sabato 21 maggio 2011

Un cuore intelligente


"Va accolto come un miracolo, una grazia, una benedizione, perché ha tutte le caratteristiche del dono divino.
Impossibile che giunga però dal Cielo sul terreno sconsacrato, secolarizzato, laicizzato che si estende nel deserto del nostro tempo. Improbabile che lo mandi il Padreterno sulla terra disertata da un dio «morto» (Nietzsche), «fuggito» (Hölderlin), «ritirato» (Bloy), in cui alla fede si è sostituita la ragione, alla trascendenza la gelida astrazione e a una promessa di salvezza di là da venire l'escatologia tutta immanente di una rivoluzione.
Eppure nello scenario grandioso - e vuoto - che Alain Finkielkraut ritrae come il paesaggio in cui oramai ci muoviamo, miracolosamente batte Un cuore intelligente (Adelphi).
«Il re Salomone supplicava l'Altissimo di concederglielo», spiega il critico francese attingendo alle memorie bibliche delle sue origini ebraiche.
Ma al giorno d’oggi non ci arriverà da Lui, né dalla Storia, «moderno avatar della teodicea», prosegue. Bensì dalla letteratura, quella forma di mediazione «che non offre garanzie», il sapere imperfetto che si sottrae alle generalizzazioni, una «scienza della delicatezza» che si applica nell'esercizio dell'attenzione.
È nello spazio letterario, in un contesto di finzione, che il cuore intelligente recita la sua parte. Gli spetta tuttavia - non per finta - in ruolo di organo indispensabile, fondamentale, vitale: per cogliere proprio il significato della storia e colmare la distanza dal divino. Per sentire il polso dell'epoca e capirla, comprenderla, com-patirla: con una partecipazione, un pathos, una passione che non può - non dovrebbe mai - investire la mente, se non a rischio di gravi colpi di testa. A scanso di equivoci nefasti Finkielkraut affronta «di petto», con l'intelligenza del cuore, la differenza tra gli entusiasmi per l'idea, i fanatismi dell'ideale, gli eccessi dell'ideologia cui porta la ragione che si fa sentimentale, e quella «sagacia affettiva», la sensibilità acuta, l'arguzia anche, generosa e calorosa, che contraddistinguono l'approccio del letterato.
E lo fa con una grande lezione di letteratura. Attraverso la lettura degli autori «del cuore»: prescelti in base alle ragioni che la ragione da sé sola non intenderebbe (direbbe il Pascal teorico dell'ésprit de finesse), e auscultati e esaminati per analizzare il sangue che ne irrora l'opera.
Che i prediletti siano Camus, Dostoevskij e Karen Blixen, il Milan Kundera di Lo scherzo, il Philip Roth di La macchia umana, il Vasilij Grossman
di Tutto scorre e Vita e destino è e non è un caso. È una necessità contingente come la vita e fatale come un destino. Singolare, irriducibile come un'opera d'arte che corregge, affermandoli, l'assolutismo dei valori universali.
Ha appunto l'esemplarità di «un caso» la vicenda di Ludvik, il personaggio di Kundera che - nella Praga del 1948, quando i comunisti avevano appena preso il potere - azzarda giocare Lo scherzo al rigorismo manicheo del partito; o quella dell'alter ego di Grossman, l'Ivan Grigor'evic di Tutto scorre, che sfida quei «fanatici del pugno chiuso», «i professori di materialismo dialettico» dai cui argomenti, nella Russia staliniana, era stato sedotto, con successivo rammarico, l'autore.
Esemplare nella sua originalità è l'uomo di Dostoevskij che mina le fondamenta del palazzo di cristallo erodendole con i Ricordi del sottosuolo, e denuncia l'insufficienza delle utopie rivelandole «paurosamente riduttive». O la Babette di Karen Blixen che, approdata dai fasti delle cucine francesi a una Norvegia di austerità luterana, rovescia e ricompone la vecchia antinomia tra anima e corpo, dà sollievo all'uno prendendolo per la gola, e lo solleva tanto da trascinare l'altra in estasi fino al Cielo. Sembra una burla, ma «Dio ama scherzare», è l'adagio che la Blixen si era scelta come motto. «L'uomo pensa, Dio ride», ribadiva in altre parole Milan Kundera in un testo che, Finkielkraut tiene con sé in ciascuna delle sue scorribande letterarie.
Il testo è L'arte del romanzo, donata agli uomini, secondo il suo autore, come «il lampo divino che rivela l'ambiguità morale del mondo», «venuta al mondo come un'eco della risata di Dio». A volte è amara, lo attesta la sua lunga risonanza in letteratura. Ma anche quando Dio se ne sia andato dell'eco lontana della Sua presenza ci sarà pur sempre da gioire: perché sarà il suono di una risata di cuore. Intelligente ..." (da Alessandra Iadicicco, Ci vuole un cuore intelligente per leggere e gioire, "TuttoLibri", "La Stampa", 21/05/'11)

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