venerdì 27 maggio 2011

Dai miti ai videogame, tutto è letteratura


"Magia e fantasia, intesa come l'arte di inventare storie: i due termini si equivalgono? Creare mondi paralleli è l'unico, vero incantesimo a nostra disposizione? «Credo di sì», risponde Salman Rushdie. «Però sono convinto che magia e fantasia, nel meccanismo del racconto, funzionino solo se hanno radici ben piantate nel reale: il senso del fantastico deve percorrere esperienze riconoscibili e concrete, e in tal modo arriverà a intensificarle. Se no la fantasia è solo evasione e fuga dalla realtà: dimensioni senza interesse. Quello che rende attraenti, almeno per chi li ha scritti, libri come Harun e il mar delle storie e Luka e il fuoco della vita, è il fatto che le trame nascano da situazioni reali, poi drammatizzate in prospettive fantastiche».
Il formidabile cantastorie angloindiano, autore di classici di fine Novecento come I Figli della Mezzanotte e Versi satanici, sarà domenica in Italia, ospite del festival piemontese Collisioni, per conversare con un pubblico di giovani (accanto a Hari Kunzru e ad Antonio Scurati) sui temi che motivano il suo prosare limpido e visionario e la sua voce originale, scaturita dalle fastosità ancestrali dell'ex impero filtrate dalla tradizione europea. Il tutto avverrà a partire dal suo ultimo romanzo, Luka e il fuoco della vita: un libro per ragazzi (definizione scomoda, poiché intesa quasi sempre, erroneamente, come riduttiva) che parte dall'immenso serbatoio delle fiabe orientali (dalle Mille e una notte al Poema dei fiumi del Kashmir) per edificare un cosmo contaminato dai nuovi media, in una scatola cinese di plot calvinianamente innestati l'uno nell'altro. Rushdie lo ha scritto per il suo secondo figlio e lo ha sentito un po' come un seguito di Harun e il mar delle storie, uscito nel '90 e dedicato al primo figlio: un inno alla ricchezza del narrare e alla libertà di opinione, in risposta al regime di clandestinità al quale lo aveva costretto la condanna a morte inflittagli da Khomeini.
Ora il suo Luka, Mister Rushdie, intreccia fiabe antiche e mondi mitici con l'odierna narratività iper-tecnologica, descrivendo una realtà parallela che vive nel mondo elettronico e in un complesso gioco al computer. È il suo modo di dirci che le nuove tecnologie possono entrare in sintonia con la cultura tradizionale? «Ho pensato di rinvigorire e interrogare certi materiali antichi, come fanno deliberatamente molti videogame, modellati su miti e leggende. Ma non c'è stato solo questo: scrivere Luka mi ha permesso di indagare temi terribilmente seri, come l'idea della vita, che nei videogame diventa molto cheap. In quei giochi la puoi moltiplicare migliaia di volte. Puoi trovare ovunque vite vecchie e nuove, o pescare e riprodurre extra-vite ...».
Non può travolgerci, questo profluvio di piani esistenziali? L'eccesso di tecnologia non rischia di svuotare certe profondità, come proiettandole sulla piattezza di un salvaschermo? «Certo: il pericolo esiste. Infatti il libro parla di un ragazzo in lotta per salvare la vita del padre, che è solo una: non può essercene un'altra. La realtà del loro rapporto sfugge alla logica del videogame. Per un verso il romanzo è preso da seduzioni fantastiche anche spicciole; per un altro è sospettoso nei loro confronti».
Da Luka e il fuoco della vita emerge un modo ricco e quasi acrobatico di usare il linguaggio: allegorie, nonsense, giochi di parole ... Il libro è un po' figlio di Lewis Carroll? «In parte sì. Io mi sento molto legato a Carroll. Da ragazzo ho studiato a Rugby, in Yorkshire, nella stessa scuola da lui frequentata. Cosa che mi ha sempre reso fiero, pur avendo detestato la scuola».
Sembra Calvino, tuttavia, il suo principale ispiratore. «A lui mi ha unito una bella amicizia. Quand'ero giovane, e Calvino non era granché noto in Inghilterra, mi tuffavo nei suoi romanzi, sui quali scrissi un articolo per la London Review of Books che gli piacque molto, tanto che quando venne a Londra a presentare il suo lavoro chiese agli organizzatori di invitarmi a introdurlo. Ci conoscemmo così. Poi mi incoraggiò tanto e recensì su la Repubblica in modo ampio e lusinghiero I Figli della Mezzanotte, appena il libro giunse in Italia. Amo il suo approccio agli ingranaggi narrativi, e strutturalmente c'è qualcosa che accomuna Luka a Se una notte d'inverno un viaggiatore. Ma in Luka ci sono anche gli influssi di Gogol e Kafka».
In che senso? «La letteratura fantastica mi ha sempre affascinato, facendomi sentire controcorrente rispetto alla tradizione letteraria inglese, costituzionalmente realistica. Penso a Cervantes e al Gogol delle Anime morte. Quanto a Kafka, è sempre con me. Ciò che si tende a non vedere, nei suoi capolavori, è il lato buffo. L'effetto non è divertente, ma c'è uno spirito comico che pervade la sua scrittura. Prendiamo Il Castello, dove ogni scena è una commedia: esilarante. Eppure, a fine lettura, si è colti dall'inquietudine. Il genio di Kafka consiste nell'usare quel registro per infondere timore, insicurezza, disorientamento, insomma tutto il profondo dark che associamo al termine "kafkiano". Una sostanza nera ottenuta con un procedimento comico. Un innesto meraviglioso».
Come vede il rapporto tra giovani e letteratura? I ragazzi leggono e leggeranno romanzi, secondo lei, a dispetto della concorrenza dei media del terzo millennio? «Non so che fine faranno i libri di carta, ma posso testimoniare che molti coetanei del mio secondo figlio, che ha quattordici anni (il primo ormai ne ha trentadue), leggono storie sul loro iPad. E nonostante il pessimismo che dilaga sull'argomento, è incoraggiante il fatto che tanti miei colleghi, soprattutto in America, animino reading affollatissimi di pubblico. Io sono un lettore old fashion, nel senso che mi piace tenere il libro tra le mani, sentirlo. Ma il mondo sta andando da un'altra parte, è inevitabile e va bene così».
Crede nello sviluppo dell'ebook? «Riguardo a questo il problema attuale, più che col medium in sé, ha a che fare col suo impatto economico. C'è il pericolo che nell' industria del libro avvenga quanto è accaduto nel mercato della musica, con un abbattimento dei costi troppo violento per consentire agli scrittori e agli editori di andare avanti. Preoccupa, per esempio, quel che sta facendo la Apple per far crollare i prezzi degli e-book a un livello che potrebbe distruggere chi lavora nell'editoria. Si può alimentare la produzione solo trovando un accordo sui prezzi che consenta di vivere agli autori e a chi li pubblica».
A che punto è la sua autobiografia, già opzionata dagli editori di numerosi Paesi, in cui affronterà i suoi ricordi personali, incluso il tema della Fatwa? «Ci sto lavorando: è l'impegno che occupa il mio presente. Ho terminato la prima stesura e dovrei completare il tutto a fine anno»." (da Leonetta Bentivoglio, Salman Rushdie: dai miti ai videogame, tutto è letteratura, "La Repubblica", 26/05/'11)

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