sabato 1 ottobre 2011

Diario di lettura: Enrique Vila-Matas


"Lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas (Barcellona 1948) è autore di una vasta opera narrativa, provocatoria e raffinata, il cui mondo di riferimento è squisitamente letterario. Si tratta al contempo di un'opera percorsa da una notevole dose di ironia e di irriverenza poiché si prende gioco dei generi letterari - mescolando la serietà del saggio alle imposture del romanzo-, e non esita a far dialogare aneddoti, citazioni e personaggi della storia letteraria o artistica con situazioni e personaggi che sono frutto della sua fantasia. In sostanza, l’insieme dei romanzi, dei saggi e dei racconti di Vila-Matas potrebbero leggersi come un solo libro in cui si narra - da diverse angolature - la storia immaginaria della letteratura moderna e contemporanea. La sua opera, che è stata tradotta in ventinove lingue, rappresenta una delle traiettorie più originali della narrativa spagnola degli ultimi decenni. Vila-Matas oggi, a Monforte d’Alba, viene premiato per tutta la sua opera con il Premio Bottari Lattes Grinzane nella sezione «La Quercia».
Una volta lei ha detto: «Viaggio molto intorno alla mia stanza - modalità sportiva inaugurata da Xavier de Maistre - e anche per uno spazio ancora più ridotto, intorno al mio cranio». E’ tanto noioso il mondo se non c’è uno scrittore per raccontarlo? «Talvolta gli scrittori sono attori che fingono di avere “lo sguardo classico dell’artista”. Però io mi domando: che cosa diavolo sarà questo sguardo? Ricordo che molti anni fa un amico mi raccontò di essere stato a una festa vicino a Cannes, dove c’era un tizio che non gli aveva tolto un attimo gli occhi di dosso. Venne fuori che chi lo guardava tanto era Picasso, sebbene il mio amico fosse troppo giovane per saperlo. Riflettendoci sopra tempo dopo, il mio amico arrivò alla conclusione che l’artista non era consapevole di guardarlo tanto, ma che, semplicemente, stava lavorando. Credo di capire a cosa si riferisse il mio amico: era quello lo sguardo tipico dell’artista. Picasso si trovava alla festa ma anche altrove. L’artista guarda, vede la gente, ma solo per scriverne o per dipingerla. In fondo, della gente, gli importa ben poco».
In merito all’alto grado di intertestualità delle sue opere: grazie agli scrittori e alle citazioni che entrano nei suoi libri, il lettore finisce per avere l’impressione che lei sia una specie di «autore plurale». Non prova per nulla il narcisismo autoriale? «Per paradossale che possa sembrare, ho cercato per anni la mia originalità di scrittore sempre attraverso l’assimilazione di altre voci. Le idee o le frasi acquisivano un altro significato nel momento in cui, leggermente ritoccate, venivano collocate in un contesto insolito. Per anni ho lavorato così, è stato il mio metodo, la lunga strada che ho scelto per arrivare a essere un autore».
Potrebbe dire di se stesso - come fa il protagonista di Dublinesque - la mia biografia è la mia biblioteca? «In Dublinesque ho voluto risparmiare ai lettori che si avvicinano per la prima volta alla mia opera il problema di trovarsi davanti un modo di pensare il mondo che è molto letterario e può di fatto sconcertarli. Ho pensato che se alla prima pagina li avessi avvertiti che il mio protagonista, l’editore Riba, aveva la tendenza a leggere la vita come un testo letterario, non li avrebbe più stupiti quanto quell’uomo avrebbe visto o pensato nelle pagine successive. E’ come se all’inizio di un romanzo dichiarassi che il mio protagonista ha una dipendenza dalla coca-cola mista a cacao. Così, quando il personaggio si accingerà a consumare l’orribile bevanda, il lettore non si meraviglierà, continuerà a leggere, e può anche darsi che gli sembri normale berla».
