletta, teneva mani, bocca e attenzione occupate da una sigaretta, il giorno dopo la vedevi assorta in una conversazione molto importante con una persona diversa da te. Il futuro di quella nuova moda mi appariva ancora incerto: chissà se New York sarebbe diventata una città di drogati del cellulare, pronti ad aggirarsi come sonnambuli lungo i marciapiedi avvolti in una sgradevole nuvoletta di vita privata, o se prima o poi i cittadini avrebbero preferito esercitare un maggior autocontrollo in pubblico. Inutile dirlo, non c'è stato alcun dilemma. Il cellulare non era una di quelle trovate moderne, come il Ritalin o gli ombrelli extra large, alle quali si oppongono valorosamente numerose sacche di resistenza civile. Il suo trionfo è stato fulmineo e totale. I suoi abusi sono stati vituperati e condannati in saggi, articoli e lettere a vari direttori, e poi vituperati e condannati con maggior vigore quando gli abusi sembravano aggravarsi, ma è finito tutto qui. Le rimostranze sono state accolte, qualche minima modifica applicata (la 'carrozza tranquilla' sui treni; cartelli discreti che invitano alla moderazione, affissi in ristoranti e palestre) e di lì in poi la tecnologia cellulare ha trovato la strada sgombra per continuare a fare danni senza timore di nuove critiche, perché le nuove critiche sono semplicemente fuori posto, 'nonnetto'. [...] Di tutte le varietà di cattivo comportamento con il cellulare, la più irritante è quella che sembra non infastidire nessuno, perché palesemente senza vittime. Parlo dell'abitudine, sconosciuta dieci anni fa, ma oggi diffusissima, di chiudere le conversazioni al cellulare sbraitando le parole 'LOVE YOU!' O, ancora più opprimente e seccante, 'I LOVE YOU!'. Mi fa venir voglia di trasferirmi in Cina, dove non capisco la lingua. O di mettermi a urlare. Ammetto la possibilità che, tra tutte le persone che affollano la sala di attesa di un aeroporto, l'uomo più straordinariamente arido e incapace di amare sia io. È anche possibile, però, che la reiterazione abituale e frequente svuoti la frase del suo significato. Joni Mitchell, nell'ultimo verso di Both sides now, riporta la meravigliosa sorpresa nel dire ti amo 'ad alta voce', nel dare espressione vocale a un sentimento di tale intensità. Stevie Wonder, in una canzone scritta diciassette anni più tardi, vuol telefonare alla persona amata, un pomeriggio come tanti, semplicemente per dirle 'I love you', e siccome si tratta di Stevie Wonder (che ci scommetto è più affettuoso di me), riesce in qualche modo a farmi credere alla sua sincerità, per lo meno fino all'ultima riga del ritornello, dove trova necessario aggiungere: 'E te lo dico dal profondo del cuore'. Ecco, questa confessione è inammissibile quando si parla davvero dal profondo del cuore.
Proprio mentre sto acquistando i calzini da Gap, la mamma dietro di me in coda alla cassa strilla 'I love you!' nel suo telefonino, e io non riesco a trattenermi dal pensare che siamo davanti a una sceneggiata: una recitazione istrionica, fatta in pubblico e imposta agli altri con un senso di rivincita. Se la dichiarazione d'amore di quella madre avesse avuto un peso emotivo personale e autentico, la donna non avrebbe dovuto usare qualche premura per salvaguardarla dalle orecchie del pubblico? Se era davvero sincera, dal profondo del cuore, non sarebbe stato meglio sussurrarla? Origliando la sua conversazione, da perfetto estraneo, mi sento coinvolto invece in una dichiarazione aggressiva di proprietà. È come se quella donna stesse dicendo a tutti i presenti: 'Le mie emozioni e la mia famiglia valgono di più della vostra tranquillità'. E inoltre, come sospetto spesso: 'Voglio far sapere a tutti che, a differenza di molte persone, tra cui quel bastardo di mio padre, io sono una donna che esprime sempre l'amore che prova per i suoi cari'. O forse, travolto da un'irritazione che adesso comincia a sembrarmi un po' lunatica, mi starò immaginando tutto? Il cellulare raggiunse la sua massima popolarità l'11 settembre 2001. Da quel giorno, impressi nella nostra memoria collettiva, i cellulari sono diventati l'ultimo veicolo affettivo nella disperazione. In ogni 'I love you' troppo forte che sento oggi è difficile non risentire l'eco di quei terribili, indispensabili, laceranti 'I love you' lanciati dai quattro velivoli in picchiata e dalle due torri che si sbriciolavano. Ed è precisamente questa eco, proprio perché eco e per di più circonfusa di