mercoledì 9 dicembre 2009

Javier Marias: "Quei ragazzi convinti che il sapere è irrilevante"


"Una reginetta di bellezza ha detto che Colombo ha scoperto l´America nel 1780
Avrà saputo che cos´è un secolo? Se avesse detto «1789» avremmo potuto pensare che avesse confuso una data famosa con un´altra. Ma il 1780? Un mistero veramente. La notizia aggiungeva qualcos´altro, forse ancora più rivelatore e sintomatico: in un programma della televisione Tve avevano provato a svergognarla per la sua gaffe, ma lei si è difesa con disinvoltura, affermando che «è irrilevante sapere questa cosa».
È facile giudicarlo un evento trascurabile e consolarsi con la fondata idea che tutte le miss e aspiranti tali sono ignoranti per definizione e irrimediabilmente sceme. I loro gridolini, i loro pianti e le loro ovvietà sono stati parodiati fino allo sfinimento in film e programmi umoristici. Che ci si può aspettare da una miss? La cosa è nota. Però la giovane in questione probabilmente fino a quattro giorni fa era una ragazza normale. Sarà andata al liceo come tutte, e chissà, forse sarà arrivata anche a prendersi il diploma. Sarà arrivata ai diciotto-vent´anni con una qualche istruzione, e ne è prova il fatto che le sia venuta in mente la parola «irrilevante», che ai tempi nostri non è alla portata di tutti. Ho paura che le sue due risposte, quella del 1780 e quella dell´irrilevanza, le avrebbero potute dare parecchi giovani che non hanno mai avuto nulla a che fare con i concorsi di bellezza, e un numero non trascurabile di adulti, fra i quali, senza dubbio, alcuni di quei giornalisti televisivi che hanno voluto metterla alla berlina, solo che a loro non fanno queste domande difficili con le telecamere davanti.
«È irrilevante sapere questa cosa». Da un certo punto di vista la candidata al titolo di "Reina" non ha tutti i torti, perché la stessa cosa devono aver pensato certamente tutti i professori che ha avuto in vita sua, e i responsabili della Pubblica istruzione - nazionali e regionali - degli ultimi due o tre decenni, che hanno fatto tutto il possibile per trasformare la Spagna in una società di illetterati, di ignoranti fieri della loro ignoranza, di primitivi esperti in tecnologia; e come loro un buon numero di genitori, che si sono affannati a pretendere dai docenti che insegnassero ai loro virgulti «cose pratiche», che possano servire per guadagnarsi da vivere in futuro, senza perdere tempo con l´«irrilevante». Serve a qualcosa il latino, una lingua cadavere? A che serve la matematica, quando abbiamo le calcolatrici che ci forniscono il risultato di qualsiasi operazione lì, sul momento? A che servono la grammatica, la sintassi e l´ortografia se come si parla e come si scrive è lo stesso? A che serve conoscere la storia se basta cercare su Internet per appurare istantaneamente chi fu il tale personaggio e che cosa successe il tale anno? A che serve la geografia, se prendiamo aerei che ci portano in qualunque posto nel giro di poche ore e non ci importa nulla del tragitto? C´è qualcosa che serve a qualcosa? E che cosa sono, poi, le cose «pratiche»? Forse solo imparare a maneggiare il computer e la calcolatrice. In fin dei conti, perché è necessario andare a scuola? Per avere un´idea del mondo, del passato dell´umanità, della storia dell´arte e delle religioni, dell´evoluzione delle scienze, della nostra anatomia, dei testi che sono stati scritti, della moltiplicazione, della divisione, della somma e della sottrazione, del cerchio e del triangolo? Niente di tutto questo è «pratico» né aiuta a guadagnarsi da vivere, tanto meno a diventare Reina Hispanomericana. Eppure ...
L´istruzione non è solo conoscenza e dati. È un elemento essenziale di quella che un tempo si chiamava «formazione», cioè la trasformazione degli individui in persone, non esseri animaleschi che cadono nel mondo senza avere nozione alcuna di quello che c´è stato prima di loro, incapaci di associare due fatti, di distinguere fra causa ed effetto, di articolare due frasi intelligibili, di pensare e ragionare, di comprendere un testo semplice. Questo è il genere di esseri che abbonda ogni giorno di più nella nostra società intellettualmente rudimentale. Il problema è che, per qualche mistero, alla fine questi esseri non escono fuori né «pratici» né in grado di guadagnarsi da vivere, la vecchia aspirazione dei loro già abbrutiti genitori. Non è raro vedere in televisione giovani e non tanto giovani che dicono, in questi tempi di crisi: «Io non voglio studiare, quello che voglio è che mi diano un lavoro per guadagnare soldi». Spesso hanno un´aria talmente da scemi che mi scopro a pensare con pena: «Ma santo cielo, come può qualcuno darti un lavoro se è evidente che non ti hanno insegnato nulla e che non servi neppure per appiccicare un francobollo? Se io fossi un imprenditore, non ti assumerei». Temo che gli imprenditori veri pensino la stessa cosa: «Non ho bisogno di un animale tecnologico, che sa battere i tasti come gli viene ordinato ma senza avere la minima idea di quello che sta facendo. Non ho bisogno di una persona incompleta. Portatemi qualcuno civilizzato, con conoscenze irrilevanti, di quelle che ti permettono di cavartela nel mondo»." (da Javier Marias, Quei ragazzi convinti che il sapere è irrilevante,
"La Repubblica", 08/12/'09)

Javier Marias nel catalogo Einaudi

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