sabato 20 agosto 2011

L'occhio della Medusa


"Esistono due scuole di fotografia, afferma Véronique, la protagonista di un racconto di Michel Tournier: quella che va a caccia d’immagini sorprendenti, emotive, sconvolgenti, e per far questo percorre paesi e città, giunge sui campi di battaglia e approda nei punti caldi del Pianeta, cercando momenti lampeggianti che illustrino «la straziante insignificanza della condizione umana, sorta dal nulla e condannata a ritornarvi»; e quella che invece non mira all’istante, bensì ad una sorta di eternità, perciò predilige l’immagine deliberata, immobile, calcolata, e ha quattro soggetti specifici: il ritratto, il nudo, la natura morta e il paesaggio. La dicotomia enunciata da Tournier, scrittore, che si è occupato molte volte di fotografia, sino a dedicargli un intero romanzo, La goccia d’oro (1985), è forse schematica, eppure sostanzialmente vera, con pochissime eccezioni che finiscono per confermare la regola.
Il romanziere francese è al centro dell’ampio e articolato saggio che Remo Ceserani, studioso di letterature comparate, docente universitario, ha dedicato al rapporto tra fotografia e letteratura, L’occhio della Medusa (Bollati Boringhieri), per la sua attenzione al mondo visibile, ma anche, e soprattutto, alle tecniche attraverso cui dal 1838 a oggi registriamo il mondo, le cose e le persone che esso contiene.
La fotografia appare ben presto nell’immaginario degli scrittori, nei loro racconti e romanzi, come qualcosa di magico e insieme di seducente. Fissa ciò che altrimenti appare fluido, inafferrabile, che non può essere conservato se non nella memoria, o attraverso la traccia della scrittura, altra attività magica, secondo un antico pensiero, e tuttavia meno direttamente legata al reale. E proprio per questo la fotografia, come manifesta il titolo del volume di Ceserani, ha a che fare con Medusa, ovvero con colei che pietrifica chi la guarda. Fotografia e scultura sono, secondo molti autori, strettamente legate.
André Bazin, teorico del cinema, in uno degli scritti più citati sulla fotografia
(Ontologia dell’immagine fotografica) suggerisce l’analogia fra atto fotografico e atto d’imbalsamazione, omummificazione, del soggetto stesso, sia in pittura, con i ritratti, sia in scultura, con busti e sarcofagi. La stessa origine dell’arte, cui la fotografia del resto appartiene, è connessa con il «complesso della mummia», scrive il critico francese.
Ceserani percorre a tratti in modo deliberato, a tratti quasi inconsapevolmente, questa pista, mettendo a tema il rapporto tra la fotografia e il «è-stato», su cui si è soffermato Roland Barthes in La camera chiara (1980); e così questo onnivoro saggio attraversa il tema della morte, declinato sul versante della identità e insieme della maschera.
Tre sono gli autori cui Ceserani dedica i saggi più ampi e ponderati: Italo Calvino, autore di un racconto, L’avventura di un fotografo, che ha ispirato Barthes; Tournier stesso con La goccia d’oro, che dà forma all’antica superstizione per cui l’obiettivo fotografico sottrarrebbe l’anima di chi è ritratto; e Antonio Tabucchi che in Il filo dell’orizzonte insiste proprio sul tema postmoderno dell’identità multipla dell’Io.
La fotografia ha introdotto nel mondo un dubbio sottile che colpisce e appassiona tanti scrittori (l’elenco che Ceserani ha steso al termine del volume di tutti i racconti e romanzi di argomento fotografico è lunghissimo): e tu chi eri? E dunque: io chi sono? Cos’è esattamente il dagherrotipo o il riquadro di carta sensibile in cui sono fissato per sempre? La maschera può sempre pietrificarsi, come ci racconta un trascurato romanzo di Paolo Maurensig, L’ombra e la meridiana, apparso nel 1998. Fotografare come cacciare, dice Calvino, come del resto hanno ribadito prima di lui, e anche dopo, innumerevoli scrittori: l’obiettivo come un mirino. La morte è in agguato dietro l’oculare della macchina.
E alla morte allude, seppur in forma rovesciata, uno dei film cult della seconda metà del Novecento: Blow-up (1966) di Michelangelo Antonioni, ispirato a un racconto di Cortázar, La bava del diavolo. Il fotografo protagonista della pellicola scopre attraverso l’ingrandimento la presenza di un cadavere sulla scena da lui fotografata inconsapevolmente.
La morte è lì, ma non si vede; solo ricorrendo al dettaglio - altro grande tema
del saggio di Ceserani - si può ottenere una visione più ampia della realtà. Un paradosso: andando sempre più nel particolare (de-taglio come tagliare via), il reale si rivela a noi come tale per quanto si perda la sua visione d’insieme, lo sguardo generale sulle cose.
Come ci ricorda Ceserani nelle prime pagine, la fotografia è proprio questo: una visione del reale tagliata-via, un suo particolare: parte del tutto.
Cortàzar in un saggio dedicato al racconto fa una considerazione interessante: il romanzo è come il cinema, un «ordine aperto», che si sviluppa in vari modi e direzioni; il racconto è invece simile alla fotografia: deve circoscrivere e dettagliare per far apparire significativo ciò che narra. La foto come parzialità: un tema davvero interessante nel momento in cui la moltiplicazione delle immagini, grazie alla fotografia digitale, fa sì che abbiamo sempre più immagini del mondo da guardare e da mostrare, e insieme sempre più racconti, storytelling, per consolarci del Tutto che abbiamo perduto." (da Marco Belpoliti, Nella camera oscura il romanzo si illumina, "TuttoLibri", "La Stampa", 20/08/'11)

L'occhio di Calvino

Quando la fotografia incanta gli scrittori (da "La Repubblica")

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