sentimentalismo, che mi irrita a non finire. La mia esperienza dell'11 settembre fu anomala per la mancanza di televisore. Alle nove del mattino, ricevetti una chiamata dal mio editore il quale, dalla finestra del suo ufficio, aveva appena visto il secondo aereo schiantarsi contro una torre. Mi recai immediatamente al televisore più vicino, nella sala conferenze dell'ufficio di compravendita immobiliare al piano di sotto, e osservai con un gruppo di agenti la prima torre, e poi la seconda, che crollavano al suolo. A quel punto rientrò la mia compagna e passammo il resto della giornata ad ascoltare la radio, a controllare Internet, a rassicurare le nostre famiglie e a fissare, dal tetto dell'edificio e dalla Lexington Avenue, invasa da una marea gente che scappava dal centro, la polvere e il fumo che, dalla punta di Manhattan, si addensavano in una coltre densa e velenosa. Tre sere dopo, rimasi dalle 23 fin quasi alle 3 del mattino in una gelida stanza degli studi della ABC News, aspettando il mio turno per offrire al conduttore della trasmissione, Ted Koppel, la prospettiva di uno scrittore sugli attacchi del martedì mattina. L'attesa non fu breve. Spezzoni dello schianto dei velivoli e del crollo delle torri e degli incendi venivano ripetuti ossessivamente, intervallati da lunghi segmenti sulla tragedia emotiva che aveva colpito la gente comune e in particolare i bambini. [...] Intervenni quattro volte in tre ore e mezza. La seconda volta, mi venne chiesto di confermare le voci diffuse che quel fatidico martedì aveva profondamente cambiato la personalità dei newyorkesi. Non fui in grado di confermarle. Dissi che la gente mi pareva afflitta, non irata, e raccontai di aver visto i negozi del mio quartiere, il mercoledì pomeriggio, affollati di clienti che compravano capi di vestiario autunnale. Ted Koppel mi fece capire chiaramente che non mi ero dimostrato all'altezza del compito, per il quale avevo aspettato quasi tutta la notte. Con una smorfia, ribatté che le sue impressioni personali erano molto diverse dalle mie, e cioè che gli attentati terroristici avevano avuto un profondo impatto sulla personalità di New York.
Naturalmente, ero certo di dire la verità, mentre Koppel si limitava a ripetere luoghi comuni. Ma Koppel aveva guardato la televisione, e io no. Non avevo capito che il danno peggiore al Paese non era stato inferto dall'agente patogeno, bensì dalla massiccia e sproporzionata reazione del sistema immunitario, e tutto perché non avevo la tv. Confrontavo mentalmente il numero delle vittime della strage con altre statistiche di morti violente, come i tremila americani che avevano perso la vita in incidenti stradali nei trenta giorni precedenti l'11 settembre, perché non avendo visto le immagini, credevo ancora che i numeri contassero per qualcosa. Sotto i miei occhi si delineava invece l'improvvisa, misteriosa e disastrosa strumentalizzazione del dibattito pubblico americano. E proprio come non riesco a non incolpare la tecnologia dei cellulari quando la gente riversa espressioni di affetto materno o filiale nei telefonini, infliggendo la loro maleducazione a tutti coloro che si trovano a portata di orecchio, non riesco a non incolpare la tecnologia mediatica per aver messo in primo piano, a livello nazionale, le emozioni personali. [...] Dal lato positivo, gli americani nel 2001 erano molto più pronti a dire 'I love you' ai loro figli di quanto non lo fossero stati i loro genitori o i loro nonni. Ma disposti a competere sul piano economico? A stringersi insieme come un'unica nazione in un momento di crisi? A sconfiggere i nostri nemici? A formare salde alleanze internazionali? Forse da questo lato rischiamo di sconfinare sul versante negativo. I miei genitori si conobbero due anni dopo Pearl Harbor, nell'autunno del 1943, e nel giro di pochi mesi si scambiavano lettere e cartoline. Mio padre lavorava per le ferrovie, la Great Northern Railway, ed era spesso inviato in varie località a ispezionare o riparare i ponti, mentre mia madre restava a Minneapolis dove era impiegata come receptionist. Delle lettere che lui le spedì, la più vecchia in mio possesso è datata il giorno di San Valentino del 1944. Si trovava a Fairview, nel Montana, e mia madre gli aveva scritto un cartoncino di auguri nello stile di tutto quello che gli avrebbe inviato negli anni precedenti il loro matrimonio: teneri bebè, bimbetti e cuccioli che incarnavano i più dolci sentimenti.