Crede, come Samuel Riba, che stiamo per fare il funerale all’era Gutenberg, oppure pensa, come il narratore di Bartleby, che «quel che c’è sempre stato si ripete mortale nel nuovo, che passa rapidissimo»? «La letteratura sembra ogni giorno più residuale, al pari dell’intelligenza umana. Conviviamo sempre più quotidianamente con il rumore di fondo di crisi economiche, invasioni dei Paesi arabi, tartarughe Ninja, corruzione mondiale, crimini orrendi, terremoti devastanti, Borse europee in caduta libera ... E’ difficile, in queste circostanze di massiccia informazione “reale”, accorgersi di qualcosa di così antico come una buona storia inventata. Ci sono anche coloro che pensano che per scrivere sia necessario mettersi in competizione con tutto questo chiasso mediatico. Invece è il contrario. Un romanzo può essere unicamente vincolato al mondo fittizio il che, sia detto per inciso, è conseguenza del fatto che finzione e vita si escludono a vicenda, almeno
secondo la mia personale esperienza. Non credo che convenga molto mescolare finzione e realtà: la letteratura è invenzione. Quelli che lavorano con la presunta realtà della vita reale insultano sia l’arte che la verità».
In Italia si dibatte molto sullo stile letterario dei giovani romanzieri e sul fatto che alcuni di loro siano scrittori senza maestri. C’è qualche giovane scrittore
italiano che lei apprezza? «Giuseppe Montesano e Andrea Bajani sono due autori delle nuove generazioni che leggo e che mi interessano enormemente. La loro scrittura ha un indubbio polso letterario, è ambiziosa e si colloca all’interno di filoni molto importanti della vostra tradizione culturale. In merito ai giovani scrittori che dicono di prescindere dall'eredità letteraria li vedo destinati al silenzio o al nulla».
La storia letteraria del ’900, dall’ermetismo modernista alle esasperazioni
avanguardiste, da Joyce a Beckett a Céline sembra nascere «contro» La Moda. A quanto pare, tuttavia, la battaglia dev'essere stata persa se pensiamo alla produzione in serie di romanzi gotici e altre inezie subito best seller. Lei si sente uno scrittore di élite? «Si è detto di me che sono "lo scrittore minoritario più letto al mondo". Devo considerarmi un autore di culto? Forse. Fatto sta che ci sono libri (o autori) che non attraggono tutti e che sono letti soltanto da minoranze scelte. Viaggio al termine della notte, di Céline. Ferdydurke, di Gombrowicz. L’uomo senza qualità, di Musil. Locus Solus, di Roussel. Jakob von Gunten, di Walser. Esploratori dell’abisso, la mia raccolta di racconti ...».
«Postmoderno» è un aggettivo che per brevità o, peggio, per superficialità, è stato affibbiato alla sua opera. Che ne pensa? «Non ho mai capito cosa intendano per postmoderno. A quanto pare, e per motivi a me ignoti, Borges, Beckett e Nabokov, per esempio, sono postmoderni. Tuttavia, in Spagna, questo aggettivo è stato usato dai critici, per un bel pezzo, in modo spregiativo. Quando hanno cominciato a togliergli tale sfumaturae a definirmi così ho cominciato, comunque, a preoccuparmi. Il problema è il fastidio che mi provoca ogni genere di etichettatura. Può ostacolare la libertà creativa di un autore, danneggiare la sua capacità di sorprendere e, in sostanza, di scrivere quel che più gli piace. Ammiro molto quel giorno nella vita di Bob Dylan, a Newport, nel 1965, quando tutti lo consideravano un cantante folk e lui si presentò con una rumorosa band elettrica che nessuno dei suoi ammiratori comprese».
Potrebbe dare una mano a quella lettrice che dal suo blog sta disperatamente setacciando la rete in cerca di notizie sullo scrittore ceco Vilém Vok - autore di citazioni folgoranti - che appare in Dublinesque? «Ma certo. Vilém Vok è uno psichiatra torinese al quale rubo i clienti quando vengono a Barcellona e passano a trovarmi come lui ha consigliato loro di fare. Io li faccio accomodare in salotto, dove ho un divano rosso identico a quello che ha Vilém nel suo studio di Torino. Credo che potrei tranquillamente guadagnarmi la vita limitandomi a rubare clienti al signor Vok»." (da Andrea Cortellessa, “Io, esploratore dell’abisso nelle Langhe”, "TuttoLibri", "La Stampa", 01/10/'11)

Si sente l'esigenza di un nuovo patto tra chi scrive e chi legge. La proposta dello scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas ("Il Sole 24 Ore")

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