sabato 14 marzo 2009

Fred Vargas: perché dai tempi del Minotauro si racconta sempre la stessa storia


"'Scrivo gialli per annullare la morte, e non sopporto la violenza, neanche al cinema. Il giallo è un genere arcaico, tocca la letteratura epica dell'antichità, cose come il concetto greco di catarsi e l'angoscia vitale della mitologia - il Minotauro, il labirinto, ma anche il Drago, la quete, la ricerca medievale dei cavalieri senza paura - un universo di storie in cui conta la scoperta, la risoluzione finale, dove si uccide il mostro e si salva la fanciulla, oppure si trova il tesoro, cioè la conoscenza. Faccio romanzi a enigma, o meglio a soluzione. E anche se lo statuto della verità e della colpa nei romanzi noir è più sociale, io amo anche i gialli inglesi, e in particolare Agatha Christie. C'è una complessità simbolica dietro la loro semplicità che mi piacerebbe un giorno spiegare'. Sto parlando di gialli con Fred Vargas, continuazione di un dialogo avviato anni fa. Come ogni scrittore che si rispetti, passa la maggior parte del tempo in cucina, ed è lì che siamo seduti, tra fogli, libri, computer, tazzine e caffettiera. Tradotta e amata in tutto il mondo, i lettori già sanno che il suo nome è uno pseudonimo, di professione è archeozoologa, e la sua sorella gemella straordinaria pittrice. E' imminente l'uscita in Francia di un libro dal titolo Il mistero di Fred Vargas (che, dice, lei non leggerà). Ciò che colpisce è la sua modestia. Riluttante a dirsi scrittrice - forse perché, con un padre surrealista amico di André Breton, gli scrittori erano in casa qualcosa di troppo alto - confessa che anche il suo rifuggire le interviste è un timore di inadeguatezza. 'Se un giornalista mi si rivolge dicendo: "Lungo la sua opera, Fred Vargas, ci si accorge che ...", io vorrei esclamare: chi? quale opera? Non mi sono mai data questo come scopo, mi occupo d'altro e la nozione di opera è troppo astratta. Non mi definisco in un essere, ma in un fare. Fabbrico storie. So di avere successo, ma in nessun modo mi riconosco nell'immagine che gli altri hanno di me. Non è cambiato nulla nella mia testa e nel mio modo di vivere, e provo lo stesso piacere nel giocare con le storie. Forse scrivo quello che vorrei legegre, senza presunzione, come chi si cucina un piatto perché ha voglia di mangiarlo'. [...]" (da Beppe Sebaste, Fred Vargas: perché dai tempi del Minotauro si racconta sempre la stessa storia, "Il Venerdì di Repubblica", 13/03/'09)

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