La lettera di risposta di mio padre portava il timbro di Fairview, Montana, il 14 febbraio: 'Martedì sera. Cara Irene, che delusione devo averti dato per San Valentino. Me lo sono ricordato, ma non avendo trovato un cartoncino qui in edicola, mi sentivo imbarazzato ad andare a chiedere dal fruttivendolo o dal ferramenta. Sono sicuro che anche qui, da queste parti, avranno sentito parlare di San Valentino. [...] Ne riparleremo a voce. Spero di rientrare a St. Paul il sabato sera, non ne sono ancora sicuro. Ti chiamerò al mio arrivo. Con tutto il mio amore, Earl'.
Mio padre aveva da poco compiuto 29 anni. È impossibile sapere come mia madre, nel suo ingenuo ottimismo, abbia accolto a quel tempo la sua lettera, ma se ripenso alla donna che ho conosciuto io, posso affermare senza ombra di dubbio che non era affatto il tipo di lettera che sperava di ricevere dal fidanzato. Dov'erano le paroline dolci e affettuose? Dove le divagazioni sognanti del loro amore? Era chiaro che mio padre la conosceva appena. Ai miei occhi, invece, la lettera di mio padre è traboccante d'amore. Amore per mia madre, certo: ha cercato di trovarle un cartoncino di auguri per San Valentino, le invia tutto il suo amore e promette di chiamarla al suo ritorno. [...] Negli anni successivi, mia madre non la finiva di lamentarsi che mio padre non le avesse mai detto di amarla. E forse è vero che non disse mai quelle parole, io almeno non le ho mai sentite. Ma di certo le scrisse. Mi ci sono voluti anni per trovare il coraggio di andare a leggere la loro vecchia corrispondenza, proprio perché la prima lettera di mio padre che mi è capitata tra le mani, dopo la morte della mamma, cominciava con un vezzeggiativo ('Irenie') che non gli avevo mai sentito pronunciare nei 35 anni trascorsi accanto a lui, e finiva con una dichiarazione ('Ti amo, Irene'), che mi ha impedito di andare avanti. Non era l'uomo che io conoscevo, e così ho seppellito tutte le lettere in un baule e l'ho riposto in soffitta a casa di mio fratello. Di recente, quando le ho riprese in mano e sono riuscito a leggerle tutte, ho scoperto che in realtà mio padre aveva dichiarato il suo amore a mia madre decine di volte, usando le parole importanti, sia prima sia dopo il matrimonio. Ma forse, anche allora, non era stato capace di dirle ad alta voce, e per questo, nei ricordi di mia madre, lui non le aveva mai 'dette'. Both sides now, nella versione di Judy Collins, è stata la prima canzone a fissarsi nei miei ricordi. Veniva trasmessa senza sosta alla radio quando avevo otto o nove anni, e quel richiamo a dichiarare il proprio amore 'ad alta voce', abbinato alla cotta che mi ero preso per Judy Collins, ha fatto sì che il significato primario di 'I love you' abbia assunto per me un connotato sessuale. Perciò restavo sconcertato che la persona che mi rivolgeva costantemente tali parole fosse mia madre. Era l'unica donna in una famiglia di maschi e soffriva per un tale eccesso di sentimenti impossibili da ricambiare che finiva per riversarli in mille espressioni affettuose. I biglietti e le tenerezze di cui mi colmava erano identici, in spirito, a quelli che aveva destinato un tempo a mio padre. Molto prima della mia nascita, le sue effusioni già parevano insopportabilmente infantili a mio padre. Per me, invece, erano peggio che infantili e mi ingegnavo in tutti i modi per evitare di ricambiarle. Sono sopravvissuto a interi periodi della mia infanzia, lunghe settimane trascorse da solo in casa con lei, aggrappandomi a cruciali distinzioni