martedì 5 maggio 2009

Teatro di Jean Racine


"Esce oggi da Mondadori il Meridiano dedicato al Teatro di Racine (1639-1699). Il volume (a cura di Alberto Beretta Anguissola) contiene le undici tragedie e l’unica commedia del maggiore poeta tragico francese, tutte tradotte da poeti italiani contemporanei: Giovanni Raboni, Mario Luzi, Luciano Erba, Maurizio Cucchi, Riccardo Held e Milo De Angelis. Arricchisce l’opera un’introduzione del filosofo e critico René Girard, di cui anticipiamo un brano.

La retorica, come la moneta, è soggetta all’inflazione. Più la si utilizza, più diminuisce la sua forza emotiva. Per compensare questo indebolimento, si è tentati di accrescere le dosi, di moltiplicare metafore mediocri. La tragedia rischia così di trasformarsi in commedia. A Racine capita dunque di fallire, ma gli capita anche di riuscire, mentre, attorno a lui, gli altri poeti tragici vivono in un fallimento permanente. E, se pensiamo agli elementi utilizzati, il successo è più sorprendente del fallimento. C’è qualcosa di miracoloso nel fatto che talvolta l’elettricità passi e che la scintilla scaturisca. Il contatto che si stabilisce tra passione amorosa, violenza estrema e mitologia suscita effetti poetici che ancor oggi ci commuovono. È possibile essere più precisi? Per rispondere, bisogna interrogare le relazioni d’amore nell’opera del nostro autore. È facile constatare che esse corrispondono rigorosamente al sistema metaforico. Sono quintessenzialmente infelici. A qualcuno forse sembrerà che io stia esagerando, perché ci sono anche amanti felici nella tragedia raciniana. D’accordo, ma sono sempre personaggi secondari, e la reciprocità del loro amore serve solo a mettere in risalto la non reciprocità del rapporto essenziale, quello che fornisce l’energia tragica.
Il rapporto essenziale consiste sempre in un individuo, uomo o donna, che non riesce a farsi desiderare dall’essere che desidera perdutamente. Soltanto questo rapporto non reciproco interessa realmente Racine. Il suo primo capolavoro, Andromaque, ne contiene tre esempi e perciò non può contenere nient’altro.
Oreste desidera Ermione che non lo desidera. Ermione desidera Pirro che non la desidera. Pirro desidera Andromaca che non lo desidera. Queste ripetizioni a cascata possono far sorridere, il che sarebbe un’ottima cosa se questa fosse una commedia. Ma in una tragedia sarebbe una catastrofe, e la pièce la evitò per un pelo. Fu comunque un errore che negli anni successivi Racine evitò con cura. Perché il desiderio non reciproco sbocchi in tragedia bisogna che il personaggio che desidera senza essere desiderato possieda il potere reale e sia in grado di annientare colui che gli resiste, dopo aver definitivamente perso la speranza di sedurlo. Sono così Pirro davanti ad Andromaca, Nerone davanti a Giunia, Rossana davanti a Bajazet, Fedra davanti a Ippolito. Quando l’essere che supplica è una donna e quando costei ha un potere assoluto pari a quello che in Britannicus ha Nerone, lo utilizza in modo non meno crudele. Si comporta proprio così la sultana di Bajazet, la terribile Rossana. Come l’imperatore, ella non esita a mettere in atto le sue minacce. La legge psichica fondamentale è il rafforzarsi del desiderio non ricambiato. Questo procedimento è inseparabile da ciò che i personaggi raciniani chiamano la «gloria», cioè una vanità che impedisce loro di fare quello che la passione infelice esigerebbe: sottomettersi completamente al «crudele» o alla «crudele» che non li degna di uno sguardo. La non reciprocità non deriva da attrazioni o ripugnanze casuali. L’infelicità del desiderio è predeterminata dall’esperienza degli esseri che abbiamo di fronte. Quanto più sono colmati di doni dal destino e messi in condizione di dominare chi li circonda, e talvolta l’intero universo, tanto meno sopportano l’indifferenza nei loro confronti e tanto più sono turbati e spinti a reagire dal minimo segno di indifferenza. Essendo sensibile solo a questa indifferenza, la vanità trova sempre il modo di punire se stessa. Siamo in un universo di giustizia implacabile.
Tutti gli eroi raciniani vogliono essere il centro del mondo, e se lo possono permettere, perché si chiamano Nerone o Tito; ma questo a loro non basta. Se l’essere che onorano della propria attenzione risponde con l’indifferenza e il disprezzo, vengono assaliti dal dubbio su se stessi, e questo dubbio raddoppia il loro desiderio. Vogliono a ogni costo sedurre colui o colei che si allontana.
La vanità è una trappola infallibile. Se è gonfia di cortigianerie, basta poco per sgonfiarla. Quando Narciso, anima dannata di Nerone, constata il disprezzo di Giunia per il padrone del mondo, la sua bassezza di liberto suppone subito che si tratti di una strategia di seduzione, una affettazione di indifferenza. Per una volta ha torto, ma l’eccezione conferma la regola." (da Racine, tragedie di poveri amanti, "La Stampa", 05/05/'09)

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