domenica 15 giugno 2008

La vittoria di Orwell di Christopher Hitchens


"Non deve stupire che Christopher Hitchens abbia scelto un titolo trionfale, La vittoria di Orwell, per il libro su colui che ritiene evidentemente il capostipite della propria genealogia e anzi il prototipo dello scrittore cui vorrebbe somigliare: vale a dire un libertario bipartisan, l'avversario
di ogni fede che si traduca in dogma, il nemico di qualunque totalitarismo, insomma un critico devoto alla sola verità dei fatti. Per una volta, Hitchens rinuncia al genere che gli è congeniale, il pamphlet, e scrive una monografia: sempre incisivo nello stile, ai paradossi e alle insolenze per cui viene normalmente celebrato e/o detestato qui subentrano gli strumenti dell'analisi testuale e di una più sobria riflessione. Ovvio che George Orwell non è Henry Kissinger o Madre Teresa di Calcutta, bersagli sopra i quali Hitchens ha infierito con enfasi demolitoria, prodigando una foga da combattente che potrebbe sorprendere in uno che vorrebbe essere peraltro il campione del disincanto e della assennatezza post-ideologica.
Dunque La vittoria di Orwell non è una pubblica esecuzione bensì un privato esercizio di ammirazione verso lo scrittore dissenziente che non solo ha firmato due capolavori riconosciuti (Omaggio alla Catalogna e La fattoria degli animali) ma almeno uno di quei 'buoni pessimi libri', ovviamente 1984, capaci di installarsi nell'immaginario collettivo alla maniera di una profezia.
Hitchens analizza il suo autore per parole-chiave, deducendone il ritratto dai fondali del Secolo Breve. La prima parte del volume (segnata dalla lettura che dello scrittore inglese diedero il grande storico Robert Conquest e gli Amis padre e figlio, i due romanzieri) riguarda il contenzioso ideologico: qui viene fissata con nettezza la posizione dell'outsider che si volle puritano senza fede e socialista senza tessera, nemico giurato del nazifascismo tanto quanto del comunismo leninista e poi staliniano. Il tono con cui Hitchens ne rivendica l'esempio e lo affida al presente lascia, tuttavia, perplessi: sembra infatti rivolgersi costantemente a una platea di progressisti creduli e imbelli, tuttora docili all'Occhio di Mosca o, comunque, di lettori il cui senso comune coincida con l'antica catechesi del marxismo-leninismo. (Più o meno volontaria, tale parodia è la stessa che oggi amano inscenare i revisionisti all'italiana, i quali, proclamando l'anticomunismo di Orwell, presumono di violare una congiura del silenzio e di glorificare una rischiosa eresia nel momento in cui ignorano, invece, che proprio in Italia le idee di George Orwell sono oggetto di studio e di dibattito da almeno trent'anni: il corposo volume che per primo ne riuniva gli scritti politici, Tra sdegno e passione, a cura di Enzo Giachino, uscì da Rizzoli nel '77). Molto più penetrante e istruttiva la seconda parte della monografia, dove Hitchens si misura con temi che oggi si direbbero da cultural studies: il rapporto con la Englishness o Inglesità (strascico imperialista-colonialista incluso), con l'universo del femminile e col nesso di scrittura inventiva e saggistica che il medesimo Orwell (morto nel '50 a poco più di quarant'anni, sempre insoddisfatto dei propri risultati) giudicava irresolubile. A conti fatti, l'Orwell di Hitchens risulta il critico più onesto e penetrante, oltretutto il più coerente, delle religioni secolarizzate che furono le ideologie totalitarie del Novecento. Ma il suo emulo attuale dimentica di rilevare che Orwell, l'ateo Orwell, a sua volta professava, con fanatismo imbarazzante, una propria religione e nientemeno quella dell'eguaglianza, della giustizia sociale. Così ne scrisse Piergiorgio Bellocchio in uno splendido saggio intitolato, orwellianamente, Down and out (poi raccolto in L'astuzia delle passioni, Rizzoli, 1995): 'La giustizia sociale e l'eguaglianza, prima ancora di essere obiettivi politici, erano per Orwell la misura a cui conformare l'esistenza quotidiana, l'occhio, il fuoco dell'attenzione'. Quanto a ciò, il firmatario di Omaggio alla Catalogna, l'ex miliziano della guerra di Spagna, simpatizzante del Poum e in odore di trotzkismo, davvero non avrebbe mai cambiato idea, nonostante i rigori della Guerra Fredda. Perciò colpisce che un dato tanto rilevante e vistoso da sembrare primordiale sia omesso nella monografia. Forse Hitchens, ex trotzkista ed ex molte altre cose, ritiene il culto della giustizia sociale una zona caduca nell'opera di Orwell, come fosse un pedaggio oppure un riflesso anacronistico del secolo ideologico; o forse ignorare l'idea di eguaglianza è parte del rito espiatorio di chi, nel suo esibito ateismo, serba in esclusiva il credo nella Libertà senza possibili aggettivi: anche per questo Christopher Hitchens, il fuoriclasse della critica, oggi è tanto popolare, anzi è paradossalmente divenuto oggetto di quanto in casi simili egli suole definire, alla lettera, 'una glorificazione sentimentale, una nauseante venerazione'." (da Massimo Raffaelli, Era Orwell l'outsider, "TuttoLibri", "La Stampa", 14/05/'08)

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