di intensità tra 'ti amo', 'anch'io ti amo', e 'ti voglio bene'. Era essenziale non dire mai e poi mai 'ti amo', o 'ti amo, mamma'. L'alternativa meno dolorosa era di bofonchiare un 'ti voglio bene', quasi impercettibile. Ma un 'anch'io ti amo', se pronunciato abbastanza in fretta e calcando sull''anch'io', quasi fosse una semplice reazione automatica, mi salvava in parecchie situazioni imbarazzanti. Non ricordo che si sia mai offesa per i miei borbottii, né mi rimproverava se, come accadeva talvolta, ero incapace di rispondere se non con un grugnito evasivo. Ma non mi spiegò mai che dire 'ti amo' era semplicemente una frase che le sgorgava dal cuore, stracolmo di sentimento, e che non dovevo sentirmi obbligato a rispondere con un 'ti amo' ogni volta per compiacerla. E ancora oggi, quando mi sento aggredire da tanti «ti amo» strillati nei telefonini, io non percepisco altro che coercizione.
Mio padre, malgrado le tante lettere piene di vita e curiosità, non vide nulla di male nel relegare mia madre alla cucina e alla cura dei figli e della casa per quattro decenni, mentre lui si godeva la sua professione nel mondo degli uomini. Sembra la regola, sia nel microcosmo del matrimonio che nel macrocosmo della vita americana: i sentimenti sono prerogativa di coloro che non hanno alcun potere, e viceversa. I vari isterismi del dopo-11 settembre, sia il flagello dei 'ti amo' che il timore e l'odio istigati dai nazionalisti più accesi, erano gli isterismi degli impotenti e dei sottomessi. Se mia madre avesse avuto anche altre ambizioni, forse avrebbe gestito con maggior realismo le sue esigenze affettive. Per quanto freddo o represso o sessista possa apparire mio padre in un'ottica contemporanea, gli sono riconoscente di non aver mai detto, in tante parole, che mi amava. Mio padre prediligeva la riservatezza, vale a dire, rispettava la sfera pubblica. Credeva nell'autocontrollo, nella buona educazione e nella ragione perché in loro assenza, ne era convinto, la società non era più in grado di impostare un dibattito né di prendere decisioni per tutelare i propri interessi. Sarebbe stato bello, specie per me, se si fosse mostrato più espansivo con mia madre. Ma ogni qualvolta sento madri e padri ragliare quei 'ti amo' nei loro cellulari, mi ritengo fortunato di aver avuto il padre che ho avuto. [...] Tra me e il luogo dove oggi riposa, si trasmette solo il silenzio. Nessuno ha maggior privacy dei morti. Mio padre ed io non ci diciamo molto di più oggi di quanto non ci siamo detti per molti anni mentre era in vita. La persona di cui sento la mancanza — e litigo ancora con lei mentalmente e mi sento in colpa, ma vorrei mostrarle le mie cose, invitarla a casa mia, prenderla in giro — è mia madre. Quella parte di me che si ribella rabbiosamente all'intrusione dei cellulari viene da mio padre. Quella invece che adora il BlackBerry, e vorrebbe scrollarsi di dosso pensieri e mestizia per divertirsi come tutti gli altri, l'ho ereditata da mia madre. Era lei la persona più moderna dei due, e benché sia stato lui, e non lei, a detenere il potere in famiglia, è stata lei a ritrovarsi dalla parte dei vincitori. Se fosse ancora viva e abitasse a St. Louis, e se vi capitasse di sedervi accanto a me nel Lambert Airport, in attesa del volo per New York, dovreste rassegnarvi a sentirmi dire che le voglio bene. Ma abbassando la voce." (da Jonathan Franzen, L'amore urlato al tempo dei telefonini, "Corriere della Sera", 14/09/'08)

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