lunedì 22 marzo 2010

Letteratura: per favore, niente snobismi


"Il mio mestiere è: leggere romanzi e racconti in dattiloscritto, e segnalare quelli che mi smebrano interessanti all'editore che mipaga lo stipendio. Ricevo due o tre plichi al giorno, e due o tre giorni la settimana mi metto lì, leggo, sfoglio - ho deciso che a tutti sono dovute la lettura di trenta pagine e una sfogliata - e, il più delle volte, butto via. Sui mille e passa dattiloscritti che leggo ogni anno, mediamente una decina scarsa sono interessanti (il che non significa: pubblicabili). Gli altri no. Gli altri sono spesso ingenui, spesso brutti, spesso velleitari, non di rado orrendi.
Detto questo - e l'ho detto per chiarire che so che cosa è la produzione letteraria non pubblicata - ho avuto un senso di fastidio leggendo nel Domenicale del 14 marzo, i pezzi di Filippo Tuena, Diego Marani e Paolo Albani. Mi dà fastidio in generale l'ironia esercitata da chi sta dentro nei confronti di chi sta fuori; e mi dà ancor più fastidio il manicheismo.
L'articolo di Marani è tutto costruito su contrapposizioni: 'Accanto ai romanzi che segnano un'epoca e che hanno sempre qualcosa da dire si vendono quelli che si consumano in un pomeriggio'; 'Quel che fa la differenza sta nella capacità del lettore di distinguere un'opera letteraria di valore universale da un divertimento superficiale ed effimero'; il 'lavoro che richiede la scrittura di un'opera letteraria' non ha nulla a che fare, 'nulla di paragonabile', con 'un bel romanzo giallo, spigliato e accattivante'. E così via. Certo, si concede che, per ricrearsi, il lettore possa consumare anche 'scrittura popolare' accanto a quella 'elevata': ma, per carità, riconoscendone il 'diverso valore'. Scrivere un'opera letteraria, stando a Marani, è una cosa tremenda: 'C'è di mezzo il sentire, il calarsi a scavare nel pozzo del proprio animo e ritornare in superficie un attimo prima di soffocare per l'angoscia ma stringendo fra le mani la parola che ci mancava'; peccato che una frase come questa, con le sue immagini cliché, abbia proprio il sapore - sarò schizzinoso - della cattiva letteratura. [...] La vitalità di una letteratura è fatta, al contrario di quel che sembrano pensare Marani, Tuena e Albani - ciascuno dice il suo pensiero in modo diverso, ma mi pare che sia un unico pensiero - di tutta la produzione letteraria. Il conte Alessandro Manzoni non sarebbe sceso da cavallo, abbandonando inni e tragedie, per scrivere un romanzo, se il romanzo, questo genere letterario così disprezzato, così corruttivo, così popolare, così di basso livello da essere considerato roba per le donne, non si fosse nel frattempo imposto nel consumo dei lettori dell'epoca. Ripeto: nel consumo.
Certo: sono altri tempi, i nostri. Certo, oggi esiste un'industria editoriale, oggi esiste la televisione, etc. E sarebbe stupido confondere le diversità - di specie e di valore - e parlare della produzione letteraria (o, se vi piace: editoriale) come di un ammasso indistinto dove tutto vale ugualmente. Ma mi pare altrettanto stupido tentare di costruire muraglie e torri attorno a un'ipotetica cittadella della vera letteratura, e di rifilare agli aspiranti scrittori un'idea di vera letteratura che era già scaduta, a occhio e croce, ai tempi della belle époque." (da Giulio Mozzi, Per favore, niente snobismi, "Il Sole 24 Ore Domenica", 21/03/'10)

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