mercoledì 14 maggio 2008

La vita fa rima con la morte di Amos Oz


"Breve la storia di una serata e di una notte estiva, in una Tel Aviv calda e limacciosa, in cui uno scrittore incontra, in un club letterario, i suoi lettori a
cui 'ruba' fisionomie attorno alle quali costruire un potenziale romanzo. Il gioco sembra semplice, ed è semplice nelle mani di un bravo narratore quale Amos Oz, abituato a porsi dentro le sue opere, che nascono spesso da esperienze dirette o comunque a lui molto prossime, valga per tutte Una storia di amore e di tenebra. Con La vita fa rima con la morte (trad. di Elena Loewenthal, Feltrinelli), Oz ci avvicina, verrebbe da dire con la telecamera a spalla, al processo di invenzione di un narratore, ci fa intravedere quali sono i suggerimenti e le suggestioni che il mondo attorno gli offre perché un'idea di romanzo si delinei nelle sfumature di un volto, in una smorfia, in un segno sul vestito. Basta all'autore il colpo d'occhio per comporre un quadro: dalla persona colta a volo prende vita nella mente dello scrittore il personaggio con una fisicità e un realismo che lo consolidano ben più della persona reale che lo ha suggerito. In questo modo lo scrittore, finita la serata di lettura, può fare l'amore con il personaggio della giovane donna che gli è stata a fianco e ha letto per il pubblico i suoi testi. Con il personaggio! Non con la persona. Troviamo qui, nella lunga sequenza del rapporto tra Rachel e lo scrittore, lo scarto interessante, l'anima di uno struttura narrativa solo in apparenza sommaria. Del resto l'autore, che confondiamo proustianamente con il protagonista, ci annuncia il suo intento, meglio, la sua attitudine fin dalle prime battute, mentre in un caffè attende l'ora dell'incontro letterario e sogguarda con interesse duplice, di uomoe di scrittore, la cameriera che serve al tavolo, e gli basta il segno delle mutande sotto la gonna ad accendere non tanto una fantasia erotica, quanto un ipotetico tragitto della vita affettiva di lei con un atleta, la rapida evoluzione, la fine della storia, le domande del dopo quasi sempre senza risposta. Come la cameriera, si animano poi uomini e donne convenuti alla serata per ascoltare e fare domande, ignari di essere 'borseggiati' dall'avidità narrativa dell'autore. Dal presentatore, descritto attraverso il suo chiacchiericcio cecoviano, al sedicenne poeta che sogna un incontro privilegiato con lo scrittore famoso, al poeta Zofonia Beich Halachmi, dalla cui opera è tratto il titolo di questo romanzo breve, tutti si fanno personaggio sotto lo sguardo dell'io narrante che esce e entra nella rete dell'invenzionecon agilità. Amos Oz usa di sé come personaggio per dare una lettura ironica delle serate letterarie, piccolo ma inevitabile morbo della cultura contemporanea, qui analizzato e vissuto come il momento in cui si consuma un rito scontato. Da tutto questo nasce un 'meta romanzo' che documenta la scrittura della scrittura e la inquadra in un gioco di specchi messi ad arte a che il lettore confonda i piani dell'invenzione con quelli della realtà: un bell'esercizio di equilibrio e una non minore abilità di impianto, certo, ma anche un territorio dalle molte domande sul retroscena dello scrivere. Domande a cui, dice Oz autore e personaggio, si possono dare risposte pregnanti, risposte evasive, mai risposte semplici e dirette. Si è così, senza parere, delineata la zona riservata che l'autore tiene per sé e dentro cui il pubblico non ha diritto di accesso, una sorta di cerchio d'ombra nel quale affonda e sfuma la sala della conferenza: quello che il pubblico non può capire e carpire all'autore in quel momento è il senso e l'origine del suo inventare e costruire storie. Sono statue di sale i personaggi e l'autore che si è voltato a guardarli, dice Oz in una riflessione amara sull'inutilità dello scrivere. Ma anche sulla sua ineludibilità." (da Marta Morazzoni, A Tel Aviv furti d'autore, "TuttoLibri", "La Stampa", 10/05/'08)

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