sabato 9 febbraio 2008

Scrivere lettere. Una storia plurimillenaria di Armando Petrucci

"Lui le sue lettere le ha distrutte. Nonostante questo, o forse proprio per questo, Armando Petrucci, grande paleografo, maestro per generazioni di studiosi (ha insegnato all'Università di Roma e alla Scuola Normale di Pisa, a Chicago e a Stanford), ha appena pubblicato Scrivere lettere (Laterza) che racconta la plurimillenaria storia della corrispondenza, dello scriver lettere, appunto.

Una storia che comincia nel vicino Oriente nel 3000 a. C. e che Petrucci - attraversando Cicerone, Petrarca, e poi Goethe, Leopardi, Proust, Mann e anche i soldati al fronte della guerra '15-'18 e gli emigranti italiani - fa terminare con i pizzini di Bernardo Provenzano. Porti o meno il crisma del capomafia di Corleone, secondo Petrucci quella delle lettere è comunque una vicenda conclusa e che finalmente si può ricostruire. Ma perché le sue lettere le ha buttate? 'Per sottrarmi al rito, anzi al malvezzo degli intellettuali di riordinare la propria corrispondenza e di disporla ad uso di chi la vorrà studiare in futuro, selezionando quello di cui andare fieri ed eliminando quelle fastidiose. Cominciò Francesco Petrarca'. [...] Perché un paleografo, che studia le scritture antiche, arriva fino ai pizzini? 'Provenzano è un accanito grafomane. Quand'era latitante usava una macchina da scrivere, anzi ne usava cinque, pur avendo a disposizione un computer. Si dice che un paleografo debba studiare i modi della scrittura fino al Rinascimento. Ma la scrittura di lettere è un fenomeno sociale, e io non posso non domandarmi chi sia lo scrivente, chi il destinatario e perché si scrive. Anche oltre la diffusione della stampa'. Dunque fino a Provenzano. 'E non c'è solo Provenzano. Restando in un ambito di marginalità socio-culturale troviamo le lettere scritte a mano dai ragazzini napoletani affiliati alla camorra. A parte i contenuti, quelle lettere testimoniano un'ostinata sopravvivenza dei modelli grafici scolastici'. E questa sopravvivenza cosa sta ad indicare?

'Se noi prendiamo la lettera di uno schiavo di età augustea a un altro schiavo - ne sono state trovate tante conservate nelle sabbie egiziane, scritte su papiro in un corsivo latino di buon livello, anche se con molte incertezze ortografiche - e la confrontiamo con quella di un epistolario di fine Ottocento, vediamo che il modello è lo stesso. Si comincia e si finisce con i saluti. Le spaziature sono analoghe. La firma è in basso a destra ...'. Una stabilità di forme che non si riscontra altrove. 'Esattamente. Con periodi in cui la frequenza è massima - si scrive molto da parte di molti - e periodi in cui questa frequenza viene meno. Prenda ad esempio il grande archivio di Zenone, un greco che vive in Egitto nel III sec. a. C. alla corte di Tolomeo II Filadelfo. Di lui abbiamo circa duemila papiri. Documentano la formazione di uno stato capillarmente burocratico. L'Egitto di quegli anni ci appare come una società complessa, abituata all'uso sociale della scrittura. Lo stesso accade a Roma'. Che cosa accade a Roma? ' L'attività espistolare è fittissima. Cicerone testimonia la frenesia di una società che non può fare a meno di scambiarsi opinioni perché siano prese decisioni rapide e perché nel più breve tempo possibile le informazioni circolino anche nelle più lontane propaggini'. La corrispondenza come segno di una società dinamica. Poi si registra un brusco calo. 'La crisi colpisce tutto il mondo occidentale dal V fino al XIII sec. I ritrovamenti relativi a questo periodo sono scarsissimi, indice di un crollo del numero di persone in grado di leggere e scrivere. La curva risale, almeno in Italia, con le lettere mercantili dalla fine del Duecento in avanti, lettere scritte in minuscola corsiva che viene insegnata nelle scuole d'abaco destinate a formare il personale dei banchi e delle botteghe. La corsività della scrittura, detta appunto 'mercantesca' - rotonda, diritta, con abbreviazioni e pochi segni d'interpunzione - è lo strumento di una nuova lingua, il volgare italiano'. A questo punto irrompono nella sua ricostruzione Petrarca - che falsificava le proprie minute - e poi gli umanisti. La lettera assume una struttura definita, si diffondono i precetti su come scriverla. Ma l'epoca in cui l'intensità della corrispondenza compie un balzo è l'Ottocento. 'Scrivere lettere è il principale mezzo di cui si serve la nuova società industriale per lo sviluppo economico, commerciale e intellettuale'. Ma la lettera è anche un fatto privato. In essa si rivelano affetti, emozioni. O no? 'La media e alta borghesia ottocentesca ha plasmato i rapporti familiari mediante le lettere. Se ne conserva una massa imponente, in tutta Europa. Attraverso le lettere, i maschi capofamiglia mantengono o modificano il loro governo con alleanze matrimoniali, scambi di proprietà, carriera dei figli. Roger Chartier ha studiato l'immenso carteggio della famiglia Dumeril, che va dal 1795 al 1933. E qui rapporti personali e strategie economiche si sovrappongono di continuo'. Le lettere circolano solo in ambienti colti e benestanti? 'L'emigrazione e soprattutto la prima guerra mondiale sono i due grandi avvenimenti che diffondono la comunicazione epistolare anche nei settori deboli della società. La lettera è il sintomo del bisogno, della sofferenza. E porta al riconoscimento, per milioni di giovani contadini, di una specie di postumo e beffardo diritto alla scrittura concesso anche agli analfabeti'. Lei dedica un capitolo ai tanti epistolari di intellettuali. Quello doloroso e densissimo di Leopardi, per esempio. Quello ramificato e imponente di Thomas Mann. 'Quella di Mann è forse la più rappresentativa testimonianza epistolare colta del XX secolo. E' il motore di un'egemonia culturale. "Parlo troppo di me", confessa lui stesso ad André Gide'. Lei è molto critico nei confronti della 'pubblicazione indiscriminata di carteggi otto-novecenteschi'. Perché? 'Condivido la diffidenza di Carlo Dionisotti verso 'una mole che di gran lunga eccede l'importanza'. A parte le monumentali raccolte di Giosuè Carducci, Alessandro D'Ancona e Giuseppe Verdi, e le straordinarie e tragiche testimonianze di Renato Serra e Antonio Gramsci, mi colpisce il meccanismo di potere, di soggezione e di profitto che emerge in molti dei carteggi fra intellettuali otto-novecenteschi'. Una storia finita, in ogni caso. 'Tutto ciò di cui abbiamo parlato finora ha poco a che fare con l'oggi. Stiamo assistendo alla scomparsa di quella che possiamo definire la cortina di carta - nel Cinquecento si parlava di cortina di pergamena'." (da Francesco Erbani, La lettera, così muore una cultura con radici antiche, "La Repubblica", 09/02/'08)
Alcuni saggi di/su Petrucci (da Scrineum)

Nessun commento: